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BOCL N. 24 (L’ALLEGRA RISPOSTA DI MADRE NATURA)

4 giugno 2012

(Lo scrittore Gianni Biondillo nel caratteristico costume di Quarto Oggiaro)

6 OTTOBRE 2005

GIANNI BIONDILLO E IL PROBLEMA DEL

SOVRAFFOLLAMENTO DEMOGRAFICO

Scrive Gianni Biondillo nel pezzo attualmente in tournée per tutta la blogosfera (“Quarto Oggiaro è un luogo comune”):

http://www.nazioneindiana.com/2005/10/03/quarto-oggiaro-e-un-luogo-comune/

“Siamo una nazione che invecchia, in evidente decadenza, che ha deciso di non avere figli, di non investire nel futuro. Ma il futuro è dei popoli giovani, che hanno, cioè molti figli, molti più figli che padri, o nonni, o figli adulti che non vogliono diventare padri. È degli indiani, dei pakistani, dei cinesi, dei magrebini. Degli immigrati, che hanno un solo capitale, la prole. Dei proletari, in pratica. Questa è la mutazione che a me interessa.”

Gli giro tre documenti: 

1) “Il rapporto esistente tra incremento demografico e degrado ambientale può essere facile da capire, ma l’impatto economico e sociale di quello stesso incremento è spesso più difficile da percepire. A prima vista, fame, povertà, malattia e disoccupazione, come pure mancanza di casa, criminalità, migrazioni e guerre possono non apparire logicamente collegati all’aumento della popolazione; ma se ricordiamo l’esempio dello scacciaspiriti, possiamo renderci conto che questi problemi sono tra loro strettamente correlati. Infatti, più persone significano più bisogni: ogni persona in più ha bisogno di più cibo, più acqua, più case e più lavoro. L’aumento della popolazione richiede anche un aumento delle infrastrutture: trasporti, energia, sistema di smaltimento dei rifiuti… Più persone richiedono anche più servizi, dalla protezione della polizia all’assistenza sanitaria. Quando le risorse sono insufficienti per la popolazione (o quando la popolazione cresce più velocemente rispetto alla capacità di fornitura di servizi e risorse) le risorse iniziano a scarseggiare. Se il cibo scarseggia, la popolazione ha fame, se le case scarseggiano, le persone rimarranno senza dimora, e se i posti di lavoro sono insufficienti, le persone resteranno disoccupate. La scarsità di risorse dovuta alla pressione della popolazione (e ad un’iniqua distribuzione delle risorse) causa un gran numero di problemi: obbliga le persone ad emigrare, aggrava le tensioni sociali, religiose ed etniche e provoca guerre e rivolte. Di fatto, tutti i più seri problemi che oggi ci troviamo a dover affrontare sono causati o aggravati dalla crescita demografica. A meno che questa crescita non venga controllata, sarà difficile – e forse anche impossibile – risolvere questi pressanti problemi.” (Da http://www.difrontealfuturo.net/6impatto.htm)

2) “Se potessero, piante e animali mangerebbero il nostro cibo, ci farebbero morire di fame. Nella prigione del sole è in atto una lotta per l’esistenza. Il sole rilascia energia che le piante trasformano in carburante, ma i rifornimenti sono limitati, come anche la superficie su cui crescono le piante. Per tanta luce solare, solo tanto carburante. Chiunque voglia usufruirne deve conquistarlo. Tutte le creature terrestri – noi umani inclusi – adottano la medesima strategia. L’obiettivo di una iena è mangiare quanti più erbivori le riesca, per produrre più iene possibili. Crescere di numero è una sorta di assicurazione. È la strada del successo, quella che conduce alla vittoria. Se la terra non si è riempita di iene non è colpa loro. Ci provano continuamente, ma incontrano delle barriere: le strategie degli altri animali per conseguire gli stessi obiettivi. Le iene seguono il proprio impulso quando si moltiplicano, si espandono e uccidono per sfamare la prole, mangiano più animali possibili nel proprio territorio, solo che così le prede diminuiscono. Col tempo, la pressione costante verso l’incremento delle specie sposta le barriere con armi nuove. È una guerra per l’accrescimento. Le piante, sul loro fronte, attirano gli animali perché mangino i loro frutti e spargano i semi, alleandosi ad uccelli e ad altri animali. I virus invadono i nostri corpi, occupano il nostro stesso sistema immunitario. In poche ore si moltiplicano in centinaia di copie. Evoluzione, mutazione e resistenza sono la base della loro strategia. L’istinto a moltiplicarsi ha creato la diversità e la varietà. La crescita non è sempre positiva. Noi siamo una minaccia per gli altri esseri viventi. Dovremmo proprio smetterla di cercare di espanderci.”

[da una puntata di QUARK :- )]

3) UNA RISPOSTA ALLEGRA 

Madre Natura

ha già trovato

una propria

risposta

al problema

mondiale

del sovraffollamento

demografico,

una risposta

allegra,

oltretutto:

una risposta gay…

                                                      (Lucio Angelini)

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30 agosto 2005

 

FINALMENTE SPOSI!

A Venezia da sabato 27 agosto è in corso – fino al 4 settembre – la Festa Nazionale della Cultura di Liberazione (Sinistra Europea/Partito di Rifondazione Comunista). Ieri pomeriggio alle 18.30 era in programma il dibattito “Matrimoni e gaie famiglie: coppie dello stesso sesso e genitorialità omosessuale”, con Giovanni Dell’Orto, direttore di Pride, Daniela Danna, autrice di ‘La gaia famiglia’, Asterios, in uscita), Piergiorgio Paterlini (autore di ‘Ragazzi che amano ragazzi’ e del recente ‘Matrimoni’, Einaudi). La deputata PRC Titti De Simone è arrivata solo a tarda sera, per contrattempi di viaggio. Come sempre succede in queste occasioni, dove il pubblico si autoseleziona in partenza, oratori e ascoltatori erano già d’accordo su tutto (perché negare a due persone il diritto di sposarsi e diventare coniugi, una volta che si siano liberamente scelte?). Certo, in Italia il retaggio cattolico è ancora fortissimo, ma anche la Spagna di Zapatero non scherza, se per questo…

Fra le cose più interessanti raccontate da Paterlini (nel dibattito e anche nel libro) la storia di Marco Bisceglia, parroco di Lavello in provincia di Potenza. Don Marco aveva deciso di battersi contro l’ingiustizia e schierarsi con decisione nelle lotte bracciantili. Un giorno di primavera del 1975 bussarono alla sua porta due uomini di 27 anni, che gli raccontarono con sofferenza e passione di essere omosessuali & cattolici. Visto che don Marco si era dimostrato così anticonformista e coraggioso, perché non li univa in un “matrimonio di coscienza”, come previsto dal Diritto canonico quando gravi cause esterne impediscano la celebrazione pubblica del rito? (È lo stesso Codice – spiega Paterlini – a cui si appella Renzo nei Promessi Sposi, quando si introduce di soppiatto nella canonica di don Abbondio e gli chiede un matrimonio segreto, ma con piena validità, per sfuggire alle minacce di don Rodrigo). Don Marco, a differenza di don Abbondio, risponde di sì. “Non scappa. Non chiama disperatamente Perpetua.” Fu così che, nella cappella della parrocchia del Sacro Cuore di Lavello, si celebrò il primo matrimonio religioso fra due omosessuali della storia d’Italia. Purtroppo si trattava di una trappola. I due giovani erano giornalisti in incognito de ‘Il Borghese’, noto settimanale di destra. Si chiamavano Franco Jappelli e Bartolomeo Baldi. Registrarono il tutto (colloqui, cerimonia) e pubblicarono lo scoop. Naturalmente al ‘Borghese’ interessava soprattutto distruggere, attraverso lo scandalo a sfondo sessuale, l’immagine di un parroco sovversivo e comunista, e contrastare in tutti i modi la Chiesa conciliare. Uscito il servizio, il vescovo di Potenza ringraziò Franco Jappelli per averlo aiutato in modo decisivo a togliere dalle scatole quel prete indigesto, che fu ovviamente sospeso a divinis.

Un vero scherzo da prete”, dice Paterlini, “che don Bisceglia restituirà, e con gli interessi – pur senza calcolo, senza averlo nemmeno sospettato all’epoca, di lì a pochissimo tempo. Don Marco, infatti, non è solo un parroco attivo nelle lotte sociali, è davvero omosessuale, anche se – per usare alla lettera la sua stessa definizione – incerto, spaventato, ‘represso’. Fino a quel momento si è mantenuto casto, secondo i voti presi, come racconterà in un’intervista a ‘Panorama’ del 1° aprile 1990. Addirittura ha lottato contro il proprio orientamento sessuale cercando di modificarlo. Poi, come molti altri in quegli anni, prende coscienza di sé, inizia un cammino di accettazione e arriva al suo, come si direbbe oggi, coming out. Dichiara pubblicamente di essere ciò che è a Rimini nel 1976, davanti a cinquecento persone intente a tutt’altro, nel corso di un’assemblea di quelli che allora si chiamavano ‘cattolici del dissenso’.

