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BOCL N. 26 (RICORDANDO SALINGER)

6 giugno 2012

QUI BENE LATUIT BENE VIXIT

8 GENNAIO 2009

Si chiude con il motto di Descartes “Qui bene latuit bene vixit” l’articolo di Nadia Fusini apparso l’ultimo dell’anno su laRepubblica:

«AUGURI MR SALINGER. DOMANI COMPIE NOVANT’ANNI L’AUTORE DEL “GIOVANE HOLDEN”»

Ricordo le mie perplessità giovanili sulla traduzione di Adriana Motti, a partire dall’incipit:

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia…»

Giù giù fino all’explicit:

«D.B. mi ha domandato che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi. Non ho saputo che accidente dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.»

Scrive Nadia Fusini a proposito di J.D. SALINGER:

«Assorda il silenzio volontario, rigoroso, in cui s’è da anni allontanato, esiliandosi da un paese la cui scena letteraria diventava via via più globale, con scrittori sempre più in cerca di successo planetario.»

E riassume così il suo “capolavoro minimalista”:

«Lì un adolescente osservava con implacabile severità una società ai cui modelli non si piegava, sì che il giovane eroe non celebrava nessun rito di passaggio, ma piuttosto confermava la propria renitente distanza dal mondo che voleva educarlo. Distanza anche da modelli letterari, come quello di Huck Finn, giovane scavezzacollo che pure alla fine compie la propria iniziazione. Con Holden Caulfield l’avventura dell’iniziazione – tema caro alla letteratura, in specie americana – si trasforma nell’ avventura dell’obiezione di coscienza, non però alla guerra, ma alle forme sociali della vita quotidiana

Eccetera.

Be’, ve lo dico in un orecchio. Devo in parte proprio alla lettura dell’ Acchiappatore nella Segale (1) la mia personale e improvvisa decisione di scappare dal collegio, al tempo della mia adolescenza schifa… :- )

(1) Questa, come è noto, la traduzione letterale del titolo americano “The Catcher in the Rye”, divenuto in Einaudi: “Il giovane Holden“.

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12 FEBBRAIO 2008

IL GIOVANE HOLDEN SI LAUREA E PARTE PER L’ALASKA  

Uffa. Dopo tutto quello che ho letto sui pericoli dell’immedesimazione, cui andrebbe senz’altro preferito un sano e sociologicamente più utile straniamento (= evitare che le proprie percezioni e sentimenti di spettatore si uniformino a quelle dei personaggi in scena; sollevarsi, invece, a una visione il più possibile critica delle situazioni drammatiche rappresentate, razionalizzando sentimenti e fenomeni sociali) vado a vedere “INTO THE WILD“, l’ultima fatica di Sean Penn, e che mi capita? Che mi calo a poco a poco, anzi sprofondo di brutto e senza ombra di tentennamento nel personaggio di Christopher McCandless, brucio con lui soldi e documenti e mi costruisco un’ identità nuova di zecca, quella di Alexander Supertramp. Non ancora contento, spazio con Alexander Supervagabondo dall’Arizona al Pacifico, affronto in kajak le rapide del Colorado e punto impavido verso l’Alaska… finché le luci in sala non si accendono e mi ritrovo con i lucciconi agli occhi come e peggio di una sartina, con buona pace dei formalisti russi, di Bertold Brecht e di tutti quegli altri fottuti anti-immedesimazionisti:-)

Scherzi a parte, il film mi ha emozionato profondamente e ve lo raccomando. Certo, come ha osservato Stefano Lo Verme, “il film di Penn può risultare a tratti magari un po’ programmatico (hippie simpatici, borghesi antipatici), e il messaggio proposto rischia forse di apparire quasi ingenuo nel suo assoluto radicalismo”

(http://filmedvd.dvd.it/drammatico/into-the-wild/)

ma, incalza ancora Lo Verme, “il regista rifiuta facili soluzioni e si dimostra abilissimo nel coinvolgere lo spettatore [ahi ahi, immedesimazionista pure lui!, n.d.r.] nelle vicende narrate, grazie anche alla colonna sonora composta da Eddie Vedder (in cui le canzoni contribuiscono a sottolineare gli stati d’animo del protagonista) e soprattutto all’intensa interpretazione del giovane Hirsch, spalleggiato da un cast di ottimi comprimari. I momenti commoventi non mancano di certo; e il finale, drammatico e devastante, è di quelli che lasciano il segno”.

