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BOCL N. 25 (HOARDING, ORDINE E DISORDINE)

5 giugno 2012

Scrissi il 15 gennaio 2001 su it.cultura.libri:  

“Il prof. Randy Frost, docente del Massachusset, ha studiato per primo il cosiddetto ‘hoarding‘, ovvero le persone (hoarders) che accumulano in casa così tanto materiale da fare difficoltà a viverci. L’accumulo, ovviamente, va distinto dalla collezione. L’hoarder accumula oggetti senza più riuscire a disfarsene, per una sorta di paura di perdere le cose o di scegliere. Ebbene, io sto accumulando tanti di quei libri in casa da non saper più dove metterli. E tuttavia non oso liberarmi di nessuno di essi. Che sia un hoarder anch’io? Vittima anch’io della cultura dell’eccesso e dell’abbondanza? Dove trovare la forza di buttar via un po’ di libri?” 

E il 4 luglio 2002

“Sono sempre più deciso a semplificarmi la vita. Ho eliminato i pesci rossi (finiti nella grande vasca del giardino di un’amica), sto eliminando piante su piante (il terrazzo era ormai una giungla) e adesso vorrei cominciare a eliminare un po’ di libri (molti di quelli che mi intasano gli scaffali sono assolutamente PRESCINDIBILI), portandone fuori di casa uno al giorno e abbandonandolo da qualche parte (un muretto, una panchina…). Insomma vorrei diventare una sorta di anti-LucaConti. Non il piacere e l’ossessione dell’accumulo, ma il sollievo del rilascio, finalmente. Un giorno, poi, forse sposerò Madonna Povertà.”  

Rispose, lo stesso giorno, la mitica MARIA STROFA:

 

“Il libro comincia a vibrare, le sue pagine sono in fibrillazione, come se volessero sfogliarsi da sole; poi… ecco… il libro si apre… e si capovolge a mo’ di tettuccio, spicca il volo come una rondine, vola, vola, vola, e infine… oh… infine… si posa dolcemente sul capo di petulia [petulia = iciellina particolarmente assidua nella lettura, n.d.r.]. ‘Finalmente a casa!’, dice il libro.” 

Ma il 5 luglio tale Strangedays propose un altro finale: 

> … infine… si posa dolcemente sul capo di petulia.

personalmente avrei preferito un finale meno poetico e più Poe, qualcosa tipo… “il libro finisce dolcemente – aperto con le pagine scritte rivolte verso l’altro -, tra i piedi del suicidando che stava giusto cercando un rialzo per arrivare a infilare la testa nel cappio appena preparato. Sale sul tomo, infila la testa nel canapo e compie un passo indietro. Appena i piedi smettono di toccare le pagine, si sente un rumore interno di ossa spezzate all’altezza del collo. In un lampo ha il ripensamento tipico dei suicidi, determinato forse dall’istinto di conservazione. Forse non è troppo tardi. Prova ad allungare un piede e a rimetterlo sul libro, ma questo, sospinto dalla stessa brezza che lo aveva portato sotto i suoi piedi, si sposta beffardamente di pochi centimetri. Sono quelli che bastano. La testa non più sostenuta è adesso pendula in avanti. L’ultima immagine che vedono i suoi occhi è quella del libro aperto sul racconto Il Gatto Nero di E.A. Poe. Un’ultima macabra speranza prima della morte.” 

A proposito, devo precisare che, da ALLORA, sono riuscito a liberare la casa di appena una ventina di volumetti:-(

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 30 APRILE 2005

Nascere da un uovo di cigno 

di Lucio Angelini 

«Uno dice: “Mi piacciono le fiabe di Andersen”, e tutti colgono il messaggio. Se, invece, dicesse: “Mi piacciono i romanzi di Andersen”, molte orecchie si rizzerebbero di colpo: “ Romanzi? Quali romanzi?”.

Be’, i sei che, appunto, Andersen scrisse. Fu, anzi, proprio con un romanzo che il figlio del calzolaio di Odense, scappato a Copenaghen all’età di 14 anni, cominciò a dare solidità al proprio nome: “L’improvvisatore”, di ambientazione italiana (Roma, Napoli, Venezia), pubblicato nel 1835.

L’anno dopo seguí “OT”, un titolo che agli internauti di oggi rischia di far venire in mente soprattutto l’acrostico di Off Topic, piú che il riformatorio di Odense. Nel 1837, l’anno dopo ancora, uscí, infine, Kun en spillemand” (più o meno: “Solo un musicista ambulante”, semplificato in italiano come “Il violinista”) e il successo fu grande, in Danimarca e fuori, con particolare riferimento alla Germania, ma con altrettanto particolare esclusione dell’Italia, dove il romanzo, vai a capire perché, venne tradotto una sola volta, nel 1879, e poi dimenticato. Per il successo italiano si sono dovuti aspettare nientemeno che il Bicentenario della Nascita dell’autore (2 aprile 2005), l’insistenza di chi scrive e la complicità di Thomas Fazi.

L’improvvisatore”, “OT” e “Il Violinista” costituiscono una sorta di trilogia dedicata alla rappresentazione della “vita in Italia” (un argomento prediletto da pittori e scrittori dal periodo romantico in poi) e della “vita in Danimarca “. Sono veri romanzi d’antan, con tanto di coincidenze, avventure, collocazione al confine tra romanticismo e realismo. Di altro tenore i successivi tre titoli: “Le due baronesse” (1848), “Essere o non essere” (1857) e “Il fortunato Peer” (1870).

A dire il vero, c’è chi considera un romanzo, anzi “il primo romanzo di Andersen” anche lo stravagante arabesco letterario “Viaggio a piedi dal canale di Holmen alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829” , uscito in Danimarca nel gennaio del 1829 e pubblicato in Italia solo nel 1987 con il titolo “Passeggiata nella notte di Capodanno” ( Lubrina Editore, Bergamo, traduzione a cura di Anna Cambieri), di cui mi piace riportare l’incipit:

“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerí il pensiero peccaminoso di diventare scrittore…”

Bicentenario a parte, ho trovato davvero stimolante la traduzione di un romanzo della prima metà dell’800 cosí perfettamente archetipico, dopo la pletora di “immersioni totali nello sfascio/fascino dell’Occidente”, raccontati fino alla noia nelle opere letterarie degli ultimi anni (un nome e un nume fra tutti: David Forster Wallace).

Il fascino dei romanzi dell’Ottocento, e di questo in particolare, sta esattamente nel proporre storie in cui “tutto si tiene”, ovvero in cui ogni dettaglio ha un proprio preciso posto all’interno di un’ORDINATA economia narrativa. Chi scrive un romanzo, infatti, può perseguire essenzialmente due scopi:

– mimare, attraverso la scrittura, campioni di realtà piú o meno rappresentativi/interpretativi della stessa;
– tentare di esorcizzare la realtà nel suo aspetto forse piú inquietante: l’apparente (o effettivo) DISORDINE con cui spesso essa risulta procedere. In tal caso la vita romanzesca si sforza solo apparentemente di rappresentare la vita vera, intendendo soprattutto consolarsene.

Chi non ha mai nutrito il sospetto che, nelle nostre vite, certi fatti accadano invano, o che certi incontri inizialmente esaltanti non lascino poi la traccia che si vorrebbe, o che certi faticosi sforzi finiscano in fumo, o che l’economia complessiva delle nostre vite risulti tutt’altro che ben congegnata e consequenziale? A volte si ha piuttosto l’impressione che la realtà sia una sorta di puzzle impossibile, in cui nessun pezzo si incastri in nessun altro, o che il succedersi degli eventi si sbandi senza alcun disegno accettabile. In un romanzo ben architettato, invece, personaggi e oggetti hanno ruoli e funzioni precisissime. Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno al quale la narrazione ruota rimanga unidentified (non identificato)? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato.

