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BOCL N. 36 (SPETTRI)

19 giugno 2012

lunedì, luglio 02, 2007

LO SPETTRO DI BROCKEN 

Non vedo l’ora che arrivi venerdì, quando partirò per il Monte Rosa e salirò alla Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto del mondo (4554 m), a Punta Gnifetti, fra maestosi ghiacciai. Di lassù la vista è sensazionale, non solo per la vicinanza di Zumstein, Dufour e Nordend, ma anche per l’angolazione con cui si può ammirare il Lyskamm e la sua parete nord. Inconfondibile, anche se più lontano, il Cervino.

Mi domando, inoltre, se mi apparirà lo spettro di Brocken… :- )

Copio incollo da www.monterosa4000.it/rifugio2.htm :

«Banale, ma alquanto insolito e curioso, è il fenomeno detto appunto Spettro di Brocken (o anche Spettro di Broken), che si può verificare al termine del tramonto, ovviamente dalla parte opposta. La luna è già comparsa nel cielo; più in basso, appare un’immagine proiettata dagli ultimi raggi del sole sul grande schermo rappresentato dalla foschia serale. Una grossa piramide, una figura squadrata sulla sua sommità ed alla destra un… Sono le sagome della Punta Gnifetti, della Capanna Margherita e dello “spettatore” che, incredulo, si muove per avere la certezza di essere “in scena”.»

«Un’altra particolarità della Capanna Regina Margherita, è quella di essere sede di una biblioteca. Il 6 agosto 2004, infatti, è stato inaugurato il distaccamento della Biblioteca Italo Grassi, intitolato al maestro di sci e guida alpina Emilio De Tomasi scomparso nel 2002. Al momento dell’inaugurazione, grazie al prezioso contributo di alcune Case Editrici, la biblioteca più alta d’Europa disponeva di ben 160 libri e riviste specializzate.»

(da http://www.monterosa4000.it/rifugio2.htm )

(La “Capanna Margherita”, il rifugio più alto d’Europa, a 4553 m.)

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mercoledì, luglio 04, 2007

ANCORA SULLO SPETTRO DI BROCKEN.

Ho postato nel newsgroup it.sport.montagna il quesito:

“Qualcuno ha già visto lo spettro di Brocken? Mi anticipa qualcosa rispetto a quanto riportato il 2 luglio 2007 nel mio blog? Grazie”

Ecco le risposte:

BUZZ: si diverse volte, ma la luna non è necessaria. si verifica quando il sole proietta la tua ombra su una coltre di nubi (banco di nebbia) ovviamente devi essere fra il sole e il banco di nebbia e fra te e il sole deve esserci una schiarita mentre davanti deve essere più fitto. non accade spessissimo, ma nemmeno troppo infrequentemente.

BENEDETTO: All’inizio degli anni 80 salivo con un amico al bivacco Savoia, sopra Ollomont, in val d’Aosta. Era una giornata nuvolosa con qualche raggio di sole, nei primi giorni di novembre. D’un tratto scorgemmo, ad una quota di circa 2400 metri, sulla nostra destra, proiettate su un muro di nuvole, le nostre ombre, ben definite, circondate da una cornice formata dai colori dell’arcobaleno. Ci muovevamo, agitavamo le braccia e i nostri movimenti venivano riprodotti in quella cornice. Ricordo che proseguimmo per il bivacco e quando al ritorno ci ritrovammo nello stesso posto il fenomeno si ripeté, tanto che ci fermammo a lungo ad osservarlo. Non avevamo la macchina fotografica, da allora la portai sempre nel sacco ma il fenomeno non l’ho più rivisto. Si chiama appunto spettro del Brocken (il Brockental è una valle tedesca), chiamato in Piemonte “svaina”. Dopo qualche tempo uscì un articolo con fotografia su “Lo Scarpone”, l’arcobaleno circondava l’ombra di una persona. Un escursionista l’avevo visto e fotografato nei pressi del piccolo San Bernardo, sulla Lancebranette. Pare che sia stato scorto anche da Whymper durante la discesa nella sfortunata prima ascensione del Cervino, così almeno vengono interpretate alcune righe del suo racconto, quando dice di aver visto “due grandi croci poste all’estremità di un arco immenso che improvvisamente si disegnò nel cielo”. In quell’articolo che segnali si parla di Luna, ma il fenomeno per quel che ne so avviene di giorno.

