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BOCL N. 21 (UN NOVEMBRE ROSSO FLOYD)

30 maggio 2012

(Syd Barrett)

Sabato, novembre 06, 2010

CONTINUA A RISPLENDERE, DIAMANTE PAZZO…

 “… Stiamo registrando la versione definitiva del brano [Shine on you crazy diamond, N.d.r.] quando di là dai vetri vediamo uno strano tipo: grasso, completamente calvo, sulla quarantina, infagottato in un enorme cappotto sotto al quale spunta un grembiule da inserviente. Un uomo delle pulizie penso, poi però mi accorgo che anche il personale della EMI lo guarda con curiosità. Chiediamo ai nostri tecnici: non l’hanno mai visto prima, qualcuno propone di chiamare la Sicurezza. Sapevo per esperienza quanto potessero essere pericolosi i fan, ma quello non aveva niente del fan: sembrava piuttosto una cosa, un oggetto dimenticato là dagli scenografi. Il più nervoso di tutti era Roger, che infatti con un gesto imperioso ordina di sospendere la registrazione. «Ehi Rog», gli dice Nick, «ci sono visite per te dal lato oscuro della Luna». In effetti sembrava appena fuggito da un ospedale psichiatrico, con quel cappotto pesantissimo a giugno e le sopracciglia rasate… Roger sta per saltare al collo di Nick, quando si immobilizza: tutti ci immobilizziamo, perché l’individuo, le braccia pendule come un fantoccio, ha incominciato a caracollare, ondeggiando lentamente da destra a sinistra. Non so perché, ma era una intuizione insostenibile; sembrava che da un momento all’altro dovesse esplodere tutto. Così Rick esce dalla sala e lo vediamo parlare con quell’uomo dall’altra parte del vetro. Quando rientra è bianco come un fantasma. Quello, ci dice, è Syd. Syd! E proprio mentre registravamo quel pezzo! Senza più capelli, ingrassato di almeno quaranta chili, lui che era il più magro di  tutti noi! Syd, i suoi boccoli meravigliosi… Io e Roger non lo vedevamo da cinque anni, gli altri da sette, ma non averlo riconosciuto! Non ricordo bene cosa successe dopo perché stavamo tutti piangendo, so che lo abbiamo invitato dentro e gli abbiamo fatto sentire per intero la prima sequenza di Shine on. Faceva un caldo infernale, ma lui si tenne il cappotto, anzi quando Roger fece il gesto di slacciarglielo vi si chiuse dentro ancora di più con lo sguardo di un animale braccato. Io ascoltavo la musica e intanto lo guardavo: mi sembrava impossibile che quell’essere spento e il Diamante del testo fossero la stessa persona…”

(Da Michele Mari, Rosso Floyd, Einaudi 2010, pp. 53-54)

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martedì, novembre 09, 2010

QUEI NAZISTI DEI FAN

 “… Si parla tanto del suo antimilitarismo, delle sue battaglie contro il sistema scolastico o contro la macchina commerciale, ma ci si dimentica che The Wall nacque soprattutto dal suo disgusto per il pubblico… [cut]… anche quando suonava sembrava un professore che guardi la classe per scoprire gli alunni disattenti, proprio lui che avrebbe scritto ‘We don’t need no education’… A un certo punto incominciò a volere sempre più servizio d’ordine: sessanta bestioni non bastavano più, adesso ce ne volevano ottanta, cento, centocinquanta… [cut]… Ci confessò poi che quand’era sul palco gli dava particolarmente sollievo immaginare di tirare centinaia di bombe a mano sul pubblico: ma siccome è sempre stato politicamente corretto, il nostro Lirico, ha dovuto trovare una giustificazione, e l’ha trovata scrivendo The Wall, dove il pubblico è una folla di nazisti. È questa l’idea portante dell’opera, che tutti i fan siano in quanto tali dei nazisti: fan viene da fanatico, Roger ha preso questo filo etimologico e ne ha fatto un arazzo… Dunque il muro serviva principalmente a proteggere noi, i poveri Pink Floyd, da questa folla assassina… ” (Michele Mari, Rosso Floyd, Einaudi 2010, pp. 139-140)

“Berlusconi, ossessionato dai sondaggi sulla sua popolarità, va dal Mago Otelma per conoscere il suo futuro. Il Divinissimo Otelma chiude gli occhi, entra in trance, pronuncia formule esoteriche e dopo qualche secondo comincia a parlare:

