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BOCL N.12 (LUCIO ANGELINI RACCONTA “HITLER” DI GIUSEPPE GENNA)

16 maggio 2012

LUCIO ANGELINI RACCONTA “HITLER” DI GIUSEPPE GENNA

 

giovedì, febbraio 28, 2008

GIUSEPPE GENNA E LA NUBE PURPUREA

 

Prima di affrontare in maniera sistematica la lettura di “Hitler“, di Giuseppe Genna, l’ho sfogliacchiato qua e là traendone l’impressione che stavolta Giugenna tenti con la scrittura una nube purpurea. Non so se ci riesca, l’esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo, a occhi e croce, è consapevole.

Faccio un salto nel suo sito, precisamente qui:

http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/su_freaks_messa_in_discussione.html 

e cosa leggo?

Esattamente questo:

“Io tento con la scrittura una nube purpurea: non so se ci riesco, l’esito può essere errato o grossolano, ma il tentativo è consapevole”.

Ci resto di sasso:- )

————————————–

(Da Cazzeggi Letterari del 4, 5, 7, 10, 11 marzo 2008)

(1)

All’inizio del romanzo siamo a Lambach (Austria), nel marzo 1897. L’autore ci sorprende subito con un singolare interrogativo, in parte ispirato a Primo Levi: “Vi sembra un uomo uno che si scatena nei cieli, digrigna i denti giallastri e illumina le notti future con occhi di brace?”. “No”, risponde tra sé e sé, vagamente allarmato, il lettore medio. E Genna, condiscendente: “Non è un uomo, infatti, ma il Lupo della Fine, il Fenrir”. “Ah, volevo ben dire!”, gorgoglia sollevato il lettore medio. E si lascia docilmente trasportare sulle ali del mitico animale che, a narici dilatate, ispeziona ogni angolo dei cieli e delle terre europei alla ricerca della Non Persona. Quando, finalmente, l’avvista, si fionda giù decisissimo a legarsi a lui “perché entrambi sono niente”. Questo, per lo meno, il pretesto dichiarato.

 (Stacchetto)

Entrano in scena Caino e Abele. Caino ha otto anni e dice ad Abele “Andiamo ai campi” [Quasimodo, adesso, – “Uomo del mio tempo” – dopo il Primo Levi di “Se questo è un uomo”, n.d.r.], anzi no: “Andiamo nei boschi”. Una volta imboscati gli propone un gioco: “Tu fai il negro, io il cacciatore bianco e ti sparo”. Abele non ci sta (buono sì, ma non coglione) e se la dà a gambe. Caino vorrebbe inseguirlo, ma una mirabile visione (una sorta di variante fantasy della scena dei tre pastorelli a Lourdes) lo raggela: quella del lupo Fenrir, che scandisce: “Tu sei ciò che sei. Imparerò da te, perché io sono niente”. Il bimbo, stralunato, torna a casa e racconta la storia del prodigio al padre che non la beve, anzi estrae la cinghia e urla: “Adolf Hitler, hai passato ogni misura!”. (Qui il pensiero corre al Mickey Rooney/Mr. Yunioshi di Colazione da Tiffany, quando rimprovera Audrey Hepburn/Holly Golightly per avergli suonato il campanello in piena notte). Il giovane patito del gioco del Black & White  – veniamo così a sapere – era proprio lui: quell’Adolf lì. Altri due flash back. Prima si retrocede al momento in cui lo “stridio da cavalla” [Cfr. “Mia madre alzò nel gran silenzio un dito/… sonò alto un nitrito” in Pascoli, “La cavalla storna”, n.d.r.] della mamma di Adolf, Klara, prelude alla nascita della Non Persona (aka Bambino Vuoto), poi a una scena ancora più lontana: quella in cui tira le cuoia la genitrice di Alois, il papà di Hitler. Alois supplica invano la moribonda di non lasciargli appiccicata addosso l’etichetta di figlio illegittimo, ovvero di rivelargli il nome di suo padre. La donna non si commuove e porta il segreto con sé nella tomba. Lì per lì Alois si dà per vinto, ma ventinove anni dopo ci ripensa e si procura dei finti testimoni analfabeti, disposti a giurare che un padre l’ha avuto anche lui: Georg Hitler. Da quel momento in poi potrà dismettere per sempre il fasullo cognome precedente: Schicklgruber. Ci spostiamo al 3 gennaio 1903. Babbo Alois è decisamente scontento del giovane Adolf perché è stato bocciato e ha una testa da anarchico. Nessuno gli ha spiegato – come a noi Daniel Pennac in questi giorni – che un cattivo profitto scolastico non necessariamente impedisce di farsi un nome . Quel cretino, tra l’altro, da un lato si lascia picchiare senza batter ciglio, dall’altro si vendica incendiandogli gli alveari… (“Si cresce così, opponendosi”, spiega il Narratore Onnisciente). Ulteriore flash forward: sul sentiero che scende a Leonding, stavolta il lupo Fenrir cerca di impressionare direttamente Alois (così impara a non credere alle Apparizioni Magiche!). Alois, per lo sgomento, crolla a terra. Qualcuno lo trascina all’osteria, dove poco dopo esala l’ultimo respiro. Sopraggiunge il giovane Adolf che, lì per lì, si mette a piangere, poi, sul bancone dell’osteria, scorge il lupo Fenrir: per risultare inquietante al massimo, l’animale stringe adesso tra le zanne la testa decapitata [sic, p. 23 (forse la testa senza testa del padre della persona non persona, n.d.r.)] di Alois… “Il padre non fa la differenza”, osserva il Narratore Onnisciente. E aggiunge: “Il padre non spiega nulla”. (Continua)

(2) 

Il giovane Adolf lascia la scuola e tenta di promozionarsi come artista. Non se lo fila nessuno e si ritrova a vivere “in una sfera vuota e trasparente, in una bolla di sé, priva di contenuto”. Per spiccare un salto economico di qualità, acquista un biglietto della lotteria, ma anche stavolta il sogno si infrange (il giorno dell’estrazione, naturalmente). Decide, allora, di spostarsi a Vienna, perché “l’anonimato non è il suo destino, lo teme come l’apocalisse”. “Devo fuggire da questa maschera vuota”, si ripete irrequieto. “Sono un artista!”  

Vienna è “una perla che sta perdendo luminosità”: in meno di cinquant’anni l’opacizzantepopolazione ebraica è salita dal 2 % all’8,5% e nel distretto di Leopoldstadt è riuscita a costituire addirittura un terzo del totale.

È “gente mite, dalle tendenze egualitarie, spesso moderniste”, il che non può che far dilagare la paura e sollevare la classica “nube purpurea [si veda il post del 28 febbraio scorso, n.d.r.] fatta di sospetti e sguardi in tralice, e parole dette alle spalle e gesti trattenuti”. La pupilla azzurra metallica del giovane Hitler misura l’occhio immobile di questo ciclone, “punto zero dove niente è e tutto finisce” [Non si dimentichi che il tema del buco contrassegna pressoché tutta la produzione giugenniana, n.d.r.]. A un certo punto una lettera lo avvisa che sua madre sta morendo. Il giovane Adolf sente che il suo posto è accanto a lei e torna immediatamente a casa. (“La madre farebbe la differenza”, petula inesausto il Narratore Onnisciente, aggiungendo: “La non-persona non ammette differenze”. (Non è chi non ne convenga.) 

È un medico ebreo, il dottor Eduard Bloch, a occuparsi delle metastasi conclusive di sua madre: settantasette visite domiciliari, quarantasette somministrazioni di medicinale in cambio di appena trecentocinquantanove corone, quando potrebbe pretenderne almeno il triplo. Adolf Hitler se ne ricorderà nel lontano 1938, quando aiuterà il dottor Bloch a fuoriuscire dal Reich. Bloch o non Bloch, la donna comunque perisce, fornendo al Narratore Onnisciente una nuova occasione per litaniare: “La madre non ha fatto la differenza. La madre non spiega niente”. E se lo dice lui, che per convenzione sa tutto (“ne sa come Dio”), c’è da crederci… 

Intanto il giovane Adolf frequenta con crescente soddisfazione i circoli antisemiti presso i quali spera di trovare valide opportunità di evidenziazione. Abbandonati pastelli e carboncini, si è adesso rifugiato nelle parole, “queste blatte che erodono la ragione, dopo averla condotta al suo culmine… queste verminazioni che si agitano sui cadaveri cartacei delle pagine” (sta probabilmente accumulando appunti per il futuro blockbuster & long-seller Mein Kampf, il piccolo catechismo della futura gioventù hitleriana). La musica di Richard Wagner lo aiuta a capire che “tutto deve crollare” [OT: “Tutto deve crollare” è – peraltro – il titolo del prossimo romanzo in uscita per Vibrisselibri; l’autore è Carlo Cannella, n.d.r.] 