Anche in “Il violinista” tutto si tiene. I personaggi sono appena una manciata, ma il destino li lega cosí saldamente tra loro che dovunque essi vadano, foss’anche in capo al mondo, tutti re-incontrano tutti, in una sorta di continuo carrambachesorpresa!, condannati a interagire fino alla fine. Una volta che un bimbetto di pochi anni sia rimasto favorevolmente impressionato dalla nipotina del vicino di casa, l’amerà perdutamente per tutto il resto della sua vita. Senza contare che, in questo tipo di narrazioni, i continui colpi di scena (incendi di case, suicidi, assassini, fughe con cavallerizzi del circo, attacchi convulsivi, guarigioni miracolistiche) offrono al lettore (dell’Ottocento) un eccitante antidoto ai veleni di una vita in genere ripetitiva e monotona.

Da un lato Andersen afferma (in una delle sue frequenti intrusioni come Voce Narrante) che in questa vita “si fanno delle conoscenze, si acquistano degli amici che si lasciano tra le lacrime, provando amarezza al pensiero di non doverli ritrovare mai piú” (cap. VI, parte II). Dall’altro, per i suoi personaggi, non c’è mai verso di potersi effettivamente separare dalle conoscenze via via acquisite. Hai voglia tu a cercare di liberarti dall’ossessione del passato! Ne sa qualcosa il giovane barone Otto Thostrup, il protagonista di “OT Un romanzo danese”, perpetuamente in fuga dal proprio passato. Egli scoprirà solo nell’epilogo il vero significato delle lettere che reca tatuate su una spalla (“O” e “T”), che non stanno affatto per “Otto Thostrup”, ma per “Odense Tugthus”, la prigione di Odense, dove era nato e vissuto da piccolissimo.

Andersen definí “Il violinista” un fiore spirituale sbocciato dalla terribile lotta che si svolgeva nel suo animo per la durezza delle circostanze contro cui la sua natura poetica era costretta a misurarsi.

“Il talento non conta nulla, se non in fortunate circostanze”, scrisse infatti amareggiato a Jonas Collin nel maggio 1835. E “Il violinista” ruota, appunto, intorno all’eterno, angosciosissimo problema del Genio Incompreso e di come eventualmente evitarne lo Spreco. L’adolescente Christian del romanzo, che “il Dio del suono” ha pur baciato nella culla, non diventerà mai uno splendido cigno, ma sarà condannato a restare kun en spillemand, solo un musicista ambulante, non tanto per mancanza di genialità o talento, quanto per mancanza di “fortunate circostanze”.

Solo la fiaba “Il brutto anatroccolo”, pubblicata per la prima volta l’11 novembre 1843 (titolo originale: Den grimme ælling), comunicherà una visione della vita più definitivamente anderseniana: “Det gør ikke noget at være født i andegården, når man kun har ligget i et svaneæg!”. Non importa tanto nascere in un recinto d’anatre, quanto uscire da un uovo di cigno!»

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Nell’immagine: copertina del romanzo “Il Violinista” di Hans Christian Andersen, traduzione e cura di Lucio Angelini, Fazi Editore, 2005.

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24 APRILE 2001

CANTI DEL CAOS

(Da it.cultura.libri, thread “Vita da editore” )

http://groups.google.com/group/it.cultura.libri/browse_thread/thread/579553c258d0b056/1a3a14ddbee5e89a?#

Canti del caos 

Ow Ouch  [= Lucio Angelini, N.d.R.]:

“Succede sempre così, non appena scoprono che sono un editore. Dovunque vada, in qualunque posto. Mi fermano per strada, mi rifilano un dattiloscritto mentre sono fermo a un incrocio col finestrino dell’auto abbassato, buttandolo dentro da una macchina ferma di fianco, allo stesso incrocio. Sono già seduto sopra la tazza, in un cesso pubblico, quando l’inserviente bussa alla porta. ‘Dottore, ha dimenticato la carta!’ dice gentilmente da fuori. Saltello a piedi uniti e coi calzoni abbassati fino alla porta, metto fuori la mano, prendo il segmento di carta ripiegato tre o quattro volte. Lo apro: c’è sopra l’epopea romanzata di un venditore porta a porta di fon per le orecchie…scritta in soli tre giorni e in stato di trance, si assicura nella premessa, dopo aver subito l’amputazione di un papilloma al glande.” (Antonio Moresco, ‘Canti del caos’, Feltrinelli editore)

Silvio: “aridatece Gianfranco D’Angelo. Saluti “

Ow Ouch: “Vuoi dire ‘Canti del cacchio?'”

Silvio: “qualunque cosa, anche er Monnezza o il ritorno di Pierino – pur che non sia Ditalina e quella roba li’. Saluti silvio “

Ow Ouch: “Guarda che, ridotto a 150-200 pagine e sfrondato di certi giovanilismi (i nomi Pompina e Ditalina, per esempio), non sarebbe privo di una sua allucinata… facciamo pregnanza? Ma sì! Vada per pregnanza.”

Silvio: “è meglio o peggio dell’Orestea nella versione di Carlo Carena? Ma a parte questo, veramente, perché farsi del male? La pregnanza ha a che fare con donne gravide? Saluti Silvio.”

Piero Sorrentino: “Se potessi, io invece parlerei di ‘capolavorità’.”

Ow Ouch: “Perché sei pivellino e cadi facilmente in certi trabocchetti (peraltro esplicitati nelle parti più ironiche del libro). Riformulo: “non privo di una sua allucinata… rutilanza”. Ecco, sì, rutilanza va meglio. Ciao”

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13 SETTEMBRE 2006

COSE SOVRANAMENTE INUTILI

All’inizio di “Caos calmoSandro Veronesi strizza l’occhio al grande Omero, e in particolare all’appassionante “catalogo delle navi” del II libro dell’Iliade. Non cade nel tranello, tuttavia, di sciorinarci un facile catalogo delle tavolette da surf, preferendo cimentarsi in un suo breve, ma non per questo meno folgorante catalogo di “cose sovranamente inutili” apprese in giovinezza. Cito:

“Abbiamo dato lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve periodo ha creduto che certe forze potessero veramente prevalere, e in quel periodo ha imparato a fare un sacco di cose che in seguito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le congas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per simulare un attacco di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l’arco, o la meditazione trascendentale, o, per l’appunto, il surf…”

(da Veronesi, Caos calmo. Bompiani Editore)

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18 OTTOBRE 2006

VETRINETTÈ LA MORTE SUA (Dal thread “PULIRE” dell’8 APRILE 2004, in IT.CULTURA.LIBRI):

http://groups.google.com/group/it.cultura.libri/browse_thread/thread/e185fa3355f0322b/feb0e158f465f96c?lnk=gst&q=vetrinetta+%C3%A8+la+morte+sua#feb0e158f465f96c

 
CUBANO 
 
ho parecchi libri che naturalmente mi s’impolverano.Qual è il miglior sistema per spolverarli? un panno seta, cotone, lana, umido, un pennello? grazie
 
 
GIOVANNI TISO 
 
Questa è la domanda più bella che abbia mai visto fare su questo ennegì. S’impone il sondaggio. Chiamate Agaito che ci fa la tabella: io segno subito un punto a favore del piumino. (Provato col cento gradi, un disastro). … e sono tanto invidioso di quelli con le vetrinette. Vetrinetta è la morte sua. Avendoci i soldi e l’arredamento in stile.  
 
LUCA TASSINARI

Benno dell’Ikea, a trenta euro il pezzo. Quella è la morte sua, anche se quegli stolti svedesi lo vendono come porta-Cd.

CUBANO

forse ho sbagliato ng ma sempre di libri si tratta. però forse il piumino no, perchè la polvere vola e si rideposita; se hai una libreria guardaci bene e di polvere ne troverai tanta. se uso un panno umido potrebbe poi formarsi muffa, forse il miglior modo è un panno che raccolga la polvere ma non so di che materiale. hasta luego

SEVERINO

> se uso un panno umido potrebbe poi formarsi muffa
 
umido, strizzatissimo, settimanalmente. è una corvée, ma dovuta. la vetrina di tiso è una boutade – chimera!, delirio di grandezza!

FRANCESCO GIANNICI

> umido, strizzatissimo, settimanalmente.

Strizzatissimo quanto vuoi, ma sempre umido è. E a lungo andare?Autodeterminazione dei popoli. Autopulizia dei volumi. Se sono fetenti, si uccideranno da sé.

