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BOCL N.7 (L’INFINITO È UNA GOCCIA DI PIPÌ)

10 maggio 2012

LUNEDÌ, MAGGIO 21, 2007

Evidenzio uno scambio di vedute avuto nei commenti al post dell’altro ieri, (“Cinque buoni motivi per tenere un blog“)  con tal “maestro Mario“.

Lucio Angelini

«Come avrà insegnato ai suoi scolaretti, ogni processo di comunicazione implica necessariamente un mittente, un messaggio (testo), un destinatario. Se manca uno solo dei tre elementi, la comunicazione abortisce. Scrivere (anche un blog) non può non reggersi sullo stesso impianto. Se non avessi almeno qualche visita al giorno, sicuramente chiuderei bottega. Aggiungere un pezzo ogni giorno costa una certa fatica, ma il feedback dei commenti rilancia piacevolmente la comunicazione. La voglia di intrattenere/divertire un po’ anche se stessi, oltre gli altri, resta in ogni caso una delle molle di fondo di ogni blogger (e di ogni scrittore, e di ogni attante della comunicazione):- /»

Mario

«Io ai miei scolaretti non dico affatto che quando si scrive ad esempio una lettera c’è bisogno di un mittente e di un destinatario. Voglio dire: uno scrittore di lettere può anche essere un tale che non le scrive a nessuno (o in ogni caso non ha la minima intenzione di imbucarle) le lettere. Alla fine esiste solo il testo. E ai miei scolaretti insegno che questo è il segreto della poesia. In genere faccio l’esempio dell’Infinito di Leopardi (che i miei bambini sanno tutti a memoria). Questo straordinario idillio non ha un mittente (perché lo scrittore è completamente dissolto nel testo), non ha un destinatario perché tutti i destinatari sono solubili nel testo. Testo e mondo coincidono. Tutto il resto (compresi gli uomini) rimane escluso. Questo credo che sia il segreto della poesia.»

Lucio Angelini

«Certo, può succedere che mittente e destinatario coincidano (scrivere per se stessi, per chiarire il proprio pensiero), ma se Leopardi avesse composto e subito dopo distrutto “L’infinito“, senza farne leggere i versi a nessuno, il problema dell’arte come atto di comunicazione – per quel componimento – non si porrebbe nemmeno. Suona tautologico, ma è così. Un attore può anche recitare magnificamente un monologo davanti allo specchio, ma il suo talento espressivo ha senso – secondo me – solo nel momento in cui riesce ad accendere delle reazioni negli altri. Un artista può anche NON porsi il problema di chi fruirà della sua arte, nel momento in cui si esprime, ma senza un qualche destinatario (presente, futuro o addirittura postumo) la sua arte si ridurrebbe a un atto puramente masturbatorio… Il senso di ogni attività espressiva – ripeto, almeno secondo me – nasce dal riscontro suscitato negli altri. 

P.S. In totale disaccordo sull’affermazione:

Questo straordinario idillio non ha un mittente (perché lo scrittore è completamente dissolto nel testo), non ha un destinatario perché tutti i destinatari sono solubili nel testo. Testo e mondo coincidono“.

Il mittente resta Leopardi, il messaggio “L’infinito“, i destinatari noi che leggiamo e apprezziamo il testo. Non mettere a parte i tuoi scolaretti di “segreti della poesia” fumosi come quelli che hai indicato a me:- )»

