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BOCL N. 16 (LE MIE TRADUZIONI)

22 maggio 2012

  (Bile reflux)

sabato, maggio 06, 2006

TEMPI DURI PER I TRADUTTORI 

ERA IL TEMPO DEI PANETTONI AVVELENATI

Ricordo che anni fa, al tempo dei panettoni avvelenati [cfr. http://archiviostorico.corriere.it/1998/dicembre/12/Veleno_dei_panettoni_sequestri_tutta_co_0_9812129697.shtml ] dopo circa tre anni di traduzioni regolarmente eseguite, consegnate e pubblicate da una NOTA casa editrice, ma da questa MAI pagate, inviai all’Ansa il seguente messaggio:

Ho avvelenato con estratti della mia bile due volumi della casa editrice Tal dei Tali

spiegando i motivi della protesta.

La notizia, evidentemente ironica, fu controllata e ripresa da tutta la stampa nazionale. Fu il mio andywarholiano quarto d’ora di celebrità. Naturalmente la casa editrice, davanti allo sputtanamento, si affrettò a saldare il suo debito. 

Il mio amico Jürgen commentò:

“Sei mica un vile plagiario? Avevi letto Lord Byron / Don Juan/Canto I, CCX:

I sent it in a letter to the Editor,
Who thank’d me duly by return of post —
I’m for a handsome article his creditor;
Yet, if my gentle Muse he please to roast,
And break a promise after having made it her,
Denying the receipt of what it cost,
And smear his page with gall instead of honey,
All I can say is — that he had the money.

Risposi:

“Be’, più che byroniano mi sono sentito donchisciottesco (pur essendo riuscito nel mio intento). Pensa che TeleVenezia ha annunciato così il fatto:

“Incredibile ma vero! Un noto traduttore veneziano si è estratto della bile dal proprio fegato e ne ha cosparso due volumi della casa editrice alla quale sollecitava invano da parecchi mesi il compenso per il lavoro svolto…”

Figurati se mi ero estratto davvero della preziosissima bile dal fegato !:-) ”

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21 GENNAIO 2006

IO E PATRICIA 

Fra le oltre 100 opere letterarie da me tradotte c’è anche una Patricia Cornwell d’annata, quella di “Oggetti di reato”, il primo dei suoi libri a essere pubblicato in Italia (Mondadori, 1992). Il genere a cui la Cornwell deve la sua fama è il cosiddetto “poliziesco medico legale” (l’eroina della serie è Kay Scarpetta, di professione – appunto -, medico legale). 

La traduzione di quel libro ebbe su di me due effetti: 

1) mi mise addosso una voglia pazza di andare in vacanza a Key West (location del romanzo); 

 2) mi fece balenare nella mente la domanda: “Perché non provi anche tu a scrivere un giallo, se non medico legale, almeno medico?”.

 Dopo aver riflettuto a lungo partorii il seguente titolo:   

SANGUE!!! (nelle urine)”   

(Lo spunto mi venne da un problemino di una zia) 

Poco dopo anche la soluzione del caso:  

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(spoiler) 

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… un caso di ematuria risolto con una settimana di antibiotici (la colpevole era una semplice cistite):-/.

Non andai oltre, naturalmente.

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venerdì, febbraio 17, 2006

 

DARSI DEL “DU” O DARSI DEL “DE”?

Nella postfazione a Il violinista (Fazi editore), ricordavo i sei interessantissimi romanzi scritti da Andersen. Benché la sua fama sia ormai universalmente legata al corpus delle fiabe, fu proprio con un romanzo che il giovane Hans Christian, fuggito quattordicenne dalla natia Odense a Copenaghen in cerca di gloria e di fortuna, cominciò a farsi un nome: L’improvvisatore, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835. L’anno dopo seguí – appunto – O.T., e nel 1837 Il violinista. I tre romanzi, spiegavo nella suddetta postfazione, costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della “vita in Italia” (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della “vita in Danimarca”. Di altro tenore gli altri tre, usciti, rispettivamente, nel 1848 (Le due baronesse), nel 1857 (Essere o non essere) e nel 1870 (Peer fortunato). A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi “il primo romanzo di Andersen” (uscí nel gennaio del 1829), anche lo stravagante arabesco letterario Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829“, di cui ripropongo l’incipit:

La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…”

Nel febbraio 1837 Andersen confidò al poeta B.S. Ingemann:

“In O.T. avevo un preciso piano narrativo, anteriore alla stesura, da seguire. Con Il violinista, invece, lascio che tutto proceda secondo la volontà del Signore.”