Pensavo, peraltro, di essere stato l’unico ad aver accostato mentalmente il giovane Supertramp del film (e del romanzo di Jon Krakauer  Nelle terre estreme  da cui è tratto) al giovane Holden di Salinger, ma, dopo una rapida ricerca in Google, ho scoperto che il 3 febbraio l’aveva già fatto un altro blogger qui:

http://tommypynchblog.splinder.com/post/15785060

tanto da intitolare il proprio post THE CATCHER IN THE WILD” [= fusione di The catcher in the rye, titolo originale de ‘Il giovane Holden’, con Into the wild, n.d.r.].

Il giovane Holden, a dire il vero, progetta la fuga dopo essere stato espulso da Pencey per basso rendimento in tutte le materie, mentre l’eroe del film prima si laurea a pieni voti e solo dopo decide di intraprendere un iniziatico viaggio verso la natura selvaggia, dando un taglio a ipocrisie e convenzioni sociali. Tutti e due hanno un’importante sorellina (mitica quella di Holden Caulfield, la piccola Phoebe) e un rapporto conflittuale con gli adulti, ma Holden torna sui suoi passi e opta per la ripresa degli studi, mentre Alexander Supertramp fugge davvero e lascia per due interi anni i genitori senza notizie di sé.

Leggiamo in

http://it.movies.yahoo.com/i/into-the-wild/recensioni-175370.html

Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. È il lento riconoscimento di Chris dell’ impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell’immensa solitudine dell’incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: ‘La felicità è reale solo quando condivisa’, arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone.”

Similmente Tommy Pinch:

Alexander Supertramp scrive, alla fine del suo diario, in punto di morte, quella che è la rivelazione più importante del suo viaggio spirituale nelle vene dell’America selvaggia: che la felicità è reale solo se condivisa.”

E Mauro Gervasinisu Carmilla:

(http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002532.html)

La parabola di Alex Supertramp assume dunque un valore in questa prospettiva: l’immersione nella natura e il raggiungimento dei propri limiti per una piena coscienza di sé, hanno senso solo se anche gli ‘altri’ fanno parte del contesto con il quale interagire. Altrimenti si rischia di restare schiacciati da una diversa forma di egoismo, non ‘migliore’ di quella dalla quale si scappa.”

Parlavo, prima, di viaggio iniziatico. Come dimenticare, a questo proposito, le parole di Tiziano Scarpa riportate nel post di sabato 9 febbraio scorso?:

“… Caratteristica delle fiabe è quella di mettere in scena prove iniziatiche. Qui (come nella civiltà moderna) alla prova iniziatica (all’esperienza traumatica) si sostituisce l’educazione. Alla notte passata da soli nella foresta si sostituisce il compito in classe, l’esame di maturità… Oppure, per paradosso, si potrebbe sostenere che questa è una fiaba in cui, invece della solita prova iniziatica simbolica (l’essere divorati dal lupo, l’essere impiccati dal Gatto e la Volpe e ritrovare il padre nel ventre di una balena…), la prova iniziaticada subire è quella della sottrazione della prova iniziatica! La prova iniziatica, cioè il trauma regolato, collaudato dalla tradizione che ha brevettato il rito: dove tuttavia, sebbene in forme sorvegliate e protette, si produce una ferita vera, non immaginaria… Bene, tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui nessuno gli eroga più il simbolico! Ce la deve fare lo stesso, la sua prova iniziatica è l’assenza di prove iniziatiche! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione…”

(Tiziano Scarpa, Postfazione a “Una volta c’era“, Carmillaonline

http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002538.html  )

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13 FEBBRAIO 2008

PRESO DA FURORE ANTICONSUMISTICO 

(Emile Hirsch)

Chiedevo il 14 gennaio 2001 su it.cultura.libri:

“L’arte del riassumere ha qualcosa da invidiare all’arte del ’narrare per esteso‘ o può anche raggiungere una propria autonoma ‘dignità’…?