Mario

«Io sono in totale disaccordo col tuo disaccordo, forse perché come tutti i maestri elementari che fanno questo lavoro con passione, non riesco più a essere d’accordo con un adulto su nulla, nemmeno sul colore della carta (che per i genitori dei miei bambini è bianca e per noi che la teniamo nelle cartelle è “color quaderno”). Forse non sono un insegnante perfetto, e magari il fatto che i miei scolari siano molto contenti di me non è un vero fatto, ma, se così posso dire, l’evaporazione di un fatto: una specie di fumosità poetica che spargo nella mia classe e che a contatto degli scolaretti diventa una felicità incomprensibile dall’esterno. Il effetti il Direttore mi guarda con un sospetto ormai ventennale. Dicevo… non sono un insegnate modello ma tutti i miei bambini scrivono bene, molto meglio dei loro coetanei. E non solo: credono che la poesia sia la forma più naturale di esprimersi. D’altra parte sono convinto che i bambini sono molto più “capillari” degli adulti (nel loro sentire). Loro afferrano senza sforzo il concetto di “impersonalità della cosa poetica”. Cioè capiscono molto bene che l’autore (mettiamo di un idillio straordinario) è solo una parte di mondo che riconosce se stessa. Io spiego loro che Leopardi confidava nella “naturalezza della poesia”.  Alberto, un bambino sensibilissimo, ha scritto che “L’infinito è come una foglia di rosa o di verza, come una goccia d’acqua o di pipì”. Io credo che la Poesia non sia molto diversa da una scoperta scientifica. Il fatto che sia stato Leopardi a comporre (o meglio a ri-comporre) L’Infinito conta poco. Certo Carducci non avrebbe mai potuto farlo (io insegno ai miei scolaretti – attirandomi l’ira del Direttore – che Carducci non è assolutamente un poeta, come non è un poeta il Pascoli ecc. ecc.), ma molti poeti (tutti i poeti del mondo) potrebbero scrivere L’infinito. Anzi, lo hanno già scritto senza saperlo.»

Lucio Angelini

«Vabbè, se vuoi menare il can per l’aia, menalo. Poesia può essere tutto e niente. Poeti possono essere tutti e nessuno. E bla bla bla. Mia madre, secondo me, è una grande poetessa dei cappelletti alla fanese. Il livello è lo stesso di Shakespeare. Epperò Shakespeare è Shakespeare, mentre tutto il saper del cuoco finisce “in quel loco”. “L’infinito è come una foglia di rosa o di verza, come una goccia d’acqua o di pipì” sarà anche una bella frase poetica di per sé; ognuno sarà anche libero di riverberare come meglio sente e crede ciò di cui fruisce, e se tu dici: “Tutti i poeti del mondo potrebbero scrivere ‘L’infinito’“, l’affermazione, in qualche modo, sarà anche vera, ma io – che sono refrattario alle fumisterie – preferisco continuare a dare a Leopardi quel che è di Leopardi e ad Alighieri quel che è di Alighieri.»

Mario

«In realtà non capisco perché abbiamo parlato di poesia. Forse perché i miei scolaretti parlano in versi e mi hanno convinto che questo è il linguaggio delle scuole elementari. I discorsi più belli, comunque, li fa davvero Alberto (che è un bambino per metà marocchino). Io considero quasi liturgico il lavoro del cuoco. E anche “quel loco” è una specie di confine poetico. In ogni caso è un passaggio dal dentro al fuori. Alcuni spiriti scivolano da lì verso il basso. I suffumigi, le fumisterie, i vapori… sono in un certo qual modo curativi. Oppure indicano un arrosto che può esserci o esserci stato.»

Lucio Angelini

«Invito il maestro Mario a scorrere l’intervista ai Wu Ming, ai quali lo sento molto vicino, qui:

http://www.aib.it/aib/editoria/n14/02-06wuming.htm

compresa la premessa:

“… Wu Ming, ‘colui che non ha nome’, autore di 54, è un nome collettivo che ben rappresenta le intenzioni degli autori che lo sostanziano. I loro nomi anagrafici infatti non sono un segreto, basta tra l’altro aprire il sito http://www.wumingfoundation.it per conoscerli, semplicemente non hanno alcuna importanza: ciò che Wu Ming vuole evidenziare con la sua scelta è che l’accento va posto su “ciò che è scritto” piuttosto che sulle individualità di “chi scrive”. L’autore è, più che altro, un “riduttore di complessità” in quanto esemplifica e rappresenta idee e contenuti che appartengono a tutti e che l’intera società contribuisce a produrre. In questo senso è assurdo applicare il concetto di proprietà privata alla cultura e non è giusto impedire o limitare la riproduzione di opere letterarie e artistiche. Perciò sui libri firmati dal gruppo è detto a chiare lettere che ne è consentita la riproduzione.”»