E qual era questo preciso piano? In breve: raccontare la storia di due amici, uno dei quali vorrebbe spingere il rapporto alla massima confidenzialità, ovvero fino a darsi del tu, mentre l’altro non se la sente e, cortesemente, respinge la proposta. Tutto qui? Solo in apparenza, perché la questione del “darsi del tu” in Andersen, personaggio eternamente in lotta con le proprie tendenze omofile, ha un significato ben più profondo. Sappiamo che la grande passione della sua vita fu Edvard Collin, figlio del suo protettore e benefattore Jonas Collin. Proprio a Edvard, dall’Italia, Andersen osò inviare una lettera con l’audace richiesta del “diamoci del tu”, che nelle sue intenzioni, significava probabilmente “spingiamo la nostra amicizia un po’ più in là”. Edvard, che gli voleva bene ma era inequivocabilmente eterofilo, accampò le giustificazioni che riportiamo sotto e non solo non ricambiò il suo amore, ma sposò regolarmente la bella Henriette Thyberg. La cocente delusione dettò ad Andersen “La sirenetta” (destinata, come lui, a non sposare il principe) e, in parte, anche O.T., dove il tema del “Du o De” affiora nel rapporto fra Vilhelm e Otto negli stessi termini e, probabilmente, con gli stessi sottintesi con cui si era delineato nella realtà. Naturalmente in O.T. sono presenti anche altre ossessioni (tutte con relativi rimandi biografici), in particolare quella del ritorno di un passato (metaforizzato nel marchio delle iniziali O. T.) di cui Andersen, assiduo frequentatore di nobili e principi, si vergognava e che preferiva seppellire. Come il giovane barone Otto Thostrup, anche Andersen, inoltre, temeva la riapparizione di una sorella (Karen-Marie, finita prostituta), di cui non è difficile individuare il riscontro nella figura di Sidsel.

In O.T. il motivo dell’ambiguità sessuale tocca il suo acme nella memorabile scena del ballo studentesco, in cui la vista dell’amico Vilhelm in abiti femminili suscita in Otto un profondo turbamento… [cut]…

Oggi in Danimarca ci si rivolge tranquillamente l’un l’altro con il Du (tu) anche in mancanza di una vera familiarità o intimità, mentre in passato era molto sentita la differenza tra il formale De (voi) e l’amichevole Du… [cut]… Nel luglio 1835, mentre soggiornava nella tenuta di Lykkesholm in Fionia, Andersen scrisse a Edvard:

Se guardaste nel fondo della mia anima, comprendereste appieno la fonte del mio desiderio e… avreste pena di me. Persino il lago aperto, trasparente ha le sue ignote profondità che nessun tuffatore può sondare.”

In quel periodo si sentiva interiormente spinto a esprimere in qualche forma quanto non gli era permesso manifestare in modo socialmente e sessualmente esplicito. Dalla distanza di sicurezza della Fionia redasse una lettera in cui si rivolgeva a Edvard nella forma intima che gli era stato proibito usare, ovvero con il “Du”:

Mio caro, fedele Edvard,

quante volte ti penso e in che modo aperto la tua anima non si dispiega davanti a me! [cut]…

Andersen non spedì mai quella lettera, ma l’averla scritta gli procurò un notevole sollievo. In compenso, poco dopo aver lasciato Lykkesholm, ne preparò e spedì una seconda versione più formale, in cui invitava la fidanzata di Edvard a parlare per lui; a dirgli ‘ti amo’ da parte sua, visto che lei era libera di usare il ‘Du’. Ma alla fine di agosto, mentre progettava il suo nuovo romanzo O.T, non seppe resistere alla tentazione di inviare a Edvard una lettera d’amore che dimostra come egli continuasse a esprimere i suoi inquieti sentimenti attraverso il romanzo.

