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BOCL N. 30 (CATTIVO FIN DALL’INIZIO?)

11 giugno 2012

 

 

3 MARZO 2006

CATTIVO FIN DALL’INIZIO?

http://lucioangelini.wordpress.com/2006/03/03/191/

“L’uomo non è ‘buono’, ci ricorda King. L’assenza di regole e strutture non è libertà, ma licenza di sopruso. L’assenza di limiti è più autoritaria della peggiore dittatura. Se si crede che l’umano sia ‘buono’ e si fa affidamento su questo, il debole è condannato a soccombere. Nel tutti-contro-tutti vince chi è in grado di strappare il paraurti da un’auto e spaccartelo in testa. Ha la meglio chi t’affonda in gola i denti, magari affilati dal broxismo. E’ ‘la mano invisibile del mercato’, bellezza.” (Wu Ming1 su Carmillaonline.com a proposito di CELL, di Stephen King.)

“Se Freud ci aveva definitivamente convinti che i bambini non sono quegli angioletti asessuati della tradizione cristiana (e anche greco-romana, vedi gli amorini della Villa dei Vetii a Pompei) ma una prefigurazione, anche sessuale, della vita adulta, con tutte le sue perversioni in nuce, Golding ci dice semplicemente che sono la ‘pianta uomo’ ancora in germoglio, ma con tutti gli elementi ‘connaturati’ agli adulti: aggressività, cattiveria, superstizione, prevaricazione del più forte sul più debole, trionfo della forza sulla ragione. In più, se ancora eravamo persuasi con Rousseau che l’uomo è buono in natura ma è la società che lo rende cattivo, Golding lancia una provocazione pessimista e radicale sulla concezione dell’uomo, che egli crede irrimediabilmente ‘cattivo’, sia in natura che in società. A dimostrazione di quest’assunto riduce, in quest’agghiacciante apologo, il consorzio umano al suo ‘grado zero’ dei rapporti societari, ricorrendo a quell’espediente classico della narrativa inglese che è l’isola deserta (vedi Shakespeare, La tempesta, Swift, I viaggi di Gulliver, Stevenson L’isola del tesoro, Defoe, Robinson Crusoe, Tim Parks, Fuga nella luce), un luogo ucronico ed utopico ad un tempo, un’Inghilterra – anch’essa un’isola – ‘rovesciata’, dove condurre esperimenti ipotetico-narrativi con intenti parabolici e paradigmatici. Golding immagina che in seguito ad un incidente aereo un gruppo di bambini che si suppone usciti da quell’inferno-paradiso che è il sistema educativo inglese (nessuna società e nessuna narrativa, però, quale quella inglese sa interrogarsi tanto sul tema dell’educazione dei bambini, si possono citare in tal senso decine di opere, a partire da Peter Pan a Kim a… Harry Potter), naufraga in un’isola deserta, mentre nel resto del mondo è esploso un conflitto nucleare. A loro spetta dunque ‘ricostruire’ non un mondo ma ‘il’ mondo. Ad una prima società gerarchizzata e ben ordinata che i bambini, ancora memori dei precetti educativi, mettono ‘spontaneamente’ in atto, succede ben presto una seconda, tirannica e selvaggia, organizzata attorno al totem (una testa di porco infilzata su un palo) del ‘Signore delle mosche’, traduzione letterale di Belzebù, che designa il diavolo in ebraico. Anti-utopia nera, questo libro è un lancinante atto di accusa contro il sistema educativo inglese forse, e contro ogni pedagogia (sotto un baronetto c’è un selvaggio, dietro un Robinson un Venerdì) sicuramente; una dichiarazione di scetticismo supremo, sulla scia di Swift di Gulliver e di Una modesta proposta, verso l’emendabilità della natura umana.

(Alfio Squillaci a proposito de “Il signore delle mosche” qui: http://lafrusta1.homestead.com/rec_golding.html )

*L’espressione latina homo homini lupus (lett. “l’uomo è un lupo per l’uomo”), il cui precedente più antico si legge nel commediografo latino Plauto (“lupus est homo homini”, Asinaria, v. 495), riassume la condizione dell’uomo nello stato di natura descritto dal filosofo inglese Thomas Hobbes.

Secondo Hobbes, la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Egli nega che l’uomo possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco.

Nello stato di natura, cioè uno stato in cui non esista alcuna legge, infatti, ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico. Da ciò deriva che un tale stato si trovi in una perenne conflittualità interna, in un continuo bellum omnium contra omnes (lett. “guerra di tutti contro tutti”) (Hobbes, De cive, 1, 12), nel quale non esiste torto o ragione (che solo la legge può distinguere), ma solo il diritto di ciascuno su ogni cosa (anche sulla vita altrui).

Fuori dall’ambito strettamente filosofico, al giorno d’oggi l’espressione è utilizzata per sottolineare, in tono ora ironico ora sconsolato, la malvagità e la malizia dell’uomo. Ha lo stesso valore di Mors tua vita mea La tua morte è la mia vita. La sentenza è la palese rappresentazione dell’egoismo umano.”

(da http://it.wikipedia.org/wiki/Bellum_omnium_contra_omnes )

GENESI 8, 21-22

“Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. 21 Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.”

 

CATTIVO FIN DALL’INIZIO?

L’uomo
è cattivo
fin dall’inizio?
Per quel che
mi riguarda
potrei dire
senz’altro
di no.
Da piccolo
– anzi –
ero
talmente buono
da essere
scambiato
spesso
per un bambino
coglione.

                   (Lucio Angelini)

[Da  “Sono tanto triste e faccio la solita cacca marrone” ]

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10 giugno 2005

L’EMBRIONE DEL FILOSOFO

  

“Secondo Severino, i cattolici sono costretti a sostenere che per chiunque è sempre meglio nascere che non nascere: infatti qualunque sofferenza terrena è finita, ed è quindi surclassata dalla beatitudine infinita che chi nasce e vive potrà eternamente provare, dopo la morte, nel Regno dei Cieli. Ciò significa che un cattolico dovrebbe essere incline a far nascere il maggior numero di persone: non solo condannando contraccezione e aborto (come già fa), ma liberalizzando la fecondazione eterologa, e perfino riducendo se stesso e gli altri «a forsennati della creazione e della generazione di tutti i possibili esseri umani». Qui Severino sembra ineccepibile, ma non lo è. Un cattolico (cosí come un non cattolico) potrebbe benissimo sostenere che, per coloro che esistono, iniziare a esistere sia stato un bene, senza dover anche impegnarsi con la tesi, apparentemente legata alla prima, che per coloro che non esisteranno mai sia stato un male non iniziare a esistere. È solo da questa seconda posizione che deriva un obbligo morale a mettere al mondo più individui possibile. L’accusa di implicare l’obbligo morale a una procreazione ossessiva andrebbe dunque rivolta non a tutti i cattolici, né a tutti coloro che ritengono che esistere è un bene, ma solo a chi pensa che per le persone potenziali possa essere un male non iniziare mai a esistere: tipicamente, ai cattolici che sostengono che qualcosa che sia una persona potenziale, per questo ha diritto di diventare una persona attuale… [cut]… Quando coloro che lottano per “la vita” e per gli embrioni ci dicono che ritengono doveroso e bello rendere attuale ogni persona potenziale, perché condannare le persone potenziali all’inesistenza permanente è una crudeltà che partecipa della inammissibilità dell’omicidio, è qui che possiamo rispondere che il nostro impegno andrebbe profuso non solo a favore di tutti gli embrioni, ma a favore di tutti gli ovuli e di tutti gli spermatozoi; più vastamente, di tutte le persone potenziali che genereremmo se ci accoppiassimo con tutti i nostri partner sessuali possibili. È solo contro questi paladini della potenzialità che è pertinente l’obiezione in base alla quale dovremmo lanciarci in sforzi riproduttivi continuati e promiscui. In particolare, coi cattolici che ricorrano a questo argomento dovremmo lagnarci del fatto che i cardinali, le suore e i sacerdoti lascino nell’inesistenza una gran massa di persone potenziali: che crudeltà.

La verità è che, mentre iniziare a esistere (cioè, iniziare a essere una persona) può essere un bene (o un male) per chi inizia a esistere (l’eventualità che possa essere un male apre lo scenario dei diritti di non esistere, tirati in ballo a sproposito dagli oppositori della fecondazione eterologa), non iniziare a esistere non può essere un male (o un bene) per
nessuno, perché non esisterà mai qualcuno per cui possa essere un male (o un bene). Come scrive Derek Parfit in Ragioni e Persone (1984): «A differenza del non esistere mai, incominciare a esistere e cessare di esistere sono entrambe cose che accadono alle persone reali». (D. Parfit, Ragioni e persone, Milano, Il Saggiatore, 1989 – ed. orig.1984 -, p. 620.)

Se non fossi stato mai concepito, ciò per me non sarebbe mai potuto essere un male. Analogamente, se fossi stato abortito o se fossi stato usato, da embrione, per fornire cellule staminali ai ricercatori, per me ciò non sarebbe mai potuto essere un male, perché non sarei mai esistito. Sarebbe stato tuttavia un bene per
Severino, perché non l’avrei mai recensito. Ma avrebbe egli potuto godere dell’assenza della mia recensione, se non avesse mai saputo della sua esistenza potenziale?”

Da: http://www.larivistadeilibri.it/2005/05/bacchini.html
L’embrione del filosofo, FABIO BACCHINI

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Giovedì, settembre 08, 2005

(Giuseppe Genna) 

GENNA POST-QUALCOSA e “MATER NATURA”

ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

 

Scrive su Repubblica del 6 settembre Antonio Dipollina:

Coadiuvante allo script [di “Suor Jo] è Giuseppe Genna, giovane giallista post-qualcosa… ”

(Genna post-qualcosa… ih, ih, ih, che ridere!).