Otelma: Vedo Lei signor Presidente… su un’automobile aperta… per una strada larghissima e migliaia di persone che la acclamano…
Berlusconi: La gente è felice?
Otelma: Sì sì, felicissima.
Berlusconi: E mi seguono? Seguono la macchina e mi stanno dietro ovunque io vada?
Otelma: Sì, sulla strada e sui marciapiedi, migliaia di persone esultanti, con striscioni a festa, cori da stadio.
Berlusconi: Che bello! Ma sugli striscioni che c’è scritto?
Otelma: Presidente, sono scritte di giubilo, di speranza per una patria migliore.
Berlusconi (sorridendo compiaciuto): Ma urlano pure?
Otelma: Altroché! Urlano tutti: Silvio! Un futuro migliore ci aspetta!
Berlusconi: E dimmi Divino Otelma, amico mio, mi stringono anche la mano e mi danno i bambini da baciare?
Otelma: No, la bara è chiusa ermeticamente.”

(Da una barzelletta che gira in rete)

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giovedì, novembre 11, 2010

I LOVE ROSSO FLOYD

“E poi un appunto metodo… metodosofico… come cazzo si dice? Comunque è questo: è facile vedere le cose dalla fine, ti sembra che il destino sia evidente dall’inizio, scolpito a lettere di fuoco nella pietra, così i prescelti hanno sùbito una luce speciale, e chi si ferma per strada ti sembra un poveretto, un suicida: come, sei sulla barca della gloria e scendi? Ci pensavo ascoltando tutti i vostri racconti sui primi compagni dei Pink Floyd, quando non si chiamavano ancora Pink Floyd… Si crea un film altamente drammatico, un film dove tutto è fatale, un incontro, una parola detta per caso… Così chi arriva alla gloria ci arriva perché doveva, perché era speciale, e noi giù ad adorare… ”

(Michele Mari, Rosso Floyd, Einaudi, p. 212)

                                            [Domani la recensione:-)]

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venerdì, novembre 12, 2010

MICHELE MARI, DIAMANTOLOGO

(Michele Mari)

Erano secoli che non mi entusiasmavo in questo modo, ovvero fino alla scompostezza, per un libro nuovo. È accaduto nei giorni scorsi per “Rosso Floyd” di Michele Mari, che ho ormai eletto  “miglior scrittore italiano vivente”.
Ascoltando la video-intervista riportata nel sito di Einaudi

http://www.einaudi.it/speciali/Michele-Mari-Rosso-Floyd

ho scoperto – peraltro – che Michele Mari non era affatto un pinkfloydiano della prima ora, come il suo libro lascerebbe supporre, perché lo è piuttosto dell’ultima. Il suo interesse per la figura di Syd Barrett, cofondatore dei Pink Floyd e primo leader del gruppo dal 1965 al 1968, infatti, si è concretizzato e sviluppato solo a partire dal risalto dato dai media di tutto il mondo alla notizia della morte di Diamante Pazzo nel luglio 2006. 

(Per la risonanza italiana si veda:

http://www.lucaferrari.net/articolo.php?ID=222

da cui:

La Repubblica: “Addio al ‘diamante pazzo’. Si è spento Syd Barrett”
Corriere della Sera: “Addio a Syd Barrett, genio fragile dei Pink Floyd”
Il Manifesto: “Ciao Syd, cappellaio matto”
La Stampa: “Addio al genio di Syd Barrett, folle diamante dei Pink Floyd”
Il Foglio: “L’assenza del rock”
Il Giorno: “È morto Syd Barrett un mito assoluto”
L’unità: “Senza Barrett niente Pink Floyd”   )

È seguita la progressiva scoperta della bibliografia accumulatasi intorno alla figura di Syd Barrett.
Qui una selezione:

http://www.sydbarrett.net/subpages/books/syd_barrett_books.htm

Secondo me, l’idea-base del libro deve essergli scaturita da elementari e quasi automatiche associazioni evocate dal termine “diamante”, in primis quella di “sfaccettature”.  