P.S. La storia di Don Bisceglia non sarebbe finita lì, perché – dopo un periodo di travaglio e meditazione – sarebbe ricomparso a Roma e, alla bella età di 65 anni, avrebbe fondato l’Arcigay

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18 DICEMBRE 2005

(Edvard Collin) 

STEFANO BOLOGNINI SU ANDERSEN:

UN ANATROCCOLO GAY”  

“… [cut] non è palese che la fiaba Il brutto anatroccolo racconti

il difficile percorso dell’omosessuale che cerca i propri simili

e le sue enormi difficoltà nel farsi accettare?

Quanti omosessuali giovanissimi sono stati sbeffeggiati e derisi?

Quanti hanno provato sulle proprie “piume” un senso infinito di solitudine

 pari a quello del brutto anatroccolo? Quante volte abbiamo provato

 il senso di essere sbagliati e fuori posto?

Quante volte la fuga, o purtroppo la morte, ci sembrava l’unica soluzione

alla nostra diversità? E quante “anatre” abbiamo dovuto incontrare

prima di trovare “cigni” simili a noi?

Quanta gioia di stare anche tra i propri simili mostrando anche ai bambini

le proprie piume?

Siete scettici e vi sembra che stia prendendo lucciole per lanterne?

In effetti la novella potrebbe parlare genericamente di diversità e

quindi descrivere perfettamente la sofferta condizione di un omosessuale

non accettato. Solo la prova che l’autore fosse omosessuale potrebbe

essere garanzia che lo stesso abbia voluto parlare proprio di questo.

Una enciclopedia che ho tra le mani dice genericamente che… [cut]

tutta la sua opera è pervasa da “una sottile vena di malinconia” e riecheggia

i suoi “amori infelici” per alcune donne. Donne? Non solo.

L’enciclopedia dimentica che già in passato si vociferava sulla presunta

 omosessualità dell’autore e soprattutto sulla sua amicizia contrastata

con Edvard Collin. Andersen, in occasione del matrimonio dell’amico,

scrisse La Sirenetta che – forse per caso? – narra le vicende

di un essere metà donna e metà mostro, innamorata perdutamente

di un principe irraggiungibile. La stessa affronterà ostacoli insormontabili

senza riuscire a conquistarlo. Inoltre i diari e le lettere dell’autore sono

cosparsi di sottointesi “espliciti” sulla sua sessualità. Ecco uno stralcio

da una lettera di Hans a Edvard: “Io languo per te come una bella

ragazza di Calabria… i miei sentimenti per te sono come quelli di una donna…

La femminilità della mia natura e la nostra amicizia devono restare un

mistero”. Edvard Collin dichiarerà nelle sue memorie postume:

“Mi trovavo nell’impossibilità di rispondere a questo amore e la cosa

fece soffrire molto la natura profonda di Andersen”.

Altri amori rimasti platonici furono pure quelli per il giovane duca di

Weimar e per il ballerino danese Harald Scharff”. Signe Toksving,

in una biografia castigata, giunge ad affermare: “Egli stesso [Andersen]

era questa sirena che cerca di conquistare l’amato, irraggiungibile principe

mortale, sebbene incontri ogni ostacolo, come trovatella, come schiava,

come diversa… perdeva il principe conquistato da un’altra… Era una

 confessione della propria debolezza il fatto che qui Andersen si incarnasse

in un personaggio femminile”. A nostro parere non era una confessione di

debolezza, ma l’espressione sincera della sua essenza di diverso,

di soldatino di stagno senza una gamba, di cigno solo e sbeffeggiato

e di sirena sofferente… [cut]… Omosessuale, omosessuale represso,

bisessuale, casto o altro? Queste dispute lasciamole ai critici letterari.

Ci basti il suo invito a cercare i nostri simili e a mostrare le nostre

splendide piume. È l’invito di un uomo, come dice Mayer, che “non

descriveva più infelicità e felicità, ma l’incurabile diversità della sirena,

del soldatino di stagno mal riuscito, del cigno nello stagno delle anatre,

che tuttavia deve vivere nello stagno, dove non si riconosce…”

                                (STEFANO BOLOGNINI) 

da http://www.gay.it/view.php?ID=13653 

Sull’omosessualità di Andersen si sofferma lo stesso sito

www.hca2005.com

sorto per il bicentenario della nascita dello scrittore.

Ecco cosa leggiamo qui:

 http://www.hcandersen2005.net

“… Wullschlager, who speaks of Edvard Collin (of all people!) as

Andersen’s “lover”, maintains the following in a long footnote (p. 382): 

“The silence of Danish commentators, from Andersen’s own time

until the present day, on the subject of his homosexual relationships,

is remarkable. Andersen’s diaries leave no doubt that he was attracted

 to both sexes; that at times he longed for a physical relationship

with a woman and that at other times he was involved in physical

liaisons with men [JdM’s italics]. Nevertheless, the matter has been

 discussed several times in Denmark, for example in Elias

Bredsdorff’s biography of Hans Christian Andersen (1974) and in

Johan de Mylius’s H.C. Andersen. Liv og værk 1805 – 1875 (H.C.

Andersen, Life and Work) (1993, new edition 1998 with the title

H.C. Andersens liv. Dag for dag (H.C. Andersen’s life. Day by day).

The latter has furnished documentation that indicate very warm

feelings indeed from Andersen for Henrik Stampe and Harald Scharff

(on a poem by the latter, see also the introduction to Johan de Mylius’s

edition of Andersen’s Samlede digte (Collected poems) 2000).

Andersen’s very strong (but altogether platonic, also entirely asexual

and, in addition, unreciprocated) feelings in his youth for Edvard Collin

and Ludvig Müller are well-known. It must be stressed that there is no

 evidence to support the idea that Andersen should ever have had

what Wullschlager calls “physical liaisons” with men. It is likewise

doubtful whether he ever had physical contact with a woman – in spite

of several visits to brothels. It might be said that Andersen’s feelings

did not have any gender. His sexuality indeed did (as appears from

many passages in almanacs and diaries, for example in the diary from

11 July 1842: “Sensual, a passion of the blood, which was almost animal,

a wild urge for a woman to kiss and embrace just as when I was in the

Mediterranean”, an exclamation, which no homosexual would make).

To a large extent, Andersen was a spiritually androgynous person or,

Søren Kierkegaard put it in Af en endnu Levendes Papirer (1838; Early

Polemical Writings 1990): he is “like those flowers where the male and

the female sit on one stalk”). To conclude, it is correct to point to the

very ambivalent (and also very traumatic) elements in Andersen’s

emotional life concerning the sexual sphere, but it is decidedly just

as wrong to describe him as homosexual and maintain that he

had physical relationships with men. He did not. Indeed that would

have been entirely contrary to his moral and religious ideas, aspects

that are quite outside the field of vision of Wullschlager and her like.”  

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20 GENNAIO 2006 

UNITED COLORS OF BENETTON :

IL TRIANGOLO ROSA

Ieri pomeriggio alle 18.00 alla libreria Mondadori di Venezia Lorenzo Benadusi e Jean Le Bitoux, intervistati dal giornalista francese François Caunac di Radio Transculture, hanno messo a confronto le loro ricerche sulla persecuzione degli omosessuali sotto i regimi fascisti e nazisti e ricordato la tragedia dei “triangoli rosa” nei campi di concentramento, una pagina della storia dimenticata e persino negata. Per chi non ne fosse a conoscenza, si ricorda che ogni prigioniero rinchiuso nei campi aveva un simbolo che designava la ragione per cui era stato internato: triangolo verde per i criminali comuni, , triangolo rosso per i prigionieri politici, la stella di Davide formata da due triangoli gialli sovrapposti per gli ebrei, il triangolo nero – o marrone – per le popolazioni Rom e Sinti e per le persone devianti in generale, un triangolo color porpora per i Testimoni di Geova. Gli omosessuali morti nei campi di concentramento furono alcune decine di migliaia. Molti di più quelli incriminati e processati in applicazione del paragrafo 175. Il triangolo rosa rovesciato (ovvero con la punta in su) è stato anche utilizzato da Act Up (una delle più note organizzazioni di lotta all’Aids).