E a proposito della trama:

Una ex spogliarellista si redime, si fa suora laica e va a gestire una casa d’accoglienza. Attorno tutto il male del mondo e anche di più, incroci di terrorismo islamico, sette sataniche lombarde, finanza derelitta e assassina, servizi segreti e, ovviamente, anche la tivù dell’orrido, che si presenterà nella puntata finale con l’allestimento di un reality-show con protagonisti malati terminali (con tutto il peggio che si può pensare e si pensa del genere…[cut] Più che altro la scrittura risente un po’ troppo della voglia di affastellare nella vicenda tutta la cronaca nera nazionale e internazionale degli ultimi anni e l’intreccio, annunciato come semplice e svelto, richiede invece un’attenzione superiore.”

Ho ripensato a tutto questo vedendo ieri, qui a Venezia, il coloratissimo ma fragile

Mater Natura,

in cui il trans Desiderio (da non confondere con ‘Un tram chiamato Desiderio’) spera invano di sposare il bel ragazzone Valerio Foglia Manzillo. Costui, infatti, opta inevitabilmente per la solita brava, scialba ragazza, ma nel difendere Desiderio da una tentata rapina, finisce ucciso dalla violenza del mondo. A differenza che per i cow-gays di Ang Lee (“Brokeback Mountain), qua non si piange, si ridacchia soltanto (ih, ih, ih):-)

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Mercoledì, novembre 30, 2005

 

“SPETTATRICE” prima NELLA VALLE DI MEGHIDDO poi in GE(E)NNA

De Gregori le ha dedicato una canzone: “Spettatrice guarda i blog e i blog guardano nel sole… ”.  Lei, a dire il vero, non si limita a spectare-lurkare, ma interviene spesso e volentieri nello spazio-commenti, che dissemina di besos. Scriveva, per esempio, il 25 u.s. (in Lipperatura, “Jedi Civil War”):   

Dopo iniziale perplessità rispetto al teribbbile LA [Lucio Angelini] mi sono incanalata in curiosità, ‘ripugnanza‘ [???] e divertimento 🙂
Solo che Lucio non vuole dar credito alle nostre opinioni e rifugge un impegno mirato (da Bardo) come se la
Fatucci [= direttrice editoriale di El/Emme/Einaudi Ragazzi, mia talent scout, poi talent-killer] gli avesse trasmesso un senso di sfiducia permanente e ‘acido’. Se può essere di aiuto, caro Lucio, possiamo mettere in piedi una spedizione e forare le gomme della macchina dell’Arpia 🙂
Meglio sarebbe per te, e per noi, se anziché lamentarti della sua arroganza tu la buttassi in versi o in prosa (non con banali lamenti però) sicché i posteri inorridiscano al solo nomarla.
Besos 
 

Scritto da: spettatrice | 26/11/05 a 11:38 

Da quel momento in poi il dibattito ha assunto toni sempre più APOCALITTICI. Copio-incollo (con qualche taglio) il resto della discussione:-/   

@ Spettatrice. È vero. Dopo le mie ormai note disavventure con il FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi) attendo solo straccamente l’apparizione di un’improbabile nuova editor che, come Beatrice, mi sia scala (antincendio) al paradiso editoriale:- ) Grazia Messora di Mondadori Ragazzi, da poco subentrata alla Forestan, mi ha subito servito un bel “Lucio Angelini? No grazie!“. Naturalmente, nei cassetti, ho un mucchio di roba pronta ad uscire postuma…  

Scritto da: Lucio Angelini | 26/11/05 a 12:59 

Angelini, mi meraviglio di te. Se continuerai a tenere le tue robbe nel cassetto per i poster(i) inacidirai di rabbia. Perchè fermarsi alla Mondadori? non ci sono altre case editrici? Non riesci a pubblicare a puntate da qualche parte? a collaborare con qualche fumettaro che ‘disegna’ le storie? Mettine una parte sul blog, magari invogliano alla pubblicazione e all’acquisto. Mi fermo qui perché sto andando incontro a idee bizzare e cattive, ma non voglio dare soddisfazione a quegli amici che sostengono che a Natale si diventa cattivi 🙂 Come voi ben sapete io lo sono già…da sempre 🙂
besos

Scritto da: spettatrice | 26/11/05 a 16:47

Cara Spettatrice, 6 libri li ho comunque pubblicati El/Emme/Loescher/Flammarion eccetera). Se è scritto che vinca il Bene, tornerò a pubblicare, se è scritto che trionfi il Male, resterò a bagnomaria e amen. Vediamoci tutti ad Armagheddon (= campo di battaglia descritto nella Bibbia in Apocalisse 16:16, come luogo dell’annunciato scontro finale tra il Bene e il Male):-/  

Scritto da: Lucio Angelini | 27/11/05 a 00:29 

ehi, Lucio, l’Armagheddon è coperta da copyright teocon americano (e non). Quei signori sperano di realizzare la Grande Israele, convertire (finalmente) gli eterni riluttanti ebrei al cristianesimo (non potranno fare diversamente, visto che non c’è altro dio che non sia il Teocon) et infine , visto che saranno rimasti in pochi (avranno fatto piazza pulita di tutti i non correttamente credenti) loro banchetteranno e pregheranno sulle ceneri del mondo ovverossia l’Arma-gheddon. Beh, preferisco non esserci, thanks.  

ps. perchè non dedichi una puntata del tuo blog ai teocon, magari con qualche accostamento canoro o nazi(o)/popolare 🙂  

Scritto da: spettatrice | 27/11/05 a 13:10  

Cara Spettatrice, nell’attesa della battaglia finale nella valle di Meghiddo, ti segnalo il sito:
http://www.countdown.org  

(Countdown to Armageddon, naturalmente)  

e scelgo dalle Faq questa:
“How do I prepare?”: 
 

“The best way to be prepared for the future is to receive Jesus as your Savior, as He has promised to be with His children to protect & provide for them and be their Guide through perilous times. Jesus will give you the strength and courage to bravely face these future troubles and help you survive until the End of this world, after which He will ***reward you beyond your wildest dreams*** in the Heavenly world to come! 

If you don’t yet know Jesus then we’d like to invite you right now to receive his ***free gift*** of everlasting life by praying this simple prayer:  *Dear Jesus, Please come into my heart. Forgive me for my past mistakes & sins and give me your free gift of everlasting life. Help me to love You and help me to share your love & truth with others…Amen

[“Caro Gesù, ti prego di scendere nel mio cuore. Perdonami i miei passati errori e peccati e offrimi il dono gratuito della vita eterna. Aiutami ad amarti e a condividere il tuo amore e la tua verità con gli altri… Amen”].

Ma attenta alle contraffazioni. Leggo – infatti – su un quotidiano di ieri: “Si trovano per recitare il rosario: Santona scappa con i loro soldi” (… lasciando gli adepti smarriti e confusi).  

Scritto da: Lucio Angelini | 27/11/05 a 14:29  

Lucio, che dire…Tiè. besos 🙂  

Scritto da: spettatrice | 27/11/05 a 15:05   

Lucio
comunque il sito contiene bellissime chicche:
The prophet Daniel wrote that the Antichrist “does not regard the desire of women.” This could imply that he is either celibate or a homosexual. 

Sono talmente misogini che o è maschio single e indifferente (un Eymerich moderno) o è gay, per loro pensare a una donna è come pensare a un marziano tipo ET 😛 – telefono casa – e alla fine quando lo scornacchiato frigido o gay raggiunge Gerusalemme e si esalta:
It is at this time that the Antichrist imposes his infamous “666” one-world credit system… 
Che sia una Banca (no, è femmina)o un Istituto Finanziario?
Una conferma a quest’ultima tesi viene dalle parole di Daniele: does not regard the desire of women
 

besos  

ps. compatitemi, sono nervosa per cosette che non posso spiegarvi e la butto in cazzate. Lolip sorry 

Scritto da: spettatrice | 27/11/05 a 15:28  

@Spettatrice. Anni fa, mentre vagavo per Nazaret (Israele), qualcuno mi allungò un foglietto con il seguente testo:  

Gli alfabeti usati nella banca mondiale sono numerati: A=6, B=12, C=18, D=24 ecc. E l’ortografia di computer si converte in 666. Tale, infatti, è la somma del valore delle singole lettere, come di seguito indicato: C=18; 0=90; M=78; P=96; U=126; T=120; E= 30; R= 108. Inutile aggiungere che 666 è il numero della Bestia o Anticristo, con cui Satana intende dominare il mondo. (Ap. 13:16-18). Anche nel bar-code dei chip il primo, il medio e l’ultimo paio di barre senza numero sono 6 (= 666). Che il computer sia il diavolo? Che ai patiti di Internet convenga tenersi d’occhio il piede, caso mai dovesse farsi improvvisamente caprino?:-/ 

Scritto da: Lucio Angelini | 27/11/05 a 21:41  

che dire Lucio, tutto potrebbe essere. Se non ricordo male Eco nel Pendolo faceva calcolare a uno dei personaggi le corrispondenze tra un’edicola (qualsiasi) e , mi pare, una piramide. Onde per cui dobbiamo tenere d’occhio e combattere (uccidere distruggere) tutto, con sindrome paranoica e allucinata, come certi di un pentacolo, pardon pentagono. Il rischio è che a furia di tenere d’occhio (distruggere, uccidere, punire ecc.) tutto ‘perdiamo’ noi stessi, ma a quel punto niente ha più senso: probabilmente abbiamo trovato l’essere ‘cornuto’ (o gay o frigido o addirittura femmina 🙂 in noi
besos 
 

Scritto da: spettatrice | 27/11/05 a 22:50  

@Spettatrice. Ecco, ora sei pronta per affrontare “L’anno luce” di Giuseppe Genna:-) 

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4 NOVEMBRE 2005

“L’ANNO LUCE”

DI GIUSEPPE GENNA

 

 

Ho capito perché il primo capitolo de L’anno luce inizia con “Era una volta” (vedi ieri). Ma certo! Per richiamare il classico incipit delle fiabe: “C’era una volta”. E di una fiaba, ancorché metafisica e per adulti, in effetti si tratta.