FRANCESCO DAVINI: È bellissimo! Quando mi capitò di vederlo non ne conoscevo l’esistenza. Uscivo all’alba dal Bivacco Battaglione Monte Ortler in Vallombrina, incoglionito di sonno dopo una notte tormentata, mezzo congelato ed anche n po’incazzato per una serie di traversie della sera prima. È stata una specie di visione mistica che mi ha riconciliato col mondo….

HELIS: Ne parlavamo giusto ieri al Quintino Sella, dove lo vidi 3 anni fa. Era la seconda volta ed entrambe le volte sono riuscita a fotografarlo…. emozionante 🙂 Buona fortuna!

BUCK: In tanti anni di assidua frequentazione della montagna in tutte le stagioni, mi è capitato solo una volta di vederlo, peraltro molto distintamente, e fotografarlo. Credo quindi che sia un evento piuttosto raro… comunque un’esperienza molto bella, ero solo su una cima con la mia ombra e lo spettro colorato proiettato sulle nuvolaglie poco sotto!

WILLIAM SHAKESPEARE: La prima volta che lo incontrai, come ho narrato in Hamlet, Atto I, esclamai:

“Stay, illusion!
If thou hast any sound, or use of voice,
Speak to me:
If there be any good thing to be done,
That may to thee do ease and grace to me,
Speak to me:
If thou art privy to thy country’s fate,
Which, happily, foreknowing may avoid, O, speak!
Or if thou hast uphoarded in thy life
Extorted treasure in the womb of earth,
For which, they say, you spirits oft walk in death,
Speak of it: stay, and speak!”

(Fermati, illusione. Se hai voce e puoi usarla parlami. Se opera buona può far sì che a te dia pace e a me salute parlami. Se conosci il destino del regno e saperlo può farlo evitare parla! O se nella vita hai nascosto tesori estorti nel ventre della terra, per cui voi spiriti, come dicono, vagate spesso nella morte, parlamene, fermati e parla.)

Be’, spero proprio che sabato prossimo, giorno della mia ascensione alla Capanna Margherita, lo spettro di Brocken appaia anche a me…

P.S. Una delle 6 testimonianze sopra riportate è stata introdotta surrettiziamente. Vediamo se indovinate quale…

[Immagine da www.glorie.de/Brockengespenst/images/img-0004.jpg ] 

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giovedì, luglio 06, 2006

IL FANTASMA SE NE VA…

Il 12 dicembre 2005 apparve su www.carmillaonline.com  la prima puntata de “IL FANTASMA DI ANDERSEN”, un breve romanzo in cui un adolescente è visitato dal fantasma di HCA, che gli racconta la storia della sua vita. La mia idea era stata quella di pubblicarlo come opera a quattro mani, firmata da (in grande)

                                                              H.C. ANDERSEN

e da (molto piú in piccolo)

                                                               Solingo Augellin

(= pseudonimo di Lucio Angelini), visto che i ricordi di Andersen sono tratti di peso da “LA FIABA DELLA MIA VITA”, autobiografia del Nostro.

Questo l’incipit: 

“Là fuori, nel mondo, c’è un tale marasma (infuriano guerre, distruzioni, malattie nuove, soprusi appena inventati), che preferisco starmene buono e tranquillo in questa specie di casa-armadio, dove nessuno può venirmi a cercare. Volete sapere perché mi chiamo Solingo? È presto detto. A mio padre, marchigiano di Recanati, piacevano un sacco le poesie di Leopardi e in particolare l’apostrofe:

Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume non ti dorrai… ”