Il cocente interrogativo è riaffiorato ieri mentre leggevo sul Gazzettino il riassunto del film “Into the wild” (vedi post precedente) nella rubrica Cinema & Teatro a cura di Giuseppe Ghigi:

“America, primi anni Novanta, Bush senior presidente. Christopher, fresco di laurea e pronto ad iniziare una brillante carriera, preso da furore anticonsumistico e anticapitalistico molla tutto, si libera di ogni risparmio e inizia un lungo viaggio on the road verso l’Alaska. Un percorso estremo di comprensione e crescita per trovare il vero senso della vita anche a costo di perderla. Dal regista de “La promessa” il film manifesto per i giovani del terzo millennio.”

Devo dire che, quando ho visto il film, avevo effettivamente davanti a me una piccola rappresentanza di ragazzini del terzo millennio, purtroppo ridanciani e rumorosi (a un certo punto ho dovuto persino sgridarli). Per fortuna, a circa mezz’ora dalla fine della proiezione, si sono alzati in massa e hanno abbandonato la sala, tutt’altro che desiderosi di conoscere l’explicit del loro film manifesto. Che sia io il vero prototipo di ragazzino del terzo millennio? :-)

[Immagine da http://www.vh1.com/sitewide/promoimages/movies/i/into_the_wild/01/281×211.jpg ]

Ivi anche l’intervista al giovane Emile Hirsch con la domanda: Come hai fatto a perdere tutto quel peso [da circa 71 kg a circa 52 nelle scene finali del film, n.d.r.]?”

VH1: How’d you lose all the weight?

EH: Willingness to punish oneself. Working out. Jumping on the treadmill and hitting an hour…every day. I went from 156 pounds when I got the part to 115 pounds at my lowest weight, so that’s 41 pounds. But mind you, I was overweight when I got the part, probably 26 pounds overweight, and I’m 5’6″. So I made it a lot harder on myself by being heavier in the beginning.

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23 GIUGNO 2005

IL PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE

 

Facciamo il nostro PRIMO VIAGGIO IMPORTANTE da piccoli, quando, ascoltando una fiaba, ci identifichiamo nell’eroe che si allontana da casa in cerca di AVVENTURE e soprattutto – fuori dai simboli – IN CERCA di se stesso. L’eroe che PARTE si perde spesso in un BOSCO o in un’immensa e tenebrosa FORESTA, dove non manca di incontrare orchi, streghe, animali feroci, maghi, fate… Smarrirsi in una foresta irta di pericoli significa, infatti, abbandonare la sicurezza dell’infanzia e affrontare l’oscurità interiore, per cominciare a comprendere chi si voglia essere. L’immagine e la sensazione di essersi persi in una fitta e oscura foresta sono indimenticabili. I viaggi degli eroi delle fiabe sono viaggi all’interno della mente, nei territori dell’inconsapevolezza e dell’inconscio. Ma nelle fiabe le ansie INFORMI dei bambini (il loro bisogno di essere amati; la paura di essere abbandonati; i loro tentativi di restare aggrappati ai genitori anche quando venga il momento d’affrontare il mondo da soli…) prendono FORME comprensibili e LIBERATORIE. Per un bambino, infatti, le paure senza nome e senza volto che si porta dentro sono le più difficili da sopportare: meglio tradurgliele in creature ben precise, per quanto raccapriccianti, in modo che, attraverso dei processi di equivalenza simbolici, i suoi più feroci nemici interiori possano diventare, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via. Una volta trovata la via d’uscita dal bosco – ovvero la strada per diventare se stesso – l’eroe ne emerge con un’umanità più sviluppata. “Perduta l’innocenza dell’infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo” ci ricorda Bruno Bettelheim, “Cappuccetto Rosso viene estratta dal lupo e rinasce a un livello superiore d’esistenza, raggiungendo la saggezza che soltanto chi ‘nasce due volte’ può possedere.” I viaggi delle fiabe esprimono, in qualche modo, dei riti de passage. La morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata serve a farla rinascere a un livello di esistenza superiore. Attraversando il bosco insieme all’eroe di una fiaba, un bambino impara che, se vuole diventare padrone del proprio destino e conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario che prima sopporti privazioni, pericoli, avversità impreviste, anche se spesso IMMERITATE.