Ti desidero, sì, in questo momento ti desidero come se tu fossi una bella ragazza di Calabria, dagli occhi bruni e dallo sguardo seducente. Non ho mai avuto un fratello, ma se l’avessi avuto, non avrei potuto amarlo come amo te, e tuttavia… tu non ricambi i miei sentimenti! Questo mi addolora, o forse è proprio questo ciò che mi salda ancora più strettamente a te… [cut]

[Dalla mia Introduzione a “O.T. Un romanzo danese“, di Hans Christian Andersen, da ieri in libreria e anche in http://www.ibs.it :- ).]

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15 Maggio 2011

ALDO BUSI SU LUCIO ANGELINI:-)

Non mi capita spesso di ricevere complimenti letterari, ma quello che mi è arrivato ieri mi ha fatto fare la ruota come un tacchino. Sentite che cosa dice Aldo Busi di una mia vecchia traduzione:

«Nel 1997, all’interno della collana da me diretta “I Classici classici” per la Frassinelli, pubblicai L’angelo della tempesta – Villette (1853) di Charlotte Brontë, nella stupefacentemente bella, rigorosa e musicale traduzione di Lucio Angelini, un capolavoro in sé che dovrebbe essere adottato da ogni corso di traduzione in Italiano; tengo subito a precisare che è più probabile che troviate un Codice originale di Leonardo da Vinci presso un rigattiere che non questo titolo in una libreria italiana (potreste leggerlo in Inglese, ma sarebbe un peccato, per una volta, non approfittare di mettere gli occhi su una delle ultime testimonianze di quanto ricco e invidiabile sia stato il nostro dialetto quando ancora lo si poteva considerare una lingua a tutti gli effetti), quindi, chi lo vuole, si deve armare di testardaggine e tampinare un libraio o una biblioteca fino a che non gliel’avrà procurato o non gli avrà detto dove può trovarlo in giacenza.»

Questo il link per il post completo di Busi:

http://www.altriabusi.it/2011/05/13/un-test-per-i-lettori-del-sito-speriamo-non-solo-di-quello/

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venerdì, giugno 17, 2005

UN VERO BUGIARDO

 

Nel 1990 tradussi per Mondadori “This boy’s life“, di Tobias Wolff. Uscì con il titolo italiano “Memorie di un impostore” e purtroppo NON divenne un best-seller. Nel 2003 mi suonarono alla porta e – sorpresa! – il postino mi consegnò tre copie di “Un vero bugiardo” (Vita di un ragazzo nell’America degli anni ’50), edizioni Einaudi-Stile libero. Autore, libro e traduttore erano rimasti gli stessi, solo l’editore e il titolo erano cambiati. Mi augurai che, in tale nuova veste, il romanzo potesse ottenere il successo che meritava, anche se a me, naturalmente, non sarebbe venuto in tasca un centesimo. Il traduttore, come è noto, è pagato una volta sola, un tot a cartella: che il libro venda cinquanta copie o un milione di copie, qui in Italia per lui è la stessa cosa… sul piano economico. Non così su quello affettivo. Se ha amato il libro, infatti, gli fa davvero piacere che siano in molti a leggerlo. Nel caso di questo romanzo, purtroppo, nemmeno al secondo tentativo di distribuzione si è avuta la risposta sperata, anche se il libro è ancora in libreria. Sarei un vero bugiardo se dicessi che non mi auguro un improvviso guizzo di interesse per questa magnifica opera di Tobias Wolff:-)

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1 ottobre 2007

NON FACCIO LA PUTTANA DI PROFESSIONE

(Urbino)

Eccomi di ritorno dalle Giornate della Traduzione Letteraria (V edizione) e quindi da Urbino, ancora un po’ frastornato dal viaggio. Posso dire che, nel complesso, ne è valsa la pena. Ho seguito con vivo interesse i seminari di Susanna Basso (Einaudi), Marisa Caramella (Mondadori), Ena Marchi (Adelphi), Alessandra Bazardi (Harmony), Delfina Vezzoli (Feltrinelli), l’intervento finto-demenziale di Paolo Nori (autore e traduttore), la premiazione di Yasmina Melaouah (traduttrice di Pennac), la conferenza di Peeter Torop con traduzione simultanea di Bruno Osimo, le tavole rotonde con Renata Colorni, Elena Dal Pra, Enrico Ganni, Martina Testa, Mario Cannella, Maurizio Trifone eccetera. L’impressione generale è stata che, nelle case editrici e in particolare nell’ambito della traduzione letteraria, lavori gente con i controcoglioni.