Purtroppo, non avendo fatto il liceo classico (e probabilmente nemmeno le scuole medie), era convinto che Solingo fosse il nome della bestiola, cosí, quando nacqui, trovò poetico appiopparlo anche a me. E tuttavia, in qualche misterioso modo, quel nome riuscí a influenzarmi il carattere (i latini dicevano ‘Nomen omen’, no?), perché solitario divenni davvero. O magari fu solo una coincidenza, ma mia madre, per tutta l’infanzia, non fece che domandarmi:
“Perché non vai al campo a giocare con gli altri bambini?”
“Uffa, mamma, ma che fastidio ti dò?”
“Sei pallido come un morto. Dovresti stare di piú all’aria aperta, correre nel sole!”
“Preferisco stare all’aria chiusa”, tagliavo corto io. E non c’era verso che le dessi retta. Me ne stavo ben trincerato nel magazzino, fra cataste del piú bizzarro ciarpame, in mezzo al quale avevo eretto un rudimentale teatrino.
L’episodio piú eclatante della mia fanciullezza fu quando, probabilmente attirato dal teatrino stesso, mi apparve il fantasma di un ragazzo alto, dinoccolato e dal grande naso.
“Ciao, che fai?”, mi chiese con voce squillante.
Io ero spaventatissimo, ma feci il possibile per non darlo a vedere.
“Sto costruendo una marionetta”, balbettai.
“Il brutto anatroccolo, vedo.”
“Sí, qualcosa del genere.”
“Ti converrebbe farne due esemplari, allora: uno piccolo e sgraziato per la prima parte della storia, l’altro in forma di magnifico cigno.”
“E chi ti assicura che il mio anatroccolo dovrà diventare un magnifico cigno?”
“Be’, è cosí che succede nella mia fiaba.”
“Perché, chi saresti?”
“Hans Christian Andersen.”

Immagino che vorrete sapere i dettagli dell’apparizione: com’era vestito, di dove fosse sbucato esattamente, eccetera. Purtroppo non li ricordo. So solo che, superato lo sbigottimento della prima volta, a poco a poco mi abituai all’idea che Hans Christian dovesse materializzarsi, fino a non farci piú caso. Certo, se in magazzino entrava qualcuno, lui aveva la discrezione di ridiventare di colpo invisibile, un po’ per non costringermi a maldestre spiegazioni, un po’ perché ai fantasmi, credo, non piace mostrarsi proprio a chiunque. Non che io avessi dei meriti particolari, per carità!, per beneficiare delle sue epifanie. Solo che, come mi confessò un giorno, da bambino aveva amato anche lui giocare con le marionette costruitegli da suo padre e, insomma, doveva essere tutta una questione di antenne. Lui le faceva vibrare a me, io, evidentemente, a lui. A un certo punto gli chiesi di raccontarmi nel dettaglio la sua storia. Hans Christian accettò, ma preferí diluirla nel corso di molte apparizioni, evocando ora questo, ora quell’altro episodio.”

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Oggi – 6 luglio 2006 – appare sulla stessa webzine la nona e ultima puntata. Ecco l’explicit:

Là fuori, nel mondo, c’è un tale marasma (infuriano guerre, distruzioni, malattie nuove, soprusi appena inventati) che preferisco starmene buono e tranquillo in questa specie di casa-armadio, dove nessuno può venirmi a cercare. “Tu, solingo augellin, venuto a sera del viver che daranno a te le stelle, certo del tuo costume non ti dorrai… ”, ripeteva estasiato mio padre, senza capire appieno il senso di quei versi.
“Papà, ma gli uccellini non portano il costume!”, provai a contestarlo un giorno. “Se hanno voglia di tuffarsi in un ruscello, lo fanno cosí come sono, vestiti di piume.”
Poi, al liceo, conobbi il resto della poesia:

“A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dí futuro
Del dí presente piú noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.”