Nella sua introduzione Franca Bimbi (parlamentare della Margherita, docente di sociologia all’università di Padova, assessore del comune di Venezia per le Politiche partecipative e dell’accoglienza, le Politiche giovanili, il Centro pace, la Cittadinanza delle donne, la Cultura delle differenze) ha ricordato come si esista in quanto si ha memoria e come tale memoria valga anche per le esperienze e le rappresentazioni di sé che gli omosessuali hanno dato nel tempo. Lorenzo Benadusi è autore de “Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista”, Feltrinelli  

L’ideologia fascista [recita la scheda] affermava il primato assoluto dello stato totalitario e corporativo, della nazione organizzata gerarchicamente in vista di una politica di potenza e di conquista. In questa visione il mito dell’’uomo nuovo’ occupa un posto fondamentale: l’italiano fascista non doveva avere nulla in comune con l’italiano del passato, il quale era il prodotto di un lungo periodo di decadenza politica, militare e morale. L’italiano imbelle, cioè borghese e liberale, o antifascista, cioè traditore della patria, andava cancellato per lasciare il posto all’italiano virile, capace di combattere per la nazione e lo stato fascisti. Questo progetto di rivoluzione antropologica coinvolse il partito, lo stato, la cultura e tutte le organizzazioni del regime. La storia dell’omosessualità sotto il fascismo è importante proprio per l’enfasi posta dal regime sulla virilità come caratteristica dell’uomo nuovo. L’omosessuale infatti rappresenta il negativo del modello fascista di virilità.”

Si veda anche:

http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazioneomo.htm

Benadusi ha comunque ricordato la maggiore indulgenza mostrata verso l’omosessuale attivo rispetto a quello effeminato o passivo. Ha citato in proposito il caso del pittore e incisore Ottone Rosai (squadrista, dotato di modi virili e fisico da granatiere) decisamente meno osteggiato dello stravagante pittore De Pisis, oggetto di ostracismo da parte della società civile. La politica fascista tese non solo alla repressione (attraverso confino, carcere e manicomio) dell’omosessualità, ma soprattutto all’occultamento di tale repressione.

Jean Le Bitoux presentava per la prima volta in Italia il suo lavoro di ricerca sulle radici e sulle infrastrutture sociali e culturali dell’odio e del pregiudizio, radicate e ossessive nel corpo dell’Europa e culminate negli anni dell’occupazione e del collaborazionismo francese. Un saggio rigoroso, che ricostruisce retroscena, scelte politiche e legislative, nel tentativo di riportare alla memoria una tragedia troppo spesso rimossa. In Italia l’editore Manni ha pubblicato nel 2003 il suo libro “Il triangolo rosa. La memoria rimossa delle persecuzioni omosessuali”. 

Il libro è recensito da Stefano Bolognini qui: http://www.culturagay.it/cg/recensione.php?id=10239 

Una esaustiva trattazione dell’argomento è ripresa qui: http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/index.htm

Il nazismo aveva un suo preciso progetto: l’uomo doveva combattere, la donna generare. Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. L’omosessualità era, pertanto, vista come il sabotaggio alla crescita della nazione tedesca. Non erano tanto questioni di morale borghese quanto problemi di ideologia a rendere nazismo e omosessualità incompatibili.  

Come ho più volte suggerito, se in epoche e regimi durante i quali si incoraggia la natalità (= produzione della cosiddetta “carne da cannone”), i comportamenti omosessuali sono aspramente combattuti come “antisociali”, forse un giorno, quando gli abitanti della terra avranno raggiunto un insopportabile numero di miliardi, non si esiterà a varare campagne di segno contrario, volte a favorire la diffusione dell’omosessualità quale utile strumento per contenere l’incremento demografico:-/

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11 MARZO 2006

“MEGLIO FASCISTI CHE FROCI”
di Giulio Maria Corbelli
Venerdì 10 Marzo 2006

Alessandra Mussolini, un tempo vicina alle tematiche omosessuali, insulta ripetutamente Vladimir Luxuria a ‘Porta a Porta’. Critiche da Margherita e Italia dei Valori. Imbarazzo da GayLib.

Clicca qui per vedere il video degli insulti a ‘Porta a porta’ su Corriere.it.

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8 GENNAIO 2006

 

Copio-incollo dall’ultima newsletter del settimanale DIARIO il seguente testo di Enrico Deaglio:

SPECIALE IN EDICOLA di Enrico Deaglio

Fidel Castro, giovane, ma già conscio e un po’ avvocatizio, è più avanti nella vestizione, si sta chiudendo la giacca. Ernesto Guevara, il Che, sembra invece uno scugnizzo. Sono in un carcere in Messico, anno 1956, stanno per comparire in un’aula di tribunale. Uno scatto rarissimo, fotografo ignoto, ma in grado di rubare un momento privato. Il mondo ancora non li conosce, ma tre anni dopo li conosceranno tutti. E lo scugnizzo avrà una vita lunghissima post mortem: un’icona che attraversa i secoli. Storca pure la bocca il rude lettore politico: «Che orrore infangare due rivoluzionari facendone la copertina di un numero speciale gay!». Però: se fossero stati gay, sarebbe cambiato il mondo? In meglio o in peggio? Ci avete mai pensato? Fantasie, in quanto sia Fidel che Ernesto furono figli de la historia official, e quindi machisti e omofobi. Però. Però, un po’ di amore c’è in quella stamberga.

***

Questo numero speciale di Diario è figlio obbligato della cronaca. Tutti si sono accorti che oggi non si parla d’altro. I gay nella Chiesa. I matrimoni gay. I gay possono adottare dei figli? La famiglia, quella lì, classica, è finita? Parigi ha un sindaco gay. Il sindaco di Berlino dice: prima di tutto, destra o sinistra, io sono un «culattone» e ci tengo a dichiararlo. Pera e Buttiglione non sopportano i gay. I mullah, chi lo sa: ambigui, come sempre. Ratzinger deve attingere ai soldi dello Ior per pagare risarcimenti in migliaia di cause di bambini abusati dai suoi preti. Un gay può diventare capo di Stato maggiore dell’esercito americano? Zapatero, che permette a gay e lesbiche di sposarsi e adottare, è un innovatore o una deriva? I gay, ottenuta una specie di protocollo di assimilazione, fanno bene a gettarsi a capofitto nelle istituzioni millenarie del diritto di famiglia, dei testamenti, delle reversibilità?

***
Tutto ciò che noi vediamo succedere ora, in maniera accelerata e tumultuosa, è figlio del secolo che è appena finito. È stato nel Novecento che sono cambiati i criteri medici, qualche volta religiosi e infine giuridici che hanno permesso, a costo di dure lotte, alle persone dello stesso sesso di rivendicare diritti di amore, cittadinanza e poi di pari uguaglianza nella vita quotidiana e nelle carriere. Leggerete quanto vi hanno contribuito letterati, poeti, medici e attivisti sociali. Leggerete quanto, sotto sotto, sia i fumetti che la musica o l’industria della pubblicità vi giocassero a rimpiattino. L’America è stata l’epicentro di tutto ciò, covando e risolvendo. Il regista Billy Wilder, che veniva da Vienna, mise un sacco di tematiche gay nei suoi film, soprattutto in A qualcuno piace caldo. Quando gli chiesero perché lo aveva fatto, rispose evasivamente: «Niente di preordinato, ma mi ero accorto che quando si parlava di omosessualità, per gli americani era come toccare un nervo scoperto. E a me piaceva dargli sui nervi».
Già, «omosessualità», una delle tante espressioni dell’esistenza. Che però fino a poco tempo prima si chiamava «sodomia», peccato e crimine. Furono più rivoluzionari coloro che si presero le botte e la galera, o i medici che sfidarono l’accademia per cambiare le regole? Tutti e due insieme, probabilmente. Ma fatto sta che tutto successe in pochi decenni. A un certo punto, in America, il presidente Bill Clinton si rese conto che i gay erano una notevole massa di voti. Tra le tante cose che i gay chiedevano, c’era quella di non essere discriminati nella carriera militare. Clinton era un politico di razza. Se si fosse schierato pro gay, avrebbe perso i voti della destra; se avesse fatto il contrario avrebbe perso i voti gay. Quindi decise, come Salomone: Don’t ask, don’t tell. Ovvero: sei gay? Non bisogna chiederlo e non bisogna rispondere. Una famosa vignetta disegnò lo stato delle cose: un sergente massiccio e ingrugnato seduto di fronte a una recluta adolescente che gli balla davanti avvolta in veli. Tutti e due stanno zitti. Don’t ask, don’t tell.

***
Poi ci fu l’Aids in Occidente, e la grande prova della comunità gay che pagò con decine di migliaia di morti, ma non si fece travolgere. E da quella resistenza ora trae la sua forza.
Quello che succederà da ora in poi, non si sa. Ma è difficile immaginare un secolo XXI che non sia un secolo gay.
(Questo numero di Diario è dedicato a un vecchio amico, Giovannino Forti.)

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22 GIUGNO 2006

 
 
Il giurista FRANCESCO BILOTTA sulle “NUOVE CONVIVENZE”
 
(COLLAGE dall’articolo “La famiglia omosessuale e la sua tutela giuridica: riflessioni su ‘Le nuove convivenze tra discipline straniere e diritto interno’ di Matteo Bonini Baraldi”, in corso di pubblicazione sulla rivista giuridica specializzata ‘FAMILIA‘, Giuffrè editore.
 