Nell’agosto del 1913 l’agente di polizia Zauner gli dà la caccia come renitente alla leva. Scopre che Hitler è riparato a Monaco, prima a casa di un omosessuale, Josef Greiner, poi a pensione in un alloggio del sarto Popp… 

“E il lupo Fenrir dov’è finito?”, si chiederanno preoccupati i miei venticinque lettori. Tranquilli, è sempre in agguato dietro le quinte, pronto a ululare non appena il copione lo richieda. Ulula, per esempio, a pagina 82, e lo fa così forte, lassù nell’alto dei cieli, da convincere la commissione di leva incaricata di esaminare il caso Hitler a dichiararlo “inabile al servizio attivo e ausiliario, perché di costituzione troppo gracile”. Fuori di sé dalla gioia per essere stato riformato, il giovane Adolf torna a Monaco in treno, mentre il lupo Fenrir, con la sua “sirena a ultrasuoni” avverte il mondo che il baratro è vicino e sta per inghiottire il continente. Da questo istante è tutta “un’accelerazione”. La Germania dichiara guerra alla Russia e il costituzionalmente gracile Adolf – pur non essendo tedesco – invia un’istanza a Ludovico III, re di Baviera, affinché lo ingaggi come volontario per un reggimento dell’esercito del Kaiser. La non-persona spera in tal modo di cominciare a personalizzarsi un po’, ma a pagina 98, tre anni dopo, lo troviamo ridotto a mal partito: ex-caporale, neo-mendicante e per giunta mezzo ciecato. Visto che a Monaco si è da poco insediato un fastidioso regime bolscevico, gli viene allora in mente di farsi assumere come delatore dalle milizie controrivoluzionarie. È il 1923. La disperazione collettiva è in continua crescita e … perché non tentare di cavalcarla? Il giovane Adolf ce la mette tutta a promettere un mondo migliore e senza ebrei. Sorgono i primi comitati per le dispari opportunità, i primi hitler-fan-club. Il mondo che conta pare finalmente accorgersi di lui, forse sta davvero iniziando a ingranare, anche se non manca qualche nuovo momento di sconforto. A pagina 117, per esempio, lo vediamo paragonato a una “bambola svuotata e priva di energie, l’uniforme azzurra afflosciata, lo sguardo fisso nel cristallo del bicchiere vuoto, assorbito dalla trasparenza, privo di pensieri”. La notte dei cristalli, in effetti, è ancora lontana, ma bisogna che pensi positivo, che guardi al futuro con fiducia. Solo la voce chioccia del Narratore Onnisciente, a intervalli ciclici, rompe là da ponente alla montagna ripetendo il suo verso: “È l’uomo che non è, è l’uomo che non è, è l’uomo che non è… » Glielo farà vedere lui, al Narratore Onnisciente, se è l’uomo che non è o invece l’uomo che è, e se c’è davvero o ci fa soltanto:- / 

(3)

Gli editor italiani si dividono in due categorie: quelli che credono che proferire si possa scrivere anche profferire e quelli che credono che si tratti di due verbi distinti, ovvero che profferire significhi offrire (cfr., per es. “profferte amorose”) e proferire, invece, “pronunciare/esprimere“. Ebbene, la Marilena Rossi ringraziata a pag. 626 per la cura redazionale del romanzo  (col frego rigorosamente tirato sopra, ovviamente, come piace all’autore) dovrebbe appartenere, a occhio e croce, al primo gruppo. Dopo la “testa decapitata” segnalata nella prima puntata, leggiamo infatti a pag. 152 che Hermann Göring “profferisce minacce”:-). Ma forse la doppia effe è dovuta semplicemente al fatto che Göring si fa le pere con la morfina, per esempio a pag. 153, dove è punito con l’allucinazione del lupo Fenrir che digrigna e sbava dalle fauci.  

Ma andiamo con ordine. Tre mesi prima di morire, Tiziano Terzani chiamò il figlio Folco a Orsigna, nella loro casa di montagna, per raccontargli la sua vita. Ne nacque il libro “La fine è il mio inizio”, Longanesi, 2006. Il titolo dovette colpire profondamente l’immaginario di Giuseppe Genna, che in “Hitler” ne propone continue rielaborazioni e varianti, per esempio a pag. 147: “il suo inizio è la sua fine”. Qualche pagina dopo, invece, ci imbattiamo in un momento tatangelico: l’omosessuale Ernst Röhm dice a Hitler: “Io ti voglio bene”, ma il perfido algidone, al pari del lupo Fenrir, digrigna i denti “sgradevolmente gialli” e miasma: “Io non voglio bene a nessuno. Nessuno mi vuole bene. La questione non è volere bene, idiota!” (p. 157). È, in compenso, attratto dalla nipote Geli, cui impone stressanti sedute di pissing (è lei a irrorare lui). A pag. 192 un doveroso disclaimer : “L’urina non giustifica nulla. Nulla giustifica Hitler”.   

Dal capitolo trentaduesimo apprendiamo della gavetta letteraria di Goebbels, “piccola scimmia anoressica”: laureatosi in letteratura, ha scritto un romanzo autobiografico sotto il nome del protagonista Michael Voormann, enunciatore di un “vuoto principio a cui solo Hitler sa dare un contenuto altrettanto vuoto:          

             ‘È indifferente in cosa si crede – l’importante è credere’.” 

Osserva il Narratore Onnisciente: “È tutto il programma nazionalsocialista, in una riga”.   

Arriva la Grande Depressione del 1929. La folla sconvolta si strappa i capelli non metaforicamente, ma, come tiene a precisare l’autore, letteralmente [= il corsivo è nel testo]. In poche settimane il paese si trasforma in una “landa di derelitti”, e chi mal comincia è alla fine dell’opera. La fine (della Germania), infatti, è sì l’inizio (di Adolf Hitler), ma un inizio che “ha in sé la fine”. La fame spinge i giorni verso il buco nero – topos tipicamente giugenniano, come evidenziato nella puntata precedente – del tempo, e “il lupo a uscire dal bosco”. Dal 1929 al 1932 la Germania precipita in una crisi che pare inarrestabile. A chi meglio attribuire la colpa di tutto ciò, se non al giudeo?

“La finanza è ebraica: ha voluto questo crollo, è pronta a bolscevizzare la Germania! Il marxismo internazionale è la mira di questi vampiri, che corrompono e succhiano il sangue delle genti! Estirperemo il bacillo ebraico dalla nazione! Noi siamo la risoluzione al problema dell’infezione giudaica…”  

Questo, in sintesi, il programma elettorale di Hitler, che adesso macina chilometri  in treno,  quando non si sposta in Mercedes “rutilantemente rosse” [rutilante = rosso vivo, n.d.r.] per andare ad arringare le folle in ogni dove. È il marzo del 1931 e Goebbels, da par suo, gigioneggia a Berlino: 

“Come il lupo Fenrir, generato nella foresta di ferro Járnviðr, riuscirà a spezzare la catena che lo lega ai massi dell’isola Lyngvi e a liberarsi, dopodiché scatenerà Ragnarök, la suprema battaglia finale in cui divorerà Odino; così il nostro Führer ha spezzato ogni indugio e ogni resistenza, e si appresta a trascinarci al suo Ragnarök, la suprema battaglia in cui divorerà il Reichstag!” 

E inscena un primo tentativo di pogrom localizzato: uomini delle SA infrangono le vetrine dei negozi gestiti da ebrei, i passanti ebrei sono malmenati. (Per una più generale e meglio organizzata notte dei cristalli occorrerà aspettare il 1938). 

Da un lato la Germania impara a ululare “Heil!”, dall’altro uno dei nomi di Fenrir  resta pur sempre Thjóvitnir, che significa “il lupo nemico del popolo” (pag. 197). Lo spettro del lupo Fenrir spicca “da ogni uomo, da ogni donna, da ogni giovane di Germania”, e non serve a nulla che proprio negli anni ’30 la Disney tenti di banalizzarlo nel personaggio di Ezechiele Lupo.  

Nell’occasione anche un lieve, sommesso omaggio a Giacomo Leopardi, il più autorevole segnalatore  del distacco e della noncuranza della luna nei confronti delle vicende umane, nella frase: “Fenrir pianta le zampe nel territorio della Germania e spalanca le fauci immense al disco indifferente della luna”. 

A pagina 107, invece, una strizzatina d’occhio a Pirandello. Quando la povera Geli – undinista malgré soi –, viene ritrovata cadavere, Hitler è definito “uno, molti, nessuno”. “Egli, di fatto, non è. Appare, ma non è.” [Cfr. anche Samantha De Grenet: “Essere o apparire?”, n.d.r.]. Sulla stessa unda, ehm, onda: “Il mondo non è. Nemmeno la Germania è. Niente è, e lui naviga, bolla oscura nel non essere”. Il fatto di “non essere” non impedisce a Hitler quantomeno di “avere” [Cfr., stavolta, Erich Fromm, “Avere o essere?”, n.d.r.]. Nel gennaio 1933, infatti, si accaparra la carica di Cancelliere della Germania. “Questo – commenta il Narratore Onnisciente – è il momento tanto a lungo atteso. Il riscatto dal pane sporco, dai baffi asburgici del padre, dalle sue api vorticanti in ronzio mentre defecano miele nei favi schifosi [???, n.d.r.], dal volto anchilosato del cadavere di Geli, dalla lesione tumorale e dagli zigomi sporgenti nel rantolo della madre, dalle rivolte politiche intestine, dagli sforzi umilianti, dalla cecità dell’isteria e dell’iprite a fine guerra, dal carcere e dal disdegno dieci anni prima a Monaco. Qui, ora, lui esorbita”.  

La sera del 27 febbraio 1933 il Reichstag è in fiamme. È “il più grave attentato mai attuato in Germania”. Ne viene incolpato, naturalmente, un comunista: Marinus van der Lubbe, di origini olandesi. Le SS si mettono in azione. Le SA si mettono in azione. L’incendio spinge la nazione ad autorizzare qualunque misura…  E Adolf Hitler, che alle elezioni non ha ottenuto la maggioranza assoluta, ritto sulle rovine del Reichstag, “innalzato il volto cereo verso il cielo bianco [quindi diligentemente ton sur ton, grazie al pittore che si nascondeva in lui, n.d.r.], pianta nella palta [regionale per fango, melma, n.d.r.] il nuovo vessillo nazionale: la bandiera rossa, il cerchio bianco, all’interno la svastica nera” (pgg. 245-46). 

Il capitolo 48° è una sorta di “racconto nel racconto” dedicato alla figura di Erik Hanussen, a sua volta una sorta di Mago Otelma dell’epoca. Erik Hanussen, nel Palazzo dell’Occulto, presentisce (così a p. 252) che Hitler diventerà il condottiero supremo della Germania, ma anche che il paese perderà la guerra. L’incauta anticipazione gli costa la vita. 