Ricordo che a sedici anni, come Andersen, continuavo imperterrito a giocare con le marionette da me stesso fabbricate, per le quali mi divertivo a confezionare i piú estrosi guardaroba. La mia fantasia era a tal punto assorbita da quegli ornamenti burattineschi che spesso mi fermavo a guardare le vetrine dei negozi di tessuti, immaginando tutti i manti reali, gli strascichi e le variopinte casacche che avrei potuto ricavarne. Mi figuravo quelle stoffe lussuose sotto le mie forbici e ne gioivo. Purtroppo la vita, di lí a non molto, avrebbe iniziato a impartirmi, una dopo l’altra, le sue dure lezioni, e il fantasma di Hans Christian a diradare le sue visite fino a interromperle del tutto. Eppure anche in seguito, nei momenti di piú acuto sconforto, mi sarebbe bastato evocarlo mentalmente perché Hans Christian, in qualche misterioso modo, tornasse a farmi sentire la sua presenza. “Ehi, Hans Christian”, lo supplicavo, “dove sei? Non vorrai mica abbandonarmi nell’ora della prova, vero?”. Ma era una domanda retorica. Sapevo perfettamente che Hans Christian Andersen non mi avrebbe mai tradito, anche se adesso, per rincuorarmi, non aveva piú bisogno di materializzarsi come un tempo.

Ringrazio di cuore Giuseppe Genna e Valerio Evangelisti per l’ospitalità concessami e abbraccio quanti hanno hanno avuto la pazienza di fermarsi ad ascoltare i ricordi del mio specialissimo amico…:- )

Qui tutte le puntate di questo romanzo on line

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Lunedì, ottobre 09, 2006

UN PICARO PATAVINO 

“Il protagonista di Lazarillo de Tormes (titolo originale: ‘La vida de Lazarillo de Tormes y de sus fortunas y adversidades’, romanzo anonimo spagnolo del XVI secolo),  è un giovane accattone sempre affamato che si guadagna da vivere con mille astuzie, al servizio via via di un cieco, di uno scudiero squattrinato, di un frate che fa commercio di bolle pasquali, di un pittore di tamburelli, finché diventa banditore di vini per conto di un arciprete di cui sposerà la serva, dividendo poi la moglie con il padrone in cambio di una certa tranquillità economica. Lazarillo è l’antieroe di un’epoca di retorica imperiale e di gusto sostanzialmente aulico o predicatorio, così come il protagonista del romanzo di Giulio Mozzi “Fantasmi e fughe” è l’antieroe di un’epoca di nuove retoriche. Lazarillo anticipa il romanzo picaresco spagnolo del XVII secolo (di cui non ha tuttavia le preoccupazioni moralistiche, né il gusto barocco della caricatura). I suoi tratti (la risoluta presenza di un io narrativo che introduce la finzione autobiografica con asciuttezza quasi cronachistica, la limpida e razionale ironia, l’autonomia che vi acquista la narrazione della vita quotidiana e stracciona; una narrazione libera da ogni preoccupazione didascalica e moraleggiante) sono anche in “Fantasmi e fughe” di Giulio Mozzi… ”

Il resto qui.

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martedì, giugno 28, 2005

EDGAR ALLAN POE, “FIGLIO DI VOLONTÀ”.

Edgar Allan Poe, “Figlio di volontà

(in “Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!”, edizioni LIbri Molto Speciali, Venezia.)

“Figlio di volontà”, più noto come (anzi, finora noto solo come) “William Wilson” è un racconto sulla dualità della natura umana e di quella di Poe in particolare. Narra la storia di un un giovane malvagio perseguitato da un doppio buono, sempre pronto a sventarne le scelleratezze. Ma il WW cattivo ucciderà in duello quello buono. La quarta di copertina evidenzia la frase rantolata dal William buono morente tra gli spasmi dell’agonia:

Tu hai vinto, e io soccombo, ma tu pure, da questo momento, sei morto… sei morto al Mondo, al Cielo, alla Speranza! In me tu esistevi, e ora, nella mia morte, in questa immagine che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso!