Mesi fa dichiaravo in rete che Giuseppe Genna, al di là di certi suoi vezzi adolescenziali e di certi nostri scazzi nello spazio-commenti di Lipperatura, era un “giovanottino promettente”. Be’, oggi 4 novembre (commemorazione della vittoria sulle truppe austro-ungariche) sono felice di aggiungere che il giovanottino ha ampiamente mantenuto la promessa e che, come direbbe Armando Diaz “i resti dei suoi giovanilismi risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.  

Ho acquistato il libro con una certa diffidenza alla Mondadori di Venezia (vicinissima a San Marco). Avevo chiesto: “È arrivato L’anno luce di Genna’?”. Risposta: “Sì, è tra i gialli”. Cazzo, adesso che l’ho letto mi domando perché diavolo mai un libro del genere dovesse essere collocato proprio lì, anziché, chessò io?, nel settore “Filosofia”.  

La trama-pretesto (pura cornice esteriore) è ormai nota: il Mente, un manager malato di potere (“il più potente antidoto contro l’angoscia dell’effimero”, asseriva giorni fa Maria Rita Parsi al Telecom Future Centre di Venezia) torna a casa e trova la moglie Maura all’apparenza morta, in realtà solo sprofondata in un “coma psichico transitorio”, dovuto a uno shock devastante. Se “giallo” c’è, tale tinta si esaurisce nella ricerca della risposta alla domanda: “Quale shock?”. Ma il libro è ben più di questo. Via via che lo scorrevo, “allo sconcerto è seguita la curiosità. Alla curiosità è subentrata la brama. Alla brama si è sostituita la concentrazione. Alla concentrazione l’incanto. Dall’incanto, male compreso, sono trapassato nella seduzione. Per farla breve, quando ho iniziato L’anno luce ero un uomo. Quando l’ho terminato ero un altro uomo”:- )…sì, è vero, sto rielencando le progressive reazioni dell’insegnante Maura, la moglie del Mente, al “Capolavoro Misterioso” propinatole da uno dei suoi allievi, il talentuoso diciassettenne scrittore (in cui non va ravvisato in alcun modo Leonardo Colombati, autore di tutt’altro capolavoro misterioso, a cui un anno fa Genna dedicò una serie di considerazioni sul suo sito I Miserabili.) 

«“Hai scritto un romanzo?” sorride Maura e gli carezza la nuca, come un’insegnante carezza la nuca a un allievo, e quella carezza non è tale e di qui fluisce il futuro tutto.» (p. 137).

La qualità della scrittura de L’anno luce è davvero alta, a parte qualche ripetizione (eccessiva frequenza di termini quali “allucinare”, “beanza” e soprattutto lo svarione “presentisce” di p. 155) e qualche ridondanza o digressione più o meno tediosa. Ma proprio come Maura che scorre il Capolavoro Misterioso, il lettore de L’anno luce ha sempre più la sensazione di trovarsi davanti a un libro importante… diciamo un quasi-capolavoro (il prudenziale “quasi” è dovuto alle recenti polemiche sul dilagante capolavorismo). Non sto scherzando. L’Anno-luce è un’opera di grande compattezza stilistica e costruttiva sulla vita, sulla frode, sul tradimento, e nello stesso tempo un violento assalto a quelle che Genna chiama “le aspettative inculcate”. Certo, i personaggi del libro sono finti, ma anche veri. Accadono fatti sincronici, coincidenze, presagi, tumescenze, visioni in sogno, allucinazioni, esagerazioni, improbabilità in cui tuttavia vibrano enormemente il passato, il presente e il futuro. (Mi sto divertendo a recensire il libro di Genna con le parole stesse di Genna). E come non riconoscersi, alla MIA età (non necessariamente anagrafica:- ) ), in un passo come questo: “Del resto, sopraggiunge un’età (non necessariamente anagrafica) in cui commettere errori non importa più. Siccome non importa più, non si commettono errori. Sembra un miracolo. Si hanno in mente altri fini, altre fini. Si sopporta l’imperfezione del mondo e di se stessi con malcelata ironia. Alle spalle, agli òmeri fisici, fanno contrappunto spalle interiori: si allargano. La stanchezza che si sperimenta maturando è un sovrappiù di potenza, il legittimo fastidio che aumenta il desiderio del corpo – che non siamo noi – a seguire i voli dell’ideale. È un segno di salute. Il dramma sfuma, il teatro del mondo si manifesta per quello che è: non mondo, ma teatro.” (p. 155).  

A parte questo tema squisitamente shakesperiano (“All the world’s a stage,/And all the men and women merely players”, As you like it), Giuseppe Genna ne affronta con chirurgica precisione molti altri: quello dell’ideale, quello del fallimento, quello della nostalgia di una patria più vasta, quello della composizione di un androgino, ovvero dell’unità spirituale, quello dell’ “oggettività in forma di sogno”, quello della cultura/natura e via discorrendo. 

“Il potere”, dice a p. 194, “è antievolutivo: esercitandolo, manteniamo in allenamento gesti primordiali, che hanno permesso alla specie di diventare cosa è ora: cioè la stessa specie di prima, caverne eccetera, con qualche apparato culturale a occultare la propria natura bruta. Tutta la saga del potere si riassume in questo pugno, in questa violenza cieca, sistemativa, liberatoria, scatenata nella parodia della natura, nel parco metropolitano che simula giungla pluviale da cui la specie emerse e prese coscienza di sé… siamo produttori di atti di dissimulazione che abbiamo battezzato ‘cultura’. La cultura è la natura che va in maschera al carnevale. Le cose non tendono né all’ordine né al caos. Le cose sono buddhiche e indifferenti alle cazzate astratte della cultura umana. La cultura è un culto. L’innaturalità è una maschera apposta sul volto buddhico della natura.” 

E poco più giù: “Il potere è questa difesa fuori del tempo: la forza isterica e preternaturale della sopravvivenza. Ci illudiamo di essere cultura e siamo natura… gli ominidi restano tali. I loro denti non modulano fricative, sono zanne”, p. 195. (Vedi Quasimodo, “Uomo del mio tempo”) 

E le speranze comuniste? Niente da fare nemmeno su quel fronte: 

“Comunismo significa cieca fede nell’emozione. Per i comunisti, l’emozione è salvifica, ma in realtà le cose non vanno così.” 

E tuttavia, dopo che il Faccendiere (la controparte di Mente) ha sistemato tutto e “vinto su tutti i fronti”, – zanne in luogo dei denti -, “avverte una pena all’altezza dello sterno. La cosiddetta pena nel cuore”. Cioè, wow!, riaffiora l’emozione. Capisce che la sua “è stata una sconfitta.”  

E allora “ovunque esplodono, puntinati, i momenti veri. Verità più vere della verità assalgono i protagonisti della nostra storia, i protagonisti delle storie.” (p. 199) 

Ma di nuovo, a pag. 204: “L’amore è la cultura con cui si maschera la forza bruta della sopravvivenza. È qui trasportata dalla reazione della specie: la corrente cieca della vita che vuole erompere, che vuole aprire gli occhi, non paga del sonno di beanza in cui è immersa finché non nasce.” 

Insomma, romanticismo o no? 

“Noi che abbiamo superato i sessant’anni siamo romantici. Lo siamo sempre stati. A differenza di voi, anche se ci sono eccezioni. Il romanticismo, questo romanticismo di cui parlo, è la chiave. Romanticamente abbiamo conosciuto il mondo. Senza romanticismo voi sopravvivete. Non si sopravvive, verrete travolti”, aveva detto il Faccendiere a Maura a p. 159. 

A Wu Ming 1 verrà di sicuro un coccolone. 

Sia come sia, alla fine del libro un bimbo nasce e anche se non è il figlio del tizio a cui sua madre si illude di poterlo attribuire, “il mondo – annuncia l’autore con algido sorriso – è rinnovato”.

Come se non bastasse, nel finale lo stesso cardinale che a pag. 173 ci aveva mostrato un minuscolo modello di chiesa sotto cui si allargava uno spazio gigantesco (un’astronave immensa), diviene papa. Affinché i destini si compiano? E quali? 

Questi, forse. Udite: 

“Profezie confuse e offuscate, che non lasciano però adito a dubbi… Gli angeli esistono. Anche gli arcangeli. E i troni, le dominazioni… ascenderemo, andremo nei cieli, solcheremo le atmosfere, addormentati in un sinodo criogenizzato, negli immensi sarcofaghi bianchi e oculari che ci terranno a temperatura fissa, in un sonno da cui ci risveglieremo quando avremo raggiunto le mete previste, che la tradizione chiama ‘giardino’ o ‘eden’.” (p. 174) 

Pietà, dunque, non l’è morta. Giove e oltre l’infinito. Kubrick. Odissea nello spazio. O anche Shining, volendo… 

Be’, non voglio farvela più lunga di così. Ma se non avete ancora comprato e letto “L’anno luce”, affrettatevi a farlo. Questa volta Giuseppe è stato davvero “bravo bravissimo”. E potrebbe tranquillamente evitarci tutti quegli inutili pop-up del suo sito. Il libro camminerà da solo. 

P.S. Troppo scolastico, a mio avviso, il titolo (“L’anno luce”). Qualche riserva anche sulla copertina.