[Ciò non toglie che i proventi delle vendite dei libri dei Wu Ming non vadano ai lettori o “a tutti”, ma agli autori o “riduttori di complessità” (o comunque li si voglia chiamare). Come dire che, copy left a parte, “Plus ça change, plus c’est la même chose“:-), n.d.r.]

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5 DICEMBRE 2008

LOMBROSOLOGIA DELL’INFINITO LEOPARDIANO

(Giacomo Leopardi morente)

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude…»

Scrive Andrea Barbieri, ex Pinocchietto della rete ormai diventato bambino vero (1), nei commenti al post:

http://www.vibrissebollettino.net/archives/2008/11/genere_young_ad_1.html#more

«E nel valutare L’infinito bisogna tener conto della fisicità di Leopardi. Infatti è evidente che il ‘colle‘ allegorizza la gobba, e la ‘siepe‘ il naso, si guarda infatti oltre il proprio naso. Dalle fonti iconografiche leopardiane è noto che la lamina quadrilatera cartilaginea nonché l’ipercifosi erano piuttosto pronunciate.» (2)

Pubblicato da: andrea barbieri – 03.12.08 09:04

(1) Cfr. “Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.” (Collodi, Pinocchio)

(2) Ovviamente, scherzava. O forse non del tutto:- )

(Immagine da http://digilander.libero.it/A_GiacomoLeopardi/img/giacomo.jpg )

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1 Febraio 2011

MICHELE MARI E L’HOMINARIUS GIACOMO LEOPARDI 

Le Officine Grafiche Fratelli Stianti di Sancasciano (Firenze) finirono di stamparlo nel mese di febbraio 1990 per conto della Longanesi & C. Si trattava di un “capolavoro assoluto”, che andrebbe ristampato all’infinito (invece è fuori catalogo!) per la sua bellezza, la sua architettura perfetta, il divertimento linguistico di ricreare il perduto italiano dell’Ottocento, il colpo di genio di immaginare Giacomo Leopardi – cantore della luna – come lupo mannaro…

“Un falso in piena regola, un godibilissimo esercizio di fantaletteratura ma soprattutto una felice fusione fra vita e stile”, recita il risvolto di copertina dell’edizione Longanesi. E il risvolto dell’edizione Marsilio del 1998: “Il libro ripropone il tema del doppio – quello che ha il suo prototipo nel ‘Dottor Jekyll e Mr. Hyde’ – realizzando tuttavia con riscontri biografici, filologici e linguistici, una specie di apocrifo leopardiano”.

… Un biofic book  di esagerata bellezza, credetemi. Si intitola

IO VENÌA PIEN D’ANGOSCIA A RIMIRARTI

L’ho recuperato solo ieri alla Biblioteca veneziana di Castello, dopo averlo cercato a lungo. L’ho divorato in un pomeriggio e sono ancora sotto choc:-). Penso che si aggiungerà ai pochi altri “libri della mia vita”.

Grazie a scoppio ritardato, dunque, a Michele Mari, per questo splendente dono. È il più bravo di tutti, il più grande scrittore italiano vivente.

“Oggi al desinare il signor Padre diede alla famiglia la gran nuova: un manipolo di villici ardimentosi va battendo la montagna in cerca del lupo, «e affè mia», concluse con un gran pugno sulla tavola, «che ‘l piglieranno, la mala bestia!». Poi domandò a noi figli se n’avessimo paura: io dissi un po’, e la Pilla dimolta, ma Tardegardo non rispose, e anzi fece un’alzatina di spalle delle sue, che ‘l fan sembrare tanto più vecchio della sua età. In coteste occasioni io tremo per lui, paventando un’esplosione dell’ira paterna, ma secretamente l’applaudo, perché con quella sua malinconiosa indifferenza ei pare mostrare al nostro signor Padre quanto sian stupide certe questioni ch’egli ama porci, per il che è come se Tardegardo vendicasse in un con sé stesso anche me e la Pilla.” (p. 22) 