Continuare ad etichettare il matrimonio come un istituto “ontologicamente” eterosessuale avrà probabilmente un senso da un punto di vista sociologico o antropologico, ma sotto il profilo strettamente giuridico non si riesce a cogliere la necessità di una tale caratterizzazione. Se due uomini o due donne si amano, e intendono vivere tutta la vita insieme, lo fanno non per un capriccio, o per un atteggiamento deviante, o peggio eversivo nei confronti del sistema, ma perché sono nati con un orientamento sessuale che li porta a scegliere come partner una persona del proprio sesso. Gli omosessuali questo lo sanno già – tanto da rivendicare attenzione da parte del diritto nei confronti del loro modo di essere – ma il resto della società lo ignora e tramite un riconoscimento del legame di coppia omosessuale se ne accorgerebbe. Superati gli ostacoli ideologici, l’intero corpo sociale imparererebbe a convivere con quella realtà che prima non conosceva e, rassicurato di fronte al nuovo, sarebbe capace di andare oltre, fino a concedere la piena equiparazione sul piano giuridico, data la complessità e significatività degli interessi e dei bisogni umani che stanno alla base dell’esigenza di riconoscimento del rapporto familiare fra persone dello stesso sesso (dalla tutela dell’abitazione alle successioni ereditarie, dalla cura del partner in caso di malattia alle prestazioni sociali, dal trattamento fiscale a quello in materia di immigrazione, ed altri ancora).
Si pensi al caso di un cittadino italiano che contragga matrimonio con un cittadino olandese in Olanda. Se quest’ultimo si trasferisse in Italia e volesse sposarsi non potrebbe farlo, perché in virtù della sua legge nazionale non potrebbe contrarre un nuovo matrimonio, mentre il nostro concittadino – considerando inesistente per il nostro ordinamento quel negozio giuridico – potrebbe tranquillamente convolare a nuove nozze. Il risultato sembra alquanto paradossale soprattutto se si guarda al fenomeno dal punto di vista dell’ordinamento comunitario, dove – tendenzialmente – la comune cittadinanza europea dovrebbe generare un’uniformità di diritti e di doveri a prescindere dalla cittadinanza o dal luogo di residenza. E invece, ci troviamo in una situazione surreale, per cui ciò che viene considerato discriminatorio in Belgio, Germania, Francia e nella quasi totalità dei paesi comunitari, non lo è in Italia. Come è possibile per un giurista continuare a fantasticare un mondo in cui non esistano (o se esistono non si facciano vedere) le coppie di persone dello stesso sesso? L’equiparazione giuridica tra le coppie dello stesso sesso e quelle di sesso diverso soddisfa un’esigenza di giustizia e di rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento (tra i quali, oltre all’eguaglianza, spicca certamente quello del rispetto dei diritti inviolabili della persona, nel cui novero rientra tanto il diritto all’autodeterminazione, tanto il diritto alla realizzazione personale).
Per dirla con le efficaci parole di Stefano Rodotà: «Per continuare a discriminare gli omosessuali, si è obbligati a violare principi generali di eguaglianza, di riconoscimento dell’altro», così in Premessa, in E. Menzione, Manuale dei diritti degli omosessuali”, La libreria di Babilonia, 1996 (nuova edizione Enola, 2000), 6.
Se estendere alle coppie omosessuali il matrimonio tout court appare la strada meno irta di complicazioni, omissioni, dimenticanze, e per questo motivo anche la più semplice dal punto di vista dell’elaborazione normativa, qualche buon argomento a sostegno del PaCS si impone comunque. Una forma di registrazione della coppia omosessuale rende evidente una realtà, la fa emergere dal silenzio, dal buio in cui l’ipocrisia l’aveva costretta. Quando la coppia omosessuale viene riconosciuta formalmente è più facile che cada un tabù, consistente nel disconoscere che agli atti omosessuali – per dirla con Foucault – si accompagna un’identità omosessuale. Certo, una volta istituita la figura della registered partnership o del Pacs, sarebbe necessario assicurarsi che le disposizioni dell’ordinamento che si riferiscono, specie quelle al diritto pubblico, siano modificate in modo da comprendere anche il partner registrato. In caso contrario, ad esempio per quanto concerne la pensione di reversibilità o il ricongiungimento familiare, sarebbe agevole escludere dal beneficio quanti non possano dimostrare di essere coniugati.
Bisogna abbandonare definitivamente la concezione ottocentesca dell’omosessualità come devianza e soprattutto rinunciare alla visione del fenomeno come un insieme di atti erotici tra persone dello stesso sesso. L’omosessualità va piuttosto concepita come una condizione caratterizzante la vita di una persona nella sua interezza e perciò incidente anche sulle sue relazioni affettive. Quando la novità antropologica costituita dalla relazione affettiva, stabile e continuativa tra due persone dello stesso sesso cesserà di essere tale per noi italiani, i giuristi nostrani saranno costretti a prendere posizione sul tema, esprimendosi favorevolmente. Insomma, è solo una questione di tempo… (Francesco Bilotta)
 
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14 APRILE 2007
 
SESSUALITÀ RICREATIVA/SESSUALITÀ RIPRODUTTIVA
 
[CUT]

“… Considerando che la ragione di fondo della condanna storica, da parte delle istituzioni di potere, chiesa compresa, di ogni forma di sessualità NON RIPRODUTTIVA, quindi anche gay, era riconducibile all’asserito bisogno di perpetuare ed espandere la specie; considerando, altresì, che negli ultimi decenni tale espansione ha raggiunto livelli pericolosi per la sopravvivenza della specie stessa; considerando, infine, l’ormai diffusa consapevolezza del diritto di ognuno a una sessualità in linea con i propri gusti e orientamenti personali (fatti salvi i principi della non-coercizione e del non-coinvolgimento di minori) sarebbe proprio ora che la si smettesse di catalogare e valutare gli individui sulla base dei modi in cui si soddisfano a letto, da soli:-) o in compagnia di adulti consenzienti.

(Da un’opinione espressa al bar da Lucio Angelini)

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20 APRILE 2007
 
QUELL’ODORE DI COGLIONI DECOTTI 

Importo da www.alteredo.org un’intervista ad Aldo Busi, grandissimo sul tema della sessualità.  

“L’unica maniera per promuovere i propri diritti è promuovere i diritti degli altri. Allora, se i gay continuano ad accettare di definirsi gay e di essere definiti gay, il ghetto si fa sempre più stretto. Parlare dei diritti delle persone omosessuali è già un obbrobrio linguistico, perché non esiste l’omosessualità, non esiste l’eterosessualità, ma esiste la sessualità umana e quella è insindacabile, è inoppugnabile da un punto di vista giuridico. Fermo restando il rispetto delle leggi sull’età del consenso per i bambini che sono sacri e intangibili, per il resto la sessualità è cultura e ognuno è giusto che viva il proprio sogno come meglio crede. Però non si può essere così sciocchi da accettare l’etichetta messa da altri, questo è il grande sbaglio. Quindi, per parlare dei cosiddetti nostri diritti, a parte il fatto che io non ne ho (perché, a me mi ci vedi a vivere con un uomo? preferirei vivere con un formichiere… quell’odore di coglioni decotti, tremendo, di notte, pazzesco…), quello che è bello di questi ragazzi, e loro stessi non lo sanno ancora, è che sono delle coscienze civili militanti. E non è una prerogativa o una qualità dei gay. Perché i gay, contrariamente a quello che pensa Berlusconi, sono tutti machisti e di destra. Non sono di sinistra. Addirittura il 70%! E io sono sul campo, non ho corsie preferenziali nella vita. Dunque, questi ragazzi sminuiscono se stessi nel permettere di essere connotati in quanto a gusto sessuale. Perché loro sono altro, io sono altro. Ho dovuto lottare per dire che non ero uno scrittore omosessuale, io sono uno scrittore. Che io sia omosessuale o casto o no, che importanza ha?…”

Aldo Busi videointervistato alla manifestazione per i diritti civili “Diritti ora!” 

http://www.youtube.com/watch?v=a6MubCJ74zQ&feature=player_embedded

Scritto da Alteredo, lunedì 19 marzo 2007
tratto dal sito http://www.informationguerrilla.org

Parlando di diritto alla sessualità e di alterità, abbiamo l’esempio di Paola Binetti che esercita il suo diritto alla sessualità attraverso il cilicio. È un modo come un altro…