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7 marzo 2006
 
 
L’INCREDIBILE STORIA di Roman Bezpalov e Vladimir Kalendenzev
 
 
“Questa storia da incubo”, dice il Corriere della Sera, è incominciata dopo che uno zio di Kaledenzev – un certo Cibaiev – ha ferito in una rissa lo studente che è stato a lungo ricoverato in ospedale e ha risposto presentando denuncia per le gravi lesioni sofferte. Kaledenzev ha architettato un piano davvero brutale pur di convincere lo studente che gli conveniva ritrattare: con un gruppo di amici mascherati lo ha aspettato all’uscita dall’università, lo ha portato in un bosco e lo ha minacciato: «Se non ritiri la denuncia facciamo fuori non soltanto te ma tutta la tua famiglia!».  

 
LE DECAPITAZIONI – Alle minacce sono seguiti i fatti. Il nipote del rissoso Cibaiev si è avvicinato a due tagiki che erano stati prelevati da un cantiere edile e legati ad un tronco d’albero, con un’ascia ne ha decapitato uno e ha gridato al terrorizzato studente: «Adesso o tu tagli la testa all’altro tagiko o ti uccidiamo!». Bespalov ha fatto, sotto gli occhi di una videocamera, quanto gli era stato intimato ma appena è ritornato in libertà è corso al commissariato di polizia e ha raccontato tutto.
KILLER PER PAURA – Finora soltanto Kaledenzev è stato però incriminato: il delinquente si rifiuta di rivelare chi fossero i suoi complici mascherati che lo avevano tra l’altro aiutato nel sequestro dei due clandestini d’Asia Centrale poi barbaramente uccisi nel bosco. Pur essendo stato immortalato mentre decapita senza troppi complimenti un suo simile lo studente Bezpalov non rischia invece i fulmini della giustizia: la procura di Samara ha deciso di considerarlo a tutti gli effetti una «vittima».
 
TAGIKI NEL MIRINO – La scelta dei tagiki come carne da cannone non è affatto casuale: nella Russia post-comunista di Putin ce ne sono centinaia di migliaia. Formano una specie di classe degli intoccabili. Fanno i lavori più umili e peggio retribuiti. Ed essendo clandestini nessuno si mette ovviamente a cercarli se all’improvviso scompaiono senza lasciar tracce.”
 
IL VIDEO – Il filmato (■ Guarda) è stato trasmesso dai telegiornali russi e ha scioccato molti telespettatori: alla fine si vede l’inebetito studente ventiduenne, Roman Bezpalov, mentre accenna a un debole sorriso e – come se fosse Churchill – fa il segno della vittoria con due dita sporche di sangue. Non basta: per mostrare allo studente come si fa, l’efferato criminale – un giovanotto di nome Vladimir Kalendenzev – ha dato l’esempio tagliando per primo con tre decisi colpi di scure la testa di un altro povero tagiko.
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(Assolutamente agghiacciato, mi astengo da ogni commento)
 
[L’articolo è tratto da:

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Lunedì, settembre 11, 2006

LE EROINE DELL’ESTATE

Confesso che da piccolo, quando andavo al catechismo, trovavo particolarmente sospetto l’episodio di Abramo e Isacco. “Può mai essere – si chiedeva la mia giovane mente – che Dio bluffi in modo così crudele? Che si  finga desideroso del sacrificio di un innocente e poi esclami: ‘Maddai, scherzavo! Era solo  per metterti alla prova!’?”

Sì, ero piccolino, ma già sentivo che non avrei mai accettato alcuna idea di un Dio di tal fatta, di un Dio amante dello spargimento di sangue.
“Fossi stato io Abramo”, mi dicevo anzi, “Gli avrei risposto: ‘Eh no, caro Dio, mio figlio non si tocca. C’è un limite a tutto, anche al rispetto delle gerarchie. La mia coscienza non ci sta’.” Sì, insomma, la storia di Abramo e di Isacco mi puzzava di falso lontano un  miglio. Mi parevano tutte balle architettate per inculcare l’idea di disciplina. “Chissà poi come sarà il vero Dio”, mi domandavo, “e che cosa penserà di tutte queste antropomorfizzazioni sparse sul Suo conto!”

Sacrificio d’Isacco
(Eb 11:17-19; Gm 2:21-23)(Gv 3:16; 1Gv 4:9-10)

!1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». 2 E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò». 3 Abraamo si alzò la mattina di buon’ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi». 6 Abraamo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. 7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?» 8 Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto». E proseguirono tutti e due insieme. 9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull’altare, sopra la legna. 10 Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. 11 Ma l’angelo del SIGNORE lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». 12 E l’angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo».

Leggo su Wikipedia:

“Il patriarca biblico, col nome di Ibrahim (???????), è considerato un monoteista (hanif ) ante-litteram dall’Islam e, come tale, fu sommamente venerato dal profeta Maometto (Muhammad). La sua perfetta “islamicità” consiste nel suo celere ubbidire, senza remora alcuna, all’ordine divino di sacrificare il proprio figlio (le tradizioni islamiche si dividono sul nome del figlio, se Isacco/Israele o Isma’il), cosa che lo rendeva un perfetto esempio di muslim, cioè “assoggettato a Dio”.

Ho ripensato a tutto questo nel mese di agosto, il giorno in cui il padre della povera Hina Saleem ha tagliato la gola alla figlia per compiacere il proprio Dio. Hina, a suo dire, si era resa colpevole di leso islamismo, di voler addirittura vivere all’occidentale. E di nuovo mi sono detto: “Figuriamoci se Dio o Allah o comunque lo si voglia chiamare, potrebbe mai compiacersi di uno sgozzamento, di un padre che squarcia la gola alla figlia!” E di nuovo ho borbottato: “Chissà poi come sarà il vero Dio [ammesso che esista:-)], e che cosa penserà di tutte queste crudeli leggende metropolitane fatte circolare sul Suo conto!”

[hina.saleem] 

(Hina Saleen)

Ha scritto Michele Serra su Repubblica il giorno di ferragosto:
“Ai martiri della libertà si intitolano le strade. Se ne intitoli una, per favore, a HINA SALEEM, la ragazza indo-pakistana ammazzata dai maschi di famiglia, nel Bresciano, perché aveva rifiutato un matrimonio combinato e voleva sposare un italiano divorziato… siamo con Hina, siamo contro suo padre. Se abbiamo ancora qualcosa da dire, nel guazzabuglio caotico e insanguinato del mondo, è che amiamo la libertà concreta, la libertà fisica delle persone. Che nessuna legge religiosa, nessun tabù sociale può permettersi di possedere una persona più di quanto questa persona possieda se stessa e la propria vita. Proprio perché questo principio è difficile da spiegare a comunità che antepongono la morale famigliare e la legge religiosa ai diritti individuali, bisogna che lo si applichi con estrema forza e convinzione. Il conflitto di civiltà, che per tanti versi è solo il pretesto propagandistico per i signori della guerra di tutte le latitudini, è invece una questione vera, e cocente, quando si tratti di convivere con comunità che conoscono solo la legge del Padre. Questo dobbiamo saperlo, e non possiamo illuderci che sia un conflitto incruento. La nostra legge è per tutti. Ed è, qui in Italia, la sola che vale. Chi non la riconosce, la impari o se ne vada.”

La seconda eroina dell’estate è, ovviamente, Natascha Kampusch, rapita decenne nel marzo 1998 a Vienna mentre andava a scuola a piedi ed “educata” dal suo rapitore, che si sentiva un Dio nei suoi confronti, alla totale  sottomissione. Ma Natascha, nel claustrofobico sotterraneo in cui il suo rapitore Wolfgang Priklopil la costringeva a vivere chiamandolo GEBIETER, (“maestro”), non ha mai smesso di sognare la libertà. E un pomeriggio d’agosto di otto anni dopo, approfittando di un momento di distrazione del suo carceriere, ha guadagnato di corsa l’uscita e ha finalmente impartito lei, al suo Gebieter,  l’unica vera lezione possibile per noi umani: “Ama la tua libertà, ma non dimenticarti che essa finisce laddove comincia quella degli altri”.

Evviva Hina e Natascha, dunque, eroine dell’estate. Abbasso tutti gli Dei e gli Uomini che chiedono sangue, abbasso tutte le religioni, fedi, credenze che attribuiscono a Dio tali miserabili istinti umani. Abbasso quel maledetto impulso che spinge l’uomo ad asservire i propri simili, cantando agli ingenui e agli  ignoranti il vecchio ritornello: Dio lo vuole, Dio è con Noi, Got Mit Uns, Il lavoro rende liberi, e blablablà e blablablà e blablablà.

