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BOCL N. 23 (LOVE IS A FORCE OF NATURE)

1 giugno 2012

4 GIUGNO 2007

EMILY BRONTË E IL LIVELLO 2

Ho sempre trovato stroaordinaria l’analisi di “Cime Tempestose” operata da David Cecil e ripresa da Mario Praz nella sua “Storia della letteratura inglese” (Sansoni Editore, 1968), splendido manuale su cui a suo (mooolto suo :-) ) tempo preparai alcuni esami. L’ho recuperata per voi. Eccola: 

“La filosofia, se così vuol chiamarsi, che s’incarna in Wuthering Heights è che tutto il creato, animato o inanimato, fisico e psichico, è espressione di certi vivi princìpi spirituali: da un lato quel che può definirsi il PRINCIPIO DELLA TEMPESTA – l’aspro, lo spietato, il selvaggio, il dinamico – dall’altro il PRINCIPIO DELLA CALMA – il dolce, il clemente, il passivo, il mansueto. I due principi sono in contrasto, e insieme compongono un’armonia. Così osserva David Cecil (Early Vctorian Novelists, Londra, 1934), e può aggiungersi che a questo modo la concezione della vita di Emily Brontë appare straordinariamente vicina a quella di William Blake, l’unico artista inglese, anch’egli un isolato, a cui la Brontë, che forse non ne seppe neanche il nome, rassomiglia. La tigre – l’agnello: quel contrasto che è il motivo centrale del Blake lo è pure della Brontë. Ancora: la vita degli uomini e quella della natura sono per lei sullo stesso piano; un uomo irato e un cielo irato non sono simili metaforicamente, ma essenzialmente, manifestazioni di un’unica realtà spirituale. Ai personaggi della Brontë non è applicabile l’ordinaria antitesi tra bene e male. Essi non cercano di por freno alle loro passioni devastatrici, non si pentono dei loro atti di distruzione; ma siccome quegli atti e quelle passioni non sgorgano da impulsi di natura distruttiva, bensì da impulsi che son distruttivi solo perché stornati dal loro corso naturale, essi non sono ‘cattivi’. Inoltre la loro ferocia e la loro spietatezza hanno, nel loro ambito naturale, una parte da rappresentare nel disegno del cosmo, e come tali devono accettarsi. Il punto di vista di Emily Brontë non è immorale, ma premorale. Sicché il conflitto cui assistiamo nel suo libro non è quello consueto dei romanzi vittoriani, tra bene e male; è piuttosto un contrasto tra simile e dissimile. Se non si tien presente questo sostrato filosofico della Brontë, se invece di pensare all’ ‘enantiotropia’ di un Eraclito, pensiamo all’imperativo categorico di Kant, l’amore di Catherine, tra l’altro, diventa incomprensibile, ché, a giudicarlo coi canoni ordinari, il lettore non intende che cosa la donna trovi d’attraente in Heathcliff, né perché il marito di lei non dovrebbe prendere offesa della sua passione per costui. In verità, il sesso ha poco a che fare coi personaggi della Brontë: l’amore di Catherine è esente da sensualità come la forza che attrae la marea alla luna, il ferro alla calamita, e non ha più tenerezza che se fosse odio. A quell’amore par si addica il nome di ‘ira’ che i nostri antichi davano all’ardore dell’appetito: ‘destandos’ira la qual manda fuoco’ (Guido Cavalcanti, canzone ‘Donna mi prega’). Ira e umiltà, tigre e agnello: ecco i termini del cosmo della Brontë. Da un lato Wuthering Heights, la terra della tempesta, su nell’arida brughiera, nuda all’assalto degli elementi, naturale dimora della famiglia Earnshaw, indomiti figli della tempesta. Dall’altro, protetta dalla frondosa valle sottostante, Thrushcross Grange, l’appropriata dimora dei figli della calma, i gentili, i passivi, timidi Linton (il paesaggio, piuttosto che direttamente descritto, è costantemente presente nelle parole, nelle allusioni dei personaggi; così la Brontë ha compiuto il miracolo del massimo effetto di scenario col minimo dei mezzi). Ciascuno di quei due gruppi, seguendo la natura nella sua sfera, cospira a comporre un’armonia cosmica. È la distruzione (a opera di Heathcliff) e la restaurazione di quest’armonia che, secono l’analisi del Cecil che abbiamo seguita, forma il tema del racconto. Che è molto complesso: c’è infatti una seconda generazione in cui la netta distinzione tra i figli della tempesta e i figli della calma s’è smussata; essi partecipano d’entrambe le nature; ma con questa differenza, che Hareton (figlio di Hindley Earnshaw) e Catherine (cioè la seconda Catherine, o Cathy, la figlia di Catherine Earnshaw e di Edgar Linton ) sono figli dell’amore, e così combinano le qualità positive dei loro genitori, la gentilezza e la costanza della calma, la forza e il coraggio della tempesta; Linton, invece (il figlio di Isabella e di Heathcliff) è figlio dell’odio, e combina le qualità negative dei propri genitori: la viltà e la debolezza della calma, la crudeltà e la spietatezza della tempesta. Tale lo schema del romanzo, logico come il profilo d’una fuga musicale, per adoperare la felice similitudine di Cecil: schema da poema epico e da tragedia più che da romanzo.”
 
