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BOCL N.22 (ALLA MANIERA DI WU MING 1)

31 maggio 2012

21 luglio 2011

LA NEW THING ITALIANA FU IL BEAT?

Mi chiese Wu Ming 1 alle otto di sera del 25 ottobre 2005:

“Scrivi una parodia di ‘New Thing’ e postala sul tuo blog. Non importa che sia lunga, anzi, potrebbe essere un ‘New Thing in pillole’. Se lo fai, prometto che la pubblicizzo sul forum New Thing e anche su Giap! :-)

E più tardi:

“Insisto: in te c’è il potenziale per una grande parodia di ‘New Thing’. Dirò di più: tu, come blogger, *sei* l’antropomorfosi di una parodia di ‘New Thing’!

Risposi:

“Ehi, mi hai preso per Maurizio Crozza che canta ‘Zapatero’ sulle note di ‘Bambolero’?”

Però alla fine cedetti e dissi:

“Se uno di questi giorni mi scappa una parodia, ti avverto:-/ “

Il 29 ottobre 2005 misi insieme un post intitolato “ALLA MANIERA DI WU MING 1“, che lo divertì moltissimo. La parodia fu ripresa su GIAP, dove rimase per vari anni, salvo poi sparire quando iniziai a prendere per i fondelli il dimenticabile (e ormai dimenticato) pseudomovimento del New Italian Epic… Sapete com’è, Wu Ming 1 è un tipo un cincinino permaloso… o forse accetta solo parodie espressamente commissionate da lui*-°

Qui il post:

http://lucioangelini.splinder.com/post/6148879/alla-maniera-di-wu-ming-1 

(oggi – dopo lo smantellamento di SPLINDER – visibile qui:

http://lucioangelini.iobloggo.com/110/alla-maniera-di-wu-ming-1/&y=2005&m=10 )

con un messaggio di Wu Ming 1 nei commenti:

“Sono commosso! 🙂
E’ proprio qui che ti volevo.
Lo riproduco immantinente su wumingfoundation. 
WM1 “ ).

In Giap il pezzo fu introdotto così:

«A proposito di New Thing:
Sul suo blog Cazzeggi letterari lo scrittore e traduttore veneziano Lucio Angelini, autore di libri per ragazzi nonché microeditore di Libri Molto Speciali, ha scritto un divertito omaggio al libro, spostando le testimonianze nel mondo della musica leggera italiana, commovente rimembranza del passaggio dagli ingessati anni Cinquanta al decennio “ye ye”, con la clamorosa irruzione dei “giovani” (la quindicenne Gigliola Cinquetti, fingendo di non volerla dare per via dell’anagrafe, per ciò stesso alludeva al fatto di darla e portava nell’universo canterino una calda ventata di pubescente erotismo) e il successo delle sbarazzine hit da spiaggia. Negli USA si gridava al “Black Power”, in Italia si cantava: “Ci sta un popolo di negri che ha inventato tanti balli / il più famoso è l’hully-gully”. Era la nostra idea di potere nero: inventare l’hully-gully, ballo di cui non si è mai più sentito parlare. WM1 è lusingato: chi ha assistito ai reading-concerto con gli Switters, saprà che il bis era una versione delirante di Bandiera gialla di Gianni Pettenati (*), per cui tutto quadra.»

Riproduco la parodia come cappello alla mia prossima recensione: quella del libro Al di qua, al di là del beat di Umberto Bultrighini, per il quale la New Thing, almeno in Italia, non fu affatto la rivoluzione del jazz libero di Albert Ayler, Archie Shepp, Bill Dixon, Eric Dolphy e naturalmente Coltrane (ritmi svincolati da schemi metrici, strumenti a fiato suonati energicamente, grande libertà ritmica e melodica). La “Nuova Cosa”, per lui, fu senz’altro il beat:-)

——

(ALLA MANIERA DI WU MING 1)

Da “NEW THING”

ROWDY-DOW

Nella seconda metà degli anniCinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. La vittoria di Franca Raimondi al festival di San Remo con Aprite le finestre di Pinchi­-Panzuti era stata ingiusta. Solo il secondo posto – cazzo! – per Tonina Torrielli nel 1956. Eppure il suo pezzo, Amami se vuoi, era firmato Panzeri-­Mascheroni.