Assenti, purtroppo, Alberto Rollo e Margherita Forestan. La battuta più bella è stata quella di Renata Colorni. Ha raccontato che, dopo aver dedicato sette interi anni della propria vita alla traduzione e alla cura dell’opera omnia di Freud, sentendosi chiedere dall’editore di ripetere lo sforzo per Jung rispose: “Eh, no. Non faccio la puttana di professione!”

Ma ora ho fretta. Aggiungerò altri dettagli nei prossimi giorni:-)

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27 settembre 2007

V GIORNATE DELLA TRADUZIONE LETTERARIA

… [CUT]…

Propongo uno spunto di riflessione:

come tradurre dall’italiano all’inglese la mia struggente poesia “IL DRAMMA ECOLOGICO“?

Questo il testo:

“Il mare

era

così sporco

che invece

della risacca

c’era

la ricacca”

               (Lucio Angelini)

Difficile trovare una soluzione traduttoria che riproduca in inglese il gioco italiano tra ‘risacca’ e ‘ricacca’… In genere si ricorre a soluzioni più o meno vagamente imparentate con gli anafonismi originali. Ecco il tentativo di un amico di madrelingua inglese:

“The sea

was

so dirty

that

instead of the

usual UNDERTOW

there was only

a huge pile  

of NUMBER TWO”

Peccato solo che, partendo da questa traduzione inglese, un altro amico abbia ritradotto in italiano:

“Il mare era cosi inquinato
che non c’era risucchio
ma solo tanta merda”

Non è chi non colga l’impoverimento avvenuto nel passaggio da una traduzione all’altra:- )

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Altro esempio. Come tradurre in inglese il seguente gioco di parole:

“Sapete perché il maialetto è un nottambulo?”
“No, perché?”
“Perché non va mai-a-letto.” ?

Eccetera.

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2 Proposte nei COMMENTI:

1) utente anonimo Dice:
27 settembre 2007 alle 12:21   modifica

the sea was
so dirty that
the backwash
was a butt wash

sul maialetto, passo

ciao
kalle

2) giuseppeierolli Dice:
27 settembre 2007 alle 21:06   modifica

The sea
was
so dirty
that on boats
instead of
shipload
there was
shitload

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martedì, ottobre 04, 2005

(Slobodan Milosevic)

ESERCIZI DI TRADUZIONE: DAL DIPLOMATICHESE ALLO SCHIETTESE

Il giorno 24 settembre 2005 si è costituita con atto pubblico l’Associazione “Comitato Altrinit”, il cui unico scopo sociale è l’istituzione dell’Ordine Professionale dei Traduttori e Interpreti, traendo motivazione dalle oltre 1300 firme raccolte fino ad ora a sostegno della proposta di legge C. 766 presentata dall’On. Angela Napoli e attualmente in Commissione Cultura della Camera dei Deputati, di cui si chiede la sollecita calendarizzazione. Che cos’è Altrinit? Una sigla che raggruppa trasversalmente traduttori e interpreti, clienti, professionisti, docenti, neolaureati e studenti che chiedono che venga istituito l´ordine professionale dei traduttori e interpreti.  

Link: Il sito per le adesioni

Essendo io stesso un traduttore (letterario, non tecnico), propongo un libero esercizio di traduzione in cui mi cimentai alla fine del secolo scorso: dal diplomatichese allo schiettese.

Il 10 aprile 1999 i quotidiani veneti e nazionali riportarono un appello dell’(anche allora) sindaco di Venezia Massimo Cacciari a Milosevic:   

Eccellenza, forse ricorderà come già l’anno scorso mi sia rivolto a Lei e ad altre autorità della Federazione per invitarVi a visitare la mia città con spirito di dialogo, di amicizia e di pace. Tutti auspicavamo che si potesse trovare un terreno di accordo e invece è proseguita una spirale di inaudite violenze. Vorrei scongiurarLa di compiere ogni sforzo per porre fine all’attuale conflitto e lavorare immediatamente per condizioni di pace eque per tutti. La Sua proposta di tregua pasquale è stata da molti considerata insufficiente; io vorrei vedervi comunque un segno di disponibilità al dialogo. Vorrei pregarLa di fare tutto il possibile affinché questa disponibilità si espliciti fino in fondo. Lei certo è consapevole di come la pace, alla fine, sia ineluttabile. Ma i modi e i tempi che si percorreranno per raggiungerla, saranno decisivi per il destino di tutta l’area. Nel rinnovarLe l’invito a vedere in Venezia la sede forse ideale per riprendere i colloqui di pace per tutta l’area balcanica e con l’auspicio di Suoi rapidi e decisivi interventi a favore della pace, La saluto. Massimo Cacciari.   