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Giovedì, gennaio 25, 2007

 

Il mio ingresso in rete, nei tardi anni Novanta, fu traumatico. In una sorta di newsgruppo dedicato alla letteratura e alla scrittura lessi (e inorridii e copia-incollai e archiviai) quanto segue:                                  

Il GESTORE VIGILA   

– Abbiamo preso il gattino: aveva 20 giorni ed era arancio e bianco. L’abbiamo appoggiato su una base di cemento e gli abbiamo piantato un chiodo nella schiena. Si è inarcato miagolando in modo straziante. Gli abbiamo aperto la bocca e gli abbiamo spaccato in due la mandibola. Poi abbiamo dato fuoco al pelo arancio e bianco. Poi abbiamo afferrato la sua testolina e abbiamo strofinato i suoi occhi sulla base di cemento lasciandone brandelli gelatinosi sulle asperità. Quando l’abbiamo sollevato aveva due poltiglie insanguinate e il musetto era scorticato e annerito dal sangue. Il gestore intanto fumava una sigaretta godendosi la scena, mentre la sua mano era infilata tra le zampe di una cagna bretone di tre anni chiamata Laika, che si lasciava masturbare in silenzio. (IL GESTORE)  

– Cesellatore di incubi che, come zecche, si attaccano alla pelle. (KARTA) 

– Il lato bianco e il lato nero. E in mezzo tante zone grigie. Oggi tocca alla sponda selvaggia del cosmo. (IL GESTORE) 

– C’est bon per disegni a carboncino, ma il rosso e l’arcobaleno?? (KARTA) 

– Sei malato. Corri dallo psichiatra. (FALCEMARTELLO) 

– No no, Falce… sulle tue modalità di critica. Martello… un consiglio sulle tue letture, comincia con Poe, magari “Storia di Gordon Pym”. E non fartela addosso! (KARTA) 

– Conosco Poe molto bene e lo onoro. Ma tu sei malato. Fa’ qualcosa, prima che i nodi si stringano. (FALCEMARTELLO) 

– Non preoccuparti dei nodi altrui, occupati del cappio che strozza le tue sinapsi. stop. (KARTA) 

– “Falce e martello”… cazzo, non mi ricordo proprio più cos’era! Aiutatemi: forse era il logo di un detersivo? O era un complesso beat degli anni ’60? O forse era il simbolo di quelli che in Unione Sovietica rinchiudevano in manicomio chi non la pensava esattamente come loro? (OKLAW) 

– La diretta si fa calda. Con grande spreco… Sia pace e bene ai falce/gatti/martelli nei loro copia e incolla desueti. Chissà perché mi fanno sempre pena. (KARTA) 

– … Io, invece, ricordo molto bene le tue simpatie/nostalgie per gli squadristi storici di Cremona. (FALCEMARTELLO) 

– Il mio vecchio Farinacci? Ma se è un pezzo di pane! (KARTA) 

– La gatta ha un’anima e la cagna fa il silenzio della morte… la morte è dolce. non offendetela. la sofferenza è grande… tanto grande. avevo un gatto. quando morì bevvi trenta gocce di valium e dormii dolcemente accoccolato al suo corpicino… bevvi il valium e la notte sognai fasci e comunisti sdraiati sulle rotaie e un treno merci fiskiava fiskiava… e il gestore passava il suo manto intessuto in orgasmi e dolore… lui non s’accorse k’aveva goduto dello spettacolo intorno al gatto e ke aveva pacificamente intrecciato la sua dannazione… è dolce la morte. non deridetela. e la soffernza è grande. (NERAIENA) 

– “Abbiamo preso il gestore: era crudele e cretino. L’abbiamo poggiato su una base di cemento e gli abbiamo piantato un chiodo nella schiena. Si è inarcato gemendo in modo straziante. Gli abbiamo aperto la bocca e gli abbiamo spaccato in due la mandibola. Poi abbiamo dato fuoco al suo cervello avariato. Poi abbiamo afferrato la sua testa di cazzo e abbiamo strofinato i suoi occhi sulla base di cemento lasciandone brandelli gelatinosi sulle asperità. Quando l’abbiamo sollevato aveva due poltiglie insanguinate e la sua disgustosa faccia da culo ormai scorticata e annerita dal sangue.” (GATTOROSSICCIO)

– Non giudicate il Gestore. A lui piace mettere in mostra il suo lato oscuro. Abbiate pazienza e leggerete cose molto belle. È un bravo scrittore. E poi noi siamo quasi latitanti. Dai, vediamo di darci una mossa ( lo dico anche a me ). Baci da kate. (ORLANDOW) 

– A lui piace mettere in mostra il suo lato SADICO, che è tutt’altro che oscuro. A chi serve un pezzo come il suo? Compiangetelo, ma non dategli corda. (GATTOROSSICCIO) 

– Sarebbe meglio che i gatti rossicci si occupassero d’altro. Non è obbligatorio leggere, soprattutto non è obbligatorio capire: c’è gloria per tutti sotto questo cielo, persino per gli imbecilli. (OKLAW)

Eccetera.

[Indovinate sotto quale nick – fra quelli indicati tra parentesi – intervenni io… ]

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Martedì, gennaio 23, 2007

BULLI E PUPI

 

Scrive Teresa Buongiorno sull’ultimo numero di “Andersen” (mensile dedicato alla letteratura per ragazzi):

<<… Oggi che, grazie a internet, il problema del bullismo è venuto alla ribalta, abbiamo visto in tv psicologi e sociologi, psichiatri e filosofi, ma nessuno, mi pare (forse mi è sfuggito qualcosa?) ha pensato a chiamare in causa la narrativa per ragazzi, anche se persino Freud ha riconosciuto alla letteratura la capacità di sondare l’animo umano, tessere ipotesi e trovare soluzioni. Eppure i romanzi per ragazzi hanno documentato negli anni la reale vita dei bambini, dallo sfruttamento industriale ai soprusi pedagogici, dai giochi di guerra alle missioni umanitarie. Se gli adulti l’avessero frequentata, non si sarebbero chiesti con stupore come abbia potuto andare in frantumi l’immagine di un’infanzia innocente, il sogno illuminista di Rousseau. L’infanzia innocente non esiste, il male è dentro di noi fin dalla nascita, come avverte la Rowling e il suo giovane eroe, il denigrato Harry Potter, che ha sulla fronte la cicatrice lasciata da Voldemort, la forza oscura, deve fare i conti con se stesso prima di dover fronteggiare compagni crudeli e professori indegni del proprio ruolo… [cut]… perché i ragazzi sono proprio come gli adulti, avvertiva Janus Korczak, il grande pedagogista polacco, ucciso dai nazisti a Treblinka nel 1942, insieme agli orfani del collegio di Varsavia da lui diretto. “Tra i bambini ci sono tanti soggetti cattivi quanti ce ne sono tra gli adulti. Nel mondo infantile succede tutto quello che succede nel mondo sporco degli adulti. Vi troverai i rappresentanti di tutti i tipi umani e i campioni di tutte le azioni malvage. I bambini, infatti, imitano la vita, i discorsi, le tendenze degli ambienti in cui sono stati allevati, poiché in essi albergano in germe tutte le passioni”, dice in Come amare il bambino, un testo della Emme del 1979, ormai intorvabile. E parlando delle colonie, Korczak osserva: “Mentre i bambini positivi nel nuovo contesto si guardano appena attorno, fanno conoscenza e si avvicinano tra di loro con un po’ di paura e con riservatezza, la forza negativa è già riuscita a organizzarsi, a dare la sua impronta e a guadagnarsi la sottomissione degli altri”. Insomma, Il Signore delle Mosche (William Golding, 1954) è tra noi, nella vita di ogni giorno.>>

Dall’articolo sul bullismo “VITTIME E CARNEFICI” ,  il cui sommario recita: “La narrativa per ragazzi ha documentato il bullismo prima che venisse alla ribalta, grazie a internet e alla vanità dei ragazzi cattivi. Ma pochi se ne sono accorti. Eppure, in un mondo privo di valori, è proprio nei romanzi che i ragazzi (e gli adulti) possono trovare punti di riferimento per la vita.”

Nell’articolo sono citati anche: “L’uomo venuto dal nulla” di Mino Milani; “Ladre di regali” di Aidan Chambers; “La guerra dei cioccolatini“, di Robert Cormier; “L’acchiappasogni” di Stephen King; “It” di Stephen King; “I topi ballano” di Jacqueline Wilson; “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia; “Bang” di Sharon G. Flake; “La schiappa” di Gerry Spinelli;

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Mercoledì, luglio 25, 2007

XXY. I DOLORI DELLA GIOVANE ALEX.

(La locandina del film XXY, di Lucia Puenzo)

«XXY è stata la rivelazione di Cannes 2007, dove ha vinto il Gran premio della Settimana della critica, il Prix de Jeunesse e il Rail d’Or. Anche perché tocca, con maestria e delicatezza, un argomento complesso come la scoperta della sessualità e il rapporto con il mondo di un “diverso”, un ermafrodita quindicenne, Alex (la 22enne Ines Efron, che sarà nel prossimo film di Lucretia Martel), considerata dal mondo esterno come una ragazzina, la “figlia eccentrica e un po’ scostante” di un protettivo biologo marino venuto da Buenos Aires. Tra i guai dei teenager il più rognoso è proprio fare i conti con il proprio corpo, e con l’obbligo sociale di incorporarsi in un ruolo specifico, o “maschio” o “femmina”. Ci si innamora, si hanno le prime esperienze sessuali, i turbamenti, le confusioni, gli edipi impazziti… Alla creatività e fantasia della natura purtroppo non corrisponde un’umanità altrettanto disinvolta, gioiosa nella metamorfosi e di doppie identità… » (Roberto Silvestri, Da Il Manifesto, 22 giugno 2007 ) 

«Ovidio racconta il mito della ninfa Salmacide, che, in una fontana presso Alicarnasso, si avvinghia al corpo del  giovinetto amato per non esserne mai più separata, dando luogo ad una nuova creatura, l’Ermafrodito appunto: nella fiaba la metamorfosi appare come l’esito di una situazione reale senza  sbocco, l’esito di una intollerabile separazione. Narra dunque Ovidio (Metamorfosi, IV) di questo giovinetto, allevato dalle Naiadi, “cuius erat facies, in qua materque paterque cognosci/ possent; nomen quoque traxit ab illis.”(vv 290-291) che aveva un aspetto così bello, che potevano esservi riconosciuti il padre e la madre, e che trasse anche il nome da loro (Ermafrodito dal greco Hermaphròditos, figlio di Hermès e Aphrodites). A quindici anni, abbandonati i monti natii, presso uno specchio d’acqua nel paese dei Cari, venne scorto dalla ninfa Salmacide :

puerum vidit visumque optavit habere(v 316). 

Il giovane, ignaro dell’amore, rifiutò le esplicite richieste della ninfa che, infiammata d’amore, si gettò a sua volta nelle acque in cui il giovinetto si era immerso, avvinghiandosi strettamente a lui e, abbarbicata come l’edera al tronco, malgrado la resistenza di lui, pregò gli dei di non essere mai separata dall’amato:

 
“…et istum nulla dies a me nec me deducat ab isto. (vv 372-73).