Il fatto è che se lei non intende imporlo a me, può mettersi non soltanto il cilicio ma può ficcarsi anche un frustino su per il buco del culo, ammesso e non concesso che glie ne sia rimasto uno. Non mi importa quello che fa lei, non so neanche chi sia, a parte il fatto di sapere che è la mente e il braccio destro di Rutelli, il quale non ha più né mente né braccio, perché è Binetti in effetti. L’importante è che la sua parte non venga ribaltata su di me in quanto suo tutto. Non voglio far parte della parte scambiata per il tutto da parte di politici cattolici… o mussulmani, o ebrei, o induisti… io voglio uno Stato laico, voglio che la Chiesa paghi l’Ici sugli ostelli, le mense, le case che eredita. Sono stanco di questi privilegi. Ha detto benissimo Gianni, il proprietario della libreria Babele di Milano che fece un matrimonio simbolico in piazza della Scala. Disse in occasione del Gay Pride a Roma: “Questa è una guerra fra froci”. Cioè tra i froci privilegiati, quelli che si travestono con una tonaca nera, e noi che invece siamo dei pezzenti. Ma è una guerra sostanzialmente tra froci: loro vivono la loro frociaggine all’insegna del motto “vivi nascosto”, noi invece non viviamo neanche la nostra frociaggine perché l’abbiamo dichiarata e quindi ci è stata tolta. La sessualità non è qualcosa che si deve dichiarare, è qualcosa che si deve poter vivere. È come un tappeto prezioso: se tu lo dichiari alla dogana, ti viene confiscato o devi pagare una penale tale che non puoi neanche riscattarlo. Questo è quello che succede a noi… Noi qui dovremmo essere considerati gli angeli della società, purtroppo senza sesso perché il sesso a forza di parlarlo, non lo si fa più…

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26 SETTEMBRE 2006

AldoBusiBisogna.jpg

Da http://www.carmillaonline.com/archives/2006/09/001946.html

ALDO BUSI SCRITTORE INORGANICO

di Lucio Angelini

Il titolo dell’ultimo libro di Aldo Busi Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori editore, è spiegato a p. 15:

“Di definitivo direi queste due cosette: la prima, nemmeno inedita e qui ribadita a uso degli immemori, che gli eterosessuali si prendono il piacere dove e come DEVONO e gli omosessuali dove e come e con chi CREDONO… [cut]…; la seconda, che mentre per prenderlo nel culo DI NASCOSTO basta avere un buco del culo, per prenderlo nel culo IN PUBBLICO e dirlo bisogna avere i coglioni – anche a costo, per ritorsione sociale, di non prenderlo più nemmeno in privato”. [Mie le evidenziazioni in maiuscolo, N.d.R]

E’ un libro di “prove d’esilio” (vagabondaggi, incontri, meditazioni) a Nizza, (“Che ci faccio a Nizza? Se solo lo sapessi!”, p. 26), Frignano, Firenze, New York (dove il pittore campano Primo Inchinato lo invita per fargli un ritratto a olio, salvo poi tenerselo), Capri, Napoli (anche sotterranea), Trapani, Marettimo, Mykonos, Itaca (qui Busi cita l’Independent Traveller’s Greek Island Hopping 2003: “… nessun sito archeologico di una qualche importanza e poco e niente da offrire a parte il mito… è tollerabile trascorrervi un giorno o due, anche se c’è ben poco da fare, eccetto camminare su e giù per le colline… non c’è da meravigliarsi che Ulisse abbia pensato bene di girarci attorno dieci anni prima di decidersi a rimetterci piede… la fontana di Aretusa è una splendida scusa per tenersi in esercizio con una piacevole marcia fra i clivi, ma portatevi dell’acqua perché è secca come un baccalà sotto sale”), Dublino, Galway, Salonicco, Città del Capo + Soweto, ISOLA DI S. ELENA, Venezia, Montréal (“Sei in Canada. Perché continui ancora a viaggiare non lo so”, p. 265), Quebec City, Toronto, Buenos Aires…

All’isola di S. Elena approdiamo con Busi a p. 235:

“Infine eccomi qui, sto per togliermi il capriccio più pesante da adempiere e buttarmi alle spalle l’istante subito dopo, nella mia vita di curiosone di buona volontà non ne ricordo uno altrettanto autolesionistico: mettere piede sui luoghi dell’esilio per eccellenza, aderire allo spettro Napoleone e patire con l’uomo Bonaparte, nient’altro. Mi piacerebbe ricostruirne nel mio sistema nervoso l’identità segreta nella sua coriacea determinazione al comando e nella sua resistenza al dolore fisico e alle privazioni materiali e affettive sin da bambino, cercare in una settimana di incamerare sin dalle fasce l’angoscia del colosso caduto stillata in sei anni di esilio dall’etichetta di corte, sei anni lunghi come l’infernale limbo di sessanta o seicento, fare mio quel senso di impotenza in sovrappiù che sfugge a uno scrittore riuscito e che è invece appannaggio esclusivo dello scrittore fallito diventato, faute de mieux, criminale di successo planetario tipo Napoleone o Hitler o Stalin o Mussolini o Mao Tse-tung e tante altre sanguisughe simili, i velleitari scribacchini trionfanti che si sono dati alla politica e al militarismo e alla fama… alla cosiddetta gloria… a ogni prezzo, altrui, quelli che si sono fatti pifferai magici delle folle reiette per mettere a ferro e fuoco il mondo reo di non averli compresi e osannati e consacrati quali geni della letteratura come erano sicuri di essere sin dalla penna stilografica ricevuta per la Comunione; dopo aver conosciuto il senso di abbandono sentimentale e di solitudine civile dello scrittore per cause innocenti e dovute o almeno incruente e nell’ottica dell’umanità in divenire che non reclama vittime qui e subito, voglio calarmi anche nell’inguaribile stizza del tiranno sanguinario armato di buone intenzioni e di sei milioni di cadaveri… uno share astronomico all’epoca… da immolarne in un quindicennio di autoesaltazione, sì, voglio calarmi nell’ipocondria di uno storico ometto col pelo sullo stomaco una volta ricondotto alla ragione mai contemplata e più terribile: la ragione altrui, quella di chi lo scalza e gli subentra e, confinandolo in una prigione più o meno grande e più o meno all’aria aperta, di fatto lo traduce tout court, dal Tutto al Niente, come da una lingua viva a una morta; voglio sapere che gusto ha mordere la polvere alla fine della traiettoria di ‘sta gloria, che pareva scolpita nel marmo e nella luce eterni, di un povero diavolo assurto a Messia del Bastone e della Carota ideali per le umane bestie da cannone e da arma bianca votate, grazie a un sacco di frottole irredentiste e di promesse di benessere mantenute solo dai bottini dati con la libertà di saccheggiare i vinti, a fare da concime ai sogni di grandezza del loro Redentore del momento; imbevermi, voglio, della tignosa megalomania frustrata dall’ex potente in Terra e in Cielo, se con lui e tutti gli idioti sulla scia del suo divino destino, mesmerizzarmi nell’ipocrita logorio psichico del vincitore-che-fu che solo da vinto si compiace della vanità di ogni cosa, tanto dell’impresa di conquista come dell’immoblismo per rinuncia e rassegnazione…[cut]… eh sì, come vorrei calcare le orme ciancicate dall’inane pesteggiamento del Grande Piccoletto sopraffatto da un rovescio di fortuna, mimetizzarmi nella sua reiterazione degli stessi gesti e degli stessi pensieri sulla divinità avuta e persa e di come sarebbe andata se invece di fare così avesse deliberato cosà nella strategia del mappale di una battaglia con attacco a sorpresa, ah, se invece di mettere a capo di uno squadrone quel consumato generale traditore vigliacco incapace che a Waterloo batté in ritirata avesse messo un semplice caporale dalla fantasiosa e incosciente irruenza all’ultimo sangue, un improvvisato stratega senza arte né parte, coraggioso e fedele anche solo per la precisa ambizione di un avanzamento di grado! Mi ammaliano i pensieri, le risoluzioni tardive che sedimentano nel sangue dell’ex vincitore che suppura restando in circolo goccia dopo goccia, con comodo crudele: voglio perimetrare e fare mia la forza che gli veniva meno giorno dopo giorno in quegli infinitesimali spostamenti nei cinque metri tra letto, sofà e tinozza d’acqua calda con leggio in cui da ultimo trascorreva ormai anche dodici ore al giorno in un ammollo che però, se attutisce appena gli spasimi insopportabili del fegato in putrefazione, non arriva a annegare la coscienza del gatto che fa la fine del topo, perché lui doveva pur rendersi conto di non essere più Napoleone ma il guitto in disgrazia che si ostina a recitarne la parte…”

Trascrivo, ora, il Post Scriptum delle pagine 244-245:

“Come si sa, Napoleone non raggiungeva il metro e sessanta di altezza, ma essere piccoletto non era il suo solo difetto, difetto oggettivo almeno per lui, visto quanto se ne tormentava e quanto amava troni e pedane e plantari e destrieri e ogni illusoria prospettiva di superiorità: ne aveva un altro, a parte la sua megalomania furibonda e la perdita di capelli, che spiega gli amanti delle due mogli e la solerte indifferenza sessuale delle altre nei suoi confronti – un amplesso dell’imperatore non comportava altro che girarsi mussolinianamente more ferarum i secondi necessari a una sua eiaculazione precoce -, non godeva nemmeno della Legge di Compensazione (cazzo, ecco quello che gli manca ai tiranni e ai fanatici religiosi, sono tutti uguali ‘sti potenti, dicono che non hanno tempo ma invece non hanno cazzo!). Mentre il medico corso Antonmarchi ne sistemò le spoglie dopo l’autopsia, il medico inglese Henry non poté non sorprendersi nel constatare quanto mirabilmente minuscolo fosse il sesso dell’imperatore e, per togliersi dall’impaccio – e, secondo me, per non tradire la segreta soddisfazione dell’anonimo sicofante che si sente vendicato dall’ultima bassezza nascosta del Glorioso Unto del Signore venuta inesorabilmente alla luce a portare le spiegazioni richieste e mai date, a renderne intelligibile la causa profonda, meschinella, di spicciola umanità, che presiede ogni disegno di totalizzante e coercitivo culto della personalità – ne stese il referto in latino: ‘Partes viriles exiguitatis insignis, sicut pueri’ – era un piccolo che ce l’aveva piccolo, ‘come un bambino’, voilà, da grande come da bambino. E, al di là della sua propria agiografia, Napoleone Bonaparte aveva pur tentato da giovane, ma non sapeva scrivere: scrittore fallito, che gli restava se non diventare un Papa o un Imperatore o, salma imbalsamata traslata da un secolo all’altro, un impresario televisivo alla testa di una nazione con una masnada incensante di ventriloqui decollati?”