Questa la mia traduzione in schiettese:  

“Eccellenza nel Male  (o anche ‘Brutto pazzo, coglione & criminale’), mi rivolgo a Lei senza alcuna effettiva fiducia nelle Sue capacità di dialogo. Come confidare in qualcuno che si abbandona senza alcuna risonanza emotiva alla più atroce delle attività umane, la “pulizia etnica”? Forse ricorderà come già l’anno scorso io abbia perso del tempo prezioso invitando Lei e altre autorità a visitare la mia città con quello spirito di dialogo, di amicizia e di pace di cui Vi sapevo perfettamente privi. Naturalmente la spirale di inaudite violenze già in atto non solo non si è interrotta, ma ha toccato impensati vertici di intollerabilità. Ah, come sarebbe bello se una sola bomba superintelligente potesse centrarla in pieno cervello, ponendo fine a tante inutili devastazioni e sofferenze. Purtroppo il mio ruolo politico e un residuo barlume di fede nei miracoli mi impongono di non lasciare nulla di intentato: eccomi dunque pronto a scongiurarLa un’ultima volta di compiere ogni sforzo per risalire la china, porre fine all’attuale conflitto e lavorare immediatamente per condizioni di pace eque per tutti. Nel rinnovarLe l’invito a vedere in Venezia la sede forse ideale per riprendere i colloqui di pace per tutta l’area balcanica e con l’auspicio di un Suo (in realtà improbabile) recupero di umanità, intelligenza e buon senso comune,  La saluto. Massimo Cacciari  

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venerdì, marzo 05, 2010

ALICEMANIA

Modestamente, anche nel mio curriculum di traduttore c’è una versione di “Alice”. Questa:

 

«Classico fra i classici, libro a un tempo scorrevole e complesso, logico e bizzarro, divertente e crudele, Alice nel paese delle meraviglie non poteva mancare nella collana di tascabili più prestigiosa della narrativa per ragazzi. Ecco dunque lo “storie e rime” del romanzo di Lewis Carroll, ottimamente tradotto da Lucio Angelini e con le illustrazioni di sir John Tenniel, primo e indimenticabile illustratore di Alice, qui meravigliosamente colorate.»

(Da www.laFeltrinelli.it)

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mercoledì, marzo 03, 2010

FINALMENTE RICCO!!!

Segnalo il seguente scambio tra una ***nota casa editrice italiana*** e il sottoscritto

“Gentile Lucio Angelini, mi dice Mondadori che lei ha recuperato i diritti della traduzione di Westall, Una macchina da guerra, e poiché la nostra casa editrice vorrebbe farne una nuova edizione, le propongo 400 euro per l’acquisto della sua traduzione. Che ne pensa? Grazie e a presto.” 

Mia risposta

“Spero che il compenso sia almeno al netto delle solite detrazioni. Perdoni la domanda: mi vincolerei per altri venti anni?” 

L’editore

“I 400 sarebbero lordi, mi dispiace.  Gli anni sarebbero venti, sì.” 

Mia risposta

“Dunque. Se l’IVA è il 20 % del 75% del compenso lordo, a me restano 340 euro, che divisi per vent’anni fanno 17 euro all’anno per un volumetto di circa 200 pagine. Imperdibile. Non mi lascio certo sfuggire una ghiottoneria del genere, soprattutto dopo una trattativa estenuante quale quella appena intercorsa. Saluti.” 

Sul tema della sottosalariazione dei traduttori italiani si veda anche l’ormai nota LETTERA ALLA MINISTRA BRAMBILLA

http://nuvola.corriere.it/2010/02/11/la_lettera_alla_ministra_bramb/

[LA LETTERA ALLA MINISTRA BRAMBILLA – Noi traduttori, meno pagati di un operaio indonesiano.