GREEN MAN

Il duello Raimondi-Torrielli era stato una sorta di rissa tra cani, anzi, gli istanti che precedono una rissa tra cani. Li senti da dietro l’angolo e t’immagini la scena, i padroni che tirano i guinzagli e chiamano i cani, le due bestie che azzannano l’aria, cercano di avventarsi l’una sull’altra, strattonano, ringhiano, latrano, sbavano, e le voci dei padroni che ordinano di smetterla, fanno lavorare i bicipiti, parlano ai cani manco fossero cristiani ma in fondo non ci credono, recitano. La verità è che sono fieri della forza e dei coglioni dei loro animali, ridono sotto i baffi…

ROWDY-DOW

Quello che soprattutto mi strizzava i lombi, a proposito della Torrielli, era il fatto che la chiamassero “la caramellaia di Novi Ligure”. Per noi era “la musica”, punto. Panzeri e Mascheroni ce l’avevano messa tutta a cucirle addosso il pezzo. Vittorio Mascheroni aveva conosciuto il primo successo con “Arturo e Lodovico” (1928), cui aveva fatto seguito “Bombolo” (1932). Mario Panzeri invece, si era messo in evidenza con l’inquietante “Maramao perché sei morto”. La voce della Torrielli dette la stura alle nostre orecchie. “È proprio un sogno, un sogno particolarmente dolce essere qui a Sanremo, cantare per questo immenso pubblico, sentire gli applausi, poter indossare questi bei vestiti”, dichiarò confusa e felice la bombonaia di Novi Ligure. Durante la sua esibizione erano state provocatoriamente distribuite delle caramelle al pubblico. “Non ero stata avvertita, e rimasi molto stupita”, confessò Tonina ai giornalisti. I versi di “Amami se vuoi” divennero per noi una sorta di manifesto della new thing:

Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
io son l’amor che svanisce,
ma dei baci miei
non fidarti mai,
io son l’amor che ferisce…
e quando fra le braccia
mi stringi dolcemente
ancor più dolcemente ti dirò…
Amami se vuoi,
tienimi se puoi,
perché io son così.”

BLOOD WILL TELL

Nel 1957, però, la Torrielli scivolò pericolosamente al terzo posto con “Scusami”, di Biri­-Malgoni-­Perrone, forse perché aveva dovuto cantarla in coppia con Gino Latilla. La vittoria arrise al kinguccio Claudio Villa, spalleggiato dal napoletano Nunzio Gallo con Corde della mia chitarra, di Fiorelli-Ruccione. Villa, peraltro, si accaparrò anche il secondo posto con Usignolo di Martelli-­Castellani-­Concina, presentata in tandem con Giorgio Consolini, che appena tre anni prima, con la coraggiosa “Tutte le mamme” (“Son tutte belle le mamme del mondo quando un piccino si stringono al cuor!”), era arrivato primo. Ma per me la voce di Tonina restava il suono della Creazione. Era primordiale. Se Dio c’era, me lo figuravo come una caramella fatta da lei. Poi, la tragedia. Nel 1960 Tonina Torrielli sposò Mario Maschio, allora batterista dell’Orchestra Angelini.