“… e intanto che ammiraualo, per com’era forte e maestoso, e’ principiò a trasmutare: da prima perdendo il Pelo, non perché cotesto gli cadde, ma perocché li singoli Peli rientrarongli nella Pelle, & lo stesso fecero l’Ugne & la Coda; dipoi, mentre il su detto Portento anchora duraua, cangiando anche la Forma de’ Membri, sì ch’in picciol tempo le Zampe di dietro slungaronsi fino a uenir Gambe di Huomo, co’ Ginocchi in auante & i Piedi, mentre le Zampe dauante diuennero Bracci, con le Mano al loro posto. Ma la cosa più spauenteuole si fu la trasformazione del Muso in una Faccia, perhc’io uiddi li Denti canini rientrare ne le Gingiue & così pure scorciarsi la Lingua & l’Orecchie, & tutto il Muso apiattirsi, & dou’era il Grifo del Lupo, ch’è nero & bagnato, tornarsi uno Naso humano: una cosa sola si rimase uguale, & furono gli Occhi” (pp. 104-105) 

“… e narrò de’ due lupi di Odino, chiamati Ghere e Freke, e dell’incommensurabile Fenrir, che sarebbe un lupo celeste che dorme dall’eternità, e che un bel giorno, che sarà il Finale, ma che in quella Mitologia chiamasi il Crepuscolo degli Dei, si sveglierà e divorerà tutto l’Universo” (p. 108) 

“Codesto motto è ‘Mannaro’ ed è lo scorciamento di ‘Lupo Mannaro’, cioè a dire Hominarius, non perché mangia gli uomini, come spiegano molti, ma perch’è un uomo esso stesso” (p. 114) 

“Posdomani sarà notte di luna piena. Lasciando per un momento le sue poesie, che da più di tre settimane ei viene scrivendo con tale trasporto d’arroventar le parole, e di cui non credo vi sia al mondo cosa più soave e struggente, Tardegardo mi diè una picciola palla di mollica di pane, delle dimensioni d’un’albicocca, e un’altra diella alla Pilla, pregandoci di tenerla sempre addosso a noi nelle notti di luna piena. La Pilla volea fare un mucchio di domande, ma bastò una mia occhiata a zittirla…  Io voglio credere che non ne avremo bisogno.” (p.121) 

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27 gennaio 2006
 
IL PRIMO AMORE NON SI SCORDA MAI         
 
Uffa, già mi infliggevo quasi quotidianamente una nevrotica scorsa a una mezza dozzina di blog e adesso scopro che da oggi, per motivi di par condicio (= per non far torto agli indiani dissidenti rispetto a quelli più pacioccosi), mi toccherà visitarne anche un altro, nuovo di zecca. Ma andiamo con ordine. 

1) Dall’11 al 14 dicembre del 1817 Giacomo Leopardi fu turbato dalla presenza in casa di una cugina del padre, l’ospite Geltrude Cassi. Si invaghì senza speranza di lei e le dedicò la poesia “Il primo amore”. Ecco l’incipit:  

“Tornami a mente il dì che la battaglia/D’amor sentii la prima volta, e dissi:/Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”  

Ne parlò anche nel Diario: 

Io cominciando a sentire l’impero della bellezza, da più d’un anno desiderava di parlare e conversare, come tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi pareva cosa stranissima e meravigliosamente dolce e lusinghiera; e questo desiderio della mia forzata solitudine era stato vanissimo fin qui. Ma la sera dell’ultimo Giovedì, arrivò in casa nostra, aspettata con piacere da me, né conosciuta mai, ma creduta capace di dare qualche sfogo al mio antico desiderio, una Signora Pesarese nostra parente più tosto lontana… ”  

2) Passarono circa 186 anni e arrivò il luglio 2003. Un gruppo di intellettuali capeggiato dalla triade Moresco-Scarpa-Benedetti si invaghì non già di una novella Geltrude (eccheccassi!), bensì dell’idea di creare un blog collettivo (www.nazioneindiana.com ), in cui ciascun collaboratore potesse pubblicare autonomamente ciò che voleva senza passare attraverso alcun filtro redazionale e alcun tipo di mediazione. Avrebbe precisato, in seguito, Antonio Moresco: 

L’idea era di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno, cioè di un movimento unico che tenesse indissolubilmente uniti dentro di sé sia il conflitto delle idee e l’aspirazione all’apertura di spazi che l’amore per l’oggetto e la cosa in sé, sia la responsabilità intellettuale radicale che l’incandescenza, l’intransigenza e l’integrità artistica e di conoscenza.” 