Nel cap. 50° anche un’altra sensitiva, la contadina Therese Neumann, ha atroci visioni di massacri. La donna non si nutre e non beve, ingurgita a stento un’ostia consacrata al giorno, pur continuando a vivere [è umana o non umana?, n.d.r.]. “Attenti a lui!”, raccomanda angosciata. “È un uomo e non è umano”. [“Senti da che pulpito!” si immagina che avrebbe ironizzato Hitler, se solo gliel’avessero raccontato, n.d.r.].  

Si avvicina la sera del 10 maggio 1933 e Genna innalza uno squillante pistolotto antiwuminghiano a favore dell’autorialità: “Lo scrittore smuove l’asse terrestre, diffonde una lebbra che non dà scampo, intercetta verità aeree e nascoste, nasconde tra le parole le chiavi dello spirito…”, ma il momento è bruciante: a Babelplaz vengono ammassati e dati alle fiamme, infatti, 20.000 volumi: “Brucia Gorki. Si incenerisce Proust. Incarbonito Dos Passos. Combusto Hemingway. Evapora Einstein. Ridotto a brace Freud. Incendiato Gide. Avvampa London. Arde Schnitzler. Si ustiona Mann. È corroso Zola… ” (p. 259). Poi, visto che “ogni rivoluzione divora i suoi figli” (pag. 277), la notte dei lunghi coltelli pone fine all’esistenza delle SA e sancisce l’ascesa delle SS. Il 2 agosto 1934 muore il Presidente Hindenburg e il Cancelliere Hitler ne approfitta per avocare a sé anche la carica di Presidente. 

Nel 56° capitolo un tenero omaggio al cinema. Hitler chiede di poter visionare il massimo successo di botteghino inglese “Un Lupo Mannaro a Londra”. Da un lato se ne dichiara annoiato, dall’altro ne è indotto a stringere, il 19 aprile 1935, un patto segretissimo con l’Inghilterra, che gli consenta di riarmarsi e ripristinare la flotta. Chiarisce il Narratore Onnisciente: “Hitler non è il lupo mannaro. Nessun lupo lo ha morso. È lui che morde. È lui che contamina. Il lupo mannaro è il suo esito, non la sua origine”. 

I giudei, frattanto, proliferano come topi e come topi è diventato improcrastinabile, a quel punto, avvelenarli. Sono i cospiratori dell’universo. Se non si corre al più presto ai ripari, la loro supremazia convertirà il pianeta in una landa desolata in cui non ci sarà più scampo per l’uomo bianco, come ribadisce a ogni missiva l’amico americano Henry Ford. È il 15 settembre 1935. E se “l’ebreo non è un uomo” (pag. 312) tanto vale emanare le leggi di Norimberga.   

“Infamia: tu ti condensi qui, tu prendi corpo qui… Infamia, insetto vorace, inizia il tuo pasto. Nutri il tuo feto oscuro, dàgli il nome che attende: Orrore”, inveisce il Narratore Onnisciente alle pagine 313-314. 

(4)

La strinatura è la “bruciacchiatura, specialmente di un tessuto, provocata dall’esposizione a una temperatura eccessiva: una s. da ferro da stiro” (http://www.demauroparavia.it/115973 ). Tensione e odore di metallo strinato si avvertono, appunto, ad Aquisgrana all’inizio del capitolo 59°, dopo che Hitler ha ordinato di occupare militarmente la Renania. Il generale Von Blomberg azzarda un preoccupato: “La prego, ritiriamoci”, ma Hitler “batte i pugni sul tavolo, compie un saltello per la foga, urla ‘No, no e poi no!'” e Von Blomberg ne resta  comprensibilmente impressionato. Quando, infatti, Hitler “è preso dalla sua furia” – spiega il Narratore Onnisciente-, “si trasforma. Quella possessione spaventa”. A farlo incazzare ancora di più pensa il nero James Cleveland Owens, che alle XI Olimpiadi di Berlino vince ben quattro ori: salto in lungo, 100 metri, 200 metri e staffetta 4 x 100. E ‘tte credo!: “Le deità Yoruba hanno forgiato il suo corpo reattivo, imprendibile, perfetto”. Hitler abbandona lo stadio prima di dovergli stringere la mano. Nell’aprile del 1937 la Germania utilizza il fosforo bianco, potente aggressivo chimico, nella guerra di Spagna. Velocissimi bombardieri tedeschi forniscono a Pablo Picasso lo spunto per un tragico dipinto: “Guernica”. A settembre Hitler riceve Mussolini a Berlino e ce la mette tutta a impressionare anche lui, tanto che “il duce si riduce” (pag. 340). Nelle vicinanze dello stadio olimpico la spianata è gremita. Vi si sono ammassati più di due milioni di tedeschi, smaniosi di assistere all’evento. Il Duce prende la parola e attacca: “Sono qui per dare una prova di solidarietà aperta e netta alla rivoluzione nazista”, ma una subitanea tempesta si abbatte su Berlino e di colpo i due milioni di manifestanti si disperdono ed “evaporano a contatto dell’acqua” (ci si crederebbe?). Mussolini “resta da solo sul palco, fradicio fino alle ossa, muto”. A pag. 345 Hitler chiarisce al cacadubbi Von Blomberg che gli è venuta una voglia pazza di incrementare “il benessere del nostro popolo” affrontando il problema “dello spazio”. Cosa? In che senso? Per esempio annettendo l’Austria e invadendo la Cecoslovacchia, tanto ormai lo sanno tutti che il diritto è del più forte. Poiché Von Blomberg tentenna, Hitler – il “rettile che è volpe che è lupo” – ne organizza le spontanee dimissioni per assumere egli stesso il comando delle forze armate. Per maggiore sicurezza, nel capitolo 65° si reca nella stanza del tesoro del Palazzo Reale di Vienna e solleva la teca contenente uno dei chiodi usati per la crocifissione di Cristo, sperando in tal modo di acquisire straordinari poteri di invincibilità, come da leggenda. La legge per l’Anschluss inizia con queste parole: “L’Austria è una provincia del terzo Reich tedesco” e a quel punto Hitler non vede l’ora di farsi abbracciare dalle folle entusiaste, perché, spiega il Narratore Onnisciente, “la folla è la copula, e niente per l’umano e il disumano è più potente della copula, del suo magnetismo animale. Niente nell’umano è più potente dell’animale” (pag. 357). Tale Inno alla Copula è poi attenuato a pag. 382 dalla considerazione hitleriana: “L’amore non esiste. Lo sfregamento dei corpi è un’attività da scimmie”.

Nel capitolo 66° vediamo il nostrano Mussolini prendere parte alla Conferenza di Monaco in una mise che non convince il Narratore Onnisciente: indossa, infatti, “una divisa intatta, da manichino. È plastica. È poliestere slegato da ogni contesto” (p. 359). Ma l’ululante popolo tedesco esige territori. Se a pagina 184 avevamo letto: “la fame spinge il lupo fuori dal bosco”, adesso, a pag. 361, dobbiamo fare i conti con la variante “il lupo spinge la fame fuori dal bosco”. Hitler ordina che il terrore regni e dilaghi ovunque, prima in Germania, poi in direzione Praga. Qui Genna avverte: “Lettore, preparati all’orrore. Preparati al buco nero, a toccare il non umano…”. (A me, a dire la verità, piace di più la risposta di Moni Ovadia alla ricorrente domanda “Dov’era Dio ad Auschwitz?”: “Dio non lo so. Di sicuro c’era l’uomo!”.) A pagina 368, nel corso della notte dei cristalli, un vecchio rabbino cade in avanti. Gli incisivi saltano, ma Genna ne approfitta per un effettaccio pulp: “l’incisivo sinistro rimane attaccato per il nervo”. Le sinagoghe sono roghi. Due pagine dopo “il buco nero è già spalancato”. Nel marzo 1939 la Slovacchia, per una sordida macchinazione di Hitler, conquista l’indipendenza, il che induce il Narratore a protestare: “Quando metteranno fine a queste mistificazioni velenose?” (p. 373). Quattro pagine dopo il presidente ceco Hácha è colto da un coccolone davanti a Hitler. Affinché possa firmare la resa di Praga, viene prontamente rianimato con un’iniezione dal dottor Theodor Morell (non bellissimo, dato che ha il “colorito verdastro e brunito e i denti sporgenti gialli di dentina”). Dopo che l’ha fatto, l’euforia di Hitler è così descritta: “Salta, spalanca la porta della sua segreteria, abbraccia e bacia le sue segretarie: «Bambine mie! Questo è il giorno più importante della mia vita! Passerò alla storia come il più grande dei tedeschi! La Cecoslovacchia non esiste più!» e le sue ‘bambine’ ridono, applaudono”. Il Narratore Onnisciente coglie l’occasione per definire Hitler “il più grande attore del suo tempo”, ancorché posseduto “dall’antico terrore di annoiare il pubblico”. Ma la recitazione, si sa, è finzione, e se qualche riga più giù Hitler snocciola “L’ebreo è un insetto, la termite che ha figliato con lo scorpione, il bacillo che avvelena il sangue e sale al cervello e ne altera la lucidità, la febbre del mondo, la patologia da debellare”, il Narratore Onnisciente non manca di osservare: “Non è vero: lo dice, ma sa che non è vero. L’ebreo è umano, è un avversario umano. Va sterminato fingendo che sia una variante delle scimmie”. “Il mondo – incalza Hitler – prolifererebbe di agenti patogeni che mirano all’estinzione della specie. Il popolo eletto è eletto ad accelerare la fine. Il popolo eletto desidera un Dio storto, deviante, che predica l’odio verso l’umano sano, l’umano che farà sopravvivere la specie. L’ebreo è l’agente della fine” (pp. 382-83).