 
 
 
A “Cime tempestose” – divenuto più volte sceneggiato televisivo e film -qualche anno fa si ispirò anche la cantante KATE BUSH per il suo hit “Wuthering Heights“, così adempiendo anzitempo alle profezie dei Wu Ming sul LIVELLO 2, ”il luogo dove i contenuti di un romanzo vengono amplificati, estesi, messi in risonanza”:- )
 
 
Out on the wiley, windy moors
We’d roll and fall in green.
You had a temper like my jealousy:
Too hot, too greedy.
How could you leave me,
When I needed to possess you?
I hated you. I loved you, too.Bad dreams in the night
You told me I was going to lose the fight,
Leave behind my wuthering, wuthering
Wuthering Heights.Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I´m so cold,
let me in-a-your window

Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I´m so cold,
let me in-a-your window.

Ooh, it gets dark! It gets lonely,
On the other side from you.
I pine a lot. I find the lot
Falls through without you.
I’m coming back, love,
Cruel Heathcliff, my one dream,
My only master.

Too long I roamed in the night.
I’m coming back to his side, to put it right.
I’m coming home to wuthering, wuthering,
Wuthering Heights,

Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I’m so cold,
let me in-a-your window.

Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I’m so cold,
let me in-a-your window.

Ooh! Let me have it.
Let me grab your soul away.
Ooh! Let me have it.
Let me grab your soul away.
You know it’s me–Cathy!

Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I´m so cold,
let me in-a-your window
Heathcliff, it’s me, Cathy, I’ve come home. I´m so cold,
let me in-a-your window.

Heathcliff, it’s me, your Cathy, I’ve come home. I’m so cold.

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4 SETTEMBRE 2005

Dalla Mostra del cinema di Venezia: una delle più belle storie d’amore di tutti i tempi. Niente da invidiare a quella tra Heathcliff e Catherine. Non si svolge tra le brughiere dello Yorkshire, a Wuthering Heights, ma lassù a Brokeback Mountain, nello Wyoming. Che importa se ad amarsi, questa volta, sono due cow-boy? L’amore è una forza della natura, recita il motto del film. Non so se nell’edizione italiana verrà mantenuto lo stesso titolo. Nell’originale si chiama: 

 
                             “Brokeback Mountain” (2005) 
 
 
È straordinario. NON PERDETELO!!!  Il regista è ANG LEE
 
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 10 SETTEMBRE 2005

EVVIVA, HANNO VINTO

I COW-GAY

DI ANG LEE!