3) Il sito ebbe successo, ma meno di un biennio dopo, per l’esattezza il 27 maggio 2005, Antonio Moresco improvvisamente esclamò: “Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”. Aggrottò la fronte e aggiunse:  

Bisogna prendere atto che solo una parte di N.I. è disposta a esporsi e a condurre certe battaglie, mentre un’altra ha evidentemente aspirazioni diverse e un’altra ancora, di fronte ai passaggi più impegnativi e quando si tratta di allungare il passo, non partecipa e non dà segni di vita.”(da http://www.nazioneindiana.com/archives/001283.html#more ).  

Abbandonò deluso Nazione Indiana e trascinò con sé un manipolo di duri e puri.  

4) Veniamo adesso al corrente gennaio 2006. Moresco e i suoi fedelissimi, assaliti dal ricordo del PRIMO AMORE (l’idea di fare qualcosa che si muovesse nella dimensione del combattimento e del sogno e bla bla bla) provano acute fitte di nostalgia (“Oh come viva in mezzo alle tenebre sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi la contemplavan sotto alle palpebre!”, sospirano unanimi). Sopraffatti, fondano il sito www.ilprimoamore.com  

Ne dà notizia Gian Paolo Serino nel quotidiano “Il giornale” di ieri:   

“Hanno perso le piume, ma non certo lo spirito da guerrieri. Sono i ‘dissidenti’ di Nazione Indiana, il blog letterario che per anni è stato tra i punti di riferimento della discussione culturale italiana su Internet. Loro, che chiameremo per comodità i ‘dissidenti’, per la scelta di dividersi dalla Nazione hanno suscitato un autentico vespaio e non solo sul Web: il popolo dei bloggers è caduto per giorni in fibrillazione, mentre alcune terze pagine hanno colto l’occasione per dimostrare come la letteratura su Internet non possa lasciare tracce visibili. La risposta dei dieci ‘dissidenti’ – tra i quali la critica letteraria Carla Benedetti, gli scrittori Antonio Moresco, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e il fotografo ed editore Giovanni Giovanetti – è l’apertura di un nuovo sito internet che sarà visibile da oggi: http://www.ilprimoamore.com. Sin dal nome e dalla grafica, espliciti rimandi alle cantiche leopardiane, gli ex indiani vogliono ribadire la necessità di uno spazio che non si limiti al virtuale ma che persegua «una coerenza che in Nazione Indiana spesso si perdeva». 

«Più che incoerenza – sottolinea Tiziano Scarpa – si sentiva mancanza di radicalità e la sensazione di comportamenti ambigui e troppo cautelati. Nessun pregiudizio contro Nazione Indiana, che da questa querelle rimbalzata di blog in blog ha trovato nuova linfa e nuovi validi collaboratori, ma soltanto la nascita di un nuovo sito che, nelle intenzioni, vuole esprimere posizioni più radicali».

Dichiara Antonio Moresco:

«Per quanto mi riguarda, vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi i nostri padri antichi. Or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostra, ahimè, la patria mia!»

«I navigatori di Internet – spiega invece Giovanetti – da oggi troveranno la nostra prima azione dimostrativa: firmare l’appello per la riapertura del processo sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Questo il primo atto di un sito internet che non funzionerà come un blog: non si accetteranno commenti diretti, ma si pubblicheranno senza censura tutti gli interventi pervenuti via mail. Questo per chiarire come per i “dissidenti” di Nazione Indiana l’ascia di guerra sia nuovamente dissotterrata.»

Dell’indirizzo email, ovviamente, nessuna traccia:- )

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13 marzo 2012

ANCH’IO COME GIACOMO LEOPARDI

Ieri sera, malgrado gli eterni propositi di stare un po’ a dieta, in un momento di debolezza ho tirato fuori dal freezer la scatola dei cremini (gelati ricoperti di cioccolato) e me ne sono sparati in bocca quattro di fila. Poi, tristemente, ho ripensato al volumetto di Antonio RanieriSette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi” e in particolare al passo:

“… aveva un furore indomabile per i gelati e nonostante la proibizione dei medici si dava ai più incredibili eccessi, a costo di veder ricominciare gli sputi di sangue, le bronchiti, le vomiche… “

Oimè, Giacomino Giacomino, quanto somiglia al tuo costume il mio

ma il naufragar mi era dolce in quel mare… :-(

(Recanati, il colle de “L’infinito”)

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13 commenti
  1. Mamma mia, che zibaldone!