Seguono varie antinomie e bipolarità: “Lui [Hitler] è in grado di essere tutto e chiunque: perché in realtà è nessuno”, “lui appare: non è”, “Questo non essere è apparso all’umanità e ritiene di essere, di realizzare la sintesi tra Cesare e l’Onnipotente”. E quando Hitler si ritira a meditare in vetta al monte Kehlstein, anche lassù, a quota 1837 metri, di colpo “una zampata indicibile rimbomba sulla vetrata del Nido d’Aquila”. È quel rompicoglioni del lupo Fernir, naturalmente, che spalanca le fauci e gli lascia intravedere cumuli di cadaveri e città in fiamme. Da un lato Hitler se ne spaventa, dall’altro non ha nessuna voglia di rivedere i propri progetti…

Il riflettore si sposta adesso su Acciaio (in russo “Stalin”), la cui “partita a scacchi con il pianeta è lenta e meccanica e sicura”. Il ventre russo, infatti, la patria del bolscevismo, è stato “inseminato dalla cospirazione giudaica”. Acciaio sostituisce il ministro degli Esteri, che è ebreo, con il cauto Molotov e promette a Hitler di non attaccare la Germania, caso mai gli venisse in mente di invadere la Polonia. Con la firma di un patto segretissimo per la spartizione dell’Europa Orientale, infatti, “il lupo si è fuso con l’acciaio” e “niente e nessuno può fermare la bestia bicefala che esce da quell’innaturale accoppiamento” (p. 386), anche se, quattro pagine dopo, “la bestia bicefala si contrae: una testa osserva l’altra. Attendono prima di divorarsi a vicenda”. Una sera, seduto sul bordo del letto in un “pigiama lindo, privo di pieghe”, Hitler sente che questa vittoria è la sua sconfitta, perché la guerra sarà mondiale e la Germania dovrà battersi su due fronti. Ciò nonostante, alle 5 e 45 del 1° settembre 1939 la sua macchina bellica supera il confine con la Polonia, così segnando “l’inizio, nuovamente, di una nuova fine” (p. 394). A pag. 400 Hitler è definito “l’husky umano che usma [usmare = insospettirsi n.d.r.] la sua fine, la cerca”. Quando a Pozna il capo distretto nazista fa rastrellare le prostitute, il Narratore Onnisciente osserva che esse “assolvono funzioni arcaiche”.  Rispetto ai polacchi, Hitler ha già dei progetti: nel corso di una cena nella residenza della sede governativa, infatti, annuncia che “dovranno essere gli schiavi del Reich tedesco”. Nessuno batte ciglio, anzi “tutti annuiscono, le dentature triturano e riducono a bolo pezzi di fegato fritto” (così la ricostruzione storica a pag. 404). In fondo alla stessa pagina i lettori sono invitati a interrompere la lettura del romanzo: “Fermate, vi prego, lo sguardo. Non proseguite. La lettura è colpa”. Colpevolmente, tuttavia, ogni lettore prosegue, immaginando trattarsi di un mero artifizio letterario, al pari di quando Genna, a intervalli irregolari, esorta: “Osservatelo mentre…, guardate la sua testa…” eccetera. Su Oslo, improvvisamente, l’aviazione tedesca “eiacula paracaduti bianchi – piccoli, bianchi, sembrano spermatozoi”. Cercano, infatti, “l’ovulo norvegese. Lo fecondano”. A pagina 411 ci imbattiamo nella frase “Ciò che è macabro è sempre eufemistico” (p. 411), che anticipa la più imbarazzante “L’eugenetica è eufemistica” della pagina successiva, quella che ha indotto Antonio D’Orrico a osservare sul Corriere della Sera: “Non sarebbe stata più bella – la butto là – ‘l’enigmistica è mistica’?”:- ) .

Sempre a pagina 411 apprendiamo che dei 25.000 bambini concepiti all’interno delle cliniche Lebesbern  con tecniche volte a fornire materiale umano razzialmente puro (= facendo trombare scelti machi delle SS con altrettanto scelte stangone norvegesi)  (“Piccoli ariani crescono”, celia Genna), Anni-Frid “Frida” Lyngstad diventerà la cantante del gruppo pop Abba. (“Quante vittorie postume vogliamo garantire, tu che leggi e io che scrivo, allo zero umano di cui si racconta qui l’indegnità?”, domanda Genna alla fine del capitolo 75°).

Qualche generale tituba, ma il Führer no. Caduto il Lussembrugo, la Wermacht punta alle Ardenne. Il Duce, che “vuole fare la storia anche lui”, il 10 giugno 1940 entra in guerra contro Parigi al fianco della Germania. A pag. 421 riaffiora il tormentone “Hitler non è mai: appare”. Seguono la battaglia d’Inghilterra, la coventrizzazione di Coventry, la messa a punto dell’operazione Barbarossa e il Patto Tripartito tra Germania, Giappone e Italia. “Nessuno profferisce [di rigore la doppia effe, n.d.r.] l’esempio di Napoleone” (p.444). Il maldestro Mussolini continua ad aprire fronti senza – mai una volta che sia una! -riuscire a disincagliarsene. Al Führer tocca spedirgli truppe di soccorso dappertutto, in Africa, in Grecia, in Albania…

Esplode infine, in tutta la sua drammaticità, la guerra contro l’Unione Sovietica, definita “la lotta apocalittica di lui, Adolf Hitler, il diseredato idiota della Männerheim, contro il popolo ebraico. La vede così, la sente così” (p. 461). E Genna: “Tu che leggi, entra con me nella stanza buia [variante del buco nero, n.d.r.]. Dietro l’uscio che apro, trionfa l’accecante disumano”. E alla fine del capitolo 86°: “Babi Yar, solleva la mia preghiera nel vuoto dei cieli. Annulla il rombo dei bombardieri. Che il mio grido si assottigli, invisibile, ultrasonico: raggiunga chi legge queste parole”. (Purtroppo per Genna, devo dire che – secondo me – l’intento si perseguirebbe meglio senza insistere con tali retorici inviti…).

Il capitolo 89° è quasi interamente occupato da un lungo monologo del lupo Fenrir, che, dopo essersi intrufolato in un incubo del Führer, pompa frasi del tipo: “Niente resta. Resta ciò che è… Tu non sei: tu appari… L’Occidente progetta nel vuoto, ritenendo che ciò che è vuoto sia niente. Invece, ciò che è vuoto anzitutto è… Tu non sei determinato da pratiche sessuali: anche altri le compiono… Lo sterminio è illusione… Non sei stato, non sarai… Tu fai il male sapendolo… Non sei metafisico, non sei…Tu sei niente…” (eccetera). Il tutto con voce impostata alla Carmelo Bene. Francamente eliminerei l’intera gigionesca performance.

Epica solitudine di Hitler, dicevamo. Ma epica solitudine anche di Stalin, sotto la cupola del Cremino: “Tutto il governo è fuoriuscito dalla capitale. Lui soltanto è rimasto: il padre titano che feconda la patria” (p. 483). Ciò che non fanno i russi, oltretutto, lo fa l’inverno… Il 7 dicembre del 1941, a sorpresa, l’attacco giapponese alla base navale americana di Pearl Harbour, nelle Hawaii, provoca 3.405 morti, migliaia di feriti e l’intervento nella seconda guerra mondiale degli Stati Uniti, “che dispongono di un’arma di potenza insuperata”. La feroce battaglia di Stalingrado segna la prima grande sconfitta militare della Germania nazista. Obbedendo alle direttive del presidente Roosevelt, Walt Disney realizza tre cartoon propagandistici. In uno di essi una voce fuori campo scandisce: “Tasse contro l’Asse!… Grazie a Hitler le tasse non sono mai state così alte. Ma vanno pagate per consentire all’America di vincere la guerra” (p. 495). “La vincerà davvero?”, si chiede incuriosito il lettore. Niente spoiler, per il momento. Lo sapremo alla prossima puntata… 

(5)  

Dopo lo scherzetto del “Generale Inverno”, il Führer sviluppa una comprensibile forma di chinofobia [disgusto fobico per la neve, n.d.r.]. Goebbels lo trova invecchiato in maniera sconcertante, ma forse è solo “l’inizio della fine che prepara un altro inizio”. Il Führer va a trovare Eva Braun a Berchtesgaden. L’aria è di nuovo strinata (pag. 501) ma, vacca boia [ero tentato di dire “porca Eva!”:-), nd.r.], nevica anche lì. Con tutto quel bianco, va in bianco anche Eva Braun, perché il Führer gira i tacchi e abbandona il luogo in gran fretta.   

Fatti due conti, al Führer risulta che in Europa ci siano ancora ben undici milioni di ebrei da eliminare. Undici milioni. Un bel grattacapo davvero, dato che “la soluzione via emigrazione non risulta più praticabile”. Come se ciò non bastasse, soffre anche di una fastidiosissima carie. Il 2 febbraio 1943 Stalingrado è sovietica. “La città di Stalin è di Stalin”, ironizza il Narratore Onnisciente,  e aggiunge: “Qui la guerra capovolge i suoi destini… Da questo istante, ovunque Hitler viene sconfitto” (pag. 522). Caduta Stalingrado, cade anche tutto il resto, non ultima El Alamein. 

Quando rientra a Rastenburg il Führer è irriconoscibile: 1) ormai “invecchia di cinque anni ogni anno” [sic]; 2) è curvo e gonfio; 3) il suo colorito è giallastro; 4) si nutre soltanto di una purea di patate e coste bollite prescrittagli dal detestabile dottor Morell. “Hitler – sintetizza a pag. 529 il Narratore Onnisciente – fa sempre più fatica a mascherarsi da Führer”, vive un po’ il dramma di Gloria Swanson in Viale del Tramonto, ma quando quell’ubriacone di Churchill osa definire l’Italia “il ventre molle d’Europa” si scuote dal torpore e alza minaccioso il pugno: “Il Duce va protetto!”. Lo stesso Genna pare mosso a compassione: “Guardate il Duce – commisera. – Il volto è scavato, giallognolo. Ha passato i sessant’anni, le sue occhiaie da incubo sembrano torba. Sembra uno stivale consumato. La sua nuca rasata a zero è appuntita. Il suo mento è abbassato, smagrito. Questo era l’uomo spavaldo, l’uomo che aveva in mente di emulare Cesare… è il duce che non conduce più” (p. 537). Insomma, tra tutti e due, Duce e Führer non offrono certo un bello spettacolo di sé.