Ci sono, nelle fiabe, due ingredienti importantissimi:

1) le peripezie (o prove da superare),

2) il LIETO FINE (vittoria dell’eroe).

I bambini hanno assolutamente bisogno di consolidare la propria capacità di speranza, di fortificare un automatismo che li spinga a considerare ogni batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Identificandosi nell’eroe di una fiaba, il bambino si allena da un lato a incassare (insieme a quello) tutta una serie di scacchi, dall’altro a considerarli irrilevanti ai fini del successo complessivo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. I personaggi delle fiabe vivono una vita intessuta di desideri che si realizzano ad onta di qualunque ostacolo di partenza o incidente di percorso (una famiglia poverissima, un padre che li porta a perdere nel bosco, delle prove da superare… ). Finché si è piccoli, poco strutturati, si ha assolutamente bisogno di fare un bel pieno di fiducia. Poi, quando si è preso coraggio, si abbandonano le fiabe e si fa il gran salto nella realtà, ma, e qui sta il punto, ARMATI DI SPERANZA.

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29 GENNAIO 2010

 

 

NIENTE FIORI PER IL GIOVANE HOLDEN

“I hope to hell that when I do die somebody has the sense to just dump me in the river or something. Anything except sticking me in a goddam cemetary. People coming and putting a bunch of flowers on your stomach on Sunday, and all that crap. Who wants flowers when you’re dead? Nobody.”

“Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.” (Il Giovane Holden, cap. XX)

Sono addolorato per la morte di Jerome David SALINGER.  Gli devo quantomeno una fuga dal collegio…

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17 commenti
  1. diait permalink

    A me, invece, il giovane McCandless mi sembra molto lontano da Holden. Se mai, più vicino – nella versione boyscout impavido e idealista americano – al giovane Wittgenstein che si spoglia di tutto quello che ha (come McCandless), fino all’ultimo copeco (non mi viene la moneta austriaca adesso), e parte per la sua personale (rigorosa) esplorazione, prima sulle montagne austriache dove vive in una grotta con un unico pentolino incrostato in cui si cucina tutto, incontra strani (per lui) tipi umani, e poi lascia tutto e va su un fiordo norvegese isolato, senza luce né acqua calda, dove per “fare la spesa” bisogna fare un tratto di mare in barca. Per non parlare della trincea e di tutto il resto. Prove di coraggio, alte ambizioni, ricerca programmatica del rigore, misurare le parole, “crederci”…. Holden non crede già più. Molto di quello che fa è casuale, e non sa neanche lui come e dove è finito dov’è finito.
    Però un altro bel viaggio anche questo thread, e compagnia bella. (splendida traduzione di: and all)
    La mia nipote più piccola (15 anni), fanatica di Lennon, non ha voluto leggere The Catcher per via della vicenda a cui è legato.
    Una volta ho tradotto un film che se non ricordo male era tratto da un libro di Krakauer, Aria sottile (Thin air).

  2. I tuoi commenti integrano sempre magnificamente i miei post. Non so molto del giovane Wittgenstein… mi segnali qualche fonte?