(“Consala como vuoi, sempre cucuzza è”)

SEVERINO

> Strizzatissimo quanto vuoi, ma sempre umido è. E a lungo andare?

non ci sono eredi.

[i libri che erediterò io (secundum ordinem), trattati alla stessa stregua, godono ottima salute. virtù anche d’alcol – s’intende – sapientemente strofinato su aree patinate, plastificate o idoneamente incartacee]

[ma poi, tanto, quelli se li vende in blocco mio cognato]

[i miei no. li suicido con me]

> Autodeterminazione dei popoli.

liberi e-lettori in libere e-brezze.

> Autopulizia dei volumi.

ma tu credi daddovero nei forni-gatto, quei che si leccano da sé?

> Se sono fetenti, si uccideranno da sé.

ottimismo trascendentale. oltranzismo provvidenziale. introdurrei una categoria dello spirito apposita: la ‘gianniciata’.

PECUCHETTA

Per spolverarli io passo straccetto in microfibra appena umida sui dorsi – per pulizia sommaria; aspirapolvere con accessorio s/m (striglia/molcisci) uno per uno – per pulizie profonde, ma capita che la faccenda duri due-tre giorni, essendo che apro un libro ogni quattro e mi fermo a leggere in piedi su una sedia, con asta dell’aspirapolvere in mano. Immemore.

MARIA STROFA

> (Tisetto)… e sono tanto invidioso di quelli con le vetrinette. Vetrinetta è la morte sua. Avendoci i soldi e l’arredamento in stile.

> (Gonnellone diabolico) > passo straccetto in microfibra appena umida

[Questi due sono pazzi. Vetrinetta per i libri? Ma non lo sanno che può formarsi la condensa in particolari condizioni atmosferiche? Non sanno che l’umidità rovina i libri molto più di un salutare strato di polvere che li isola? Ma nella libreria a vetri hanno un termostato per regolare la temperatura? Ma sanno che bisogna cambiare spesso l’aria dentro i vetri? Ma d’ando cazzo spuntano ‘sti due?]

PECUCHETTA

> [Questi due sono pazzi. Vetrinetta per i libri? Ma non lo sanno che può formarsi la condensa in particolari condizioni atmosferiche?]

La casa è riscaldata e antisismica.

> Non sanno che l’umidità rovina i libri molto più di un salutare strato di polvere che li isola?  

E’ vero, ma ci sono anche simpatici cosini -da mettere dentro- che assorbono l’umidità e profumano, financo.
 
> Ma nella libreria a vetri hanno un termostato per regolare la temperatura? Ma sanno che bisogna cambiare spesso l’aria dentro i vetri?
 
Lei è come il mio libraio che dice che i libri sono come le piante, si fanno la loro vita, ma ci devi star dietro.
  
GIOVANNI TISO

> Ma d’ando cazzo spuntano ‘sti due?]

Orsù, secondo te se ci ho soldi per la vetrinetta non aggiungo due lire per l’igrometro? Ammesso che non ne abbia rubato uno a Brera, che con tutto che tengono un custode per stanza è talmente imbesuito dalla noia di vivere che te lo porti via come niente (l’igrometro, non il custode) facendolo su in un Piero della Francesca.

 
MARIA STROFA
 
> Non sanno che l’umidità rovina i libri molto più di un salutare strato di polvere che li isola?
 
>E’ vero, ma ci sono anche simpatici cosini – da mettere dentro – che assorbono l’umidità e profumano, financo.
 
Ma lei è pazza, no, adesso non lo dico per scherzare. Lei è pazza! Ecchecazzo? Cosini per profumare i libri? Ma d’ando cazzo spunta ‘sta qui? Ma lei non si fa le strisciate di cocacellulosa? Non apre il libro e, avvicinandolo al viso, aspira profondamente il profumo della carta mentre la pagina sinistra e destra le accarezzano le rispettive guance? Cosini per profumare il libro? Ma io mando a caga’ il mi’ babbo severino e mi faccio adottare da Mastro Giannici! Cosini per profumare i libri? Profumarli? Toglierne il profumo naturale? Ma d’ando cazzo spunta ‘sta qui?
 
PECUCHETTA
 
> Ecchecazzo? Cosini per profumare i libri?
 
Non profumano i libri, no. Si calmi. Mi guardi, ascolti. Anche io mi faccio dell’odore della carta e pure al tatto ho qualche estasi. I cosini che dico io, santocielo, tolgono l’odore di umidità-muffa, e non aggiungono nessuna ‘profumazione artificiale’ ai libri. Oh. Sono perfino allergica, io, ai profumi, capirà. non me li metto addosso, vado a metterli ai libri?!
 
> Non apre il libro e, avvicinandolo al viso, aspira profondamente il profumo della carta mentre la pagina sinistra e destra le accarezzano le rispettive guance?
 
Eccome: annuso, annuso, accarezzo, accarezzo. E se becco l’odore giusto mi innamoro. Mi hanno messo da parte un Lermontov con queste parole ‘puzza così tanto che te lo puoi prendere solo tu’.
 
MARIA STROFA
 
> I cosini che dico io, santocielo, tolgono l’odore di umidità-muffa, e non aggiungono nessuna ‘profumazione artificiale’ ai libri.
 
Aveva detto ‘cosini per PROFUMARE i libri’. Hanno letto tutti. Tutti! ‘desso quando arriva severino mi sente, oh, se mi sente! Tutti hanno letto: ‘cosini per profumare i libri’. Tutti hanno letto. Tutti.
 
> io, santocielo, tolgono l’odore di umidità-muffa
 
Cazzo, questa non l’avevo letta. TOLGONO ODORE DI UMIDITA’-MUFFA? Ma ci sono profumi di cellulotica antiquaria che non vanno corretti da gadget artificiali, consumistici e a la page o a la pagina. E che odore restituiscono mai, dopo avere tolto l’odore di umidità-muffa consolidatosi nel Tempo? Ma lo senti? Lo senti che il gonnellone diabolico mette la soletta Divor Odor nei libri? Ma no, no, no. No! No! No! No! No! Adesso mi dica pure che d’estate le sudano le mani e non usa i guantichirurgici! Lei lo sa che d’estate si usano i guanti chirurgici per leggere soprattutto i libri con sovracopertina porosa? LO SA O NO? Eh?
 
PECUCHETTA
 
> Adesso mi dica pure che d’estate le sudano le mani e non usa i guanti chirurgici!
 
E lei la mette la cuffietta per contenere le gocce di sudore che potrebbero cadere dalla fronte? Potrebbero, sì o no, se la lettura è coinvolgente? E appoggia il libro sul telo verde? Lei lo contamina con l’ambiente circostante, sconsiderata!
 
MARIA STROFA
 
> E lei la mette la cuffietta per contenere le gocce di sudore che potrebbero cadere dalla fronte? Potrebbero, sì o no, se la lettura è coinvolgente?
 
La cuffietta la metta lei: io son donna e non sudo dalla fronte.
 
> E appoggia il libro sul telo verde?
 
Telo verde? [Ma che cosa fa ‘sta qui coi libri? Ci gioca a domino?]
 
> Lei lo contamina con l’ambiente circostante, sconsiderata!
 
Lei perde il sonno quando un suo prezioso henry james cade e PAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM le si incagna uno spigolo? Lo perde il sonno sì o no? Eh?
 
SEVERINO
 
> La cuffietta la metta lei: io son donna e non sudo dalla fronte.
 
cfr. ‘sebben che siamo donneee paura non abbiamooo…’
 
>Telo verde? [Ma che cosa fa ‘sta qui coi libri? Ci gioca a domino?]
 
ci gioca al dottore, coi libri, madame. era un telino sterile, figliola.
 
>Lei perde il sonno quando un suo prezioso henry james cade e PAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM le si incagna uno spigolo?
 
giusto cielo – quant’è cruda, la mi’ figliola. ricordate quella scena celebre, al cinema, del punteruolo d’int’all’uocchie? tal quale.
 
PECUCHETTA
 
> La cuffietta la metta lei: io son donna e non sudo dalla fronte.
 
Mai mai? Oh, che aplomb. A me alle volte capita, invece, di traspirare.
 