Onorevole Ministra Brambilla,

Siamo un gruppo di traduttori e interpreti professionisti. Leggiamo in data 08.02.2010 sul portale internazionale di traduzione ProZ il seguente annuncio: 

Gentili Traduttori,

stiamo ricercano nuovi collaboratori da inserire in un progetto di traduzione del ministero del turismo. L’ente ci sta inviando e ci invierà per tutto il 2010 materiale del sito http://www.italia.it da tradurre in inglese, francese, tedesco e spagnolo. La “cartella” dettata dal ministero è di 2600 caratteri (??) e il prezzo è di 9 euro lordi con pagamento a 90 giorni (sono sempre condizioni del ministero). E’ un prezzo molto basso ma si deve pensare alla quantità e alla continuità del lavoro. Se siete interessati al lavoro potete contattarmi via mail, telefono o skype. Abbiamo già dei file da assegnare da tradurre con una certa urgenza. Grazie della collaborazione. Cordiali saluti. 

L’annuncio risulta inserito dall’agenzia [OMISSIS]. Gradiremmo sapere, in quanto membri di una categoria consistente di liberi professionisti che operano nel settore linguistico, se quanto indicato nell’annuncio in merito a tariffe e condizioni di pagamento “dettate dal Ministero” corrisponde a verità. Un traduttore professionista che faccia bene il suo mestiere traduce fino a un massimo di 10-12 cartelle da 1500 caratteri al giorno, equivalenti a circa 6-7 cartelle da 2600 caratteri. 

Quella proposta corrisponde, quindi, a una tariffa massima di 54-63 euro lordi al giorno, pari in media a 25-30 euro al netto di contributi previdenziali e imposte. In altre parole, 9 euro lordi a cartella da 2600 caratteri corrispondono, a parità di potere d’acquisto, alla paga giornaliera di un operaio in uno sweatshop indonesiano.  

Una tariffa minima congrua allo sforzo e alla qualità richiesta dovrebbe essere di gran lunga più elevata. Quello proposto è, per farla breve, un compenso assolutamente inaccettabile e mortificante per la nostra già bistrattata professione. Se le tariffe che offre il Ministero ai suoi traduttori sono queste, non meraviglia che il sito Italia.it  sia pieno di strafalcioni grossolani e imbarazzanti, che danno una pessima immagine del nostro Paese nel mondo.

Ci chiediamo se l’immagine dell’Italia all’estero e la valorizzazione delle sue risorse umane non valgano forse un investimento più allineato con il tipo di servizio richiesto e il suo campo di applicazione.  ]

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24 MAGGIO 2006

NULLA COME IL ROGO

 

Scriveva Umberto Eco su “L’INDICE dei libri del mese” del gennaio 1992, recensendo “I Templari” di Peter Partner, Einaudi, Torino 1991 (trad. dall’inglese di Lucio Angelini):

“Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fatelo diventare straordinariamente potente sia sul piano militare che su quello economico. Trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che è ormai diventato uno stato nello stato. Individuate gli inquisitori adatti, che sappiano raccogliere voci sparse, alcune vere e altre false, e comporle in un mosaico terribile: un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, corruzioni e – dato che a quei tempi la pratica era tanto ampiamente diffusa quanto ferocemente demonizzata – una buona dose di omosessualità. Arrestate e torturate i sospetti. Fate sapere che chi ammette e si pente avrà salva la vita, e chi si dichiara innocente finirà sul patibolo, e i primi a legittimare la vostra corruzione inquisitoriale saranno le vittime, specie se innocenti. Incamerate i beni dell’ordine e poi, se possibile, fate fuori anche gli inquisitori. Questo fondamentalmente ci insegna il processo intentato ai cavalieri del Tempio da Filippo il Bello, e se poi vi chiederete se questa storia si sia svolta una sola volta nella Storia, o non si riproduca a intervalli regolari, non sarete dei paranoici… [cut]… Immaginate che molti siano rimasti scossi da questo processo e, oltre ad avvertirne l’ingiustizia, come accadde a Dante e a Jean Bodin, siano rimasti affascinati dalle dottrine segrete attribuite ai Templari e colpiti dal fatto che la maggior parte dei cavalieri non sia perita sul rogo e allo scioglimento dell’ordine si sia come dissolta. All’interpretazione scettica (con la paura che si erano presi, hanno cercato di rifarsi una vita altrove, in silenzio) si può opporre l’interpretazione occultistica e romanzesca: sono entrati in clandestinità, ci sono attivamente restati per sette secoli, sono ancora tra noi. Ed ecco che nasce il MITO TEMPLARE… [cut] Per chi volesse seguire il destino del mito nella foresta inestricable dell’occultismo contemporaneo, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati massoni e cacciatori di dischi volanti, consiglieremo le cinquecento fitte pagine di Massimo Introvigne, Il cappello del mago, SugarCo, Milano 1990… [cut] L’ordine templare esisteva in quanto riconosciuto dalla Chiesa e dai vari stati europei, e come tale viene formalmente disciolto e fisicamente smembrato in Francia e in altri stati all’inizio del XIV secolo. Là dove non si osa mandare a spasso o in galera tanti bravi monaci-cavalieri, come in Portogallo, viene costituito un nuovo ordine, l’Ordine dei Cavalieri di Cristo. Da questo momento, visto che l’Ordine del Tempio non esiste più come istituzione coperta da copy-right, ciascuno ha il diritto di rifondarlo, nel senso in cui chiunque può dichiararsi sommo sacerdote di Iside e Osiride e al governo egiziano la cosa non fa né caldo né freddo. Naturalmente tutti coloro che si sono dichiarati discendenti del Templari hanno asserito e asseriscono che esiste una precisa e ininterrotta linea di discendenza dell’ordine entrato in clandestinità nel XIV secolo. Ma è duro provare la legittimità di una successione clandestina, e tutti gli argomenti proposti sono storiograficamente risibili perché non si basano su documenti bensì su presunte voci tradizionali; quando poi un ordine afferma di avere documenti inoppugnabli, si affretta a chiarire che non può esibirli, perché deve garantirne la segretezza. Come si vede tra la successione templare, l’elitropia di Buffalmacco e l’Araba Fenice non vi è alcuna differenza epistemologica, e quindi per ogni storico serio l’argomento, in difetto di altre prove, è chiuso… [cut] Partner distingue chiaramente la storia dal mito… mette in evidenza come il mito templare abbia potuto ispirare contemporaneamente la massoneria, i gesuiti antimassonici, l’anticlericalismo radicale, la nascita dell’antisemitismo e lo sviluppo di varie correnti di estrema destra, specie in Germania e in Francia… curiosa vicenda di un ordine che non è mai stato tanto presente quanto dopo la sua scomparsa. Segno che – come già si sapeva – nulla come il rogo consacra alla memoria collettiva coloro che si vogliono distruggere.”

Quanto a “Il Codice Da Vinci”, con il suo furbesco mix di Templari, Maria Maddalena, Linea della Rosa e via discorrendo, segnalo un bell’articolo di Enzo Bianchi:

http://www.aclibergamo.it/articolo.php?id=420

“Se i cristiani sapessero restare solidamente attaccati al nucleo centrale della buona notizia non si lascerebbero dettare tempi e modalità della loro riflessione da romanzi e film di cassetta, non sarebbero turbati né dal sadismo sanguinario di chi si sofferma sulla passione di Gesù come atrocità disumana, né dalle scempiaggini di codici inventati che proiettano sul passato deformazioni tipiche di chi è abituato a confondere la realtà con la finzione…”

Considero del tutto inutile, invece, l’appello dello “STAFF FEDE E CULTURA” che circola in rete:

“Visitate il sito www.fedeecultura.it . Il documento ‘Falsità e Imbrogli del Codice Da Vinci’ offre un’informazione completa su tutti i punti menzogneri di questo romanzo di fanta-religione.”

Sul sito, addirittura, la proposta di una:

GRANDE MANIFESTAZIONE
DI PREGHIERA

per pregare il S. ROSARIO
in riparazione delle offese arrecate a Gesù
dal film blasfemo
“Il Codice Da Vinci”.