Durante il soggiorno a Montréal, Busi appunta le seguenti considerazioni (pp. 272-73):

“Il movimento flosofico e sociopolitico più importante del ventesimo secolo è stato il femminismo unito alla lotta per i diritti civili dei gay e di ogni altra minoranza che adempia agli stessi doveri di chiunque altro della maggioranza, sposarsi e fare fgli non è un dovere sociale, è un’ubbia come tante e ogni cittadino ha le proprie, questa o no inclusa; questo movimento equivale nella storia dell’evoluzione delle idee, sociali e politiche e giuridiche e economiche e culturali e estetiche, a tutto Aristotele, a tutto Kant, al mio amato Spinoza, a tutto Karl Marx e a tutto Proust per i secoli precedenti: immagino che il futuro ridurrà a scorie di una mentalità imperfetta e barbara tutto ciò che si è macchiato del bigotto crimine della misoginia e dell’omofobia, e san Paolo e i cardinali Marcinkus avranno la stessa credibilità intellettuale e morale, e quindi d’investimento finanziario a lungo termine, di Carolina Invernizio e di Vanna Marchi subito. E io, che di tutto questo sono stato uno dei due o tre principali artefici a livello planetario da duemila anni in qua, non ci sarò, puttanadamo! Sarò come il Giorgione, che c’è anche quando non c’è e non c’è anche quando c’è: come per Omero, che è più un fenmeno che un individuo, non sarà il concreto busismo a discendere da Busi, ma Busi l’astrazione umana dal busismo. Avere firmato le mie opere, a differenza del Giorgione, non farà che peggiorare, ingigantendola, la fortuna che mi compete: alcune, non di mio pugno, mi verranno sicuramente ascritte, ma quante scritte da me e da nessun altro che da me col riso che suscito io verranno attribuite a Gerry Scotti?” [Mie le evidenziazioni in grassetto]

Dopo sì vaste e fertili (letterariamente parlando) peregrinazioni, lo scrittore torna al paesello in cui abita a cinquanta metri da sua madre, la signora Maria Bonora in Busi, ultranovantenne. Cito da pag. 295:

“9 maggio 2005, Pieve di Lombardia.
Adesso che da circa due anni non scrivo più niente di organico e di così organizzato da richiedermi anni e anni sia per stesura e limatura che, soprattutto, per concezione e concepimento e aborti e ripregnanze, comincio a chiarirmi alcuni stati d’animo che, scrivendo, avevano la loro consapevolezza implicita nella scrittura ancora mentale e che pertanto non richiedevano alcuna consapevolezza e esterna a essa e esterna in assoluto: da quando non scrivo più (un romanzo, per intenderci, l’unico genere che io consideri organico e che si prendeva tutto me in ogni singola fibra dall’inizio alla fine, e non sapevo mai quanto tempo mi sarebbe costato e nemmeno me ne davo pensiero, poiché non era certo vita che stavo perdendo ma vita in più che stavo guadagnando – certo, non tolleravo intrusioni umane…), be’, da quando non scrivo più non so più niente di me, e forse non scrivo più proprio per arrivare all’oblio definitivo di una sensibilità che mi ha tormentato, e anche deliziato, da quando ho il primo ricordo in assoluto, di me a circa due anni che me ne sto dietro la ruota di un carretto a riposo con le stanghe in alto e ho appena infilato un dito nel culo di una mia coetanea magrolina dallo sguardo improvvisamente impietrito come quello di una tacchina impagliata…”

L’opera si conclude con la toccante trascrizione di una “conversazione rubata” tra la signora Maria Busi e l’amica Pasqua, anch’essa ultranovantenne, entrambe fuori di testa e “balenghe con la memoria”. Pagine tenerissime e demenziali, introdotte dalle parole: “A proposito di fine! Ogni volta che passo da mia madre… “. Fra le migliori del libro :- )

[A. Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, Mondadori, 2006, pp. 306, € 17,50.]

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28 marzo 2007

INVALIDITÀ AI GAY

Il 21 marzo scorso il senatore del Gruppo Verdi Pdci Gianpaolo Silvestri, vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato e responsabile per i diritti civili per la Federazione dei Verdi, dichiarò:

“È ormai improcrastinabile il riconoscimento alle donne e agli uomini omosessuali del nostro Paese dell’ invalidità civile. A tal fine presenterò un ddl in concomitanza con il Family Day. Da tempo autorevoli e carismatiche voci si elevano per ricordare che gli omosessuali sono portatori ‘insani’ di malattie, devianze, morbi patologici, comportamenti contro natura, facitori di disordini morali. È tempo che il sistema sanitario nazionale senta queste grida e riconosca tale grave emergenza sociale. L’invalidità civile darà diritto ad un assegno mensile di mille – millecinquecento euro (metà per bisessuali e transgender), più, ovviamente, la relativa pensione. Per accedere all’albo dell’invalidità civile omosessuale, onde evitare la diffusione del pericoloso virus, farà testo l’autocertificazione. Compito del Ministero della salute è: nominare una commissione mista, composta da esponenti di ‘Scienza e Vita’ e dall’ Arcigay, in collaborazione con le associazioni dei consumatori, perché veglino sui prevedibili numerosi abusi. Gli oneri previsti saranno coperti con la quota dell’ otto per mille della Chiesa cattolica. Sono certo che la gerarchia vaticana sarà ben lieta di fare questo piccolissimo sacrificio economico per aiutare le famiglie, l’ordine morale ed evitare scandalosi atteggiamenti contro natura con terribili relativismi etici”.

(Da http://www.arcigaymilano.org/dosart.asp?ID=28370 )

Lunedì 26 marzo, invece, è uscita la seguente intervista di Daniele Nardini:

[Presentare al Governo un disegno di legge che consideri l’omosessualità al pari di qualsiasi altra patologia invalidante e che dia ai gay e alle lesbiche un contributo di Stato per lo svolgimento delle proprie attività. Sarebbe stata davvero una bella provocazione. Ma alla fine non se ne farà di nulla. «C’è il rischio che poi l’approvino sul serio senza però dare neanche un euro» ha detto a Gay.it il senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri, vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, che la scorsa settimana aveva annunciato di voler presentare quella proposta.]

Allora senatore, lo presenterà questo disegno di legge?
No non lo presenterò. La mia era soltanto una provocazione per portare alle estreme conseguenze chi sostiene che l’omosessualità sia una malattia. Se loro ritengono che i gay sono malati, perchè non presentano loro una proposta in tal senso?

Insomma, tutto era nato dopo le dichiarazioni della senatrice Binetti…
In realtà non c’è un riferimento diretto alla senatrice Binetti. Noto con dispiacere che c’è un ritorno di omofobia da parte della gerarchia cattolica. Il suo continuo considerare come innaturale l’omosessualità, ad esempio.

Ognuno fa il suo lavoro
Sì ma non c’è solo questo. Ad esempio vengono riportati continuamente casi di persone che prima erano gay e poi sono state “guarite”. Gente che a dir loro è stata “convertita”.

Come lo spiega? I casi delle cosiddette guarigioni riguardano persone reali. È una truffa?
Guardi la situazione dell’orientamento sessuale non è un qualcosa di stabile. Durante il corso della vita i desideri possono cambiare. Non si può escludere che qualcuno, dopo aver avuto esperienze con uomini, poi voglia farne qualcuna con le donne. Da un punto di vista genetico non siamo catalogabili. Spero solo che le pseudosette che sponsorizzano queste “guarigioni” non facciano leva sul senso di colpa.

E comunque succede anche l’inverso. Eterosessuali che hanno voglia di esperienze diverse
Ripeto, non siamo catalogabili geneticamente.

Può chiaririci una volta per tutte qual è la relazione fra malattia e omosessualità?
Non esiste nessuna relazione in merito. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr) ha già chiarito da moltissimo tempo questa questione. Il problema è un altro. L’omosessualità, non avendo scopo riproduttivo, è una funzione erotica autonoma. E al potere, che da sempre è impegnato a controllare il corpo della donna con la scusa della procreazione, questo non va bene. I gay e le lesbiche non possono essere controllati dal punto di vista del corpo.