> Lei perde il sonno quando un suo prezioso henry james cade e PAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM le si incagna uno spigolo?
 
Non succede mai: i miei James hanno le gambine, sa?, e due piccole braccia… si arrangiano da soli, loro: vanno, vengono, si sistemano al posto giusto – sono cresciuti autonomi, fin da piccoli, nel kibbutz-gonnellone, lei mi capisce. Ma capita solo a me di avere queste personcine in giro per casa? Prenda un libro e lo tenga alto, poi lo faccia cadere (beh, metta un cuscino sotto, per forza). Se vede in controluce un movimento automatico di gambe e braccia che si avvicinano come per aggrapparsi, ecco, significa che il libro ha paura di cadere: è il riflesso di Moro, appartiene alle creature viventi (e parliamo di sistema nervoso)
 
ELISABETTA MARCOVICH
 
> ho parecchi libri che naturalmente mi s’impolverano. Qual è il miglior sistema per spoilverarli?un panno seta ,cotone, lana, umido, un pennello
 
bene, a casa mia si aprivano uno alla volta e si richiudevano sbattendo, così i libri facevano Eccì e la polvere volava via e chi li spolverava faceva pure Eccì respirando la polvere suddetta. Se stanno in vetrinetta coi cristalli ( ma non respirano bene) ci dovrebbe essere poca polvere. Hai pensato ai piccoli aspirapolveri portatili a batteria, tipo automobile? li usava una mia amica bibliotecaria, così almeno diceva. Il panno magico umido è buono per le copertine plastificate. Immagino ci siano ricette della nonna per i libroni antichi rilegati in pelle.
 
ASOCIALE
 
> ho parecchi libri che naturalmente mi s’impolverano.Qual è il miglior sistema per spolverarli? un panno seta, cotone, lana, umido, un pennello
 
Buona sera, secondo me i libri non vanno spolverati. Quando ne devi usare uno lo apri circa a metà e lo richiudi di colpo. Asòciao. Ciao
 
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7 APRILE 2012
 

DIALOGHETTO CON RAUL MONTANARI SUL GENERE NOIR

DOMANDA posta a Raul Montanari su Nazione Indiana il 25 maggio 2004 dalla redazione di “Origine“:

«Pensate che nel bel mezzo della postmodernità, dove i generi letterari si mescolano, s’incrociano e si sovrappongono nell’ambito dello stesso libro…[cut]… il genere Noir abbia ancora delle regole definite: e se sì, quali?»

RISPOSTA DI RAUL:

«Anzitutto deve contenere un’azione criminale, cosa che lo accomuna al giallo. La differenza però è chiara:

GIALLO:

In perfetta simultaneità, Conan Doyle e Freud (entrambi medici!) plasmano la grande utopia positivista, la rivincita del cervello sul cuore e sulle viscere. Giallo e psicanalisi descrivono un iter identico:

– Presupposto: nel mondo esiste un ordine, e la ragione umana è fatta apposta per riconoscerlo e comunicarlo.

– Il caso (poliziesco o clinico): rottura dell’ordine attraverso un trauma (omicidio, furto, infrazione di un tabù sessuale…).

– Gli elementi: ancora una volta testimonianze e indizi (la deposizione di un teste o la cenere della sigaretta per l’investigatore; i racconti del paziente, i suoi sogni, i suoi lapsus per lo psicanalista).

– Procedimento: ragionando su dati apparentemente insignificanti, investigatore e psicanalista ricostruiscono la scena del trauma iniziale, individuano il colpevole, ripristinano l’ordine. L’armonia fra uomo e mondo è salva.

NOIR:

– Presuppone non l’ordine ma il disordine del mondo. Il mondo è caos, incrocio di linguaggi e magma di regole contraddittorie.

– All’interno di questo caos, il criminale (spesso il vero protagonista della narrazione, che può assumere il suo stesso punto di vista) cerca di imporre un ordine parziale, ossia elabora un piano: uccidere un uomo, compiere una rapina, ecc.

– Di norma, questo piano è destinato al fallimento.

Il collasso finale del criminale diventa metafora della nostra esistenza, del nostro tentativo continuo e frustrato di controllare una realtà sfuggente. La simpatia che proviamo per i grandi vilain dei noir è certamente lo sfogo proiettivo delle nostre pulsioni violente (loro uccidono per conto nostro) o dell’aspirazione a infrangere i limiti in cui sentiamo rinchiusa la nostra vita (la grande rapina alla banca nasce dallo stesso desiderio di un brusco salto di qualità che esprimiamo giocando al Totocalcio), ma sorge anche da una identificazione fra perdenti, dal riconoscimento che il loro scacco è anche il nostro. Personalmente sono convinto che questo sia il motivo per cui sempre più spesso, ultimamente, compaiono narrazioni noir nelle quali il cattivo non viene affatto punito, non fallisce. Il nostro anelito all’evasione da una realtà asfittica trova allora uno sfogo compiuto, coerente fino in fondo, e in particolare il serial killer si propone come l’eroe nero di fine millennio e oltre.

L’autocensura, che provocherebbe in noi un ovvio senso di colpa se fossimo invitati a una identificazione diretta con un brutale assassino, viene elusa intelligentemente nel Silenzio degli innocenti, con uno sdoppiamento della figura del criminale: se l’incolto e sgraziato Buffalo Bill merita di essere castigato – e troveremmo immorale che un simile animale la facesse franca ? il raffinato, enigmatico dottor Lecter, l’antropofago umanista, può trionfare senza che la cosa ci dispiaccia o ci spaventi. Un passo avanti fanno Seven (il cattivo vince, ma a prezzo dell’autodistruzione: troppo facile così! E’ il cattivo come kamikaze, barano al gioco entrambi perché non muovono da quella paura della morte che dovrebbe stare alla base di un agire motivato e autoconservativo) e soprattutto I soliti sospetti (qui il cattivo vince, punto e basta).»

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Venerdì, 1 SETTEMBRE2006

GLI INVESTIGATORI NON ESISTONO

 

(Josh Hartnett)

Ieri sera, assistendo alla proiezione di “The Black Dahlia” di Brian De Palma in campo San Polo (Esterno Notte del Festival del cinema di Venezia), non ho potuto non ripensare a quanto appena letto in www.carmillaonline.com il 29 agosto scorso: un vecchio articolo (1966) di Gilles Deleuze intitolato: FILOSOFIA DEL NOIR

Questa la parte che – nella mia ingenuità – più mi ha impressionato:

“Malraux aveva detto l’essenziale nella sua prefazione alla traduzione di Santuario: «Faulkner sa molto bene che gli investigatori non esistono, che la polizia non dipende né dalla psicologia né dalla perspicacia, ma dalla delazione; e che non sono Moustache o Tapinois, modesti pensatori di Quai des Orfèvres, a catturare gli assassini in fuga, quanto piuttosto la polizia ordinaria…». La Série Noire fu principalmente un adattamento per il grande pubblico di Santuario (lo testimonia Niente orchidee di Chase) e una generalizzazione della prefazione di Malraux…[cut]… Ma con la Série Noire il romanzo propriamente poliziesco è morto. Senza dubbio, nella massa di questa collana, molti libri si accontentano di cambiare l’aspetto esteriore dell’investigatore (renderlo bevitore, erotico, agitato), ma ne conservano la vecchia struttura: designazione sorprendente d’un colpevole inatteso, tutti i personaggi riuniti per la spiegazione conclusiva alla fine del libro – non è qui la novità. La novità, come utilizzo e messa a frutto della letteratura, era principalmente quella di insegnarci che l’attività poliziesca non ha nulla a che vedere con una ricerca metafisica o scientifica della verità. Il laboratorio di polizia non assomiglia alla scienza più di quanto le telefonate del confidente, i rapporti della gendarmeria o le torture non assomiglino ad un discorso metafisico”. 