(Brokeback Mountain

è il Wuthering Heights

dei nostri tempi)

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29 SETTEMBRE 2005

TORNANO IN CARTACEO I COWGAY DEL (O DELLO ?) WYOMING

 

Ecco che mi ritocca parlare di quel furbone un po’ snob, ma indubbiamente abile, di Alessandro Dalai, mio ex vicino di casa qui a Venezia nel secolo scorso e adesso a capo della possente Baldini Castoldi Dalai editore di Milano. Nel 1999 aveva pubblicato una raccolta di racconti di E. Annie Proulx:GENTE DEL WYOMING“. Ebbene, adesso gli è venuta l’idea di estrapolarne uno a caso:- ), per l’esattezza quello da cui è stato tratto il clamoroso Brokeback Mountain, vincitore del Leone d’Oro alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Dalai ne ha fatto uno smilzo, elegante volumetto a sé, da far circolare in concomitanza con l’uscita della versione italiana del film. In copertina, naturalmente, i due cowgay del film di Ang Lee.

Il racconto, benché stampato grosso, è di appena 47 pagine (da pag. 5 a pag. 52). Alla scena clou si arriva quasi subito, ovvero a pag. 14: 

Vieni qui sotto. Il sacco a pelo è grande abbastanza”, disse Jack con voce irritata, impastata di sonno. Era grande abbastanza, caldo abbastanza, e di lì a poco approfondirono notevolmente la loro amicizia. Ennis andava a tutto gas su tutte le strade, che si trattasse di sudarsela o di spassarsela, e non volle saperne quando Jack gli prese la mano sinistra portandosela sull’uccello eretto. Ennis strappò via la mano come se avesse toccato il fuoco, si sollevò sulle ginocchia, slacciò la cintura, si abbassò i calzoni, mise Jack a quattro zampe e, con l’aiuto dei fluidi suoi e di un po’ di saliva, gli andò dentro, cosa mai fatta prima ma non occorreva un manuale di istruzioni. Se la fecero in silenzio salvo per qualche ansito e il soffocato “sto partendo” di Jack, poi fuori, giù, a dormire…”  

E poco più giù: 

Non parlarono mai della cosa, lasciavano che accadesse… salvo una volta che Ennis disse: “Mica sono un finocchio” e Jack subito: “Neanch’io. Mai capitato prima. Riguarda solo noi.” 

La traduzione è di Mariapaola Dèttore.

Copio-incollo i giudizi già comparsi in Internet Bookshop a cura dei soliti buontemponi:-/ Tengo a chiarire che il Luca.ve75 non sono io, anche se il librino è parso piuttosto intenso anche a me. 

Luca luca.ve75@virgilio.it (10-02-2003)
Da mandare a memoria. Molto meglio di un qualsiasi corso di scrittura creativa. Un libro di 60 pagine che ne racchiude quattrocento. Una tappa obbligata per chiunque aspiri a diventare scrittore. L’arte della brevità ai massimi livelli.
Voto: 5 / 5 

Sebastiano Ricci (23-09-2005)
Sentore di truffa. Se tutto sta nell’idea (eccellente) la pagina è invece stenterella con qualche slancio lirico di troppo e troppa polpa narrativa inespressa di meno. Sembra – forse è – un pre-libro. Il sentore di truffa si accentua nella nuova edizione che l’editore (giustamente) si è affrettato a stampare sul successo del film a Venezia: 50 pagine in caratteri per ipovedenti tanto per giustificare la pubblicazione e il prezzo di copertina. Sembra un video clip ben confezionato della Marlboro Country. Vedremo se il film è meglio.
Voto: 3 / 5

Camel (08-03-2005)
All’autrice viene commissionata un’opera sullo stato del Wyoming. Non sapendone niente, chiede di poter trascorrere un breve periodo ospitata laggiù. Da quell’esperienza, oltre all’opera richiesta, saltano fuori una decina di racconti, forzatamente quasi tutti identici nell’ambientazione (i ranch con le loro enormi mandrie di manzi, i pascoli impervi aridi d’estate e sepolti dalla neve d’inverno, i villaggi in cui gli unici svaghi sono il pub e la festa del rodeo…) e nelle storie che narrano. Nel complesso, dunque, la lettura è piuttosto monotona, soffocata dalla stagnazione dei luoghi, delle vite, dello stile, anche se ci sono un paio di buone storie.
Voto: 2 / 5

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23 GENNAIO 2006

Be’, a distanza di mesi sono tornato a vedere il film nella versione italiana. Il giudizio resta immutato: si tratta di una grande ed emblematica storia d’amore, che coinvolge non tanto due uomini, quanto due solitudini.