Il racconto è stato inserito nel volume per varie ragioni: perché è parzialmente autobiografico e pertanto contribuisce a completare il quadro delle esperienze giovanili dell’autore, gettando luce anche sul rapporto tra Edgar Allan Poe e il padre adottivo così come emerge dalle lettere a lui inviate tra i diciassette e i ventiquattro anni. Ma soprattutto perché riguarda quei conflitti irrisolti, quella mancata integrazione fra le diverse componenti della personalità che segnarono per sempre la vita e, di riflesso, anche l’opera di Edgar Allan Poe.

Naturalmente il titolo italiano (“Figlio di volontà”) è anche la traduzione letterale del cognome inglese “Wilson”, ma non è certo questa la ragione per cui ho deciso di utilizzarlo come tale. Nessun traduttore meno che imbecille si sognerebbe mai di tradurre i cognomi dei personaggi, se non in presenza di una ragione del tutto particolare. E comunque, a parte il titolo, anche nel testo italiano il protagonista del racconto continua a chiamarsi tranquillamente William Wilson come nell’originale.

C’è un passo-chiave all’inizio del racconto in cui il narratore afferma, parlando della propria infanzia:

“Divenni ostinato, dedito ai più sfrenati capricci e preda delle più incontrollabili passioni… a un’età in cui pochi figli hanno già abbandonato le proprie dande* mi ritrovai alla mercé della mia stessa volontà, divenendo in tutto, fuorché nel nome, il padrone delle mie stesse azioni.

Attiro la vostra attenzione su quel “fuorché nel nome”: sia il nome che il cognome del protagonista del racconto contengono il termine WILL: volontà.

Il cognome Wilson contiene anche SON (figlio), ovvero: “figlio di volontà”. Will, naturalmente, è anche l’ipocoristico di William, il cui lontano etimo onomastico è il germanico Willihelm, composto di wilja (volontà) e helma (elmo, protezione): “elmo della volontà”, “volontà che protegge” (così in Dizionario dei nomi italiani di Emidio De Felice, alla voce Guglielmo). Ma tanta volontà – come abbiamo sentito – non funge affatto da elmo per il povero William, né da sua guida o protezione. Lo trascina, invece, in un deserto di errore, rendendo il suo cognome “oggetto di sdegno, di orrore e di abominio” per la sua “stirpe di cui i venti hanno sparso fino alle più remote regioni del globo l’ineguagliata infamia”.

Nel racconto “William Wilson”, ripeto, il tema della volontà, sviluppato come opposizione tra “essere padroni della propria volontà”(Willmaster) o solo “figli della stessa”(Wilson), (responsabili o irresponsabili delle proprie azioni e del loro corso) è centrale. Ed è un’opposizione che rimanda immediatamente a un’altra: quella tra l’essere artefici del proprio destino o meri automi predeterminati/giocati dallo stesso.

Lo scopo del racconto (premette il narratore) è proprio quello di spingere chi legge a pensare che William Wilson non fu così totalmente colpevole della propria INFAME condotta, ma – almeno in piccola parte – preda di circostanze particolarmente sfavorevoli, VITTIMA di tentazioni al di sopra dell’umano controllo. “Nessuno [protesta] era mai stato TENTATO così prima di me!”. Quanto a lui, farebbe volentieri a meno di raccontare le sue vicende, precisa, se non fosse spinto dal desiderio di indurre chi legge a individuare qualche possibile OASI di fatalità, in mezzo a tanto DESERTO di errore, proprio per ammorbidire il giudizio di infamia rimasto appiccicato al proprio nome, ed evidenziare quante più possibili attenuanti.

 “I miei genitori”, racconta Wilson, “erano irresoluti e minati da debolezze analoghe alle mie. Non poterono fare che poco (“osarono solo fiacchi e mal diretti tentativi), di conseguenza, per arginare le malvage tendenze che andavo manifestando.” E fu così che egli si ritrovò troppo presto “alla mercé” della sua stessa volontà, padrone delle sue stesse azioni, fin troppo libero di sceglierne il corso secondo i dettami del freudiano principio di piacere, anziché essere indirizzato ad adeguarsi progressivamente al principio di realtà, quando compito dei genitori sarebbe proprio quello di proteggere i figli non solo dai pericoli del mondo esterno, ma anche da quelli derivanti dalle loro stesse tendenze.