Invece, in The Black Dahlia (tratto dal romanzo di James Ellroy e da un fatto di cronaca del 1947: il ritrovamento del cadavere squartato di Elisabeth Short, un’aspirante attricetta rimasta vittima del mondo marcio e corrotto di Hollywood) il poliziotto boxeur Bucky (Josh Hartnett) fa appello a tutte le proprie risorse di investigazione psicologica e di perspicacia per ricomporre l’orrendo mosaico dietro il crimine, ed è mosso da una tensione deontologica assolutamente ideale…  “Ah, come sarebbe bello – mi sono detto – se tutti i poliziotti e gli ispettori fossero davvero puri come lui… o meglio, come è lui fino a un attimo prima del finale” 🙂  

P.S.

Ha scritto Roberto Pugliese sul ‘Gazzettino’: “Un noir a colori funziona raramente… nelle mani di De Palma, sempre tecnicamente eccelso ma stilisticamente svuotato, di nera è rimasta solo la Dalia del titolo… per molti aspetti questo film sembra un repertorio di situazioni sciorinate a tavolino, una sorta di frigido Bignami del noir che incappa in tutte le trappole del genere…”

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27 OTTOBRE 2006 

 

Quintali di carte, libri, oggetti da buttare via. Interi scatoloni di ritagli di giornali fra cui, appunto, uno intitolato “L’ORDINE IN CASA CAMBIA LA VITA“, del lontano 27 febbraio 2002 (cronaca di “La Repubblica”). E la seguente scheda:

Lo SPACE CLEARING è l’arte di ripulire e illuminare gli spazi che ci circondano a casa e in ufficio. Nasce a Londra negli anni ’90 sotto l’imprinting di Karen Kingston, prima studiosa del settore in Europa. La disciplina, una sorta di feng-shui occidentalizzato, ci offre la possibilità di rivisitare i nostri luoghi di vita e di lavoro, ripulendoli dalle cose vecchie e dalle energie negative. Nei libri della Kingston esistono anche cerimonie spirituali per la nostra pulizia interiore e per quella degli arredi che abbiamo in casa. L’occasione migliore per liberarsi del CLUTTER, vale a dire il ciarpame, è il TRASLOCO.”

Ebbene, sto appunto traslocando. Dal 1° dicembre prossimo mi insedierò al Lido di Venezia. Se ieri ricordavo come negli anni ’90 giocassi allo scrittore (be’, un po’ ancora adesso, a dire il vero), dal primo dicembre inizierò un altro gioco a lungo sognato: quello de LA BOHÈME.

La bohème, la bohème
Ça voulait dire on est heureux
La bohème, la bohème
Nous ne mangions qu’un jour sur deux

Be’, non fino a questo punto, mi auguro: mangerò tutti i giorni, credo:- ) Semplicemente, dal grande appartamento su un canale veneziano in cui abito adesso mi restringerò in una mansarda di pochi metri quadri al quarto piano di una palazzina senza ascensore (nessun problema, sono un alpinista!) ma con un bel terrazzo al sole, in cui potrò mangiare – appunto – e lavorare al pc NON visto da nessuno, quindi anche in mutande, se ne avrò voglia…

Ma torniamo al nostro SPACE CLEARING. Un’illustrazione con spiegazioni, sempre nello stesso ritaglio di giornale, completa il quadro:

MOBILETTI O MOBILI. I cumuli disordinati di vecchie videocassette, dischi, CD, audiocassette e altri oggetti legano troppo al passato, anziché proiettarci nel futuro.

MENSOLE SOVRACCARICHE. L’abbondanza di soprammobili, candelabri, piatti e posacere è sgradevole da vedere e crea ENERGIA NEGATIVA.

MOBILE BAR. Se quando apriamo la porta della nostra casa, per prima cosa vediamo bicchieri spaiati o scheggiati, e bottglie di alcolici quasi vuote, verremo sopraffatti dallla confusione e dal disordine.

TAVOLINI. Le montagne di riviste creano un’area centrale di energia stagnante che intorpidisce i frequentatori della casa.

LIBRERIE. I libri rappresentano simbolicamente i NOSTRI GUSTI, le nostre IDEE. Se ce ne sono molti impolverati significa che ci stiamo adagiando troppo sulle nostre convinzioni. Vale la pena di liberarsene gradualmente.”

(Da “Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa“, di Mary Lambert, edizioni Corbaccio)

Seguono altri riquadri con titoli quali “Tutti pazzi per lo ‘space clearing’: FA BENE ALL’ANIMA” o Il disordine uccide perfino la creatività” (breve intervista a Oliviero Toscani che afferma: “Chi è disordinato non può essere un artista… l’ordine è come scrivere. Le parole le metti insieme per bene una dietro l’altra… bisogna accedere alle cose in modo semplice… Certo, ci vuole impegno, disciplina, fatica. Ma vale la pena. Quando vedo qualcuno con la scrivania piena di carte non provo fiducia. Il DISORDINE SOFFOCA, UCCIDE.”

Mi chiamano Mimì,
il perchè non so.
Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore.
Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo;
ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell’aprile è mio!
il primo sole è mio!
Germoglia in un vaso una rosa…
Foglia a foglia la spio!
Cosi gentile il profumo d’un fiore!
Ma i fior ch’io faccio, ahimè!
i fior ch’io faccio, ahimè!
non hanno odore.
Altro di me non le saprei narrare.
Sono la sua vicina che la vien
fuori d’ora a importunate…

(da Puccini, La Bohème)

——

4 DICEMBRE 2006

ANCH’IO COME ANDERSEN (si parva licet… )

(Foto da http://www.hcandersen-homepage.dk/vingaardsstraede.htm

La sera del 1° dicembre u.s. ho dormito per la prima volta nella mia – appena acquistata – mansardina al Lido di Venezia, dove mi sono trasferito dopo essere ridiventato single. La camera da letto è un sottotetto con finestrino rettangolare tra le tegole. Ebbene, svegliatomi nel cuore della notte, ho aperto gli occhi e scoperto che, attraverso di esso, vedo un pezzetto di cielo con una deliziosa spruzzata di stelle…

Copio.incollo da:

(http://www.corriere.it/viaggi/viaggi_tendenze/citta/2005/05_Maggio/26/citta_copenaghen_1.shtml ]

Una visita a Copenaghen di questi tempi non può prescindere da Andersen, nato a Odense ma trasferitosi quattordicenne nella capitale…[cut]… Al 6 di Vingårdsstraede, è rimasto praticamente immutato il piccolo sottotetto da bohémien degli anni giovanili dello scrittore, oggi proprietà dei grandi magazzini Magasin du Nord e visitabile negli orari di apertura…”

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Da: Hans Christian Andersen, Libro illustrato senza illustrazioni, a cura di Bruno Berni, Abramo editore, Catanzaro 1997, Titolo originale “Billedbog uden Billeder“, Copenaghen 1840 :

“Sono un povero giovane, abito in una delle strade più anguste, ma la luce non mi manca perché abito molto in alto, con la vista sui tetti. I primi giorni dopo il mio arrivo qui in città mi sentivo chiuso e solo: invece del bosco e delle verdi colline avevo ora come orizzonte solo i comignoli grigi. Qui non avevo nemmeno un amico, nemmeno un volto conosciuto mi salutava. Una sera me ne stavo piuttosto triste davanti alla finestra, la aprii e guardai fuori. Ah, quanto fui contento! Vidi un volto che conoscevo, un volto tondo e amichevole, la mia migliore amica di quando era a casa: era la luna, la cara vecchia luna, la stessa, immutata, proprio con l’aspetto che aveva quando mi sbirciava fra i salici sulla palude. Le lanciai un bacio sulle dita e lei illuminò la mia stanza e promise che ogni sera, quando era fuori, sarebbe venuta un po’ a trovarmi; e da allora lo ha fatto, onestamente, peccato che possa rimanere così poco. Ogni volta che viene mi racconta qualcosa che ha visto la notte precedente, o quella sera stessa. ‘Dipingi ciò che ti racconto’ disse alla sua prima visita, ‘e avrai un bel libro illustrato’. E io ormai lo faccio da molte sere. A modo mio potrei creare un nuovo ‘Le mille e una notte’ illustrato, ma certo sarebbero troppe; quelle che raccolgo qui non sono scelte, vengono come le ho ascoltate. Un grande pittore geniale, un poeta o un musicista, possono tirarne fuori qualcosa di più, se vogliono: ciò che mostro io sono solo contorni sparsi sulla carta, e di tanto in tanto i miei pensieri, perché la luna non veniva ogni sera, spesso capitava in mezzo una nuvola o due.” 