Scrisse Roberto Pugliese sul Gazzettino del 3 settembre 2005 (art. “Ang Lee sfida le regole“): “Accade che due giovani mandriani, incontratisi per caso alla ricerca di lavoro e costretti all’isolamento e alla promiscuità nella custodia del gregge, s’innamorino perdutamente l’uno dell’altro. Una passione ‘oggettiva’, e oggettivizzata dal taglio immediatamente neoromantico, lirico, naturalistico del regista; che si guarda bene dal fare un film di “militanza” gay (i due protagonisti non lo sono, in senso stretto), ma vuol fare invece un puro, semplice e disarmato FILM D’AMORE… ma il taiwanese Lee sfida le regole, sociali e cinematografiche, del rude mondo di mandriani, cowboy e rodei…”; Natalia Aspesi in Repubblica del 3 settembre (“Jack e Ennis, due cowboy in cerca delle parole per dirlo“): “Ennis e Jack sono INCONSAPEVOLI di cosa li spinga uno verso l’altro… non conoscono le parole per dirlo, per dirselo, per avere finalmente il coraggio di essere liberi di vivere COME NON OSANO NEPPURE SOGNARE”. E il regista Ang Lee: Ognuno di noi nasconde una Brokeback Mountain da qualche parte dentro di sé” (cito a memoria).

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9 MARZO 2006

Certo, su Brokeback Mountain girano un sacco di battute stronze (per esempio che, da quando tra i due cow-boy scoppia la passione e cominciano a inchiappettarsi tra loro, per le pecore è una vera liberazione), ma anche interessanti articoli come questo dello scrittore DAVID LEAVITT pubblicato sul Corriere della Sera. 

“Quei cowboy innamorati:

icone della virilità”

( DAVID LEAVITT, 5 MARZO 2006)

Mentre pascolano le loro pecore su una montagna del Wyoming, poco al di sotto del limite degli alberi, due derelitti cowboy vengono colti improvvisamente da una passione reciproca che non sanno come chiamare, e men che meno come affrontare. Nessuno dei due pensa di essere omosessuale; è la montagna, semmai, ad avere sia il merito che la colpa di una relazione che per i vent’anni a seguire donerà alla loro vita un intermittente splendore, pur gettandoli a terra per altri versi. «Brokeback Mountain» è veramente la prima storia d’amore gay di Hollywood, come è stato detto?La risposta, a cui darei un senso molto positivo, è sì per quanto riguarda la storia d’amore, no per quanto riguarda l’omosessualità. Non si fraintenda: il film è esplicito nella rappresentazione del sesso tra uomini come nell’uso delle tradizionali convenzioni dei film romantici. Gli attori sono assolutamente incantevoli, Jake Gyllenhaal dai grandi occhi è tanto lontano dal Jack Twist di Proulx, piccolo e con i denti sporgenti, quanto il biondo Heath Ledger, con la sua mascella squadrata, lo è da Ennis Del Mar, «malmesso e dal petto un po’ incavato». Ma anche se Gyllenhaal e Ledger, coi loro jeans ben tagliati e le camicie a scacchi stirate, a volte hanno più l’aria di modelli per una pubblicità dei Wrangler che di ragazzi troppo poveri per potersi comprare un nuovo paio di stivali, il film non appare né artificioso, come lo spaventoso «Making Love» di Arthur Hiller (1982), né sciocco come un film pornografico gay. Al contrario, la debordante presenza scenica dei suoi attori offre a Lee il mezzo di dare un’intensa vita cinematografica a quel che di fatto è un inno alla mascolinità.