Alla fine del racconto, il narratore dice che cercò invano di fuggire dal proprio persecutore perché il suo cattivo DESTINO (“evil destiny”) lo inseguì dovunque, fino alle estreme regioni della terra, come trionfante. L’altro Wilson, il suo doppio, il persecutore è, dunque, identificato esplicitamente con il destino. Fin allora, dice, “mi ero sempre passivamente sottomesso al suo imperio” (“I succumbed supinely to this imperious domination”), ma poi mi feci sempre più insofferente (“more and more impatient of control”): iniziai a opporre resistenza. Con l’aumentare della mia fermezza, parve diminuire quella del mio tormentatore. Alla fine decisi di non accettare più di essere schiavizzato dal mio doppio (“to be enslaved”) e tentai di ucciderlo, ma fu proprio nel duello finale che scoprii – carramba che sorpresa! -, che il mio persecutore, ovvero il mio destino, aveva i miei stessi lineamenti… che il destino ero io stesso! Il messaggio del racconto, a questo punto, esplode in tutta la sua positività (a dispetto di quanti considerarono le opere di Poe profondamente immorali e corruttrici): Siamo noi stessi il nostro destino. Non è lui a plasmarci, ma noi stessi a plasmare lui. Dipende da noi, da una nostra eventuale lotta coraggiosa, la possibilità di costruirci una vita migliore. Come nelle fiabe, anche nei racconti di Poe la vittoria (o la sconfitta) finale non è mai sugli altri, ma solo su se stessi e sulla propria componente di malvagità. Se non vogliamo, come WIlson, morire alla speranza, restare lacerati e distrutti dalle nostre stesse ambivalenze, è necessario che le integriamo per rinascere a un livello superiore di maturazione.

Commenti al post: EDGAR ALLAN POE, “FIGLIO DI VOLONTÀ”

28/06/2005 10:28

#1 AlbertoGiorgi

AlbertoGiorgi

ciao,
e se Poe avesse invece pensato a will-i-am, io sono volontà?
allora si che potremmo avere il doppio anche nel nome, l’essere-volontà e l’essere-figliodellavolontà. che dici?

28/06/2005 11:08

#2 Lucio Angelini

utente anonimo

Bravissimo. Molto interessante. Quasi quasi rielaboro il tutto:-)

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12 settembre 2005

ASPETTANDO ANDERSEN

Il  22 e il 23 settembre alla Biennale Teatro di Venezia il gruppo teatrale danese Hotel Pro Forma presenterà lo spettacolo “Jeg er kun skindød” (Sono solo apparentemente morto).

              www.ionlyappeartobedead.dk 

Sono solo apparentemente morto” era scritto nel biglietto che Andersen teneva sul comodino quando andava a letto tutte le notti. Lo spettacolo, che rievoca il lato angoscioso e notturno delle fantasie e dei viaggi di Hans Christian Andersen, si svolge su un palcoscenico lungo e stretto. La profondità e la distanza fra pubblico e interpreti vengono sostituite da intimità e percezione panoramica dello spazio. I cantanti e attori entrano da sinistra e camminano verso destra, come le parole lette in un libro. Singolarmente, in coppia, o in gruppo, essi compongono e disfano tableaux che rappresentano la strada in cui si svolgono gli avvenimenti della vita di Andersen.              

 A Parma dal 7 e l’8 ottobre il teatro Lenz Rifrazioni presenta lo spettacolo “Den lille Havfrue” (La sirenetta).


venerdì, settembre 23, 2005

SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO

Non mi era mai successo di dover firmare una liberatoria per poter assistere a uno spettacolo. Ho dovuto farlo ieri sera alle 22 per sottopormi a “FEED”, di Kurt Hentchlager (al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia  il 20, 21, 22 settembre), La Biennale Teatro.