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29 MAGGIO 2006

APPUNTI DI ESTETICA 

(Un elefante pittore)

Il mondo è grande. Nel mondo, per giunta, ognuno si costruisce un proprio mondo, dall’interno del quale giudica il mondo più grande in cui si è trovato a vivere. Gli artisti sentono in modo particolarmente assillante l’esigenza di comunicare la propria visione del mondo (è la cosiddetta ‘URGENZA ESPRESSIVA’) e non trovano pace finché non l’hanno espressa in una o più opere. Benché essa sia solo la loro ‘particolare’ visione del mondo, in realtà la ritengono significativa o valida anche per altri, ovvero degna di essere comunicata al maggior numero possibile di propri simili. E come procedono? Operando, essenzialmente, una serie di SCELTE (che di volta in volta escludono tutte le possibili altre) e di RINUNCE. Prendiamo il caso di un pittore: non appena comincia a sentirsi ’agito’ (com si diceva negli anni Settanta del secolo scorso) dalla suddetta urgenza espressiva egli:
 
1) sceglie uno spazio e lo circoscrive, rinunciando a tutto il rimanente. Ritagliato lo spazio (di solito una tela rettangolare di dimensioni più o meno ragionevoli), lo INCORNICIA (se vuole) e…
 
2) ci ficca dentro delle cose. Quali? Lì viene il bello. La scelta è infinita: nella realtà esterna ci sono miliardi e miliardi di cose, e altrettante nella nostra realtà interiore, per non parlare di quelle immaginabili attraverso la cosiddetta FANTASIA (l’artista ha capacità creativo-combinatorie particolarmente spiccate). Quali SCEGLIERE? A quali altre RINUNCIARE? L’artista restringe drasticamente il campo e si concentra su pochi elementi soltanto, che inserisce (raffigura) nella tela, ad esclusione di tutti gli altri.
 
3) Proprio perché scelti fra miliardi e miliardi di altri e inseriti nello spazio privilegiato e limitato della tela (separata o meno dal resto del mondo da una cornice), gli elementi rappresentati assumono una fortissima CARICA o VALENZA simbolica. Si incaricano di esprimere, cioè, non solo se stessi (alla lettera) ma l’intero mondo dell’artista & la sua visione del mondo in generale… insieme ad altre sue precedenti e/o future opere, beninteso. Tale visione può essere ottimistica, pessimistica, perplessa, inorridita eccetera…
 
4) L’opera d’arte ha una particolarità: è POLISENSA. Ha, cioè, la capacità di comunicare messaggi diversi a persone diverse o anche alla stessa persona in momenti diversi del tempo. Parla simultaneamente alla mente, al cuore, all’intelletto. I suoi messaggi sono APERTI. Cambiano nel tempo e da persona a persona. Possono essere colti facilmente o con difficoltà. L’arte, come i sogni, non è LOGICA, semmai ANALOGICA (crea nessi tra cose lontane), opera a livello simbolico.. eccetera.
 
5) Sensibilizzarsi all’ARTE e al BELLO non è semplicissimo: occorre affinare i propri strumenti di valutazione, inquadrare le varie opere nel tempo storico in cui sono state prodotte e bla bla bla. La COMPETENZA critica, insomma, non si improvvisa, richiede preparazione e fatica, anche se molti si accontentano di rilasciare istintivi giudizi estemporanei (“Che bello!”/ “Che brutto!”)…
 
Il successo e la fortuna critica di un’opera o di un artista sono legati a fattori complessi. Un artista può piacere poco o molto finché vive, poco o molto dopo morto, non piacere a nessuno MAI né da vivo né da morto eccetera. Nel campo dell’arte, inoltre, ci sono più SANTI che NICCHIE. Tantissimi artisti dotati di talento restano sconosciuti, e solo un numero ristretto – i soliti raccomandati! :- ) – raggiunge un adeguato apprezzamento/riconoscimento. Va da sé che se ciascuno di noi producesse un capolavoro, sarebbe la fine dell’arte, o quantomeno del suo mito…
 
Ed ecco, adesso, una mia vecchia poesia, che non ha ancora ricevuto un ‘adeguato apprezzamento/riconoscimento’:-)  
 
 
PREMIO OPERA PRIMA 
 
Un nuovo premio
Opera Prima
non farebbe
che pompare
vieppiù
il soufflé
della giovane
narrativa
bisognoso
piuttosto
di uno
sfiatatoio
Anche l’amico
più caro
e inoffensivo
(in apparenza)
può ormai
un giorno
farci sobbalzare
mentre magari
stiamo prendendo
un caffè
confessandoci
(proprio adesso
che i libri
sono sempre
più inflazionati
e vivono
– se vivono –
soltanto
lo spazio
di un mattino):
«Sai,
ho
scritto
un libro»,
o (peggio ancora)
«un romanzo.»
Ma che cosa
credono
di fare,
scrivendo?
Un gesto
carico
di segreta
sacralità,
che attesti
la loro presenza
nel mondo?
Credono
– scrivendo un libro –
di esistere di più
o di esistere
veramente?
In realtà
chi scrive libri
– ammonisce
Karl Kraus –
lo fa soltanto
perché
non trova
la forza
di non farlo. 
 
 
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8 DICEMBRE 2005

 

L’AVANZATA DEI ROMPIBALLE

Sta dilagando il dibattito su ordine costituito e disordine minacciato (dai cosiddetti rompiballe) nella blogsfera. Spiegavo ieri a Lucis, che dice di fare il moderatore di forum da una decina d’anni:

«Non ho mai frequentato niusgruppi moderati. Mi secca aspettare ore e ore o addirittura giorni prima di poter vedere se lo sceriffo telematico di turno, che magari è più cretino di me, ha deciso di accogliere benignamente il mio intervento e pubblicarlo o no. Preferisco i ng NON MODERATI da NESSUNO, se non dal codice penale (falsificazione di indirizzi e firme & simili). Beppe Grillo riceve giornalmente nel suo blog centinaia di msgg farneticanti [si veda il thread ‘La nonna di Himmler’ del 3 dicembre], ma li lascia lì, in quanto sputtanano soprattutto chi li invia. Sono d’accordo con Platania, questa volta, mentre non sopporto i tromboni che dicono “Tu sì, tu no”. Purtroppo c’è un ducetto nascosto in ognuno di noi, compresi i migliori… altro che fanciullino pascoliano! E va tenuto costantemente a freno.» 

Nel lontano 2002 il mitico p.bianchi , in it.cultura.libri, imputava le risse e il crescente caos telematico del ng soprattutto agli scrittori:

Se tutti voi scrittori, famosi e sconosciuti, in atto e in potenza, in pectore e in bucum culi (moto a luogo), pubblicati e inediti, speranzosi di essere letti e orrorosi di essere profanati, ma ripeto TUTTI, ve ne andaste una buona volta in blocco e all’unisono fuori dai coglioni, lasciando il campo a chi i libri si limita a consumarli-e-basta, qui smetteremmo di colpo gli offtopic, le flamme, i penosi confronti fra lunghezze dell’ego, insomma buona parte di tutte le mortificanti cazzate INTRINSECHE alle discipline indecidibili. Fateci caso, siete SEMPRE voi i peggio flammosi e offtopari. VIA TUTTI. Lo so che NON siete tutti uguali, il buon Dio riconoscerà i suoi.”

Riprendo, adesso, da www.blogdiscount.org un intervento di Rebecca Tomasevskij:

“… I rompiballe vengono così chiamati (dall’esimia prof. Tomaševskij, ovviamente, ma non solo) perché rompono le balle alle blogstar nei seguenti modi:

1- infestando i loro commenti con pensierini inutili di mezza riga, giusto per racimolare qualche accesso e lasciare ricordo di sé (la volta successiva saliranno alle labbra della blogstar le tipiche parole: “Ancora sto rompiballe!”, da cui la denominazione);
2- occupando spazio nella loro classifica;
3- reputandosi alla pari con loro (quando non lo sono, diomio, sti pezzenti, che oltraggio) e degni di essere definiti a loro volta blogstar**;

… [cut]… Ma allora, in che modo possono le vecchie blogstar e la vecchia blogsfera difendersi e non confondersi con loro? Come possono salvarsi dalla miscela mortale?