Gli Alleati, frattanto, sbarcano in Sicilia e l’8 settembre si avvicina. Il Führer obbliga il Duce a una residenza sul lago di Garda, di cui Genna ci fornisce il seguente flash: “È sul divano disteso, il capo smagrito sulle cosce di Claretta. Sua moglie vada affanculo. Questo è l’amore. L’amore alla fine della morte che ha imposto al suo Paese. L’amore prima della morte” (pag. 539).  

A questo punto (siamo a pag. 543), l’autore inserisce un intermezzo di una ventina di pagine intitolato “Apocalisse con figure” (1941-1945): florilegio di significativi spezzoni su eccidi di ebrei, pagine di diario e altri materiali tesi a far vibrare alta la commozione di chi legge, più una “Istruzione per tutti gli scrittori”. Questa: 

“Sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca [perché ‘cieca’? Boh!, n.d.r.] è osceno. Maledizione su di lui” (p. 553).   

Che cosa obiettare, se non che a pagina 623, proprio nel finale, si incappa in una raccomandazione di segno apparentemente opposto?: “Sii il maledetto e non colui che maledice”. Ha fatto dunque bene o male, Giuseppe Genna, a maledire chi non compie la suddetta opera di testimonianza cieca? Boh! 

A pag. 562 la narrazione riprende, ma ormai è tutto un precipitare di eventi. Il Führer non esce più all’aperto e conduce vita malsana. “È dal 1941 che non si mostra in pubblico. Nessun comizio. Ha sospeso le visite al fronte. Elabora una guerra mentale”… “Non si pente di niente. Delira. Immagina ancora nuove espansioni. La sua corte è infida. La solitudine in cui si è proiettato fa esplodere conflitti in tutta la gerarchia” (pag. 566). Nel giugno 1944 americani e inglesi “sbarcano a centinaia di migliaia. Sembrano insetti, pulci di mare, se visti dall’alto… ” [ma dall’alto le pulci di mare non si vedono, n.d.r.]. Dove siamo? In Normandia, naturalmente. È arrivato il D-Day…. 

A pag. 582 Mussolini, sconfortato, si chiede quali siano le armi segrete a cui qualche tempo prima il Führer gli ha accennato: le armi che dovrebbero rovesciare le sorti della guerra. (“Metà dell’arma è il razzo V2″, ci dice in un orecchio il Narratore Onnisciente. “Sulla seconda metà, il buio è fitto.” [Non è chi non pensi all’atomica…, n.d.r.]

Nell’ottobre 1944 Hitler scampa a un attentato. I suoi pantaloni sono ridotti a brandelli, ma lui sopravvive. “Questo è un miracolo… La Provvidenza mi protegge!”, esclama. E il Narratore Onnisciente: “Quell’uomo non è un uomo”.   

Un pesante raid aereo su Dresda provoca duecentomila morti e la distruzione pressoché totale della città. “Siamo, tutti, insetti in un blocco d’ambra”, ci ricorda Genna. Il Führer, un tempo impeccabile, è ormai vistosamente trasandato: “La pelle cadente, i lineamenti del volto gonfi, le occhiaie incavate sempre più livide. Si muove lungo le pareti del bunker ingobbito, serpeggiando stranamente tra una parete e l’altra, come se cercasse appigli. I capogiri lo sbilanciano… Non cammina, si trascina” (p. 602-603). Mi viene in mente la mia poesia “Dicono che posi“:

«Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani… »

Arriva l’ultima notizia: il Duce è stato ucciso, e con lui la sua amante Clara Petacci. “Al momento i loro corpi penzolano a testa in giù da una trave di una stazione di benzina nella periferica piazza Loreto a Milano” (pag. 611). Il Führer accelera i preparativi. “Divora sconciamente l’ultimo pasto: lasagnole al ragù [alla faccia del dottor Morell!, n.d.r.]. Le labbra sono unte” (pag. 612), e così combinato sposa Eva Braun, per farla decedere, se non altro, come Eva Hitler. Le fiale di cianuro sono pronte in bell’ordine, nell’astuccio di pelle fornito da Himmler. Il cane Blondi viene suicidato per primo. La sostanza cianica diffonde attorno un intenso sentore di mandorle. Nel pomeriggio del 30 aprile esplode lo sparo. “Il Führer ha la tempia sfondata dal colpo, la fiala tra le labbra scurite. Sulle labbra di Eva, i frammenti di vetro della fiala”. I cadaveri vengono gettati nel fango del giardino del bunker collegato alla Cancelleria e irrorati di benzina. Bruciano. I sei bambini sono stati addormentati con un sonnifero da Magda, la moglie di Goebbels. Al figlio di primo letto ha scritto: “La nostra meravigliosa idea va in rovina. Il mondo che verrà dopo il Führer e il Nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto. Per questo ho portato via anche i bambini. Sono sprecati per la vita che verrà dopo di noi” (pag. 613). Magda infila loro le fiale di cianuro tra i denti. Goebbels attende fuori della porta. Quando ha finito, si trasferiscono insieme in giardino e si guardano. Goebbels le spara, Magda muore sul colpo. Poi si punta la pistola alla tempia. Muore anche lui. Fuori, tutta Berlino brucia. 

Il romanzo col frego tirato sopra, ormai, volge al termine. A pagina 616, in un ultimo sussulto, l’autore allude allo “scandalo di una sacralizzazione postuma” della persona-non persona [ma taaaaaaanto personaggio, n.d.r.], lo scandalo che “lo scrittore cerca di demolire. Questo scandalo. Questa mitizzazione postuma. Esorcismo su chi pratica la memoria di lui come mito”… 

La sensazione maliziosa, a dire il vero, è che Genna voglia quasi mettere le mani avanti, come a dire: “Dopo questa precisazione, voglio proprio vedere chi oserà accusarmi di aver in qualche modo sacralizzato la figura di Hitler!” 

Eppure l’accusa, in realtà, non sarebbe del tutto peregrina, con ’sto insistito martellamento sulla persona non persona, sull’uomo-lupo divorato dal lupo Fenrir, e vari altri ingredienti epico-declamatorii… ma lascio ai critici di professione l’ardua sentenza e mi guardo bene dal praticare esorcismi di sorta. Mi preme, tuttavia, un CHIARIMENTO: 

nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un’attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell’acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente sottomettere e tenere in scacco… Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona:-/ . 

Il capitolo conclusivo, “Postmortem”, si svolge, sì, nel senzatempo, ma non nel senzaluogo: siamo, infatti, a Hiroshima, sulla scena della bomba. Hitler, uscendo da sé,  ha visto il proprio corpo che bruciava. Sa di essere lui, ma non riesce a vedersi. Ha accanto la sagoma confusa di un cane enorme… il lupo Fenrir, naturalmente. Per l’ultima volta, nel gran finale, il mitologico animale spalanca “le fauci maleodoranti”. La bava si riversa copiosamente e frigge sul cemento polveroso che scotta, indi evapora. Più consolatoria, per fortuna, un’altra visione: “A uno a uno, sei milioni, uno a fianco dell’altro, aurei, luminosi, i Santissimi si innalzano, volano verso il Dio che è Uno” (p. 622). 

Siamo giunti nei paraggi del più genniano dei topoi, il topos del BUCO NERO: la terra cede e Hitler sprofonda in una voragine buia. Mentre precipita, “Fenrir si attacca a lui con i denti, inizia a masticarlo”. E dove Fenrir lo squarcia “ricrescono pezzi di buia carne della sostanza del sogno[ehm…attenzione,  qui pericolo Shakespeare!, n.d.r.]. “Lo divorerà per sempre, cadranno per sempre nel gorgo buio. La terra si richiude sopra di loro… sia lasciato a sé, che non esiste. Sia lasciato.” 

A pagina 623, in corsivo, un’omiletica battuta finale: “Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di essere stato creato. Sii il maledetto e non colui che maledice”.  

P.S. Ciao, Giuseppe Genna. Hai scritto un libro importante e ambiziosissimo, certo, anche se – nella mia tronfia opinione – non perfetto. Forse avresti dovuto lasciarlo decantare un po’  più a lungo, asciugarlo di certi svolazzi retorici… Oppure, semplicemente, non sono io il target giusto per una simile rivisitazione della figura di Hitler. Comunque non prendertela per le mie angelinate, o certe mie pignolerie, perché, come ho cercato di chiarire ieri nella sezione commenti a un altro famoso Giuseppe della Rete (l’esecratissimo Iannozzi, che mi segue da lungo tempo come un affettuoso cucciolone Fenrir nei miei vaniloqui webbici), in fondo qui sei solo su 

                            CAZZEGGI LETTERARI!. 

P.P.S. Dubito fortemente che in www.giugenna.com mi riserverai gli stessi onori tributati al mio collega vibrisselibraio Demetrio Paolin, che si è cimentato nell’analisi dello stesso romanzo . Ahi ahi, che rosicume! Ahi ahi, che gelosia:-))))))))

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Da “Cazzeggi Letterari” del 12 marzo 2008

Visitando il sito di Giuseppe Genna (www.giugenna.com ) ho scoperto due cose:

1) che ha il pc rotto per cui nemmeno volendolo potrebbe riprendere la mia dolente rece in cinque puntate sul  romanzo con il frego tirato sopra   (comprare un altro pc di scorta per le emergenze no, eh?);

2) che ha avuto un piccolo scontro con il critico letterario Giuseppe Bonura (dell’Avvenire), il quale così si è espresso:

«MA SI POSSONO FARE ROMANZI SUL FÜHRER?