E il film effettivamente è virile. L’incredibile interpretazione di Ledger fa emergere un’insospettata vena di tenerezza in un personaggio più portato a esprimere le emozioni con la violenza che con le parole. Il suo Ennis Del Mar è monolitico come il paesaggio di montagna in cui, con la stessa rapidità, brutalità e precisione con cui spara a un alce, fa l’amore con Jack Twist per la prima volta, «Il fucile sta per sparare», bofonchia Jack (nel racconto, non nel film). La sorpresa di Ennis per la faccenda, per quanto sia imbarazzante e intensa, riflette una fondamentale timidezza che continua a contrapporsi alla volontà di Jack di essere più audace. È Jack che seguita a proporre di metter su un ranch insieme, un progetto che Ennis rifiuta per realismo (e per paura), anche dopo che sua moglie Alma divorzia da lui. Ennis confina la relazione a due o tre spedizioni di caccia e pesca all’anno. È come se credesse che non meriti di più. 

Jack, d’altro canto, è spinto a cercare altri uomini dalla stessa sfrontatezza che gli fa sognare una «dolce vita» con Ennis – una possibilità a cui Ennis non penserà mai. Probabilmente è proprio la delusione per essere tenuto a freno da Ennis che spinge Jack verso un rozzo simulacro a Juarez, dove, in una delle scene centrali, abborda un ragazzo di strada e scompare con lui nell’oscurità di una stradina. La scena è spiazzante, non solo perché è in netto contrasto con i rapporti inebrianti ed esaltati che Jack ed Ennis consumano in cima alla montagna, ma anche perché segna l’unica incursione di Lee nel paesaggio urbano notturno che era il luogo tradizionale dei film gay degli anni Settanta e Ottanta, da «Nighthawks» a «Taxi zum Klo» a «Cruising». Anche se solo per un momento, il sesso è rappresentato come alienato e senza affetto, pallido sostituto di un legame. 

Questo non è, però, il senso che si coglie nel resto di «Brokeback Mountain». Forse ci vuole una donna per creare un racconto in cui due uomini vivano il sesso e l’amore come uno stesso colpo di fulmine che li unisca per la vita. La prosa nel racconto audace ed ellittico di Proulx è mossa da un motore imprevedibile come quello dello scassato camioncino di Jack Twist, con il risultato che spesso si trovano alla fine scene che uno scrittore più convenzionale metterebbe all’inizio o al centro. Ma anche se gli sceneggiatori, Larry McMurtry e Diana Ossana, hanno per lo più eliminato le bizzarrie visionarie del racconto, sono peraltro riusciti a rendere più comprensibile la vicenda. Ad esempio, sviluppando elementi a cui la Proulx allude solamente, ampliano la parte centrale del racconto, troppo compressa, in cui è descritta simultaneamente l’evoluzione e la dissoluzione della relazione di Jack ed Ennis (con un espediente particolarmente acuto, due brevi allusioni – una alla moglie di un rancher con cui Jack sostiene di flirtare, l’altra a un vicino con cui ha parlato di riavviare l’impresa del padre – diventano un importante filo narrativo). Nella seconda parte di «Brokeback Mountain» si alternano scene di quotidiani dolori domestici (con rare gioie) ai viaggi che Jack ed Ennis fanno insieme in montagna, e durante i quali, man mano che invecchiano (Gyllenhaal mostra una pancia prominente e baffi da settantenne), il sesso viene sostituito dal battibecco e da ciò che si potrebbe descrivere come una specie di consuetudine coniugale. Appare chiaro che quel che entrambi gli uomini vogliono è ciò che Ennis teme: la stabilità del loro rapporto. Si tratta della più esplicita difesa del matrimonio gay che abbia mai visto rappresentare. 