GREEN MAN

Il 1964 fu l’anno del “risveglio spirituale”, l’anno di Gigliola Cinquetti. Gigliola era nata a Cerro Veronese il 20 dicembre 1947 e si era fatta notare l’anno prima al concorso di voci nuove di Castrocaro. Gigliola era Michelangelo, scolpiva l’aria, toglieva tutto ciò che non somigliava alla musica che aveva in testa. “Non ho l’età non ho l’età /per amarti non ho l’età/ per uscire sola con te”, era il suo sconvolgente refrain. Cavalcava accordi che non capivi cos’erano, note che sembravano giocare a nascondino e sbucare da dietro il pianoforte per sorprendersi a vicenda. “E non avrei,/ non avrei nulla da dirti/ perché tu sai/ molte più cose di me”. Ma Gigliola capiva, sì, e creava sculture con il suo gorgheggio, faceva spuntare ora un braccio, ora una gamba. Una specie di sonar, le note rimbalzavano su oggetti invisibili e ne rivelavano i contorni. La sera mi perdevo in quei miraggi, dormivo al massimo tre ore per notte ma stavo da dio, mi mettevo a lavorare e non perdevo un colpo, cazzo, il mondo appeso a un filo.

ROWDY-DOW

Dentro la nostra musica c’erano troppe cose per un solo paio d’orecchie. Il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa. Per me il 1964 fu soprattutto l’anno di “Abbronzatissima” di Edoardo Vianello. Fu allora che decisi di diventare “nero”: “Say it loud, I’m tanned and I’m proud!”

A Abbronzantissima
sotto i raggi del sole,
come è bello sognare,
abbracciato con te.
A Abbronzantissima
a due passi dal mare,
come è dolce sentirti
respirare con me.

Accettare il color bronzo della faccia, diventare – insomma – una “faccia di bronzo”, superare il complesso d’inferiorità: “Nero è bello”. I Marcellos Ferial implorarono Edoardo di scrivere un pezzo tutto per loro. Edoardo, che dietro la maschera, il fucile e gli occhiali, era un buono, li accontentò. “Sei diventata nera” divenne l’inno del Tanned People di tutta Torvajanica: “Sei diventata nera nera nera/ Sei diventata nera/ Come il carbon!”. Madre Natura si scrollava di dosso la musica di Nilla Pizzi con le sue carinerie di merda (“Grazie dei fior, grazie dei fior, grazie dei fior… ”). La musica di Edoardo era la musica dei Watussi, era i versi dei babbuini e delle bertucce, era il gibbone che urla appeso al ramo.
Eccetera.

——————-

22 LUGLIO 2011

UMBERTO BULTRIGHINI, IL DOCENTE CON LA PASSIONE DEL BEAT

Nella Prefazione al libro Al di qua, al di là del beat

il critico Dario Salvatori chiarisce:

“Si dirà che siamo alle solite. Ragazzi maturi con la frangetta che ancora sognano ‘la cantina dove si respira piano’. È possibile. In fondo la musica che si ama di più è quasi sempre quella che si ascoltava in gioventù. Ma in questo caso c’è di più. Il Beat… è stato il primo genere musicale in cui il sound, il look (che fortunatamente ancora non si chiamava così) gli atteggiamenti, il comportamento e il pensiero erano strettamente legati all’aspetto esistenziale.”

In realtà Umberto Bultrighini, l’autore del libro, la frangetta non ce l’ha più (è pelato)

e forse nemmeno la cantina, ma di recente ha ripreso a suonare con immutato divertimento insieme al gruppo fondato nel 1964, “I Tubi lungimiranti”… compatibilmente con gli impegni del suo mestiere vero, of course: è docente di storia greca all’università di Chieti.

“Personalmente – dichiara Bultrighini nella seconda delle tre Premesse contenute nel capitolo I – ho respirato a pieni polmoni e ritengo di poter rappresentare soprattutto il sentimento della sterminata provincia italiana, il territorio di migliaia di ragazzi persi dietro al mito dei Beatles e alle suggestioni di un senso anti-conformistico dell’esistenza.” (p.11).

Lungi da lui ogni sospetto di adesione al “becero, orrendo e fuorviante concetto di ‘revival’… ‘rievocazione nostalgica’ o ‘riproposizione’”, in ogni caso. Quello che lo interessa è rendere “oggetto di analisi storica e filologica” la straordinaria fase musicale del Beat, senza tuttavia privilegiare l’aspetto sociologico e di costume del fenomeno, “come avviene abitualmente”.