“… il culto di Hitler viene tenuto ancora in vita, purtroppo. E più se ne scrive e più viene tenuto in vita, anche se se ne dice peste e cor­na, naturalmente. Perché? Perché il Male assoluto respinge ogni argo­mento in contrario, anzi lo trasfor­ma addirittura in un evento positi­vo. E poi c’è la sua prosa. L’eccita­zione del suo stile non solo non de­molisce il mito di Hitler ma lo rafforza (involontariamente, si ca­pisce). La metafisica del Male è ma­teria teologica. Non fa per lo scrit­tore, il cui compito è lo svelamento della concretezza sociale del Male. E per finire: lei non sarà uno scrit­tore da bestseller, ma la scelta del te­ma è oggettivamente mercantile, dato il contesto di cui sopra. Un cordiale saluto, Giuseppe Bonura.”» (Giovedì 28 Febbraio 2008

Ora vivo nel terrore. Se Genna scopre che anche Bonura è di FANO (provincia di Pesaro e Urbino, Marche) come me, mi metterà definitivamente nella lista dei cattivi e non mi vorrà più bene. Checché ne dica Iannozzi, non mi servirà proprio a un bel niente continuare a leccarlo:- )

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venerdì, gennaio 25, 2008

VEZZI DEL WEB: LA FINTA CANCELLATURA

Babsi Jones ha fatto scuola. Adesso un sacco di scrittori, nei loro blog, ogni qualche parola ne mettono una con il frego tirato sopra, come a significare: “Vedete? È tutto talmente fresco e genuino che non ci ho ancora manco avuto il tempo di eliminare le correzioni”. Esempio:

il romanzo Hitler a ‘Fahrenheit’

dedicata al romanzo e all’autore.

 la stesura del romanzo Hitler

leggere questo romanzo per aprire gli occhi

(Scherzo, naturalmente. Sono io, in realtà, che non ci ho ancora avuto il tempo di leggere il romanzo Hitler ):-)

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4 aprile 2008

Da

http://www.giugenna.com/hitler_romanzo/conversazione_con_lucio_angeli.html

 Conversazione con Lucio Angelini sul romanzo Hitler 

Lucio Angelini, eccelso autore per ragazzi e irriverente commentatore sul suo blog “Cazzeggi letterari”, ha costruito una parodia ragionata sul romanzo Hitler. Da uno scambio via mail, visto che si lamentava che non replicavo su questo sito alla sua ricostruzione parodistica, è nata una conversazione, che Angelini ha pubblicato e che volentieri riprendo.

Genna: «Lucio, nientissimo di personale, ma se collochi la presa per il culo nel tuo blog, va bene. Io vorrei un discorso un poco più alto. Preferivo una stroncatura in una puntata, non ha assolutamente senso che io faccia specchio a cinque tuoi post. A me Hitler è costato metaforicamente molto sangue. Non sto a questionare sulle stroncature, anche se avrei da dire sulla percezione della lingua enfatica. Se scrivi una stroncatura seria, figurarsi, te la pubblico immediatamente, come ho fatto con tutte le stroncature! Ma non mi va per niente di scherzare su Hitler. Anche il cappello di Roberto [Wu Ming 1, ndr] lo misinterpreti: Bui sta dicendo che esiste un kitsch enfatico, che è catalogato come umanismo (Wagner), che parzialmente Hitler ha distorto. Ora, esattamente questa cosa, con quale lingua la rappresenti? “La caduta” è un film la cui sceneggiatura era stata scritta da Fest, che ha poi ritirato la firma: è Fest che, dopo anni di studi, per tentare di rispettare Lanzmann, ho usato, proprio perché è il più vicino a una rappresentazione di questo fenomeno. Non è che disdegni le prese per il culo, ma qui mi sconcerta l’assenza di dibattito, e non intendo sul mio libro. Pensa a Littell: dicono o che è brutto o che è bello, ed è finita lì, mentre è un libro che merita la discussione sulla “cosa”, e infatti lo stesso Roberto ci ha fatto praticamente un saggio. Perciò non lamentarti – non contesto in nulla la caricatura, ma non chiedermi di metterla sul sito. Se fai una critica con le categorie di cui disponi, per carità, la pubblico all’istante con la risposta che posso dare…»

Lucio: «Parli di sconcertante “assenza di dibattito”. A dire il vero un po’ di dibattito tra le pieghe della mia miniserie ci sarebbe. Scelgo a caso dalla quinta puntata: “Mi preme un CHIARIMENTO: nella mia personale concezione della STORIA, ciò che mi atterrisce davvero non è tanto la periodica insorgenza di personalità trascinatrici più o meno forti o persino deliranti (e non me ne frega nulla di etichettarle persone o non persone), quanto il fatto che, puntualmente, milioni e milioni di altri individui se ne lascino beotamente soggiogare. Certo, esiste un’attenuante: il sempre efficace ricatto del TERRORE. Ancora oggi bastano poche centinaia di malintenzionati disposti a tutto (a incendiarti il negozio, a scioglierti i figli nell’acido e via discorrendo) perché intere città di onesti cittadini si lascino passivamente sottomettere e tenere in scacco… Lì sta il busillis, secondo me, più che nella non-persona…»

Genna: «Certo che ci sono riflessioni, Lucio, ma un conto è se tu mi opponi, argomentando, che secondo te il libro è sbagliato perché lascia l’ottica sociologica e non mette al centro quello che gli storici chiamano “il problema del consenso”. Altro conto è se queste riflessioni stanno in un protocollo caricaturale, legittimissimo, ma che a me non interessa mettere sul sito. Se questa riflessione critica, che priva di fondamento la prospettiva del libro, fosse più estesa, è un pezzo che sicuramente inserirei, fermo restando che si tratta di due impostazioni diverse, la tua e la mia. A me interessava la specificità metafisica di Hitler a partire dalla teologia della Shoah – è una prospettiva non unica, che chiama in correo gli scrittori, invitandoli a fornire altre prospettive rappresentative. Non è mancanza di rispetto nei tuoi confronti, ti sono grato per avere letto il libro e per avere espresso un giudizio. Ciò che mi preme non è però me o il mio libro o la mia scrittura, ma il fatto che di Hitler la letteratura se ne è fregata. È la “cosa” che mi interessa. La domanda che ti farei, a partire dalle tue considerazioni, è: dunque non esiste nulla di specifico che distingue Hitler dagli altri carnefici della storia umana?»

Lucio: «Dici che la letteratura se ne è fregata di Hitler. In realtà la letteratura sulla Shoah è amplissima: contano i milioni che hanno sofferto, appunto, e i milioni che hanno taciuto o assecondato. Il ruolo “Hitler” può essere interpretato da chiunque, magari su scala semplicemente famigliare (Olindo & Rosa), se appena appena la luce della ragione, o del Superego, si spegne: l’importante è che aumenti il numero delle persone di buona volontà disposte a vigilare sulla volontà di dominio di certi singoli. Alla domanda se non esista nulla di specifico che distingua Hitler dagli altri carnefici della storia umana rispondo che, secondo me, di specifico ci sono soprattutto le condizioni storiche in cui egli ha potuto operare e l’ampiezza della fascinazione collettiva di cui ha potuto giovarsi. Il problema, ripeto, non è mai una singola NON PERSONA, che può ucciderne dieci, cento, due milioni (Pol Pot), sei milioni (Hitler), sedici milioni (Stalin), e via discorrendo, ma la capacità di controllo che INTERE MASSE di sedicenti PERSONE possono esercitare nei confronti dell’onnipresente tensione superomistica (sentirsi come Dio e bla bla bla)… »

Genna: «Questa a cui accenni è la posizione storicista: perché non è mai stato scritto un romanzo su Hitler in questa prospettiva? La nozione di “non-persona”, a mio parere, ha fondamenti e implica retoriche fastidiose (per esempio, la mimesi non identificativa rispetto a Hitler: l’utilizzo del kitsch desunto dalla cultura occidentale, cioè la maschera verbale dietro cui si nasconde il nulla). Per me il problema è che una specificità in Hitler c’è: nessun carnefice, prima, ha pensato di annichilire TOTALMENTE un popolo additandolo come “fuori dell’umano”. Ciò che Hitler porta con sé è una volontà di nulla che, come vedeva Fackenheim, è in linea con il percorso dell’Occidente. Sono due prospettive diverse: per te il carnefice diventa il contenitore proiettivo e il catalizzatore delle masse che si fanno esse stesse carnefici (Littell è perfetto in questo); a me, qui, interessava proprio quel catalizzatore, cioè cosa sia questo catalizzatore. E perché questo catalizzatore, in forma di Mito del Male (nozione peraltro metafisica), è questo catalizzatore e non un altro (penso a Mann che si attendeva l’Olocausto, ma in Francia). Le masse si muovono, lui è storicamente congelato. Studiarlo è impressionante: le stesse parole sempre, sempre le stesse formule, dall’inizio alla fine, mai l’amore, l’empatia. Questo trapassa: il mondo, oggi, è per me espressione di una vittoria postuma di Hitler. Ma è UNA prospettiva, che non si pretende assoluta e unica. Il problema mi slitta dunque sul piano retorico. Eliminata la soluzione mitologica (poiché l’uso di Fenrir è consapevolmente ironico: non c’è il Ragnarok, non c’è il Grande Inquisitore, non c’è il Demone che invade Hitler: c’è la parodia di tutto questo, Fenrir è parodistico), io ho provato la mimesi, che di solito porta all’identificazione tra lettore e personaggio. Quindi, per me, ma solo per me, il risultato si misura su questo: Hitler esce accresciuto o no dal libro? Ne esce mitologizzato? Oppure è diminuito? Non è questione estetica, è questione retorica, cioè psichica, che è ciò che ho tentato tra molti tentativi che si potevano fare…»