Leggo qui:

http://www.guida-acquisti.com/oggettistica/diamanti.html

«Il diamante è un composto di carbonio cristallino, caratterizzato da struttura molecolare molto compatta, questo ne conferisce una durezza elevata, la maggiore tra tutti gli elementi conosciuti. Largamente impiegato per uso industriale, il diamante ricopre un ruolo importantissimo anche nella gioielleria, dove viene anche abbinato a metalli nobili creando gioielli di elevato valore….  L’abilità e la raffinata precisione con cui viene eseguito il taglio del diamante influisce in maniera determinante sulle caratteristiche di brillantezza, fuoco, bellezza e valore… Solo l’esperto tagliatore può stabilire quale sia il taglio idoneo da effettuare sulla pietra grezza, studiandone al meglio le caratteristiche e la forma… Quando al diamante (pietra grezza) viene eseguito il taglio caratterizzato da un minimo di 57 sfaccettature, questo assume il ruolo di brillante… »

“Se Syd Barrett è un diamante che brilla”, deve essersi detto Michele Mari, “avrà sicuramente anche lui le sue brave sfaccettature… Perché non evidenziarle in un libro in cui far ruotare – attorno a ‘sì fulgido fulcro  – una piccola folla di testimoni variamente attendibili?”.

Detto, fatto. Ma figuriamoci se Michele Mari poteva accontentarsi di documentare la parabola pinkfloydiana in un’ennesima – ancorché rigorosissima – ricostruzione bio-fictional.
 
 “Pur trattando prevalentemente di personaggi storici e di fatti reali – premette, infatti, sornionamente, nell’Avvertenza – questo romanzo è da intendersi come opera di fantasia in ogni sua parte. La confabulazione delle voci, appartenenti di volta in volta a individui realmente vissuti o viventi, a personaggi inventati, a esseri fantastici [si vedano i siamesi Mostro Rosa e  Mostro Fluido, N.d.r.], non vuole in alcun modo avere un valore documentario.”

E invece, manco a farlo apposta, ce l’ha, eccome! Documenta non tanto di Syd Barrett, quanto, più in generale, dell’umano bisogno di mitizzare e adorare.

“Così chi arriva alla gloria ci arriva perché doveva, perché era speciale, e noi giù ad adorare… “,  l’autore fa dire, per esempio, ad Archie ‘Pork’ O’ Reilly nella lamentazione vigesimo seconda di pagina 212.

Di confessione in confessione, di testimonianza in testimonianza, di lamentazione in lamentazione, di referto in referto, la figura di Syd Barrett/Crazy Diamand finisce in qualche modo per corrispondere,  in un fascinoso gioco di rimandi, alla definizione di ‘Diamante Pazzo’ riportata nel referto decimo quarto a pag. 240 del volume:

«∫ 419. DIAMANTE PAZZO. Dicesi ‘Diamante Pazzo’ un diamante di straordinaria purezza tagliato in modo tale da non limitarsi a riflettere la luce che lo colpisca, ma da catturare anche il lucore diffuso nell’ambiente. Questo lucore non viene riflesso ma assorbito all’interno del diamante, ove permane in forma concentrata e puntuale, raggiungendo a volte un’intensità superiore ai 400 f/angst…[cut]’ [H.P. Lovecraft jr, Trattato di gemmologia generale, Providence, Cthulhu Press, 1988, Vol. III, p. 377, [ammesso che il trattato o eventualmente anche la sola voce ‘Diamante Pazzo’ esista veramente]

Ma già la quarta di copertina ci aveva preparati:

“Come il prisma scompone un raggio di luce mostrando lo spettro di colori che lo costituisce, così l’autore disseziona il nucleo incandescente delle canzoni dei Pink Floyd fino a svelare come dietro ogni loro singolo verso si nasconda un messaggio rivolto all’altrove”.

E appunto altrove, ovunque si trovasse, pareva dislocato il pur ipnotizzante Syd Barrett, a detta di vari testimoni (reali o fasulli) convocati e ascoltati da Michele Mari nel corso del suo processo.

“Syd è impazzito perché era sempre un passo più avanti, e non essere mai in sintonia con gli altri fa di te un naufrago su uno scoglio, o un astronauta perso nello spazio… Qualsiasi cosa facesse o pensasse era sempre all’avanguardia, sempre: a un certo punto si trovò così in là che intorno a lui non c’era più nulla, e in quel vuoto precipitò…”,  insiste David Gilmour, l’uomo gatto, a p. 100.