Gli anni del Beat, a suo dire, non furono una semplice anticamera del Sessantotto. Quest’ultimo, infatti, incoraggiò contrapposizioni e divisioni “anche tra i giovani, tra quelli presunti progressisti e quelli presunti reazionari, etc. etc.”, mentre il Beat esaltava soprattutto “l’idea non ideologizzata… di unione istintiva e indifferenziata”.

Quello che gli preme evidenziare, insomma, è “l’idea della sua specificità e della sua pervasività autonoma, come punto di coagulo e di fermentazione per sviluppi successivi per i quali il beat è stato determinante al cento per cento” (p. 21).

“Con la scelta provocatoria e dissacrante dei capelli lunghi, della minigonna, dell’abbigliamento mod e insieme dell’abbigliamento pazzo (divise militari, camicie a fiori, pantaloni a righe grosse) e via dicendo, ma anche con il conflitto generazionale e le fughe degli adolescenti da casa, insomma con tutte queste manifestazioni esteriori agli albori del beat, diciamolo una volta per tutte, subito e chiaro, la politica in senso tecnico e soprattutto partitico non c’entrava assolutamente nulla di nulla. Anzi, la traduzione in termini politici delle spinte giovanili, che erano individuali ma insieme si esprimevano nel solco di un ‘sentire’ universalmente condiviso al suono della ‘nuova’ musica (ed è proprio questo il miracolo del beat), andava in senso contrario allo spirito verace del beat: cozzava con i principii ispiratori di un movimento delle coscienze giovanili, principii che erano direttamente collegati alla rivoluzione interiore messa in moto dai rappresentanti della beat generation.” (p.13)

A uccidere il Beat, nel volgere di pochi anni, furono due precisi assassini: il mercato e la strumentalizzazione politico-ideologica.

Accanto alla puntuale disamina di Bultrighini, il volume contiene materiali documentari e narrativi quali l’ “Amarcord di un ragazzo beat”, di Claudio Scarpa, un secondo amarcord firmato Gene Guglielmi (il cantante di cui molti ricordano il successo “I capelli lunghi”), poi un interessante capitolo intitolato “Cover tu che cover anch’io”, in cui si analizza il fenomeno della corsa alle versioni in italiano di brani di successo statunitensi e inglesi. Bultrighini distingue tre tipi di cover: quella filologica, quella creativa, e quella – più desolante – NON DICHIARATA (“Pregherò” e “Tu vedrai” apparvero inizialmente a firma Detto-RikiGianco-Don Backy e Detto-RikiGianco-DonBacky-Del Prete, senza nessun accenno agli originari autori statunitensi, mentre erano inconfutabilmente le versioni italiane di Stand by me e Don’t play that song).

Un intero capitolo è dedicato al Piper Club di Roma, mitico tempio della musica beat fondato da Alberigo Crocetta. Un altro capitolo alla trasmissione radiofonica “Bandiera Gialla”, che consentì il diffondersi della musica beat e R&B nel nostro paese. “In un solo anno, Arbore & Boncompagni presentarono ben 672 dischi, scelti con perizia da loro stessi”. Vi è poi un capitolo dedicato a “Festival e Cantagiri” e una corposa serie di interviste effettuate da Claudio Scarpa a esponenti di spicco del Beat quali Victor Sogliani (Equipe 84), Mal dei Primitives, Gianni Dall’Aglio (Ribelli), Ferruccio Sansoni (New Dada), Sergio Magri (Delfini), Riki Maiocchi, Ricky Gianco, Gian Pieretti, Renato Bernuzzi (Kings), Roberto Buscelli (Satelliti), Jaguars, Nico Tirone (Gabbiani), Mauro Lusini (l’autore di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”), Roby Crispiano, Nico Lomuto, Gene Guglielmi, Evy.