Accolsero gli dei i suoi voti: i due corpi uniti si fusero, annullandosi in un’unica figura:

“vota suos habuere deos; nam mixta duorum corpora iunguntur, faciesque inducitur illis una. ( vv 374-76) ” nec duo sunt et forma duplex, nec femina dici nec puer ut possit, neutrumque et utrumque videntur“.(vv 378-379)

Così non furono più due, ma un essere ambiguo, né donna né uomo, con l’aspetto di ambedue e di nessuno dei due. Ermafrodito è un essere nuovo dalla doppia natura insieme maschile e femminile…  L’ermafrodito non è raro in natura: non è una via di mezzo tra il maschio e la femmina, né tantomeno un mezzo maschio e una mezza femmina, bensì è un maschio e una femmina perfettamente efficienti, riuniti insieme nello stesso essere…[cut] Nell’episodio di Ermafrodito il doppio appare come condizione di equilibrio e completezza, come raggiungimento della condizione ideale primordiale proposta da Platone nei suoi Dialoghi dove si legge:

“In principio tre erano i sessi del genere umano, e non due come ora, maschile e femminile, ma ve ne era anche un terzo comune ad entrambi, di cui è rimasto il nome, mentre esso è scomparso; questo era allora il genere androgino, e il suo aspetto e il suo nome partecipavano di entrambi, del maschile e del femminile, mentre ora non è rimasto che il nome che suona per dileggio… la forma di ogni uomo era tutta rotonda… e due facce sopra il collo rotondo, in tutto simili; e su entrambe le facce, orientate in senso opposto, un’unica testa, e quattro orecchi, e due sessi… il maschio traeva origine dal sole, la femmina dalla terra, e quello che partecipava di entrambi i generi dalla luna, dal momento che la luna partecipa del sole e della terra”.»

(da http://www.sperimentaleleonardo.it/itinerari/ipertestodoppio/mito_di_ermafrodito.htm

“Ma Zeus e gli Dei erano gelosi della loro felicità, e si riunirono a consiglio: non potendo annientarli come avevano fatto con i giganti, né lasciarli vivere a quel modo, Zeus decise di spaccarli in due. Avrebbero camminato eretti, su due gambe. Ma quando l’organismo umano fu diviso in due, ciascuna metà cercava la propria e cercavano di tornare di nuovo insieme. (Da

http://www.comune.bologna.it/iperbole/minghetti/percorsi/I%20Miti%20Di%20Platone/Il%20Mito%20dell’androgino.htm ]

«X indica il cromosoma della femmina, XY quello del maschio. XXY può indicare il sesso incerto o doppio dell’ermafrodito, creatura che presenta organi genitali di tutti e due i sessi. “XXY” è anche il titolo del primo film che Lucia Puenzo, argentina. figlia del regista de La storia ufficiale, ha tratto da un racconto di suo marito Sergio Bizzio. Nata ermafrodita, una adolescente argentina di 15 anni è stata portata a vivere sulla costa dell’Uruguay dai genitori, timorosi che l’anomalia della figlia potesse suscitare curiosità maligne. Le suscita comunque. Una famiglia di amici arriva da Buenos Aires in visita: il padre chirurgo potrebbe operare la ragazza; il figlio adolescente s’innamora e viene da lei sodomizzato… » (Lietta Tornabuoni, l’Espresso, 5 luglio 2007)

«… il dramma dell’ ermafrodito che non potrà forse mai inserirsi nel contesto della società diventa una metafora del male di vivere di cui soffrono i diversi di qualsiasi specie. Potrebbe essere Cechov il modello remoto da cui l’ autrice ha mutuato lo sguardo che la fa osservare con tanta intensità e serietà, con tanto strazio per lo più taciuto, un gruppo di esseri umani volontariamente isolati dal resto del mondo e in difficoltà nel rapportarsi gli uni con gli altri… » (Tullio Kezich, Il Corriere della Sera, 22 giugno 2007 )

«La meraviglia di questo film dal tema tanto delicato e tanto inedito al cinema, è nella mano leggera con cui s’addentra nei meandri della confusione, dell’ambiguità, della scoperta della vita, del sesso, dell’amore da parte di un essere umano che la natura ha messo in una posizione difficilissima, la cui giovinezza è caricata di un peso insopportabile. Una dinamica magistralmente espressa attraverso gli incontri, anche ravvicinati, di Alex con i tre coetanei presenti nella storia: il figlio degli ospiti, l’amico e l’amica del cuore.  

Il film della Puenzo si propone anzitutto come un apologo di grande sensibilità sulla libertà individuale. Ma indirettamente finisce per diventare anche un oggetto di dibattito e di studio in una società che sta vivendo, come segnala la regista, “un periodo di transizione giuridica e culturale” riguardo a questo come ad altri temi connessi alla sessualità e ai sentimenti.» (Paolo D’Agostini, La Repubblica, 22 giugno 2007)

«Se i bambini si trovassero sotto i cavoli o li portasse davvero la cicogna e non ci fosse la sessualità (= l’impulso – spesso disordinato e ossessivo – a ficcare un pezzetto del nostro corpo in qualche cavità del corpo di un altro, o a farci ficcare da un altro un pezzetto del suo corpo in qualche cavità del nostro corpo, o, per inglobare anche la masturbazione, a soffregarci autonomamente certe parti del corpo a scopo di ozioso diporto) la vita sarebbe perfettamente vivibile lo stesso. Anzi, forse sarebbe molto meno complicata… » (Lucio Angelini, qui: http://www.lucioangelini.splinder.com/archive/2006-08 )

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25 maggio 2009

MERAVIGLIOSO

 

Ricordate la canzone di Modugno “Meraviglioso“? Faceva:

«È vero
credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardando l’acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù uh
D’un tratto
qualcuno alle mie spalle
forse
un angelo
vestito da passante

mi portò via dicendomi
Così:
Meraviglioso
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso?
Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà guarire poi
meraviglioso… »

Leggo, invece, oggi sul Gazzettino di Venezia:

«Cina, aspirante suicida blocca ponte. Un automobilista lo butta giù

[Indebitato fino al collo, aveva in mente di suicidarsi, ma, dopo aver tergiversato per cinque ore su un ponte bloccando il traffico, è stato spinto giù da un automobilista esasperato e se l’è cavata con alcune fratture… ]

(Della serie: “Sono solo canzonette… “)

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Domenica, agosto 10, 2008

 

QUEST’ATOMO OPACO DEL MALE

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla…

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

                                (Giovanni Pascoli)

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Martedì, luglio 08, 2008

LE REGIONI DEL MALE: NERO MARCHE 

 

 

«Quando il barbiere Saturno fu rinvenuto riverso nell’erba del giardinetto di piazzale Leopardi, a Fano, con la gola recisa da un colpo di rasoio, la morte era sopraggiunta da parecchie ore. Le brume del mattino ne avevano impregnato le membra di gelide idrometeore. Testimoni non ne furono trovati. Qualcuno sostenne di aver udito, poco prima di mezzanotte, una voce di bambino pronunciare concitata le parole: “Dai, adesso!”, seguite da un urlo strozzato e da uno scalpiccio precipitoso. I passanti, moralisti legnosi, si limitarono a pregare e a deprecare. Chi poteva avere avuto interesse a togliere di mezzo un così scialbo giovanottino?»

 [Prologo del racconto “DORA SQUARCIALENZUOLA“, di Lucio Angelini, contenuto nella raccolta]  

Ne volete una copia? Ordinatela qui: 

http://www.ennepilibri.it/catalogo.asp?q=nero+marche&Cerca.x=30&Cerca.y=8  

SCHEDA INFORMATIVA: 

Collana editoriale: npl-le regioni del male

Autore: AA.VV. a cura di Giuseppe D’Emilio

Titolo: NeroMarche

Prezzo di copertina: Euro 13,80 – Numero di pagine:158

Formato: 13,80×20,80

ISBN: 978-88-7908-213-6

Stampato su carta Fedrigoni – Rilegato in brossura

Dalla quarta di copertina

«Le Marche, popolate da gente bizzarra, rissosa, geniale, un po’ folle, sommatoria delle caratteristiche dei vicini romagnoli e toscani, sono da sempre fucina di scrittori. Giuseppe D’Emilio ha radunato una nuova leva di autori e l’ha condotta a risultati persuasivi. Ottimi quanto il Verdicchio imbottigliato non per i turisti, ma per gli intenditori, in incantevoli borghi di collina.» (Valerio Evangelisti) 

«Ogni luogo, anche il più solare e sereno, ha le sue ombre. Gli autori di NeroMarche ci conducono attraverso una delle più belle regioni d’Italia, rivelandocene il lato oscuro.» (Giampiero Rigosi)

Dalla prefazione

«A me pare che questa raccolta abbia almeno un requisito raro: è un libro onesto, che consegna a chi legge quel che il titolo promette. Nella loro singolarità, le vicende si radunano come parti di un quadro che alla fine convince, spaventa, intimorisce, diverte, rivela e scatena la fantasia. Insomma, fa quel che un buon libro deve fare: dar sostanza ai sogni » (Nicoletta Vallorani)

Il libro, curato da Giuseppe D’Emilio, si avvale della prefazione di Nicoletta Vallorani e contiene, oltre alla poesia Due notti di guerriglia di Giancarlo Giaccani, i seguenti racconti: Scapeccio’ di Paolo Agaraff; Le Bastarde di Alberto Cola Dora Squarcialenzuola di Lucio Angelini; Suor Cecilia di Manuela Maggi; Quella notte d’inverno di Raffaello Ferrante; Verità di Enrico Santori; Morte di un tramonto di Piero Calibano; Dalla finestra di Biancaastella Lodi; Il mare colore del vino di Alessandro Cartoni; Lo strano caso del calciatore di colore Kofi Mensah di Carlo Cannella; Fermati attimo di Roberto Fogliardi; La pulizia prima di tutto di Elena Coppari; Lo scrittore autobiografico di David Miliozzi; Favola nera della campagna marchigiana di Marica Petrolati; In questa mortal marca di Pelagio D’Afro.