Lucio: «Domandi: “Perché non è mai stato scritto un romanzo su Hitler in questa prospettiva?”. In realtà, romanzi con Hitler sullo sfondo ce ne sono eccome, ma trattandosi di personaggio storico recente, poco si presta alla fictionizzazione. C’è ben poco da favoleggiare su certi personaggi. Meglio accumulare saggi o testimonianze o DOCUMENTI REALI per qualche decennio ancora. Dici, inoltre, che nessun carnefice, prima di lui, ha pensato di annichilire TOTALMENTE un popolo additandolo come “fuori dell’umano”. Ti ricordo che da sempre la tecnica del CAPRO ESPIATORIO consiste proprio nel porre fuori dall’umano o dalla collettività “buona” il portatore (individuale o collettivo) del Male. Nel Cacciatore di Aquiloni, per fare un esempio letterario recente, il ragazzo hazara non deve contaminare il suo amico afgano pashtun… Affermi che Hitler porta con sé una volontà di nulla. Più che di nulla, a me risulta che portasse con sé una volontà pangermanistica. Quanto alle masse che si fanno esse stesse carnefici, per par condicio, avresti dovuto chiamarle non-masse… Non sono d’accordo, infine, nel definire il mondo di oggi “espressione di una vittoria postuma di Hitler”. Il mondo, secondo me, evolve molto lentamente e in maniera non sempre lineare. Spesso, anzi, involve… Sull’uso “consapevolmente ironico” o “parodistico” di Fenrir, aggiungo che, se di ironia si tratta, mi pare la colga solo tu. La scelta che balza agli occhi di tutti è quella di un registro pericolosamente epico-alto e nient’affatto ironico. Mi chiedi, infine, se a mio parere Hitler esca accresciuto o mitologizzato. Ebbene, direi proprio di sì… anche se la sua storia ha una morale positiva. Insegna, come da proverbio, che “chi troppo vuole, alla fine nulla stringe”.»

Genna: «Ecco, queste sono legittimissime opinioni circa il testo. Non è vero che la parodizzazione della spiegazione mitologica la colgo solo io: altri lettori la colgono o l’hanno intercettata. Se il Lupo deputato all’Apocalisse non entra o invade o riempie di male il bambino Hitler, ma dice che si riempirà di lui, questo rovesciamento non può non essere parodistico, ma proprio secondo leggi retoriche.»

Lucio: «Mi pare che l’ex bambino Hitler si riempia di male comunque, se non erro… »

Genna: «La retorica epico-alta è esattamente la maschera enfatica del nulla che abolisce l’empatia. Ciò che accadeva nei discorsi, che molti tacciarono come “ipnotici”, di Hitler stesso. Essa spezza l’empatia e la sostituisce con il condizionamento. Per questo, per andare in mimesi, ho utilizzato una resistenza interna, che sono le ripetizioni che stancano, che annoiano. Comunque, se non è còlto, non è còlto.»

Lucio: «Da che mondo è mondo, l’assassino se ne impipa dell’assassinato. La storia del rimorso o della pietà per le vittime è una vecchia panzana. Guarda con che empatia le autorità cinesi seguono attualmente la lotta dei tibetani… »

Genna: «Altra cosa. Tu vedi Hitler mitizzato, altri lettori lo vedono come un cretino, a parte i dieci anni di geniale andreottismo parlamentare.»

Lucio: «Ma quale cretino! Parlerei piuttosto di “lucida e organizzatissima follia”.»

Genna: «Le reazioni al libro sono molto diverse, a dire il vero. Gran parte dei lettori che mi hanno contattato via mail o che ho sentito dal vivo non hanno ricavato la percezione tua o di Bonura o di Andrea o di D’Orrico. Sulle non-masse: la non-persona non è una nozione esportabile così, sul piano quantitativo. Ripeto: il tuo piano di lettura è storicistico, e io mi auguro che escano romanzi che impegnano questa prospettiva; il piano intenzionale mio è metafisico… »

Lucio: «A tratti anche patafisico… »

Genna: «… ma non mi aspetto, qui e ora, che si realizzi cosa sia la metafisica, prassi interiore che è stata tradita dal decadimento dell’interpretazione e dalla cristallizzazione interpretativa, da Kant in poi. Ti dico, Lucio: le due posizioni sono diverse, e come non c’è oggettività in ciò che intendo, così non c’è oggettività in ciò che percepisci.»

Lucio: «Che non ci sia oggettività in ciò che percepisco va senza dire.»

Genna: «Autore e lettore si spartiscono la responsabilità dell’atto di abbraccio testuale, a mio modo di vedere. Poi il tempo dirà se un libro aveva o meno una capacità veritativa.»

Lucio: «Diamo, dunque, tempo al tempo. A proposito, posso riportare questa chiacchierata chiarificatrice nel mio blog? Se ti secca, non fa niente.»

Genna: «Lucio, a me va bene – ma se tieni il tono serio delle osservazioni che mi hai fatto e non mi fai le battute tipo “metafisica/patafisica”. È esattamente ciò che mi è sembrato tremendo del pezzo di D’Orrico. Si parla di Hitler: la tua posizione è fondatissima, assai supportata da molta storiografia e hitlerologia, io credo che sia utile fare vedere i limiti del libro ed esprimere dissenso. Credo tuttavia che lo si debba fare in modo serio, dato l’argomento, dati i milioni di morti. Circa l’empatia: io credo che il fatto che Hitler per primo abbia concepito la Bomba e gli americani l’abbiano tirata abbia fatto compiere alla nostra specie un salto ontologico. Un conto è l’empatia tra carnefice e vittima, un altro è toccare gli assoluti di quella che Heidegger chiamava “metafisica della tecnica” (ciò valga anche per la fordizzazione dello sterminio nei campi). Sui tibetani, mi sorprende la tua posizione rispetto a questo: stiamo parlando di una tradizione metafisica che va a evaporare. A mio parere è proprio la malattia dell’Occidente: non si capisce più cosa sia l’attività metafisica, la si elimina, si pensa sia filosofia. Perfino Heidegger, a mio parere, sebbene parli correttamente dal punto di vista della tradizione filosofica moderna di metafisica, non coglie il punto: la metafisica è una prassi operativa interiore, che può appoggiarsi a simboli o meno. Quando la politica si innerva nella metafisica, succede un disastro – sempre. Ma il discorso sarebbe davvero lungo, come immagini.»

Lucio: «Sostieni che la bomba abbia fatto compiere un salto ontologico alla nostra specie. A me, a dire il vero, sembra più convincente la visione di Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta…” … Ma la poesia di Quasimodo, per fortuna, è meno disperante di quanto i primi versi non lascino immaginare, perché contiene un importante invito finale: “DIMENTICATE, O FIGLI, LE NUVOLE DI SANGUE, DIMENTICATE I PADRI”. Ecco, vorrei esprimere, se posso, lo stesso augurio: che le nuove generazioni imparino davvero a dimenticare i padri e le loro tragiche nuvole di sangue; e inizino a “persuadere” la scienza esatta non più allo sterminio, ma a un progressivo addolcimento dei costumi e delle condizioni dell’umana convivenza…»

(Fotomontaggio di Giuseppe Iannozzi)

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41 commenti
  1. E’ stata soprattutto un’operazione commerciale. Penso che anche un semplice intento pedagogico sia stato perso di vista. Se proprio qualcosa su questi soggetti deve essere scritto, allora si compili qualcosa di veramente ripugnante che separi i lettori psicopatici dagli altri.

  2. Post spaventosamente impegnativo: fare commenti richiede riflessione.

    La prima cosa che mi sento di dire è che oggi dei recensori — nei canali istituzionali e legittimati — che ti stiano alla pari, Lucio, non ce ne sono.
    Quei post li lessi al’epoca, e vedo che hanno mantenuto una freschezza perfettamente al passo coi tempi. Questa è arte.
    L’analogia che si può fare è: – i recensori di oggi stanno a Lucio Angelini come i giornalisti di provincia stanno a Indro Montanelli. E parlo seriamente.

  3. @sergiomauri. non mi è chiara la distinzione fra “lettori psicopatici” e non.

    @paolo. sempre a prendermi per il Fondo Angelini? 🙂 cmq grazie. saresti un editore perfetto, per me.

    • Se organizzassimo un confronto, cioè una gara, fra te e un qualsiasi recensore accreditato presso la stampa nazionale, ci si troverebbe come in quegli spot sul gioco, in cui dicevano: “Ti piace vincere facile?” (col giocatore di scacchi che ha di fronte un neonato, oppure col torero che affronta una pecora).

    • I lettori psicopatici sono quegli esseri umani inclini allo stesso problema anche nella quotidianità, che leggono cose dai contenuti ripugnanti e se ne compiacciono (Hitler di Genna non lo é; auspicavo che qualcosa di ripugnante si scrivesse sul tema poiché l’argomento lo merita) in grado di scatenare un effetto “ostracismo” verso l’opera e chi riuscisse a trovarla interessante, tale da tabuizzare entrambi. In campo umano é l’unica possibilità pedagogica, mi pare.
      Peraltro osservo, velocemente, che in campo televisivo l’epopea del III° Reich viene ancora utilizzata, umanizzandola e, in definitiva, mitizzandola, anche quando si tratta di eliminazione fisica delle persone. Non é così per l’epopea Staliniana, stranamente…

      • diait permalink

        non ho capito se di Hitler si può parlare, o se comunque parlandone si mitizza. (forse c’era qualcosa dopo la parentesi chiusa, che non è comparso nel commento, e si perde il senso del paragrafo). Il film Moloch di Sokurov lo mettersti nella stessa categoria dell’Hitler di Genna? E quello di Alice Miller (la psicologa svizzera) che racconta la sua infanzia (ma racconta anche l’infanzia di Stalin e di Ceausescu, in altri due capitoli)? Eccetera.