Andrà al Family Day?
Io non andrò. Al di la della piattaforma, che ovviamente non condivido, le intenzioni dei promotori sono reazionarie. In quella manifestazione mancano parole d’amore, e io vado solo dove ci sono parole d’amore.

Approfitto di questa intervista per chiederle qual è l’attività della Commissione sanità in materia di AIDS.
Dunque, io sono riuscito a far passare in finanziaria il raddoppio dei fondi per la commissione sull’AIDS. Inoltre il Ministro si è impegnato a verificare l’attuale situazione della malattia e, dulcis in fundo, dalla prossima campagna informativa si tornerà a parlare di profilattici.

Ha sentito cosa ha detto Robert Gallo? Ha annunciato il vaccino contro l’AIDS entro 4 anni.
Io non sono un medico e quindi non lo saprei dire. Mi auguro che sia vero ma mi auguro anche che quel vaccino arrivi fino al Sud del Mondo. Le cause farmaceutiche, a causa dell’alto costo dei farmaci, hanno proclamato la pena di morte per milioni di persone.

6 OTTOBRE 2010

TIZIANO FERRO SI VUOLE INNAMORARE DI UN UOMO

<p>Tiziano Ferro: «Mi voglio innamorare (di un uomo)»</p> 

Scrivevo il 27 settembre scorso in un commento al post “TIMONI” in Lipperatura [Madame Lippa ha capito il suo errore e al momento ha smesso di censurarmi, N.d.R.]:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/09/27/timoni/

[N.B. Il mio commento riguarda la dichiarazione di Umberto Veronesi: “Il dominio maschile ci ha traghettato in un´epoca di indubbio progresso civile e scientifico, ma adesso, inevitabilmente, il timone va passato alla donna. Per questo non mi stanco di ripetere che il futuro è donna. La mia convinzione, lo so bene, cozza in modo evidente con la realtà: se è vero che la donna è più «adatta» dell´uomo, – mi sento chiedere, – com´è che ancora non ha conquistato un ruolo non solo dominante, ma neppure paritario?]

«Considerando che la ragione di fondo della condanna storica, da parte delle istituzioni di potere, chiesa compresa, di ogni forma di sessualità NON RIPRODUTTIVA, quindi anche gay, era riconducibile all’asserito bisogno di perpetuare ed espandere la specie, si può capire come alle donne venisse appaltata soprattutto la basilare funzione di generare e allevare la prole. Considerando, altresì, che negli ultimi decenni il sovraffollamento demografico ha raggiunto livelli pericolosi per la sopravvivenza della specie stessa, va benissimo che alle donne – ma anche ai gay – siano spalancate tutte le altre opportunità:-) »

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11 OTTOBRE 2005

ONAN IL BARBARO

Sostiene Alessandro Piperno (benché per interposto personaggio) alle pagg. 75-76 di “Con le peggiori intenzioni”:

“La masturbazione è la più alta espressione di libertà – dietro alla quale si piazza soltanto la letteratura (che purtroppo ha regole troppo ferree e impedienti per reggere il confronto) – che il mio organismo abbia saputo concedersi negli ultimi trentatré anni. Una libertà che supera persino la sfrenata sessuomania di certe rockstar, rispetto alle quali ho il vantaggio di poter scopare simultaneamente, o nell’arco di quegli elettivi dieci minuti fuori dalla Storia, con donne decedute da anni come Marilyn Monroe senza correre il rischio di passare per un necrofilo, con vecchie compagne di scuola senza per questo sentir parlare di passatismo, con starlettine della TV senza dover diventare a mia volta celebre, con le mogli dei miei amici senza per questo tradirli, con la sorella che non ho mai avuto senza commettere incesto, con studentesse universitarie senza compiere alcun abuso, con vergini beate senza indulgere in blasfemia, con undicenni lolite senza violare il codice penale, con prestanti giovanotti senza cambiare sponda… Tutto questo dalla mia confortevole tribuna domestica, protetto dall’inebriante anonimato dei Giusti.”

Visto che molti considerano l’onanismo un “disordine”, se non sono CANTI DEL CAOS questi… !!!

Aggiungo, per completezza d’informazione, un piccolo capolavoro sconosciuto di Mark Twain:

           Some Thoughts on the Science of Onanism

(A speech delivered to the Stomach Club, a society of American writers and artists, Paris, 1879, by Mark Twain )

My gifted predecessor has warned you against the “social evil — adultery.” In his able paper he exhausted that subject; he left absolutely nothing more to be said on it. But I will continue his good work in the cause of morality by cautioning you against that species of recreation called self-abuse — to which I perceive that you are [too] much addicted.

All great writers upon health and morals, both ancient and modern, have struggled with this stately subject; this shows its dignity and importance. Some of these writers have taken one side, some the other.

Homer, in the second book of the “Iliad”, says with fine enthusiasm, “Give me masturbation or give me death!”

Caesar, in his “Commentaries”, says, “To the lonely it is company; to the forsaken it is a friend; to the aged and [to the] impotent it is a benefactor; they that [be? / are?] penniless are yet rich, in that they still have this majestic diversion.” In another place this [excellent? / experienced?] observer has said, “there are times when I prefer it to sodomy.”
Robinson Crusoe says, “I cannot describe what I owe to this gentle art.”

Queen Elizabeth said, “It is the bulwark of virginity.”

Cetewayo, the Zulu hero, remarked that, “a jerk in the hand is worth two in the bush.”

The immortal Franklin has said, [“Masturbation is the mother of invention.” He also said,] “Masturbation is the best policy.”

Michelangelo and all the other old Masters — old Masters, I will remark, is an abbreviation, a contraction — have used similar language. Michelangelo said to Pope Julius II, “Self-negation is noble, self-culture [is] beneficent, self-possession is manly, but to the truly great and inspiring soul they are poor and tame compared to self-abuse.”

Mr. Brown, here, in one of his latest and most graceful poems refers to it in an eloquent line which is destined to live to the end of time — “None know it but to love it; None name it but to praise.”

Such are the utterances of the most illustrious of the masters of this renowned science, and apologists for it. The name of those who decry it and oppose it is legion; they have made strong arguments and uttered bitter speeches against it — but there is not room to repeat them here, in much detail.

Brigham Young, an expert of incontestable authority, said, “As compared with the other thing, it is the difference between the lightning bug and the lightning.”

Solomon said, “There is nothing to recommend it but its cheapness.”

Galen said, “It is shameful to degrade to such bestial use that grand limb, that formidable member, which we votaries of science dub the ‘Major Maxillary’ — when they dub it at all — which is seldom. [It would be better to decapitate the Major than to use him so.] It would be better to amputate the os frontis than to put it to such a use.”
The great statistician, Smith, in his Report to Parliament, says, “In my opinion, more children have been wasted in this way than in any other.” It cannot be denied that the high [authority? / antiquity?] of this art entitles it to our respect; but at the same time I think [that] its harmfulness demands our condemnation.”

Mr. Darwin was grieved to feel obliged to give up his theory that the monkey was the connecting link between man and the lower animals. I think he was too hasty. The monkey is the only animal, except man, that practices this science; hence he is our brother; there is a bond of sympathy and relationship between us.

Give this ingenious animal an audience of the proper kind, and he will straightway put aside his other affairs and take a whet; and you will see by the contortions and his ecstatic expression that he takes an intelligent and human interest in his performance.

The signs of excessive indulgence in this destructive pastime are easily detectable. They are these: A disposition to eat, to drink, to smoke, to meet together convivially, to laugh, to joke, and tell indelicate stories — and mainly, a yearning to paint pictures. The results of the habit are: Loss of memory, loss of virility, loss of cheerfulness, loss of hopefulness, loss of character, and loss of progeny.

Of all the various kinds of sexual intercourse, this has the least to recommend it. As an amusement it is too fleeting; as an occupation it is too wearing; as a public exhibition there is no money in it. It is unsuited to the drawing room, and in the most cultured society it has long since been banished from the social board. It has at last, in our day of progress and improvement, been degraded to brotherhood with flatulence. Among the best bred, these two arts are now indulged only in private — though by consent of the whole company, when only males are present, it is still permissible, in good society, to remove the embargo [upon? on?] the fundamental sigh.

My illustrious predecessor has taught you that all forms of the ‘social evil’ are bad. I would teach you that some of those forms are more to be avoided than others. So, in concluding, I say, “If you must gamble [away] your lives sexually, don’t play a [Lone Hand? / lone hand] too much.” When you feel a revolutionary uprising in your system, get your Vendome Column down some other way — don’t jerk it down. [Bracketed sections denote differences observed between various on-line texts.]