Ciononostante, con l’unica eccezione della scena a Juarez, nulla in «Brokeback Mountain» è un proclama dell’«essere gay». Nessuno dei due uomini rifugge dal sesso con le donne, né Lee fa alcun riferimento, neanche en passant , a ciò che oggi chiamiamo «cultura gay», o «identità gay». A un certo punto della storia, Ennis chiede a Jack: «Questo capita anche ad altri?», e Jack risponde: «Non in Wyoming, e se capitasse non so che cosa farebbero, forse andrebbero a Denver». Saggiamente McMurtry e Ossana lasciano quest’unico riferimento alla vita delle grandi città fuori del film, il cui proposito sembra essere non tanto quello di sovvertire le convenzioni dei legami tra uomini quanto quello di ampliarle: sembra voler suggerire che il confine tra cameratismo e passione potrebbe essere più incerto di quel che appare. Lontani dall’evitare l’affetto, gli uomini semplicemente lo esprimono in maniera più aspra, e Ledger dimostra questo aspetto conferendo alla recitazione quella tenerezza muta e reticente degli attori dei western hollywoodiani degli anni Cinquanta. È il suo stoicismo a guidare il film, e mai in maniera così commovente come nella frase che diventa il suo motto: «Se non riesci a risolvere la cosa, fattene una ragione». 

Il fatto che in «Brokeback Mountain» non ci sia nulla di apertamente gay ha a che fare con il rifiuto del film di sottomettersi ai cliché del cinema e della televisione cosiddetti gay? Forse. In ogni caso McMurtry, Ossana e Lee hanno il merito di essere stati tenaci (ci sono voluti sette anni per fare il film), e di essersi rifiutati di sacrificare la visione sobria e senza compromessi della Proulx. Alla fine, «Brokeback Mountain» non è tanto la storia di un amore che non osa definirsi tale, quanto quella di un amore che non sa come definirsi, ed è proprio questa sua mancanza di un vocabolario adeguato a renderlo più eloquente. Venendo da luoghi in cui conducono una vita di duro lavoro e di quotidiane umiliazioni, Ennis e Jack diventano gli eroi involontari di una storia che non sanno come raccontare. Il mondo li umilia, ma in questo film coraggioso, che potremmo dire maschilista, sono delle icone come la montagna.

David Leavitt
(Traduzione di Maria Sepa)

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23 GENNAIO 2008

 

ADDIO, ENNIS DEL MAR

L’amore fu una forza della natura. Altre montagne, altri pascoli, ora, per l’indimenticabile cow boy dello Wyoming…

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 24 GENNAIO 2008

DIO ODIA I GAY

Gay.it -

«I fanatici della Westboro Baptist Church faranno un picchetto al funerale di Ledger. L’intenzione è protestare per il ruolo che l’attore ha interpretato nel film Brockeback Mountain

«Dio odia i gay e chiunque li sostiene! Ergo, Dio odia quel secchio di melma conosciuto come Brokeback Mountain – e odia tutte le persone che hanno avuto a che fare con quel film. Heath Ledger – ha proseguito il reverendo – adesso è all’inferno e la sua sentenza è già scritta.»

Questa – e altre tragiche stronzate – qui:

http://www.gay.it/channel/attualita/24026/Dio-odia-i-gay-Proteste-al-funerale-di-Ledger.html

Secondo me Dio odia il reverendo Fred Phelps, se gli fa fare queste figuracce… La mia parola contro la sua.

Ma comunque:

«VAFFANCULO, REVERENDO FRED PHELPS.

E ALL’INFERNO VACCI TU.»

This entry was posted on 24 gennaio 2008 at 08:03 .