  2. Ciao Luca. Come sai, adoro saltare di palo in frasca, pur avendo cura di legare i pezzi compattati in ogni BOCL con adeguato “fil rouge”, come lo chiamate voi a Bologna):-)

  3. Noi a Bologna diciamo “al fil ròss”, che è quasi uguale. Sinceramente, in questo compendio di post leopardiani, più che un filo rosso vedo uno spago che stenta a tenere insieme spunti pregevoli, se presi uno a uno, ma un po’ refrattari alla coabitazione. Ottima la chiusura sul gelato e, come sempre, lunga vita a Michele Mari.

    E dato che lo dico sempre, tutte le volte che si nomina io venia pien d’angoscia a rimirarti, lo dico anche adesso: nella sequenza diaristica delle pagine compare un 29 febbraio 1813, cioè un giorno puramente fittizio: finzion nella finzione, letteratura al quadrato (e involontaria, disse l’autore, che però, essendo “dissolto nel testo”, non fa testo).

  4. @lucatassa. spago??? quello con cui a Bologna legate le mortadelle? ma che dici! qui trattasi di passamaneria raffinatissima.

  5. P. Bianchi permalink

    1) ciao Tassinari! Ci si ritrova 🙂

    2) Leopardi morente: e’ un disegno e’ una foto? Se e’ una foto, come fa a essere di Leopardi, visto che lui e’ morto nel 1837 mente il dagherrotipo e’ stato inventato solo nel 1839? E se non e’ Leopardi, allora chi e’?

  6. @pbianchi. forse un dipinto. in una delle tante riproduzioni esistenti in rete (cerca leopardi morente in wikimedia, google immagini ecc.) mi pare di scorgere anche una firma. leggo qui:

    http://www.unisob.na.it/inchiostro/index.htm?idrt=4025

    ***”L’ultima sera di Leopardi, il 13 giugno 1837, cadeva Sant’Antonio, onomastico di Ranieri. Per l’occasione, furono portati in casa svariati cartocci di confetti cannellini di Sulmona; Leopardi ne mangiò un chilo e mezzo, e morì la mattina successiva per coma diabetico. Sono riuscito a procurarmi 300 dei confetti rimasti, che ho in parte donato al museo gastronomico di Sulmona”.

    Ucciso da una scorpacciata di confetti. Un naufragio dolce, viene da dire parafrasandolo. Ne riesce un Leopardi in controtendenza: impulsivo, addirittura godereccio. Lei non trova che il poeta di Recanati sia divenuto, nel bene e nel male, un’icona pop?

    “Sì. L’insoddisfazione che governa la sua opera è fisiologica di tutti i tempi”.

    Insomma, naufragare in questo mare è obbligatorio, oltre che dolce…***

  7. Guarda qui in basso a sinistra:

  8. p. bianchi permalink

    Ho letto. Caio dipinse, tizio incise. E’ una libera interpreazione dell’ artista. In gergo informatico, verrebbe detto un fake. Grazie.

  9. diait permalink

    (comunicazione di servizio. lucio, perché non ricevo più le notifiche? Erano comode. Sennò potresti ritrovarti con duemila contatti al giorno, di cui 1.900 sono io che passo a vedere se qualcuno ha detto qualcosa.)

  10. @diait. forse non hai cliccato su follow anche per questo nuovo blog, distinto dal cazzeggi storico:-)
    @pbianchi. ma il pittore avrà ben tenute presenti le fattezze reali o un ritratto precedente del poeta. a quei tempi si rimediava così alla mancanza di facebook.

  11. Ciao Bianchi, ti vedo in forma smagliante.

    Lucio, la mortadella è un insaccato nobilissimo, quindi ci andrei piano a scambiare il suo spago con frivole passamanerie. Comunque adesso son qui che penso a Leopardi che si uccide con un chilo e mezzo di confetti: che storia!

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