Ecco il testo:  

Il sottoscritto…, nato a…, il…, residente a….  A conoscenza della particolarità dell’azione scenica e cioè che l’area scenica sarà completamente satura di fumi non tossici dal 30° minuto al 45° minuto, limitando la visibilità a pochissimi centimetri e creando un effetto di assoluto isolamento visivo, con utilizzo anche di luci stroboscopiche per 15 minuti, e quindi opportunamente informato, partecipo sotto la mia personale responsabilità alla performance, esonerando la Fondazione La Biennale di Venezia da qualsiasi azione di rivalsa derivante da inconvenienti che potrebbero accadermi durante il periodo dell’azione sopra descritta.  (Firma)

Compilo, entro e mi siedo. L’altoparlante avverte che è presente del personale medico in caso di disturbi, allucinazioni, malori e quant’altro. La cosa si fa interessanteJ

Su un grande schermo vengono proiettati dei manichini che danzano, fluttuano, si intrecciano, hanno scatti epilettici. Poi iniziano le fumarole. Gran nebbione, ma si riesce a non tossire. Finalmente iniziano i sospirati bombardamenti stroboscopici e, come da opuscolo, Feed si fa  “pura sensazione di luce, dove le presenze immateriali affogano e scompaiono, MENTRE LE RETINE DEGLI SPETTATORI, NON RIUSCENDO A ELABORARE TUTTE LE ONDE LUMINOSE, GENERANO OGNI TIPO DI FORMA E FENOMENI

Tutto vero. Certo, divertente e vagamente lisergico, ma  

        NIENTE A CHE VEDERE CON LO STRAORDINARIO, ALTISSIMO    SPETTACOLO  

“SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO” 

manovra musicale visuale su Hans Christian Andersen, da cui ero reduce e di cui vi parlerò domani.

Troooooooooooppo bello!

Che pena mi fate voi che NON l’avete visto. Si replica  oggi 23 sempre alle 20.00, ma i biglietti sono pressoché introvabili

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24 settembre 2005

SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO” [prima italiana]

Teatro alle Tese (Terza Tesa), ore 20.00, 22-23 settembre 2005

LA BIENNALE DI VENEZIA, 37. Festival Internazionale del Teatro

ALCUNI GIUDIZI:

“Mi ha lasciato completamente sopraffatto e quasi apparentemente morto, tanto è stato il godimento per gli occhi e le orecchie” (Lucio Angelini)

“Ancora una volta Kirsten Delholm ha creato una performance meravigliosa – e mai troppo magica – ai confini fra il teatro della performance, l’architettura, l’arte visiva e il concerto. Il culmine assoluto è l’OPERA CORALE QUASI SACRALE, DI INCANTEVOLE BELLEZZA, del tedesco Manos Tsangaris, elaborata elettronicamente con consumata abilità da Simon Stockausen” (Ekstra Bladet)

“NINNA STEEN è carismatica e allo stesso tempo inquietante nel ruolo dell’infelice Andersen e, insieme agli altri 14 cantanti della performance, che provengono tutti dal DR Radiokoret, porta la rappresentazione ai massimi livelli (Børsen)

“Una cosa è certa: le immagini di Hotel Pro Forma sono fra quelle che rimarranno impresse sulla retina anche quando l’anno anderseniano sarà terminato.” (Berlingske Tidende)

“Le sue immagini a più livelli innescano associazioni e sono condensate di volta in volta in momenti di grande forza” (Frankfurter Rundschau)

“Gli interpreti assumono atteggiamenti ‘parlanti’, ma cantano. Talvolta cantano con serafica bellezza, talvolta invece con un tono rude che impedisce a ogni armonia di affacciarsi sul palcoscenico. Il DR Radiokoret è di prima categoria – un gruppo eccellente” (Kölner Stadt-Anzeiger)

NOTA BENE:

PER CHI NON È RIUSCITO A TROVARE POSTO A VENEZIA, ECCO LE PROSSIME DATE:- )

3/11/2005 20:00 Theremin Scalascenen, Århus Teater, Denmark

12/1/2006 20:00 I only appear to be dead Spielzeiteuropa – Berliner Festspiele

13/1/2006 20:00 I only appear to be dead Spielzeiteuropa – Berliner Festspiele

14/1/2006 20:00 I only appear to be dead Spielzeiteuropa – Berliner Festspiele

2/2/2006 21:00 The Algebra of Place 1 Axelborg, Vesterbrogade 4, København

Notizie generali (rubo qua e là dal volantino): 