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MORTE DI UN ELEFANTE A VENEZIA

7 dicembre 2011

 

Durante il carnevale del 1818-19 a Venezia, sulla riva degli Schiavoni “arrivano e si posizionano i casotti degli animali, tra i quali quello di un elefante”. In breve: finito il carnevale, le altre bestie del serraglio si imbarcano per nuovi lidi, ma lui no, si rifiuta. Invano si tenta di caricarlo su una “barcazza”. L’elefante scappa per le calli e si rifugia nella chiesa di Sant’Antonin, dove “sposta con la proboscide alcune panche verso l’altare della Madonna, costruendo una specie di barricata”. Nel frattempo ha sollevato in aria e calpestato a morte un custode. Vengono chieste le autorizzazioni religiose e militari per sparargli col cannone. Una palla gli entra dal deretano e lo trapassa. L’elefante crolla in un lago di sangue. Sono le 7 del mattino del 16 marzo. Lo scrittore Pietro Buratti dedica all’episodio “L’elefanteide“, ove satireggia pesantemente l’operato della polizia. Pagherà le sue spiritosaggini con un mese di carcere. Nello stesso periodo viene proibita la pubblicazione di un altro opuscolo satirico dedicato all’avvenimento: “L’elefanticidio“, di Pietro Buonmartini. Il 18 settembre di quello stesso anno il governo proibì a Emanuele Cicogna di porre in luogo pubblico una lapide con epigrafe latina a ricordo dell’elefante, eseguita a spese di due gentiluomini.

Dal sito www.vertebrataextincta.org :

“La notizia della morte dell’elefante giunge presto a Padova, al prof. Stefano Andrea Renier, titolare della cattedra di Storia Naturale dell’Università e Direttore del Museo di Zoologia di Padova. Con l’appoggio del Rettore in carica per l’acquisto dell’esemplare a scopo scientifico, Renier parte di notte alla volta di Venezia per raggiungere il prof. Molin (ordinario di Veterinaria all’Università di Padova) che lo attende nella chiesa sconsacrata di San Biagio della Giudecca, dove l’elefante é stato trasportato. Scrive Renier in una lettera al Rettore: “Con compiacenza lo (l’elefante) trovai in discreto stato, con la pelle che ad onta di aver avuto più di cinquecento fucilate non aveva che otto dieci forellini e la cannonata ricevuta fu nel deretano e la palla gli rimase dentro, quindi la pelle in ottimissimo stato”. Il cadavere, col passare dei giorni quasi inavvicinabile per l’odore, malgrado fosse da continui lavacri con acqua salata tenuto mondo, viene sezionato e disegnato nelle varie posizioni; il suo peso è stabilito in circa 4600 libbre grosse venete (oltre 2200 Kg). Il 24 marzo le sue spoglie sono finalmente trasferite a Padova, dove Renier e la sua équipe sono impegnati ancora a lungo: alla fine di agosto “… lo scheletro non (è) ancora totalmente unito ma intiero… unitamente alla pelle già quasi totalmente preparata” e, solo in autunno, vengono conclusi i lavori.
Lo scheletro dell’elefante indiano, un tempo montato al Museo di Zoologia in via Loredan, fu smontato nel 1979, in occasione del trasloco delle collezioni negli attuali locali. Dopo un accurato restauro conservativo ed il suo relativo montaggio, il preparato osteologico torna all’ammirazione del pubblico e all’uso didattico e scientifico con la riapertura del Museo di Zoologia avvenuta nel 2004 in occasione della XIV Settimana della Cultura Scientifica.”

scheletro elefante

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23 febbraio 2012

BRUCIA, CORANO, BRUCIA…

 

“Kabul, la sede Usa chiusa e blindata. Le proteste sono in corso da ieri, dopo la decisione presa da alcuni addetti della base aerea, che si trova a nord della capitale, di distruggere con il fuoco materiale religioso islamico, fra cui almeno quattro copie del libro sacro per i musulmani.” (Repubblica.it)

Leggendo la suddetta notizia, mi è venuta in mente la seguente considerazione ucronica: se l’era del libro cartaceo fosse già tramontata e l’e-book avesse ormai soppiantato definitivamente il libro tradizionale, forse nessuno si sarebbe accorto di un semplice comando “Elimina”…

(Non ho nulla contro chi crede che Dio esista e si disturbi a ispirare certi libri – Torah, Bibbia cristiana, Corano e i vari testi sacri delle varie religioni, diversificando l’offerta a seconda del target – , ma nemmeno contro chi ne dubita. Credo, in compenso, nel contenuto del documento “Dichiarazione universale dei diritti umani “ e nel principio di autodeterminazione dei popoli, compreso quello afgano.)

(Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione nel 1848)

(Immagine in alto da fanpage.it)

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COME FU CHE MICHELE MARI DIVENNE UN SERIAL KILLER

1 dicembre 2010

[ LADYHAWKE POSTER ]

 

Nel film del 1985 LADYHAWKE, di Richard Donner, il capitano Etienne Navarre e la sua amata Isabeau d’Anjou vengono colpiti da una maledizione. Il malvagio vescovo di Aquila, infatti, invaghitosi di Isabeau, non sopporta l’idea di saperla felice insieme a Navarre. Da un patto col diavolo ottiene che i due innamorati siano “always together, eternally apart” (sempre insieme ma eternamente separati): di giorno lei sarà lo splendido falco che Etienne Navarre cura e protegge, di notte lui sarà un feroce lupo nero docile solo alle carezze di Isabeau. Nessuno dei due avrà coscienza della propria semivita in forma animale e solo all’alba e al crepuscolo di ogni giorno Etienne e Isabeau potranno scorgersi per un attimo senza mai riuscire nemmeno a sfiorarsi. La maledizione potrà essere spezzata – a detta del vecchio monaco Imperius – solo se i due innamorati potranno comparire insieme davanti al vescovo in un giorno senza notte e in una notte senza giorno. Si scoprirà, più avanti nel film, che l’allusione è a una eclissi di sole…

La storia non dovette dispiacere a Michele Mari che, nel 2007, dedicò ben cento poesie d’amore alla propria “Ladyhawke”: una compagna di liceo di cui si era innamorato tanto perdutamente quanto astrattamente, ovvero senza poterla mai sfiorare (e ancora meno “trapanare”, come si evince da una delle poesie riportate sotto).

Leggiamo alle pagg. 54-55

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
(donna di notte lei
e con la luce falco
lui con la luce uomo
e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
Il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

(Come se un lupo
fosse mai uscito indenne da una fiaba
come se in ogni falco
non si ripetesse degli Alberighi
l’antico scelo)

E a pagina 8:

È dalla fine del liceo
che come un fantoccio
della classe di Kantor
siedo al mio banco nella III A
e chi mi ci ha inchiodato
sei stata tu
un attimo prima che l’ultima campanella
ci mandasse nel mondo

Trent’anni dopo l’amore di Knightwolf/Mari è ancora saldo:

Se fin dall’inizio mi avessero informato
che dopo più di trent’anni
senza aver niente in cambio
ancora ti avrei amata
avrei risposto
“Logico e piano, sir”

Leggiamo, peraltro, a pag. 19

Il mio amore è un trapano tremendo
con punte
al tungsteno
al molibdeno
al vanadio
che fanno paura soltanto a vedersi

Il guaio è che da ragazzo
mi han fregato il mandrino
e ancora
lo sto cercando.

Infine la tragica ammissione di colpevolezza:

Come un serial killer
faccio pagare alle altre donne
la colpa
di non essere te

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VENEZIA OU LES MALHEURS DE LA VERTU

19 ottobre 2011

 
 
 
«Se il marchese De Sade fosse un veneziano del nostro tempo, anziché “JUSTINE OVVERO LE DISGRAZIE DELLA VIRTÙ” scriverebbe senz’altro “VENEZIA OVVERO LE DISGRAZIE DELLA VIRTÙ”. Come Justine, infatti, anche Venezia è bella e virtuosa, ma fatta “zimbello della scelleratezza, bersaglio di tutte le depravazioni, in balia dei gusti più barbari e mostruosi”, costretta agli stupri più inverecondi da parte della cricca di amministratori e speculatori privati che la violano ogni giorno, unicamente interessati al proprio effimero piacere personale (= Profitto Immediato da ottenersi con cementificazioni, trasformazione della laguna in porto di mare e via discorrendo). Il progetto della sublagunare da infilare nelle viscere della laguna, poi, mi fa pensare al passo in cui l’avventuriero Roland, dotato di un membro di dimensioni ipertrofiche, pretende di introdurlo nel delicato altare posteriore della ragazza “dovessi squarciarti in due per questo”. Se penso che la nostra generazione ancora vive dei lasciti monumentali e urbanistici delle generazioni precedenti, non posso non inorridire all’idea che quelle future potranno solo maledirci per aver ucciso per ingordigia l’intera Gallina dalle Uova d’Oro (se posso passare da De Sade a La Fontaine) anziché accontentarci di un prezioso piccolo uovo al giorno. Venezia piace ed è celebrata in tutto il mondo per come è, non per come la si vorrebbe trasformare e snaturare. L’unica preoccupazione dei nostri amministratori dovrebbe essere quella di conservarne le caratteristiche e le tradizioni il più a lungo possibile, contrastando l’esodo della popolazione e praticando una seria politica della casa. Al diavolo le opere faraoniche: puntiamo piuttosto sulla manutenzione!»
 