Un astronauta perso nello spazio, dunque, se non un vero e proprio  unknown flying object piovuto quasi per caso sulla terra, ironicamente destinato ad esibirsi nel leggendario Ufo Club inaugurato dai Pink Floyd alla fine del 1966:

“ ‘Il tempio della musica psichedelica’ lo definiva la stampa, dove psichedelico poteva significare due cose: giochi di luce associati alla musica, e acido. Fiumi di acido. Era il momento di Timothy Leary, e lo fu soprattutto per Syd. I suoi compagni bevevano solo birra e whisky, ma lui, forse perché aveva già provato con la marijuana, si convertì subito. A detta di tutti, non si vide mai nessuno consumare tanto LSD come lui. Nel giro di qualche mese lo sguardo gli cambiò per sempre, divenne fangoso, assente, due occhiaie spaventose… Andò a vivere da solo in una topaia in Cromwell Road… [cut]… un giorno, dopo una sessione di prove, prelevammo di peso Syd e lo portammo dal più celebre psichiatra. Allego il referto:

Referto primo
Lettera di Ronald Laing
Londra, 18 luglio 1967.

Esaminato da me in due distinte occasioni a istanza dei signori Peter Jrenner e Andrew King, il soggetto Roger Keith Barrett di anni 21 ha manifestato una condizione di grave disturbo mentale, attribuibile con ogni probabilità, in attesa dei necessari esami clinici, ad abuso reiterato di dietilammide dell’acido lisergico, più noto come LSD…”. Eccetera.

E alle pagine 56-57:

“Nessuna figura del rock ha mai avuto un omaggio così bello dai suoi ex compagni come Syd Barrett. La prima sequenza di Shine on you crazy diamond e Wish you were here sono quanto di più struggente sia uscito dal genio dei Pink Floyd. Proprio per questo sono furibondo, furibondo, sì, perché continuo a domandarmi che bisogno c’era di rovinare tutto dichiarando che quei pezzi non sono stati composti per Syd… [cut]… Crazy Diamond era il soprannome di Syd: Roger in persona ha replicato che l’identificazione popolare lo ha fatto diventare il suo soprannome dopo quel pezzo. L’identificazione popolare! Abbiamo ribattuto che dopo la canzone di John Lennon diamanti e LSD erano tutt’uno, e che Syd non aveva certo bisogno di aspettare il 1975 per essere associato ai diamanti: ci è stato risposto che scrivendo quel pezzo nessuno di loro ha pensato ai Beatles neanche per un momento: peccato che in Let there be more light, la canzone che apriva A saucerful of secrets, quella canzone dei Beatles fosse esplicitamente citata. Abbiamo inoltre fatto notare che nella prima sequenza di Shine on il personaggio a cui viene dato del tu è definito non solo ‘legend’ e ‘martyr’, termini che già impongono il fantasma di Syd, ma anche ‘piper’, e The Piper at the gates of dawn è un album quasi interamente scritto da Syd… ” .

Paraculissimo il rincalzo (di chiara invenzione michelemariana) della testimonianza del figlio di John Lennon:

“Mi chiamo Julian Lennon, e resterò per sempre il figlio di John. Quando si hanno certi padri è già tanto rimanere figli… [cut ]… mio padre scrisse Lucy in the sky with diamonds nel ’67: anche i bambini sapevano che l’unico senso di quel titolo era che le iniziali dei suoi tre sostantivi formavano la sigla LSD, ma quando ci fu il processo il grande John non ebbe il coraggio di ammetterlo davanti al giudice, e tirò fuori la storia del disegno. Disse che il titolo era ispirato a un disegno che avevo fatto all’asilo, un disegno a pastelli in cui si vedeva una bambina camminare in un cielo pieno di diamanti. Io gli avrei spiegato che quelle stelline erano diamanti, e che la bambina era una mia compagna che si chiamava Lucy Moore. Naturalmente io ero troppo piccolo per essere interrogato dal giudice, così bastò la sua deposizione. Peccato che quel disegno non si sia mai trovato, e ci credo: non è mai esistito.” (p. 60)

Ma soprattutto fondamentale, per la comprensione del sofisticato gioco letterario di Michele Mari, la chiave posta a pagina 43:

“Quando tutto è rosa non si distinguono bene i contorni degli oggetti, quando tutto è fluido le forme evolvono l’una nell’altra e quello che fino a un attimo prima era vero diventa falso, e il falso diventa vero…”

Rosa e Fluido, due elementi che fin dalla “lamentazione prima oltremondana” si materializzano nei “siamesi”:

“Il mostro rosa si torse verso il mostro fluido azzannandogli il collo. Il mostro fluido, com’era solito fare in quelle occasioni, affondò tutte le unghie nella schiena del congiunto, lacerandogli le carni in profondità. E un sangue chiaro scorreva copioso lungo il loro unico corpo fremente, un sangue rosa che sceso a terra fluiva, e fluiva.”