Un primo metodo è quello di isolarsi completamente nei propri blog-castelli e porre severe restrizioni all’ingresso di nuovi cortigiani, non rispondendo a commenti e mail degli sfigati, non commentandoli, non nominandoli (linkandoli) mai per nessun motivo nei post, minimizzando la portata delle classifiche, e similari. In questo modo si creeranno due blogsfere ben distinte e separate: quella dei fighi, che anche gli sfigati (e i rompiballe) conosceranno e riconosceranno, e quella dei rompiballe che conosceranno e riconosceranno solo gli sfigati. Questo sta già accadendo, ma è ovvio che non basta perché i rompiballe sono tenaci come rampicanti velenosi e cercano disperatamente di entrare e mimetizzarsi nella blogsfera dei fighi.

Un altro metodo sarebbe quello di mantenere un livello dei post (per contenuti, forma ed interesse) sempre piuttosto alto, in modo che il connubio fra le due blogsfere non sia possibile nemmeno per sbaglio. Ma ciò è molto difficile. A parte che si fa un sacco di fatica a scrivere sempre post belli (e noi fatica non vogliamo farne, giusto?), c’è un’evidenza innegabile: pur presenti, le diversità tra l’una e l’altra blogsfera, sono sempre troppo scarse da rendere possibile un tanto evidente salto di qualità (in poche parole: tra l’intelligenza media della blogsfera 1 e quella medio-bassa della blogsfera 2, non passa poi così tanta differenza)… [eccetera]

*che non sia “me stesso” “il mio gatto” “la mia chicca” “Albano e Loredana”. Qualsiasi altro argomento è rilevante.
**tipica, a questo proposito, la tattica da me già illustrata dei falsi modesti, del tipo “Non chiamatemi blogstar” “Non sono una blogstar, grazie” e roba simile.»

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30 NOVEMBRE 2010

CHI HA PAURA DELLA FABULA?

« La fabula – ci ricorda Wikipedia è l’insieme degli elementi di una storia visti nel loro ordine logico e cronologico… Si contrappone all’intreccio che è l’insieme degli elementi della storia nella successione in cui l’autore li dispone. Quando fabula e intreccio non coincidono emergono, allora, le analessi e le prolessi. Le analessi, che nel film sono chiamati flashback, sono racconti di fatti accaduti in precedenza (ricordi, esperienze passate, memorie, ecc..). Le prolessi sono invece le anticipazioni di eventi successivi.»

Un patito assoluto dell’intreccio è Piersandro Pallavicini, che non seguirebbe la successione logica e cronologica degli avvenimenti nemmeno sotto tortura. Non lo fa, di conseguenza, in “African Inferno“, dove si parte dall’11 marzo 2004 (cap. UNO), ci si sposta a domenica 15 giugno 2003 (cap. DUE), si ritorna a lunedì 15 marzo 2004 (cap. TRE) e così via fino alla fine. Analessi e prolessi a gogò, dunque, tanto da ingenerare nel lettore uno strisciante, ma sempre più insistito desiderio di fabula… :-)

Scrivevo a proposito di “Atomico Dandy” nel lontano 2005:

« Ho ritrovato ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente (‘Nostra Madre che Sarai nei Cieli’): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi. Per Pallavicini, evidentemente, “SIZE DOES MATTER!”: qui un negrone ce l’ha di 24 centimetri), la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film***… eccetera ».

Be’, quanto a negroni (soprattutto camerunesi), ce ne sono a iosa anche in African Inferno. Con due di essi il protagonista Sandro Farina finisce addirittura per coabitare. Farina ama sua moglie e sua figlia, ma soprattutto ama segretamente (si intuisce) il “fascinoso amico congolese” Joyce, regista, videoartista, scopatore infallibile Congo-garantito:

“Tu allora guardi verso la porta del bagno e basta, implorando che si apra e che il tuo amico congolese ritorni a illuminare di diamanti e di stelle questo locale che stasera è tutto sbagliato” (p. 15, mio il grassetto).

Il suo membro è talmente ipertrofico da essere nicknamato “l’anaconda” e diventare protagonista di un corto in cui passa dallo stato di riposo a quello di erezione (“The rise and fall of the Black Emperor“: cazzo imperatore, ci si chiede, o imperatore del cazzo?) .

Molto peso, come già in “Atomico Dandy“, hanno le notizie apprese da radio-tivù-giornali. In AD le vicende private altalenavano oziosamente con quelle storico-politche degli scontri Libia-Usa. Stavolta è il turno dell’Iraq, del Fabrizio Quattrocchi di ‘così muore un italiano’, di Al Qaeda e altri eventi del biennio 2003-2004. Ma in African Inferno i topic dell’attualità non sono un mero contrappunto, bensì influenzano precisi comportamenti di alcuni personaggi. Torna puntuale, inoltre, la tipica attenzione dell’autore per cibi e capi d’abbigliamento griffati (“Indosso il mio vecchio Barbour…”).

Importante, infine, di nuovo!, il colore blu.

Queste mie annotazioni, tuttavia, non vogliono anticipare alcun giudizio letterario di condanna, perché “African Inferno” mi è sostanzialmente piaciuto. L’amalgama dei pur tipici ingredienti pallavicineschi mi è parso riuscito meglio delle volte precedenti, l’analisi del razzismo nostrano da un lato e dei pregiudizi che gli immigrati africani, dall’altro, nutrono nei nostri confronti è convincente, la lingua sicura, inventiva e con un forte sapore di verità (vedi l’esempio del brano postato ieri). In definitiva ho avuto l’impressione che questo romanzo segni il definitivo ingresso di Piersandro Pallavicini nella rosa dei narratori italiani più interessanti del nostro tempo.

Confesso di aver raggiunto il momento di massimo orgasmo letterario al capitolo VENTITRÉ… Dovete sapere che “Epitaph” dei King Crimson è – da sempre – uno dei miei pezzi preferiti, e l’epigrafe del capitolo ventitreesimo recita appunto:

Confusion/Will be my epitaph

[segue recensione]

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22 MARZO 2009

 

KARL MARX PLATZ SOSPENDE IL BLOG “CAZZEGGI LETTERARI”  

Scopro con più di un mese di ritardo che il mio povero blog è stato sospeso dal Karl Marx Platz,l’AGGREGATORE DELLA SINISTRA QUELLA VERA (sic)

Vedi la colonna di destra di:
Queste le spiegazioni: 

Mercoledì 11 febbraio 2009

Sospeso il blog Cazzeggi Letterari 

«Con molto rammarico comunico la prima sospensione (sperando di non dover ricorrere all’espulsione) della storia di Karl Marx Platz. Mi sembra doveroso, per trasparenza, comunicarlo alla comunità anche se avrei potuto omettere di comunicarlo. Il motivo della sospensione è la diffusione di notizie false relative all’inesistente genocidio tibetano. Riteniamo infatti che la diffusione di notizie false di questo tipo, figlie di un pregiudizio razzista, in questo caso anticinese, a loro volta amplificano questo tipo di razzismo. Una cosa è la libertà di esprimere la propria opinione su Wu Ming, sulla questione Palestinese, sull’accanimento e quant’altro… su cui posso essere d’accordo o meno… ma che rimangono opinioni. Altra cosa è diffondere deliberatamente falsità spacciandole per fatti reali. Soprattutto in materie così delicate. Non possiamo renderci complici di questo abominio. Jean Lafitte».
 
Poco più giù, nei commenti, sempre il Lafitte della sinistraquellavera si rammarica (bontà sua):..
 
«Mi sembrava un blog interessante perché a suo modo anticonformista.»..
 
Il 20 marzo scorso ho depositato il seguente commento:..
 
«Senti, Lafitte, checché tu ne dica, mi sento certamente più onesto e più di sinistra di te. Di essere incluso in questo o quell’aggregatore non può fregarmene di meno. Buon cammino (spero non a ritroso). Lucio Angelini».
 