17 Risposte a “DIO ODIA I GAY”

  1. utente anonimo Dice:
    24 gennaio 2008 alle 11:48da mi basia mille, deinde centum,
    dein mille altera, dein secunda centum,
    deinde usque altera mille, deinde centum.
    dein, cum milia multa fecerimus,
    conturbabimus illa, ne sciamus,
    aut ne quis malus invidere possit…..poretto il reverendo! a chi può importare chi si bacia?Marzia
  2. Lioa Dice:
    24 gennaio 2008 alle 11:51 Bellissimo commento, Marzia. Mille baci a te.
  3. manrandagio Dice:
    24 gennaio 2008 alle 12:10 anche io andrò all’inferno!!! Chiederò di essere seppelito con una muta aderentissima ed ignifuga. Chiaramente con tanti accessori D&G…
    Spero di incontrarci qualche bonazzo pervertito. Faggot convinto e PRIDEISSIMO.
  4. manrandagio Dice:
    24 gennaio 2008 alle 12:10 Ooops… seppellito… alle volte scappa.
  5. Lioa Dice:
    24 gennaio 2008 alle 12:53Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa, non è il tulipano
    che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
    ma siano mille papaveri rossi…:-)
  6. kinglear Dice:
    24 gennaio 2008 alle 14:03 Fred Phelps, vedi d’andare a prendertelo su per il culo. E se non ci vai da solo, ti ci portiamo di forza noi a prendertelo. Mi offro volontario per sodomizzarti come si deve. E poi gettarti in un profondo pozzo di merda rigorosamente fondamentalista: così avrai di che sfamarti. E vedi pure d’andare all’inferno tu e tutti gli altri grassissimi emeriti stronzi che ti leccano il culo e le palle. Dio ti ha già condannato, stanne pur certo, se un dio del cazzo c’è ti ha già condannato.
  7. Lioa Dice:
    24 gennaio 2008 alle 16:13 Il sobrio Iannozzi:- )
  8. utente anonimo Dice:
    2 settembre 2008 alle 04:53 DIO ODIA L’OMOSESSUALITA’ E’ UN DATO DI FATTO. NELLA SUA MANO NOSTRO SIGNORE HA TRE STELLE: LA FAME, LA PESTE E LA SPADA. CON LA SUA MANO PUNISCE E CON LA SUA MANO GUARISCE. POVERACCIO CHI STA DALLA PARTE SBAGLIATA. DIO ODIA L’OMOSESSUALITA’ COSI’ TANTO..DA DISTRUGGERTI SE LA PRATICHI. L’AIDS E ‘ IL SUO CASTIGO, CORREGGI LA STOLTEZZA. ODIALA.
  9. Lioa Dice:
    2 settembre 2008 alle 07:18 Secondo la tua logica, Dio odia anche i bambini del Darfour, che omosessuali non hanno certo avuto il tempo di diventarlo. A mio modesto avviso, è molto più probabile che l’odio per gli omosessuali nasca piuttosto dalla mente delle teste di cazzo come te. E vedi di infilarti una melanzana nel culo.
  10. utente anonimo Dice:
    3 novembre 2008 alle 22:37 Dio non odia l’omosessuale , ma l’omosessualità , come d’altra parte qualsiasi altro peccato.
  11. Lioa Dice:
    3 novembre 2008 alle 22:50
  12. La tua visione antropomorfa di Dio fa quasi sorridere, tanto è patetica. Come se Dio fosse un vecchio signore scosso da passioni contrastanti… va là, va là, che se proprio qualcuno a Dio deve stare sul cazzo (metaforico) sono i bacchettoni come te.
  13. utente anonimo Dice:
    12 gennaio 2010 alle 22:59 crepa testa di cazzo !
  14. utente anonimo Dice:
    25 dicembre 2010 alle 22:20DIO non odia i gay MA LA SODOMIA CHE E’ UN ATTO DEPLOREVOLE E PECCAMINOSO PER il nostro creatore.
    DIO odia qualsiasi peccato o vizio sia che sia di etero o gay.
    chi rimane col proprio peccato va all’inferno con le proprie gambe.
  15. Lioa Dice:
    25 dicembre 2010 alle 22:36 L’orientamento sessuale non si sceglie, viene dato (da Dio, se vuoi). Condanno la pedofilia e ogni forma di coinvolgimento di minori, ma difendo la libertà degli adulti di esplicare la propria sessualità con partner altrettanto adulti e consenzienti nei modi e nelle forme che più aggradano agli interessati. La sessualità è un fatto meramente privato. Margherita Hack ha appena detto: “E’ come essere mancini o destrogiri; ognuno è come è.” Chi si preoccupa di come gli altri si divertono a letto è un rancoroso frustrato.
  16. utente anonimo Dice:
    27 dicembre 2010 alle 21:50 ricorda di ogni azione anche privata o di natura sessuale ne risponderai A DIO, ANCHE DI OGNI PAROLA DETTA, la caduta dell’uomo col peccato ha portato a tanti mali,LE LEGGI DI DIO valgono per qualsiasi persona non perche tu sei adulto e puo’ fare quello vuoi. ogni cosa ha il suo prezzo e non tanto lontano nel tempo avrai modo di capire. COL TRAPASSO LE LE GGI DI DIO SONO ETERNE. OGNI PERVERSIONE PORTA IL SUO CASTIGO. DI MALE SI CADE IN ALTRO MALE.
  17. Lioa Dice:
    27 dicembre 2010 alle 23:49 Francamente, credo che lei abbia molte più probabilità di me di finire arrostito sulle graticole dell’inferno. Io mi comporto bene, vivo onestamente e non faccio agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Più cristiano di così?
  18. utente anonimo Dice:
    23 maggio 2011 alle 14:40 Io personalmente sono del principio che recita: “Vivi e lascia vivere”; e non me ne importa più di tanto di quello che fa la gente. Ma, semplicemente, so che esistono nella natura umana (materialmente parlando) solo due sessi: maschio e femmina… mi corregga se sbaglio! E non penso che si possa parlare di spirito: roba da medioevo! Sa… sto aspettando con ansia che, un giorno, i sistemi mediatici possano riportare che una coppia, che aspetta un figlio, abbia ricevuta la lieta notizia: “Abbiamo rilevato dagli accertamenti che vostro figlio è gay!” Così, finalmente, tutti questi fanatici omofobi ce la finiranno di scocciare…
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6 commenti
  1. diait permalink