L’intervista a Umberto Bultrighini dei Tubi Lungimiranti, invece, è stata curata dal critico musicale Mauro “Shake” Ferracini.

Racconta Umberto (sintetizzo):

“Correva l’anno 1958, e un bambino di otto anni a cui il convento passava Papaveri e papere (con tutto il rispetto, ora capisco che è un gran pezzo) bighellonava sul molo di Fano; all’improvviso, dal baretto che per primo aveva appena installato l’avveniristica realtà di un juke-box, arrivano ai suoi padiglioni auricolari le seguenti sillabe, così come lui le percepiva: Olàmba belùla belàmba mbù, ciùli frùli, au lùli, etc. etc. È stata la mia folgore personale sulla via di Damasco: Elvis ha prefigurato in un attimo alla mia coscienza una fetta colossale del mio destino… col beat è veramente nato tutto un mondo nuovo… una cesura storica formidabile, purtroppo misconosciuta e sottovalutata… Quando ho visto gli Stones nel 1967, al loro primo tour italiano, al Palasport di Bologna, è stato sconvolgente… Quanto al nome dei Tubi, è stata mia sorella Anna Grazia a crearlo. Lei studiava a Roma e aveva la fortuna di poter andare al Piper… grazie a Carlo Scarpa, conosciuto nel 1990, venni a sapere che i nostri 45 giri erano appetiti sul mercato collezionistico giapponese. Era una cosa troppo bislacca, non ho resistito e ho ricostituito i Tubi… Credo che finché regge il fisico, il palco avrà sui Tubi un potere di attrazione spaventoso… Quest’anno abbiamo in programma partecipazioni varie a festival dedicati ai Sixties, in testa il favoloso Festival Beat di Salsomaggiore. Inoltre stiamo lavorando a un album che ci produrrà Gianni Daldello, con un brano-guida che reputo uno sballo, Hic et nunc…”

Proprio ieri sera, qui a Fano, ho avuto modo di ascoltare Hic et nunc in anteprima a casa di Umberto. L’ho trovata… come dire? … acchiappante… ecco, sì, acchiappante*-°

(Lucio Angelini con la FRANGETTA alla Beatles al tempo in cui prese la patente di guida:-) )

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17 commenti
  1. … sono un pescatore di a s t e r i s c h i sotto un’onda a forma di parentesi rotonda…

  2. E’ proprio pelato di brutto, più di me, molto di più. AH AH AH La frangetta… AH AH AH Perlomeno io ce li ho ancora un po’ di capelli davanti seppur rasati a zero.

    Ma eri un figo da giovane. Dovrebbero inserire la foto della tua patente da ragazzo nella niupeppica. 😀

    • 1) sono pelato di bello ; 2) ho i capelli interni, tanti, per passare si deve usare il machete.

  3. Lucio con la frangetta alla British Invasion degli anni Sessanta…:-)

    Quanto al waso ming, non stupisce vedere che vuol decidere tutto lui: come fare i saggi che parlano delle sue opere, come criticarle, come — infine — parodiarle.
    Più che una “band di scrittori”, come ridicolmente si definivano, c’è in realtà un tentativo (fallito) di manipolazione cultural-editoriale, ben supportata dalle eminenze grigie che stanno dietro, e che ancora insistono a portare avanti questo progetto.
    In sostanza, un tentativo di viral marketing applicato ai “cinesi de noantri”: se lo sommiamo al disgustoso affaire laramanni, ne esce un quadro molto triste.

  4. diait permalink

    Bultrighini è un po’ il Paul Schaffer italiano.