      • Beh, la differenza sta nel fatto che i films che citi tu sono per…intenditori?…il cittadino italiano medio non sa nulla di ciò, mentre il 3° Reich é dato in pasto a livello di massa. Non escludo che il tema nazismo abbia una migliore possibilità di fruizione….

      • diait permalink

        Qui sotto, Norman Finkelstein – storico e politologo ebreo, americano – se la prende con chi (Lanzmann) definisce “immorale e osceno” cercare di comprendere l’olocausto.
        It’s obscene to try to understand? … I’m afraid to say this is typical French intellectual drivel. … It’s just this pretentious twaddle. I wonder why people can pay any attention to this pseudo-profundity. Would you say of any other crime in history it’s obscene to try to understand it?

  4. @paolo. non spararle troppo grosse, rischi di giocarti l’ammirazione di Fabio Painnet Blade:-) Proprio ieri pomeriggio sono andato all’incontro con Mario Brunello (violoncellista sublime, di fama internazionale, quello che suona tra le vette delle Dolomiti e in altri luoghi pittoreschi) qui a Venezia, per la presentazione del suo libro: “Fuori con la musica”. Ne ho registrato un pezzetto:

    Davanti a un talento come il suo, mi sono sentito davvero una merda totale.

  5. fabio painnet blade permalink

    Paolo, più che giocarti la mia ammirazione (della quale te ne può fregare assai) più che altro spiazzi quelli che visitano il blog (sotto mio consiglio). Talvolta la tua piaggeria è eccessiva e mal equilibrata da una contrappeso ironico. in pratica, per riprendere il tema controverso sul blog di spallanzani, ( che mi sta fruttando il solito corollario di insulti gratuiti), devi usare – secondo me – maggior tatto perchè nuoce più che altro alla credibilità tua e dell’angelini. E anche tu Lucio, perlamordiddio, sembri gongolarti felice in tanta salsa al miele. Incazzati un po’ col paolino delle meraviglie, così, tanto per movimentare un pò questi noiosissimi (non tutti però) post. Iaaawhn ! … ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ !

    • La mia non è piaggeria, ma credo in quello che dico.
      Visto che conosci recensori molto più in gamba di Lucio Angelini, fanne i nomi: sono ansioso di conoscerli, così finalmente posso ricominciare a leggere gli inserti culturali dei quotidiani (quelli migliori, almeno).
      Resto in attesa: perché di pennivendoli e ciarlatani e “integrati” ne ho già fatta scorpacciata tempo fa, e ora mi sono fermato.

  6. @fabio. hai un esempio di mia recensione (impressionistica) sotto il naso. fammi le pulci e opponimi il tuo (ancora misterioso) metodo scientifico.

    p.s. non so come si dica sbadiglio in sardo. in inglese : yawn (senz’acca) 🙂

  7. “Straordinario melange di realtà e finzione, ‘Hitler’ di Giuseppe Genna è l’unione di più storie, alcune inventate alcune vere, che nel loro intrecciarsi cercano di dare conto del processo creativo. Così, la scelta di un dittatore fittizio di assumere un sosia s’interseca con i diversi ruoli che lo scrittore assume mentre crea una storia. E un personaggio inventato può lentamente fluire verso una persona reale, o viceversa, che regalerà dei tratti al personaggio; e il personaggio, a propria volta, si modificherà ancora in questo continuo, inevitabile incrocio tra realtà e fantasia. Solo la sensibilità letteraria di Giuseppe Genna, l’arte di narrare e la capacità di comprendere e compatire l’umano potevano dare un frutto così compiuto e insieme radicalmente innovativo. ‘Hitler’ è un romanzo composito per i temi e la struttura, aperto per la molteciplità di punti di vista che si snodano in una narrazione insieme sinuosa ed avvincente dove finzione e autobiografismo, invenzione e vissuto si legano e si intrecciano in uno scambio continuo. Dal tema del sosia a quello della comunicazione usenettiana, è una riflessione sui ruoli, sulla vita come beffardo gioco di maschere, come vano inseguimento di una identità. Ma è anche un raffinatissimo metaromanzo, riflessione del romanzo su se stesso, sugli imponderabili fattori che contribuiscono alla nascita dei personaggi e delle storie.”

  8. fabio painnet blade permalink

    fantastico! son tornate le correzioni di angelini e ho pure fatto incazzare paoletto, che però non recepisce la mia riflessione, manco a spintoni.
    Dunque, paolo, mi chiedi il nome di un buon recensore? te lo faccio subito:
    Lucio Angelini, pure le maisucole ci metto. E il grassetto. Capisci adesso? Detto da me ha tutt’altra musicalità. Detto da te…mah, non saprei. La credibilità non è che nasce sotto i cavoli …
    Bona piccioccusu! Deu deppu trabballai! non è che potzu aparrai a mi scraffingiai su scraxiu comment ‘ e bos’attrusu. (Che la mia nonnina dall’aldilà mi perdoni ! …)

    • Guarda, Fabio: se uno decide di dire ciò che pensa, quando ne ha l’occasione, decide di non farsi condizionare dalle “convenienze” del politically correct.
      Se si facesse condizionare da queste ultime, quando ad es. si convince che Lucio Angelini è un genio, si astiene dal dirlo così apertamente, perché teme di esser preso per adulatore; allo stesso modo, se si convince ad es. che una persona sia falsaria e manipolatrice, si astiene dal dirlo apertamente, per non passare da cattivo soggetto da biasimare ed evitare.
      Il punto sta lì: o continuare a farsi condizionare dalle convenienze, oppure decidere di non farsene più condizionare, magari perché ci si è rotti i coglioni.
      Da una certa età in poi, capita spesso di fare la seconda scelta.

  9. diait permalink

    l’umano che usma e le dentature triturano e riducono a bolo pezzi di fegato fritto li ho letti con la voce di Carmelo Bene. (ora vado avanti, era per tenervi informati in corso d’opera)

  10. diait permalink

    … OMILETICA?
    (proseguo)

  11. diait permalink

    Lucio dedica 7mila mattissime, disperatissime e umoristiche parole al libro di Genna di cui ha registrato ogni passaggio e sfumatura, annotato rimandi, riferimenti, riflessioni.
    Praticamente una dichiarazione d’amore.
    E Genna come replica? “Mi spiace, sei stato ironico, niente da fare…”
    Ecco un altro che, come dice fabio, dovrebbe farsi dare una registrata alla convergenza.

  12. diait permalink

    http://www.wordle.net/show/wrdl/5312850/lucio1
    mandagli questa, a Genna. Sono le 6.931 parole della tua recensione in un’estrema sintesi visuale neuronale.

  13. diait permalink

    (per visualizzarlo serve Java, che si scarica gratis in 3 secondi…)

  14. Grazie, Diait. Confermo: bellissimo.

  15. Scrisse Loredana Lipperini nei commenti al post “CORPI” del 29 gennaio 2008:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/01/29/corpi/

    “Siamo fatti di corpo, ovvio: ma questo corpo si muove, agisce, fa esperienze che non sono sempre e solo riconducibili al materno o al sesso o al mistero nascita/morte. Questo corpo pensa. Esplora. Si interroga. Scopre. Quel che intendo dire è che mi piacerebbe che ad una donna saltasse in testa di scrivere “Hitler”, per esempio.”

    • Qui ci vorrebbe la mitica Loreppina Eccetera:

      Molto in corsa: segnalo un lungo, approfondito e interessante intervento di Wu Ming dal titolo significativo: Niù Epic 4.0: la trasfigurazione del mito e l’abbattimento delle barriere di genere. Segnalo anche l’ottimo intervento di Girolamo di Michele su Carmilla.
      La vostra eccetera è a metà di un libro molto bello scritto da una donna coraggiosa. Ci torno presto. Sul comodino, l’ultimo noir di Violetta Bellocchio. E’ d’obbligo un poi vi dico.
      Su Sorelle d’Italia, un post su cui meditare a lungo.
      Sulla questione Veronica, è difficile dire qualcosa di sensato. Qui ci vorrebbe il Genna del magistrale Italia de profundis. Al riguardo, poi chiedo a Wu Ming 1 cosa ne penso e vi dico.

      • diait permalink

        E’ fantastico. Chi l’ha scritto?
        Mi ricorda mia madre (ex-militante PCI) quando chiamava il funzionario di turno e chiedeva: “Senti un po’, scusa ma sai non ho avuto tempo ultimamente di seguire da vicino gli sviluppi… Volevo chiederti: ma Noi, di (xy), cosa ne pensiamo?” Seguiva spiega e adeguamento alla spiega.

      • L’autore delle satire è anonimo. Ma molto talentuoso.
        Anche la Loreppina, dicono, ebbe un passato politico: quindi, tutto regolare.

    • è che mi piacerebbe che a una donna saltasse in mente di scrivere “Hitler”, per esempio

      E invece le donne se n’E SBATtono e gicano con il fandom 😉

      • diait permalink

        ma le donne, poi, non potrebbero mai scrivere un Hitler perché il femminile è alieno da cose come odio, violenza, potere, prevaricazione e il calcio inglese su Sky.

      • Mah, sarà…

      • diait permalink

        (ero sarcastica, nel caso che non lo avessi captato…)

      • Anch’io lo ero: citavo la battuta di Totò nel film Destinazione Piovarolo in cui lui, nuovo capostazione, si trova di fronte Tina Pica in divisa da ferroviere: quando lei gli dice: “E che, non si vede che sono donna?”, lui risponde con un’alzata di spalle: “Mah, sarà…

      • diait permalink

        !

      • 😀 😀 😀

  16. Gran donna, la Pica.

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