    (Proseguendo la lettura del thread…)
    Molto bella la scrittura di Proulx (la scena dell’incontro fisico tra i due cow-gay). E quella scena l’ha scritta una donna di sessant’anni. Canadese, ma con sangue pellerossa per parte di padre. Una donna notevole, a quanto leggo. Maschia il giusto – benché sposata tre volte e madre di quattro o cinque figli – con il suo ruvido no-nonsense e la sua ironia. Per 40 anni non ha voluto avere rapporti con nessun componente della sua famiglia. (Pane per i miei denti di detective familiare.) E non apprezzava (se dobbiamo crederle) la celebrità: “It’s not good for one’s view of human nature, that’s for sure. You begin to see, when invitations are coming from festivals and colleges to come read (for an hour for a hefty sum of money), that the institutions are head-hunting for trophy writers. Most don’t particularly care about your writing or what you’re trying to say. You’re there as a human object, one that has won a prize. It gives you a very odd, ginger kind of sensation.”

    Bello anche il pezzo di Levitt. A un certo punto della storia, Ennis chiede a Jack: «Questo capita anche ad altri?», e Jack risponde: «Non in Wyoming, e se capitasse non so che cosa farebbero, forse andrebbero a Denver». Fantastico. E’ farina di Proulx o dello sceneggiatore?

    Qui, il suo resoconto della serata degli Oscar, qui: http://www.guardian.co.uk/books/2006/mar/11/awardsandprizes.oscars2006
    Sa scrivere.

    Il film è piaciuto molto anche a me. Heath Ledger un grande assoluto. L’ho visto di recente in uno dei suoi primi film “Paradiso+inferno” dove davvero alla fine ti strappa il cuore. Bravo.

    Quante piste da seguire. Grazie, lucio!

  2. @diait. saresti la mia editor perfetta. grazie per i tuoi sempre preziosi contributi.

  3. diait permalink

    grazie lucio! sai che qualche anno fa ho seguito un corso di copy-editing curato da Internazionale, presso la Luiss di Roma, popolato di ventenni superlaureati e masterizzati, io che avevo già passato la cinquantina e a fatica ho preso il diploma magistrale. Sono titolata, quindi. (Un’esperienza utilissima. Tra l’altro ho imparato che 87mila si scrive tutto attaccato. E che i numeri fino a 12 si scrivono in lettere….)

  4. diait permalink

    fino a dodici, scusa.

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