See also: Boroson, Warren, “Introduction to ‘Some Thoughts on the Science of Onanism’ by Mark Twain.” Fact, 9(2):19-21, March-April 1964. B404

“Suppressed since 1879, a minor masterpiece by America’s greatest humorist is here published for the first time . . . In the entire history of bawdy literature, perhaps no work has been the subject of such high-handed suppression and such shamefaced secrecy.”

E infine un approfondimento enciclopedico:

http://www.bway.net/~hunger/alpha3.html

onan-ism /’o-na-ni-zem/ n (c. 1741) 1. masturbation. 2. self-gratification.

Baseball? Forget it. The national pastime is masturbation, both in its literal and figurative forms. Mankind makes Pee-Wee Herman look like an Augustinian ascetic. The sheer volume of material directed towards sexual self-gratification of one kind or another could fill a dump the size of Jupiter, without leaving room enough for a Jerry Springer guest’s sense of shame.The male gender is to blame for the lion’s share, of course, and much as we’d like pornography to disappear, the corner newsstand will always have a copy of Penthouse lying around. For all the years of sensitivity training to which men in the post-Friedan age have been subjected, there’s still no doubt that their primary goal in sexual intercourse is to please themselves. Most women I suspect would be perfectly happy if men would do so without women’s participation.The female gender can be left to itself, which, with the advent of the Cult of the Female Orgasm and the marketing of vibrators, means it can amuse itself. Pornography for women is more insidious, however. Fashion magazines like Vogue have always specialized in turning women into sexual beings, fetishizing weight and shape and pose. Now that all women see themselves as sexual beings, they perversely buy the magazines to stare at their own images, emaciated ideals of themselves, provocatively spread to the viewer’s eyes. As a man I’m glad I don’t understand this syndrome.

Men and women turn to onanism because, deep down, unconscious and unspoken, they realize that their bodies, to the opposite sex, are more liable to provoke laughter than desire. The human body bulks and bulges, appendages ridiculously flapping in the breeze, the sex organs located near the excretory organs as a crass obscene cosmic joke. The question finally is whether masturbation deserves to be taboo. It is in fact a perfectly logical response to reality. 

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5 MARZO 2012

LUCIO DOVE VAI?

Ieri – 4 marzo – era San Lucio papa, quindi il mio onomastico (se mai me ne fregasse qualcosa) e anche il compleanno di Lucio Dalla, passato tutt’altro che inosservato, dato che coincideva con la data del suo funerale.

Personalmente, il giorno della sua morte, avevo evocato in facebook i versi di una sua vecchissima canzone: “LUCIO DOVE VAI”:

“Lucio dove vai? Si fa notte nel cielo… Dove dormirai?”

Molto meno banalmente, Aldo Busi ha dedicato a Dalla il pezzo:

http://www.altriabusi.it/2012/03/03/su-lucio-dalla-e-sugli-scomparsi-ad-arte-gia-in-vita/comment-page-1/#comment-6666

in cui lamenta:

“I ben documentati rapporti di Dalla con Craxi e l´Opus Dei, nonché con l’angelo custode che dichiarò di avere visto al suo fianco, me lo rendono poi addirittura indigesto, per amore della pila sapeva individuare bene dove andare a fare il baciapile, non erano certo le protezioni in alto loco a mancargli, era trasgressivo dove esserlo è di moda e alla portata di qualunque reazionario di mondo, anche se gli sono debitore di molte risate allorché fece un programma televisivo con Sabrina Ferilli in cui si sforzava di dare a vedere che la desiderava – invano, per sua fortuna, e non certo perché fosse di una struggente laidezza fisica. Non so se le canzoni di Dalla sono belle o brutte, come ne sento l´attacco alla radio, spengo.”

Malgrado la mia stima per Aldo Busi, ho commentato:

“Sorry, trovo di cattivo gusto un pistolotto del genere ‘a babbo morto’. Meglio sarebbe stato attaccare Lucio Dalla da vivo per le sue contraddizioni, eventualmente. Proprio il 29 febbraio scorso a Pesaro è stato festeggiato il 220° compleanno di Gioacchino Rossini. Gli ho dedicato il post ‘Festa per il compleanno del caro amico Gioacchino’ senza preoccuparmi di alludere – attraverso il calco del titolo di un noto film gay – ad alcun suo orientamento sessuale, palesato o nascosto, di cui poco mi cale. L’importante è che entrambi ci abbiano lasciato della buona musica da ascoltare… Gioacchino nel suo grande, Lucio nel suo piccolo.”

Sui rapporti fra omosessualità e Chiesa Lucia Annunziata, da par suo, ha dichiarato a In Mezz’ora:

«I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo di quello che siamo, c’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte».

I quotidiani di oggi riportano, in effetti, il caso di un sacerdote allontato dalla Curia per essersi dichiarato a favore delle unioni gay:

“Dal primo marzo la Curia di Milano ha sciolto la ‘convenzione’ con la diocesi di Ales Terralba (in Sardegna) che permetteva a un sacerdote, don Mario Bonfanti, di svolgere la propria attività nella piccola comunità di Perego, in Brianza. In particolare, non sono piaciute alla Curia le prese di posizione pubbliche di don Mario, che ha sostenuto più volte le unioni gay e si è speso per i sacramenti a favore dei divorziati.”

   Risposte a “LUCIO DOVE VAI?”

  1. diait Dice:
    5 marzo 2012 alle 08:54 concordo su busi. ma se la chiesa non vuoke riconoscere le unioni gay ne ha tutto il diritto. Nessuno è costretto a unirsi dentro la Chiesa, che ha le sue regole. Se ci sono gay cattolici spetterà a loro battersi – dentro la comuntà religiosa – per qualcosa che ritengono giusto.
  2. Luan Dice:
    5 marzo 2012 alle 09:14A me è piaciuta la dichiarazione di George Clooney: “Credete che io sia gay? Chi se ne frega!”[“Qualcuno soffre forse del fatto che la gente pensi che io sia gay?”, chiede la star di Hollywood. “Sarò morto da anni e ancora la gente dirà che sono gay. Non me ne frega nulla”.“Credo sia una cosa divertente”, ha raccontato al giornale The Advocate. “Ma l’ultima cosa che mi vedrete mai fare è saltellare urlando ‘Sono bugie!’ Sarebbe ingiusto e scorretto verso i mieI amici della comunità gay. Non voglio che si pensi che essere omosessuali sia una cosa brutta”.
  3. diait Dice:
    5 marzo 2012 alle 09:30grandissimo. lo vedo vquando va da letterman. intelligentissimo e impegnato, e con un fantastico senso dell’umorismo, beato chi lo ha per amico o compagno.
  4. Maria Pia Dice:
    5 marzo 2012 alle 11:43 Io credo che sessualità e spiritualità (nel senso di credo/non credo religioso) siano cose assolutamente e strettamente personali. Idem per la morte, ma nel caso di un personaggio pubblico è inevitabile che diventi di dominio pubblico e di discussioni – anche di pessimo gusto, come nel caso di Busi. Di Lucio Dalla persona non mi importa niente. Lo ricorderò per le tante belle canzoni che ha scritto. Penso che siano comunque un buon metro di “giudizio” per misurarne la grandezza tout court.
    Ho scritto l’ovvietà del giorno, chiedo venia -_-”
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9 commenti
  1. diait permalink

    solo all’inizio della lettura…
    Non sapevo di Bisceglia! Bello e commovente Hans l’anattrocolo gay. Sulla risposta allegra (ho còlto il doppio senso, senza googlare) di Lucio… Oggi le coppie gay sono tra le più “prolifiche” ormai. Il metodo è un po’ arzigogolato, ma se po’ fa. E l’incubatrice umana è alle porte. Quindi, meglio puntare su altri cavalli…
    Grandissimo, qui, Busi. Altre volte un po’ meno.

  2. diait permalink

    il discorso di Busi, lo applico anche alle donne e al femminile. “L’unica maniera per promuovere i propri diritti è promuovere i diritti degli altri.” No alle quote rosa, al ghetto della militanza di genere (identitaria, razzista, fanatica e ottocentesca, normativa e autoritaria), alla retorica martirologica femminile.

  3. Io ho trovato particolarmente divertente Mark Twain: “Men and women turn to onanism because, deep down, unconscious and unspoken, they realize that their bodies, to the opposite sex, are more liable to provoke laughter than desire. The human body bulks and bulges, appendages ridiculously flapping in the breeze, the sex organs located near the excretory organs as a crass obscene cosmic joke.”

    THE HUMAN BODY BULKS AND BULGES, APPENDAGES RIDICULOUSLY FLAPPING IN THE BREEZE… AH AH AH!!!

  4. diait permalink

    ma sarà un genio, Mark Twain? Mark, you read my mind.

  5. Riflettendo su un punto del libro di Busi, mi domando: se lo scrittore fallito non riesce a emergere in altro modo, come ad esempio “diventare un Papa o un Imperatore o, salma imbalsamata traslata da un secolo all’altro, un impresario televisivo alla testa di una nazione con una masnada incensante di ventriloqui decollati”, allora che gli resta da fare? Perché la casistica mi sa che sia molto nutrita.

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