Rosa e Fluido.

Pink Floyd, appunto.

Grazie, Michele Mari. Sei il più bravo di tutti.

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lunedì, novembre 15, 2010

SYD BARRETT: DIAMANTE PAZZO O DIAMANTE SAVIO?

(Luca Ferrari)

Mi ha scritto Luca Ferrari, massimo “sydbarrettologo” italiano, in riferimento al post precedente su “Rosso Floyd” di Michele Mari:
 

«Ringrazio per la citazione, ne sono sempre e ovviamente lusingato. Non ho letto “Rosso Floyd”, anche se tempo fa, da poco pubblicato, un fan di Barrett  – che era stato anche mio lettore – me ne inviò alcuni stralci chiedendomene un giudizio. Lo riporto qui sotto nell’eventualità (mi pare di capire possibile) di una riedizione del libro di Mari:

Reperto # 47 – Luca Ferrari (autore di saggi e biografie su Pink Floyd e Syd Barrett)
“Per quanto assolutamente legittima, l’opera di Mari non suscita in me alcun interesse. Non lo dico per presunzione, ma per il fatto che non sono interessato ad operazioni di ‘speculazione letteraria’ intorno a vicende reali, oltretutto così dolorose. Un altro caso italiano recente (“Le provenienze dell’amore” di Stefano Pistolini) ha interessato il ‘mito’ di Nick Drake incrociando – con esiti letterari assolutamente degni della migliore scrittura – vicende biografiche reali e vita dell’autore. Non ne trovavo il senso, comunque, come non lo trovo nell’idea (per quanto innegabilmente originale) di Mari.

Che poi sia effettivamente “il più bravo di tutti”, non so dire. Più bravo di chi, poi? Quanto a me, pur scrivendo da oltre venticinque anni, non ho mai avuto alcuna velleità letteraria cosciente. Ho semplicemente cercato di fare del buon giornalismo in un’epoca (prima di Internet) in cui le notizie bisognava andare a scovarle ‘sul campo’, come nella migliore tradizione etnomusicologica/etnografica”.

Grazie ancora per avermi ‘tirato in ballo’. Un mio contributo più recente su Barrett, tutt’altro che letterario  (ed esaltante), è disponibile all’indirizzo

http://doestheoctopus.blogspot.com

Buona giornata. Luca Ferrari»
 
[Il titolo del blog di Luca gioca tra il noto pezzo di Syd Barrett “Octopus” (“close our eyes to the Octopus Ride”)  dove Octopus Ride è la giostra diffusa in Inghilterra sin dagli anni Cinquanta, e “la PIOVRA (Octopus) famigliare e del clan che sale (to rise) e si appropria dell’eredità materiale e spirituale di Barrett facendo strame della sua esemplare muta dignità e integrità (parole di Luca, che precisa: «Naturalmente il punto interrogativo rende la questione sospesa. Come dire: “Ma le cose stanno proprio così?”. Poi si è scoperto, attenuando lo sconcerto, che la vendita delle proprietà di Barrett era ‘a fin di bene’, ma la gestione complessiva della vicenda ha suscitato non poche perplessità in molti…»)]

Riporto qualche passo dal blog di Luca:

«… Dopo aver scritto d’istinto alcuni pezzi sul mio sito (http://www.lucaferrari.net) – frutto dapprima di sconcerto, quindi di rabbia, infine di amarezza -, ho pensato che potesse essere interessante ‘recuperare’ questa storia tutt’altro che edificante di meschinità e bassezze assortite. Non nuova, certo, ma a suo modo emblematica, oltre che paradossale: allo strenuo, dignitoso contegno di ‘resistenza’ di Roger Barrett al mondo – all’assedio volgare della stampa, dei fan, della discografia – dopo il suo funerale (va detto in forma privata) si è scatenata un’incredibile canea: ‘necrologi’ basati sui più logori e vieti luoghi comuni da parte della stampa internazionale (italiana inclusa, ovvio); un servizio televisivo della BBC (21 settembre 2006) girato nella sua casa mostrandone l’intimità al mondo per soddisfare finalmente le più bieche morbosità; quindi  l’asta di famiglia e la vendita della casa. Per finire con la vendita di un quadro e di una poesia adolescenziale da parte di una vecchia fidanzata…   Se Barrett, che è stato per oltre trent’anni lontano dalle scene, è “pazzo”, allora tutto è chiaro e più “digeribile”. Il semplice sillogismo è: “era pazzo, ovvio, altrimenti sarebbe ancora sul palco con Waters a suonare “Wish You Were Here”, no?” (!?)…  Oltre ogni facile retorica, oltre ogni misera divinazione da star-system, il fascino duraturo esercitato dalla “scomparsa” di Barrett, il musicista, dalle scene più o meno luccicanti dello show biz, è una favola postmoderna, con una morale semplice e profonda: è possibile rinunciare al guadagno, all’esposizione mediatica che rende facili idoli di masse silenti e prone alle novità del momento, al successo effimero che trasforma anche il più incapace, anche il privo di talento in vip (very important person…?!), “riconoscile” per la strada, “famoso”… Una morale semplice ma profonda, lanciata ai posteri con l’elementare atto (importa, è mai importato, quanto consapevole?) di chiamarsi fuori, “ritirarsi”, “scomparire” dalla macilenta apparizione quotidiana, continua, su giornali-televisioni-eventi mondani che rende tutto indistinto, privando ognuno delle proprie peculiarità, omologando corpi, sentimenti, idee… Syd Barrett ha riscritto una storia antica, religiosa: non morendo, non suicidandosi, continuando a vivere semplicemente come chiunque altro, come persona “normale” senza alcuna aspirazione di “successo”: del successo contrabbandato dal sistema contemporaneo per cui se non “appari non esisti”. Barrett esisteva comunque senza esserci, perché era in ognuno di noi e rappresentava, vivendo, con quello che per le logiche perverse della società dello spettacolo era un “basso profilo” (e chi ha, per converso, un profilo “alto”, oggi…? Cosa significa averlo?). Aveva rinunciato al banchetto delle celebrità, aveva ridotto ai minimi termini la sua comunicazione con il mondo esterno (attenzione: il mondo esterno dei giornalisti, dei fan rompiballe, della retorica ipocrita dei Waters-Gilmour-Mason-Wright che con il loro successo planetario, riaccendevano periodicamente l’attenzione su di lui provocandogli solo fastidi… non certo quello dei bambini che giocavano davanti a casa, dei negozianti dove acquistava pennelli, colori, cibo, dei famigliari con cui trascorreva le festività, non la sorella che lo passava a trovare di frequente…), aveva da anni inaugurato una nuova vita, rinato Roger Keith, incurante della propria immagine “pubblica”, disinteressato ad apparire “affascinante”, “misterioso”, “intrigante”… a dispetto dell’accanimento periodico dei mass media che indulgevano volgarmente sulla fatale, ovvia, discrepanza fra l’avvenente, giovane “eroe psichedelico” e il cinquantenne/sessantenne calvo e cadente (ma, come per tutti noi, invecchiando, Barrett ha avuto i suoi ovvi alti e bassi fisici: sufficiente confrontare le fotografie che lo ritraggono dagli inizi degli anni Ottanta con quelle dei suoi ultimi mesi di vita…).
Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margarets Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband Blues”), nella tragica coscienza di “Dark Globe” che qualcosa era finito per sempre (un’amicizia? l’infanzia? un sentimento intimo…?) o nella felicità insensata e infantile di “Bike”, nell’ebbrezza della scoperta di “The Gnome”, nella disperazione di “Feel”… A mio modo di vedere è stato Barrett ad “aggirare” il music business e non viceversa. Invece capita di leggere il contrario, perché se per qualche ragione rinunci ai presunti benefici delle popolarità significa che hai qualche problema. È un sillogismo dilagante, da cui è dipeso lo stigma che ha segnato la storia di Barrett artista: se non rispondi alle aspettative della società dello spettacolo, chissà forse sei pazzo o drogato, hai avuto per forza qualche problema profondo durante l’infanzia. Nessuno può negare oggi che Barrett sia ricorso alla droga per trovare una via d’uscita alle pressioni e alla routine imposte dalle condizioni materiali del successo, ma da qui a sostenere che si sia “bruciato il cervello” per sempre, mi pare ce ne corra. Il fatto certo, osservabile, è che Barrett si è progressivamente allontanato da quel mondo, tanto da negare a sé stesso e agli altri la sua passata identità, e riappropriandosi del suo nome di battesimo, Roger Keith. Che l’abbia fatto coscientemente o meno, nessuno può dirlo: ma a questo punto cosa importa?»