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12 commenti
  1. diait permalink

    I’m in awe. Davéro. Complimenti per il curriculum, caspiterina.
    Lo sai che non sono sicura di aver capito la battuta sulla puttana? (Stava per “E per campare vado a battere”?)
    Mi piace la soluzione d kalle, molto asciutta, se così si può dire.
    Io, nel mio piccolissimo ambito non-letterario (ho tradotto solo un Blue Moon, una volta, che Curcio mi pagò dopo un anno, correggendomi solo un “qual’è”), sono anche del tutto incapace a contrattare il benché minimo aumento. Giorni fa, l’addetta di una NOTA casa di produzione mi ha chiamato dicendomi che non ce la faceva più, e che se non lo chiedevo io l’aumento me lo imponeva lei, perché si vergognavano a pagarmi così poco eccetera. Oh, mi ha dato un aumento di 3 euro a cartella. Alla fine, forse, la mia noncuranza imbecille ha pagato.
    In generale credo che il traduttore letterario debba avere un primo lavoro ben remunerato, perché altrimenti davvero non resta che il marciapiede di notte e il letterario di giorno.

  2. @Diait. Credo che la Colorni intendesse dire che si riservava un po’ il diritto di scegliere che cosa tradurre, dopo un’impresa gravosa come la precedente. Di qui la metafora: “Non mi faccio scopare a pagamento su semplice richiesta”. Cmq, magari con garbo, ogni tanto cerca di alzare la tariffa anche tu coi produttori. Tanto quelli si scaricano tutto. Di sole traduzioni non si vive, a meno che uno non traduca quei volumetti per la fascia 5-7 anni con pochissimo testo e tante figure: se ne può tranquillamente fare uno al giorno a forfait. Ne feci alcuni per la NordSud edizioni, poi quelli accamparono difficoltà di budget e si avvalsero degli editor interni. La concorrenza è spietata, come sai. Fioriscono scuole di traduzione pressoché ovunque… Io stesso, che sono ormai uscito dal giro, avrei difficoltà a farmi affidare nuovi libri da tradurre, oggi.

  3. diait permalink

    ah, ecco che voleva dire la Colorni. Funzionava anche nella mia versione, però.
    Nel cinema, oggi esistono i sub.ita cioè i vari siti che sottotitolano in italiano i fim americani appena usciti, e il dialoghista non deve fare altro che scaricarseli e adttarli al sincrono, senza colpo ferire. Certo, a volte la traduzione dei sottotitolatori volontari è un po’ approssimativa (non sempre, però, alcuni sono bravi), ma stai a guardà il capello se puoi risparmiare anche cinque lire? E quante volte, infatti, senti il chirurgo di una serie tv che prende lo scalpello o il bambino a cui tocca mandare giù l’olio di castoro? Una volta traducevo anch’io le serie tv, per 200 euro a episodio (di 40′ – circa 20 cartelle). Oggi (a parte un paio di dialoghisti fedelissimi disposti a ) me lo sogno. Se te ne offrono 100 è tanto.

  4. diait permalink

    *manca nell’ultima parentesi: disposti a “svenarsi”

    • diait permalink

      p.s. Per chi non è pratico: il dialoghista è il mio committente. Riceve la mia traduzione e la “adatta” al sincrono, tagliando o aggiungendo qua e là dove serve. Spesso è lui “persona fisica” che mi paga, non la società/cooperativa di doppiaggio. Visto che la voce traduzione non è neanche prevista.

  5. diait permalink

    nella lettera alla Brambilla non mi è piaciuto il riferimento all’operaio indonesiano, che senz’altro lavora più di noi – e magari anche meglio di alcuni di noi – quindi potrebbe anche essere giusto che sia pagato di più. Se mai si poteva dire: guadagniamo meno di un indonesiano, che vive in un paese dove la vita costa la metà. O qualcosa su questa linea.

  6. @diait. credo che il senso fosse appunto quello: compensi da terzo mondo, dove lo sfruttamento della manodopera è ancora protocapitalistico…

    • Dunque, tempo fa ricevetti un messaggio privato su aNobii in cui il traduttore in questiONE si è vantato di ricevere per la sua teaduzione, testualmente, una *lauta ricompensa*…
      Essendo una conversazione privata, non posso, ovviamente, fare nickname…

  7. diait permalink

    sì, ma nella formulazione si capta un sottotesto un po’ così… del tipo “mica siamo come loro”.

  8. Webgarden.com permalink

    Explicação muito boa sobre cart⭬cartas. bom trabalho.

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