  5. Hanno avuto successo con Q, Ma oggi, con il senno di poi, mi rendo conto che il successo fu dettato più che altro dal fatto che forse, per la prima volta, ci si trovava di fronte a qualcuno che si definiva una band di scrittori. Ed allora torno ai Pilastri della Terra di Follett, autore che non amo ma che perlomeno non mi scortica i marroni. 😉

    Il nessuno n. 2 ha fatto uscire qualcosa in libreria. E’ lì che prende la polvere. Un prezzo di copertina così lo pago soloo se uno è minimo minimo all’altezza di Salman Rushdie, non di certo per un qualunque nessuno; ma quand’anche avessi la possibilità d’averlo senza tirar fuori un centesimo, sinceramente non m’interessa. La band era una moda, passeggera, per una finta lotta di classe. Ma quale lotta? quale classe? La lotta di prender per i fondelli la classe, questo sì. Non val manco la pena di sprecarci tempo dietro a ‘sti tizi.

  6. Concordo. E faccio un’aggiunta.
    Ormai è ufficiale, la tanto sbandierata traduzione del waso ming dell’ultimo romanzo di Stephen King ha letteralmente portato iella: le copie che giacciono nelle librerie sono ancora quelle della terza tiratura, datata dicembre 2011. Giacciono lì da sei mesi, signori: sei mesi.
    Una sconfitta colossale, che fa ancor più pena se si pensa che una nota blogger supporter del wm sosteneva in un forum di anobii che, siccome il collettivo vanterebbe “trecentomila lettori” (boiata pazzesca), quei “trecentomila” si sarebbero aggiunti ai normali lettori di King, facendogli così fare il botto e facendolo uscire dal “ghetto” del genere horror. Questi vaneggiamenti sono salvati in un file, per chi non li trovasse.
    Roba da matti.

    • Attento a quel che scrivi pa’, se non vuoi che i wumingers ti accusino di essere un fake di strampamolly (moi su aNobii): sembra sia prassi comune per liquidare chi *osa* avanzare dubbi sulle obliquamente-autoriali (ehm… coff cofff) traduzioni wumingiane…
      😉

      • Strano: le voci più maligne insinuano che sia stato il waso ming ad avere il vizio di impersonare fake diversi per praticare azioni “virali”, o a proprio favore o contro gli avversari.
        Ma probabilmente sono cattiverie dettate dal livore e dall’invidia di fronte al suo successo di “reader”, “performer” e “agitator”, nonché fabbbricante di “frame”.

      • p.s.: il fabbricante di “frame”, ovvero il framemaker, in Italia si chiama corniciaio.

    • pa’, wm1 si c’è incorniciato/framed/incastrato da sé con quelle traduzioni.
      Non ho dubbi che le storie kinghiane tradotte da wu ming acquisterebbero colore, calore, ritmo se ritradotte con la sensibilità, il piglio, il cuore, la professionalità di chi so io. Il fallimento dello scrittore che traduce lo scrittore è stato evidente. la S&K non si è resa conto che wming non si è messo al servizio di King, ma ha cercato di rubargli la scena in tutti i modi possibili. Ha fatto esattamente quello che un traduttore non dovrebbe fare: invece di essere discreto e cercare di scomparire il più. possibile ha dato fiato ai tromboni mettendosi in mostra al pari di un pavone. Questo non ha pagato. I lettori di King vogliono la continuità e soprattutto vogliono King.

      Le parodie di Lucio gli servivano per dare un po’ di colore a new thing, per risultare simpatico di riflesso…

      • Inoltre wu ming 1 non si è fatto scrupoli col suo comportamento da primadonna nell’allontanare da King in italiano lo zoccolo duro dei suoi lettori: il cambio traduttore ha invogliato molti a leggere King in lingua originale. L’unico modo per un lettore di protestare contro scelte insensate da parte della casa editrice…

        ok, spengo il disco 😉

  7. @Umberto. Ecco, bravo, diglielo a Iannozzi che tu hai i capelli interni! Sai, lui è pelato fuori e anche dentro:-)

  8. diait permalink

    Alcuni pezzi li avevo già letti e commentati di là, ma la new thing degli anni cinquanta è veramente spassosa.

    (p.s. x paolo: ho letto il tuo microracconto sul blog dell'”editrice”. L’ho commentato lì. Mi è piaciuto molto, nel suo … piccolo!)

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