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12 luglio 2006

MORTE DI SYD BARRET, PAZZO DIAMANTE

“Come on you boy child, you winner and loser,
come on you miner for truth and delusion, and shine!”

(“Avanti, bambino, vincitore e perdente
Avanti, minatore di verità e illusione, e brilla!”)

[CUT]

… Il 28 marzo 2005 tale Cin Ciun Ciao postò su it.cultura.libri il messaggio: “UN MORTO E’ PER SEMPRE“. Eccolo:

“… Seguendo il sillogismo che ha mosso l’iniziativa della LIFEGEM memorials, una società funeraria di Chicago, la faccenda appare piuttosto semplice. Gli esseri viventi sono composti da carbonio, lo stesso elemento con cui sono composti i diamanti. Allora perché non fabbricare dei diamanti utilizzando resti di esseri viventi? Così dopo tre anni di studi con l’ausilio dei migliori specialisti, alla Lifegem hanno messo a punto un metodo innovativo in grado di trasformare le ceneri di un defunto in un bel diamante da incastonare a piacere, in modo da avere sempre a portata di mano un pezzettino del proprio dipartito bene. Il complicato processo è suddiviso in tre parti: cremazione, creazione e sfaccettatura. Come prima cosa il corpo viene cremato in un forno a 3.000 gradi centigradi che purifica il carbonio tramutandolo in grafite. Ciò che ne risulta viene spedito ad un laboratorio russo dotato di macchine sofisticatissime, dove, per favorire il processo di cristallizzazione, viene sottoposto ad una pressurizzazione 80.000 volte superiore a quella atmosferica. Così in poche settimane dai resti del vostro caro estinto, nascerà un diamante sintetico personalizzato che può essere blu, giallo o rosso, con un prezzo che varia a seconda di caratura e purezza della gemma. Si può andare dagli ottomila dollari per la coppia di diamantini da 0.25 carati, perfetti per un bel paio di gemelli, ai ventottomila per l’ importante pietra da 1,25 carati, il classico solitario degli anelli da fidanzamento.”

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24 NOVEMBRE 2005

LA MADELEINE DI MICHELE MARI

«II y avait déjà bien des années que, de Combray, tout ce qui n’était pas le théâtre et le drame de mon coucher, n’existait plus pour moi, quand un jour d’hiver, comme je rentrais à la maison, ma mère, voyant que j’avais froid, me proposa de me faire prendre, contre mon habitude, un peu de thé. Je refusai d’abord et, je ne sais pourquoi, me ravisai. Elle envoya chercher un de ces gâteaux courts et dodus appelés Petites Madeleines qui semblent avoir été moulés dans la valve rainurée d’une coquille de Saint-Jacques. Et bientôt, machinalement, accablé par la morne journée et la perspective d’un triste lendemain, je portai à mes lèvres une cuillerée du thé où j’avais laissé s’amollir un morceau de madeleine. Mais à l’instant même où la gorgée mêlée des miettes du gâteau toucha mon palais, je tressaillis, attentif à ce qui se passait d’extraordinaire en moi. Un plaisir délicieux m’avait envahi, isolé, sans la notion de sa cause. II m’avait aussitôt rendu les vicissitudes de la vie indifférentes, ses désastres inoffensifs, sa brièveté illusoire, de la même façon qu’opère l’amour, en me remplissant d’une essence précieuse : ou plutôt cette essence n’était pas en moi, elle était moi. J’avais cessé de me sentir médiocre, contingent, mortel. D’où avait pu me venir cette puissante joie ? Je sentais qu’elle était liée au goût du thé et du gâteau, mais qu’elle le dépassait infiniment, ne devait pas être de même nature. D’où venait-elle ? Que signifiait-elle ? Où l’appréhender?… » (Marcel Proust, À la recherche du temps perdu. Du côté de chez Swann, 1913)

 “Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto ad assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi: ‘Di questo dunque sanno le orecchie’ ” . (Michele Mari, “Tu, sanguinosa infanzia“, Mondadori, 1996)

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8 DICEMBRE 2010 

MICHELE MARI FA UN REGALO DI NATALE DA INCUBO A SUO PADRE

 
(Michele Mari)

Trascrivo dal volume “Campiello 1990. Antologia”, illustrato da Emilio Vedova e stampato in 1200 esemplari numerati da S.I.A.V. Editore s.r.l., Venezia, la seguente scheda (non firmata) introduttiva al magnifico racconto di Michele Mari  “TONI DALPIAZ”.