Lucio Angelini, Lido di Venezia (Lettera inviata ai direttori del Gazzettino, La Nuova Venezia, Corriere del Veneto)
 
———————

17 NOVEMBRE 2011

CUOCERE AL FORNO I PROPRI SIMILI

 

Mi ha abbastanza sconvolto la seguente notizia letta sul Gazzettino del 15 novembre scorso:

“BANDA DI RAGAZZI INCHIODA PORTE E FINESTRE DELLA CASA DI DUE FRATELLI PRIMA DI APPICCARE LE FIAMME. IL BRANCO VOLEVA DAR FUOCO AGLI INVALIDI. INDAGATO IL CAPO DI 25 ANNI.”

E sul Gazzettino di ieri:

“Un gruppo di giovani aveva tentato di dare fuoco all’abitazione in cui vivono due fratelli, un uomo e una donna, uno dei quali con problemi di salute mentale. E quel che è peggio, avevano fissato servendosi di un trapano e delle viti porte e finestre con il rischio di far fare la fine dei topi ai due malcapitati. È quest’aspetto che ha spinto il sostituto procuratore Rita Ugolini a inserire nel fascicolo d’inchiesta anche l’imputazione di tentato omicidio, in quanto con quell’operazione sarebbe stata negata ogni possibilità di fuga alle vittime. Il giovane indagato e ritenuto il probabile leader del gruppo di giovani bulli che ha appiccato l’incendio non è stato neppure sottoposto a fermo di polizia giudiziaria…”

Altro che bullismo, per me questo è nazismo puro. Brutta bestia la tentazione di cuocere al forno i propri simili…

(Foto dalla Rete)

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PAOLO FRANCESCHETTI, BENEFATTORE DELL’UMANITÀ

7 dicembre 2010

Paolo Franceschetti 
 
(Paolo Franceschetti)
 
Mi sono letteralmente commosso, ieri mattina, leggendo sul Gazzettino di Venezia l’articolo

“Il veneziano che dà scacco alla sete nel mondo”.

Ne riporto qualche stralcio.

«L’idea gli è venuta mentre faceva bollire l’acqua della pasta: perché non recuperare il vapore acqueo condensato nel coperchio per ricavarne acqua potabile? L’intuizione del veneziano Paolo Franceschetti ha portato alla creazione di una serra solare, chiamata Solwa, che funziona a energia solare e che l’Onu ha inserito fra le dieci idee per lo sviluppo dell’umanità. La serra a evaporazione costa poco, è fatta di materiali di recupero e potrebbe portare acqua potabile in ogni parte del mondo. Così si sono già fatti avanti i governi di Bolivia, Marocco, Perù ed Etiopia. Ma anche le grandi multinazionali dell’acqua, pronte a boicottare l’invenzione di Franceschetti.»

«La serra ad evaporazione SOLWA di Paolo Franceschetti utilizza i raggi solari catturati da un pannello fotovoltaico per generare calore e portare ad evaporazione l’acqua. Sia che si tratti si acqua di mare o acqua inquinata, il vapor acqueo prodotto nella serra altro non è che acqua potabile pronta all’uso. Un’acqua fin troppo pulita, tant’è che si consiglia d’addizionarla con qualche sale minerale. Rispetto alle altre techiche di desalinizzazione, il SOLWA è indipendente dal punto di vista energetico e risce a far evaporare l’acqua anche a basse temperature. Senza dimenticare che si tratta di una tecnologia fruibile da tutti: tranne che per il pannello solare, il resto della struttura può esser ricavato da materiali di recupero comuni: plexiglass, bancali di legno, pezzi di latta. Minima è anche la conoscenza tecnologica richiesta, mentre massima è la sua affidadilità: il futuro kit SOLWA sarà garantito 20anni e dovrebbe costare sui 200€. L’utilizzo è ampio, ma il sistema è stato ideato soprattutto per venire in contro alle esigenze del terzo mondo e per aiutare a sconfiggere la sete nel mondo, un’emergenza che colpisce 1,6 miliardi di persone nel pianeta. I piccoli villaggi potranno desalinizzare acqua di mare, ma anche grandi nazioni in via di sviluppo potrebbero farci un pensierino: nelle loro sconfinate periferie e baraccopoli, l’acqua potabile è tutt’ora un miraggio. In attesa del brevetto mondiale, Paolo Franceschetti, in collaborazione con la Ong Cesvitem di Mirano, è pronto a sperimentare il SOLWA in Peru ed Etiopia.»

Dichiara Franceschetti all’intervistatore Marco Dori:

«Il prototipo l’ho creato con l’aiuto di qualche amico: un idraulico, un elettricista, mentre l’università di Padova non aveva un soldo per aiutarmi nel progetto che era parte integrante della mia tesi di laurea. Ora sono diventato ricercatore presso la facoltà di Scienze Ambientali di Ca’ Foscari e il mio dottorato è proprio finalizzato al miglioramento del SOLWA. Per fortuna ho ricevuto l’appoggio di Veneto Sviluppo e dell’assessorato allo Sviluppo e alla Cooperazione della Regione Veneto. Il primo mi aiuterà a brevettare nel mondo la mia invenzione, il secondo ha stanziato 20mila euro per i miei viaggi. Devo correre ad un sacco di conferenze e a presentare la mia invezione a quegli stati che hanno manifestato interesse, tra i quali Bolivia e Marocco.»

Purtroppo anche le multinazionali dell’acqua hanno cercato Paolo… e non per sostenerlo. «Anzi, – ha dichiarato il giovane ricercatore veneziano – mi hanno fatto intendere che si opporranno alla mia invenzione, anche al punto di comprare il brevetto e di lasciarlo in un cassetto

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22 commenti
  1. diait permalink

    Se Freud ci aveva definitivamente convinti che i bambini non sono quegli angioletti asessuati della tradizione cristiana (e anche greco-romana, vedi gli amorini della Villa dei Vetii a Pompei) ma una prefigurazione, anche sessuale, della vita adulta, con tutte le sue perversioni in nuce….

    in quale film ce ne aveva definitivamente convinti (che sono perversi polimorfi)?
    Scusate, vado un attimo a vomitare.
    E bui che difende i più deboli dai bulli!
    Scusate, che rivado a vomitare.

    (stato avanzamaneto lettura: i primi due contributi. Segue…)

  2. Giuseppe Genna, infatti, è uno scrittore che mi ha dato grandi soddisfazioni.

  3. diait permalink

    emetiche?

    • No, mi è piaciuto sul serio: il suo Nel nome di Ishmael è uno dei migliori “spy-noir-story” che ho mai letto. Ha avuto poco successo in Italia (i geni sono spesso incompresi), ma è stato tradotto nientemeno che negli Usa.

  4. Nessuno che abbia apprezzato la mia poesia sull’ex bambino talmente buono da… ?

  5. diait permalink

    PUOI ASPETTARE DUE MINUTI PER L’INCENSAMENTO? (Purtroppo ho dovuto fermarmi prima di Hobbes. Ci torno su.)

  6. (Sono in ritardo sulla lettura degli ultimi tre BOCL. Appunti presi proseguendo la lettura, dalla foto di Lucio fino a Genna:)

    Lucio da piccolo è identico. Quei sandali li ho portati anch’io, ma con l’aggravante della camicetta con maniche a palloncino. La somiglianza è resa evocativa dall’ombra sotto gli occhi che riprende il motivo ricorrente dell’occhiale nero adulto. L’arco nella struttura alle spalle sembra una grande ala bianca, di Lucio l’angiolino.
    Trans chiamato desiderio – ahahahah
    Fum(er) – da diffondere viralmente! “Le femministe del Fum scendono in piazza”…
    Scala antincendio al paradiso – Bello
    Spettatrice e valle di meghiddo – Non starebbe meglio nel bocl losing my religion?
    Maria Rita Parsi – ohibò
    Presentisce – whaaat?
    Le spalle interiori – Stupendo.

    A proposito di bambini che questionano il Dio di Isacco, e a proposito di passività e obbedienza, lascio questo:
    http://archerave111.blogspot.it/2009/10/inserisci-il-sommario-qui-inserisci-il.html

    • Diait, ci sei mancata. (stai lontana per paura degli schiavettoni?)

    • p.s.: anch’io ti mando la foto da bambino:
      FerrucciBrigante.jpg/

      • che bella bambina! Trent’anni di galera al tuo hairstylist dell’epoca. Ah, era una parrucca, meno male. Avevi già due occhioni da matto.

      • NON era una parrucca, erano capelli miei :-/
        Qui un ritratto con gli animali di casa che mi fece mia madre:

        http://ferrucci.wordpress.com/2010/06/27/xi

      • nella foto del bambino Lucio, è la grande ala di marmo a dare l’effetto “struggente”. Siccome anche a te piace struggere, ti dico che quella prodigiosa bardatura (con tanto di arma letale in pugno) rende il bambino Paolo ancora più indifeso.

      • In quel carnevale impersonavo il “Passatore”, celeberrimo brigante romagnolo dell’Ottocento (detto appunto il Passator cortese.

  7. @paolo. che tenerino:-)

  8. @diait. molto interessante la clip da The Believer. Grazie.
    P.S. Non escludo spostamenti di pezzi da un Bocl all’altro, alla fine:-)

    • The Believer è uno dei miei film. Con Magnolia. Sono film sull’infanzia e sulle famiglia, anche questi. Ma cosa non lo è?

  9. Immagine dell’embrione è tratta da qui:
    http://www.fdsa.it/arte-digitale.html

  10. In basso a destra l’immagine dell’embrione già reca in piccolo l’indicazione del sito.*.°

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