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21 commenti
  1. Mamma mia che florilegio! Da restarci secchi…;-)

    Intanto segnalo lo S C O O P della settimana:

    Tiziano Scarpa “moderato” da sapete-chi

  2. Molto carino il tuo post. La Lippa penserà che ti abbia passato il testimone:-)

  3. Perfettamente in linea con questa unità è il post di Giulio Mozzi “AL MACERO”. Qui:
    http://vibrisse.wordpress.com/2012/06/01/al-macero/

    e il commento con auto-citazione di Giulio:

    “Ricevo molti libri in omaggio. Di questi, parecchi mi sembrano robaccia. Non credo che valga la pena di salvare ogni e qualsiasi libro. Così come non credo valga la pena di ricordare ogni conversazione, ogni persona conosciuta, ogni film visto eccetera.

    Da Sono l’ultimo a scendere:

    8 febbraio 2004, Differenziata

    «Ma che cosa fa?».
    Mi volto. La voce appartiene a una signora con pelliccia e cagnolino.
    Sono le quattro del pomeriggio. Io sono all’angolo tra la via dove abito e la piazza. Ho davanti a me un carrello pieno di libri. Ho alla mia destra la campana gialla per la raccolta differenziata: la campana per la carta. Sto buttando via libri.
    Guardo la signora.
    «Sto buttando via della carta», dico.
    «Non è vero!», dice la signora.
    Guardo i tre libri che ho in mano. Guardo la signora.
    «Mi dica», dico.
    «Lei sta buttando via dei libri!», dice la signora con vera indignazione.
    «Sì», dico. «Sto buttando via dei libri».
    «Non si buttano via i libri!», dice la signora.
    «Sto buttando via dei brutti libri», dico.
    «Non c’entra!», dice la signora. «I libri sono libri! I libri sono cultura! I libri non si buttano via!».
    Respiro a fondo.
    «Signora», dico, «non creda che io non dia valore alla letteratura, alla scienza, alla spiritualità e a tutto ciò che si trasmette per mezzo dei libri. Ma le assicuro che ho presa la decisione di buttare via questi libri perché sono libri che non hanno alcun valore né letterario né scientifico né spirituale».
    Non è esattamente così, ma penso che possa andare.
    «Non dica sciocchezze!», dice la signora. «Un libro è sempre un libro!».
    «Sì, signora», dico. «E anche la televisione è sempre la televisione».
    «Che c’entra?», dice la signora.
    «Anche in televisione può capitare di vedere un programma intelligente», dico. «Allo stesso modo, può capitare di leggere un libro stupido».
    «Non cambi discorso!», dice la signora.
    «Non cambio discorso», dico. «Voglio dire che lei non ha idea di che cosa siano i libri che sto buttando via. E quindi lei non può sindacare su ciò che sto facendo».
    «Io so quello che dico!», dice la signora. «Lei sta compiendo un crimine contro la cultura! Lei è uno sciagurato!».
    Mi viene un dubbio.
    «Signora», dico, «li vuole lei questi libri?».
    «No», dice inorridita. Fa addirittura un passo indietro.
    «Ecco, bene», dico. E, per sottolineare che considero chiusa la questione, butto finalmente nella campana i tre libri che ho in mano da due minuti.
    La signora ha un soprassalto.
    Io non la degno di attenzione.
    «Senta», dice la signora, cambiando tono.
    «Mi dica», dico. E butto giù altri tre libri.
    «Senta», dice la signora, «forse un sistema c’è».
    «Mi dica», dico. Mi fermo.
    «C’è una persona che sarebbe felice di ricevere questi libri», dice la signora.
    «Mi dica», dico.
    «Da queste parti», dice la signora, «so che abita uno scrittore. Qui vicino. Mi pare», e fa un gesto verso la via dove abito, «che abiti proprio qui».
    «E lei come fa a saperlo?», dico.
    «Ho letto un suo libro», dice la signora, orgogliosa. «E conosco suo padre».
    «Ah», dico. «Però».
    «Lui certamente saprà apprezzare ciò che lei sta buttando via», dice la signora.
    «Immagino», dico.
    La signora non sputa il rospo.
    «E chi è questo scrittore, mi dica?», dico.
    «Si chiama Giulio Mozzi», dice la signora.
    Faccio un passo verso di lei.
    «Signora», dico, «Giulio Mozzi sono io».
    La signora mi guarda fisso. «Non mi prenda in giro», dice.
    «Non la prendo in giro», dico.
    Tiro fuori il portafoglio dalla tasca posteriore sinistra, un biglietto da visita dal taschino del portafoglio. Glielo porgo.
    «Ecco», dico.
    La signora prende il biglietto. Lo guarda. Mi guarda.
    Sembra terrorizzata.
    «Pulvis es», dico solennemente, «et in pulverem reverteris». Butto dentro altri quattro libri.”

    • Questo pezzo è veramente bello: ho messo il “mi piace” anche da Binaghi, che l’ha ri-postato.

      • Giulio Mozzi è stata una vera scoperta in positivo, grazie a Lucio.

  4. diait permalink

    Paolo, non ho capito (scusate, la mattina leggo velocemente, e ho ancora da finire ik thread di lucio precedente): ma la moderazione di Scarpa era effettivamente dovuta a un errore, o no? Ci torno su.

    • diait permalink

      p.s. non ti ho detto che la battuta sugli scrittori, nel’altro thread, riferita al lbro di Busi, era fantastica. Lucio però metti a dura prova le nostre (mie) risorse di tempo/energia. Se ad agosto le acque si saranno un po’ calmate, avrò tempo per rimettermi in pari.

    • Era un errore, of course: tutta colpa di Lucio (detto anche P.D.S., ovvero Pietra Dello Scandalo).

  5. A proposito di “macero” (riferendomi al post di Giulio Mozzi di cui sopra):

    da diversi giorni (forse qualche settimana) su Radiodue passa insistentemente uno spot in cui s’invita all’acquisto dei Tascabili Einaudi, definiti imprescindibili e irresistibili, scontati del 25%.
    Una roba simile non l’avevo mai sentita: pubblicizzare per radio una collana editoriale, considerata “quasi-d’élite”, per giunta semi-svenduta.
    In genere, in questo modo si pubblicizzano i “collezionabili” che si allegano ai giornali, che sono tutt’altra cosa.

    Questo può far sorgere due ipotesi.

    1) I Tascabili Einaudi hanno un tale successo di vendite, vanno così a ruba nelle librerie, che si è deciso di tentare il “colpaccio”: farne la collana di libri più letta in Italia, quella che non manca in nessuna casa, in modo da fagocitare e annientare le collane concorrenti. Una specie di avventura imperialistica, da fare anche a costo di perdere la bellezza di un quarto dei ricavi di vendita.

    2) I Tascabili Einaudi si vendono sempre meno e fanno molta giacenza, che – come sappiamo – genera costi non più sopportabili (secondo i canoni di oggi). Quindi, per liberarsi di tutta quella merce invenduta, si inizia a fare ciò che si farebbe con qualsiasi altra merce invenduta: i saldi (a volte definiti eufemisticamente “vendite promozionali”). Perché il rischio di macero s’avvicina pericolosamente.

    Nel riflettere sulla questione, mi torna in mente un personaggio satirico interpretato ai tempi d’oro da Corrado Guzzanti: il giovane guru che, seduto di fronte a un monolito di legno, alle domande sulle questioni della vita rispondeva: “La seconda che hai detto!”.

  6. Il cane in copertina de I canti del Caos è un corso o un alano?

    Si è mai letto, per esempio, un qualche giallo in cui il colpevole del delitto attorno al quale la narrazione ruota rimanga unidentified (non identificato)? Tutto in ordine, invece, tutto perfettamente ricostruito e svelato. L’illuminante opera del detective assicura che nessun dettaglio può mai restare davvero ingiustificato.
    Scrivev, Lucio, nel 2005…
    proprio del 2005 è Colorado Kid

  7. @pirulix. su Colorado Kid arriverà una puntata a sé. l’eccezione che conferma la regola*-°

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