«Michele Mari ha manifestato la sua predilezione per la letteratura “nera” all’età di otto anni: era il Natale del 1964, e non sapendo cosa regalare a suo padre, scrisse e confezionò in forma di libro il “romanzo” L’incubo nel treno. Sul frontespizio, in basso, si leggeva: “Serie nera. N° 1”. Due anni dopo, non avendo fatto i compiti delle vacanze e volendo farsi perdonare dalla professoressa, scrisse il romanzo di fantascienza lugubre Il pianeta sconosciuto, che con impressionante coincidenza anticipava l’idea e la trama del film Il pianeta delle scimmie. Nel corso dello stesso anno volle cimentarsi con il fumetto: il risultato è costituito dalla truculenta vicenda de La morte attende vittime, cui, negli anni dell’adolescenza, avrebbero fatto seguito altri fumetti, tratti ora da Conan Doyle, ora dai più cupi racconti di Bradbury, ora dai canti più cruenti dell’Orlando Furioso. Del 1971 infine, dopo alcuni incompiuti tentativi di narrazione “hard-boiled”, è il romanzo Il commissario Dennis e il caso McDoualls, che si accosta ai modi più classici del giallo “scientifico”.
Di bestia in bestia e Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, i due romanzi “gotici” pubblicati da Longanesi nel 1989 e nel 1990, altro così non sono se non il coronamento di una piccola tradizione personale: l’origine prima dell’ispirazione resta quell’antica paura. Quando chiedono a Mari quali sono gli scrittori che più lo hanno influenzato, dunque, non dovrebbe nominare (certo con riverenza, con soggezione) Stevenson o Poe, Conrad o Melville o Borges: ma il De La Mare delle Storie di animali, il Collodi notturno della Quercia alta, l’Hoffmann Donner dello Struwwelpeter. Con poche eccezioni, i racconti scritti da Mari nell’ultimo decennio [l’articolo è del 1990, N.d.r.] eccepiscono a queste considerazioni. L’elemento gotico, così esibito in Di bestia in bestia, e il gusto “notturno” che impronta tante pagine del secondo romanzo, vi sono pressoché assenti, ed anche la lingua si fa più piana e tranquilla. Il racconto che segue [“Toni Dalpiaz”, N.d.r.], del 1985, è dedicato alla madre dell’autore, intrepida scalatrice di vette, ed insieme alla memoria di Dino Buzzati, narratore malioso che memorie familiari lo illudono di aver conosciuto.»

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7 febbraio 2012

MICHELE MARI E IL CIELO IN UNA STANZA

Michele Mari è capace di lanciarsi in ucronie serissime, come in acrobatiche ma giocose elucubrazioni suggeritegli da frasi fatte, proverbi, titoli di canzoni e chi più cazzi ha più ne infili. La recente raccolta “Fantasmagonia” offre un fantasmagorico campionario delle sue capacità poietiche e affabulative. Per esempio nel racconto “Tre postille ad un soffitto viola” si inventa che il sedicente geometra Aristide Rumenta, in realtà artigiano-imbianchino, un giorno “decise di dipingere di viola il soffitto di una stanza di una villetta ligure che sarebbe poi stata affittata da un cantautore”, così contribuendo ai “fasti surreali della canzone italiana”. Dopodiché non manca di scherzare su un Ipse dixit in cui Ipse è tal Porfirione (Pomponio?). Secondo costui ”la mente dell’uomo non può immaginare, nemmeno nelle sue fantasie più libere, nulla che non esista realmente”. Da tanta auctoritas Mari finge di sentirsi autorizzato a sua volta a immaginare che “in qualche punto dell’universo ci sia una stanza con un soffitto viola; che dentro questa stanza, illuminate da un raggio lunare, stiano una ragazza legata a un granello di sabbia e una zebra a pallini; poi che il soffitto si dissolva e dall’alto piovano nella stanza un fallo, uno sfintere e una certa quantità di materia fecale; infine che questi nuovi elementi entrino in ogni possibile combinazione con gli organi genitali e con le bocche della ragazza e della zebra”…  Nel divertissement, infatti, un adolescente che “indossa strani bragoni  dal cavallo bassissimo e muove le mani in modo ancora più strano”, replica aggressivamente al padre (che celebra liricamente i suddetti fasti surreali della canzone italiana) con le monosillabiche insegne del rap: fuck, suck, dick, ass, shit”.

Standing ovation.

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5 commenti
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