    P.S. Il giovane Jack Lupowitz mi ha segnalato:
    http://theliterarystew.blogspot.it/2010/02/jd-salingers-rare-photos.html

    Mia cugina laPeperini, invece, si è ricordata del post:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/01/28/la-morte-di-salinger/

  3. diait permalink

    Ma come puoi vivere? Ah!
    “Ludwig Wittgenstein – Il dovere del genio” di Ray Monk. Inutile che lo cerchi, non si trova. Chiedi alla Lipperini se te lo cerca nella caccia al libro di Fahre. “Wittgenstein maestro di scuola elementare” di William W. III Bartley (no, non è WM3). E poi il libro che avevi segnalato tu, nel tuo blog, sul Giallo di Wittgenstein. Bello e difficile, ma più difficile che bello, per me. Eppure la storia era avvincente. Ma si vede che all’autrice premeva di più far sapere ai suoi pari quanto ne sa lei, che far sapere a me quello ceh speravo di capire.

  4. diait permalink

    va senza dire che non ho letto né Tractatus né Ricerche. Io sono appassionata proprio del bambino L.

  5. Se tu decidesti di scappare dal collegio dopo aver letto Il giovane Holden, a me capitò di pensare di far lo scrittore dopo la lettura di Atlante occidentale di Daniele Del Giudice (che, se non erro, vive a Venezia).
    Chissà perché.

  6. @pirulix. Eccellente segnalazione. Copio-incollo (ce la facciamo tradurre da WM 1?):

    Stephen King on J.D. Salinger: ‘The last of the great post-WWII American writers’
    by Stephen King

    “I wasn’t a huge Salinger fan, but I’m sorry to hear of his passing — the way you’d feel if you heard an eccentric, short-tempered, but often fascinating uncle had passed away. Not as great a loss as Beverly Jensen (her marvelous The Sisters from Hardscrabble Bay will be published this summer), who wrote only one book before dying of cancer at the age of 49, or of Raymond Carver, who was barely into his 50s; Salinger was, after all, in his 90s.

    But it is a milestone of sorts, because Salinger was the last of the great post-WWII American writers, and in Holden Caulfield — maybe the greatest American-boy narrator since Huck Finn — he created an authentic Voice of the Age: funny, anxious, at odds with himself, and badly lost.

    Salinger’s death may answer one question that has intrigued readers, writers, and critics for nearly half a century — what literary trove of unpublished work may he have left behind? Much? Some? Or none? Salinger is gone, but if we’re lucky, he may have more to say, even so.”

  7. Minimale un cavolo. Salinger minimalista? Semmai reichiano e filobuddista. per uno sporco realismo.

    Si vede troppo spesso il minimalismo in ogni dove, forse perché oggi non si sa più che cosa sia
    la scrittura e la Letteratura. Si cerca di bollare i classici con la schifa etichetta del minimalismo.

  8. diait permalink

    sottoscrivo Iannozzi. Minimalismo: tutto il contrario di Salinger. Ho la fortuna di possedere questo libro qui: http://www.booksblog.it/post/5872/asta-folle-per-una-copia-pirata-di-hapworth-16-1924-di-salinger. Chi lo ha letto sa che parlare di minimalismo è proprio da matti. Non sono d’accordo neanche con Holden obiettore di coscienza. Non c’è nessuna intenzione del genere, non in lui.
    Grazie, pirulix dell’abbinamento King-Salinger.

  9. diait permalink

    D’altra parte, pur amando il bambino J, condivido il giudizio di King, in fondo. Carver mi sta sommamente sulle scatole, quindi il mio giudizio sui suoi libri soffre di un “bias”, ma la storia di Salinger come lo zio scorbutico, eccentrico e (dunque) spesso affascinante è perfetta. Affascinante e genialoide, quando gli gira. Era anche un bel donnaiolo quando gli girava.

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  1. RICORDANDO J.D. SALINGER « CAZZEGGI LETTERARI
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