Diretto da Kirsten Delholm con le musiche (splendide) di Manos Tsangaris e gli effetti elettronici di Simon Stockhausen, “SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO” (Jeg er kun skindød) presenta 14 cantanti del DR Radiokoret e la performer Ninna Steen (che interpreta Andersen). Un suono polifonico in un paesaggio panoramico. Lo scenario è un corridoio lungo 28 metri su un lato del quale si ergono 32 immagini ad altezza d’uomo: rappresenta la strada della vita e diventa per gli interpreti uno stupefacente contesto di interazione.

“SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO” è  una performance sullo scrittore danese Hans Christian Andersen che, nella rappresentazione dello straordinario gruppo Hotel Pro Forma, è “un uomo perseguitato da demoni, ansia, vanità e solitudine. Un uomo che cerca sempre un senso di appartenenza, ma che non sente mai di avere ottenuto riconoscimento. Un uomo con un’enorme sensibilità che sopravvive grazie a un umore nero e a una vera immaginazione artistica”.

“SONO SOLO APPARENTEMENTE MORTO” è basato sui diari di H.C. Andersen. Canto e recitativo sono in italiano, tedesco e danese. Il titolo fa riferimento al biglietto scritto a mano che Hans Christian Andersen teneva sul comodino di notte per paura di essere sepolto vivo (una delle sue ossessioni), così come teneva sempre in valigia una corda per calarsi dalla finestra dei vari alberghi in cui alloggiava in caso d’incendio:- )

Hotel Pro Forma è una società di produzione che si occupa di performance e mostre. Ogni produzione è un nuovo esperimento e una nuova ricerca che contiene una doppia messa in scena: contenuto e spazio.

L’architettura e la tradizione del luogo (a Venezia: la “Terza Tesa” dell’Arsenale) sono parte della rappresentazione. Percezione, prospettiva e temi del mondo attuale si mescolano in un’opera d’arte concettuale, interdisciplinare. Ogni produzione è il risultato di una stretta collaborazione tra professionisti di diverse discipline: arte visiva, architettura, musica, cinema, letteratura, scienza e media digitali. Gli interpreti vengono scelti accuratamente per ogni performance.

PRO FORMA: a prima vista, qualcosa che non ha un vero senso letterale, nell’interesse della forma.

Hotel Pro Forma è stato fondato nel 1985 da Kirsten Dehlholm, direttore artistico e artista visivo.

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venerdì, febbraio 01, 2008 

MASSIMO CACCIARI SU AMLETO

Anche per il 2008 la Biblioteca Civica di Mestre ha proposto una rassegna di “Prime Lezioni di…”,  appuntamenti di un’ora circa con carattere divulgativo, pensati per affrontare nuove conoscenze e mettere in movimento il patrimonio librario. Si è iniziato mercoledì 30 gennaio 2008 alle ore 18.00:

PRIMA LEZIONE DI… FILOSOFIA: MASSIMO CACCIARI presenta La Tragedia di Amleto 

L’altro ieri, appunto, sono andato ad ascoltare le riflessioni del mio sindaco sulla nota tragedia shakespeariana (non dev’essergli bastata la faticaccia di tradurre l’Antigone). È stato introdotto da un tizio che si è così sbilanciato: «Pensi che mio figlio, di appena quattro anni, quando l’ha vista in televisione ha domandato: “Chi è quel ragazzo?”. E io gli ho risposto: “Il nostro sindaco!”»

Cacciari gli ha battuto una mano sulla spalla come a dire: «Eh, sì, noi ragazzi del ’44…», ma è comunque vero che il suo stato di conservazione è sorprendente: barba e capelli ancora nerissimi e folti, fisico magro e nervoso, fidanzate piuttosto giovani…  :- )

Bando alle chiacchiere. Ora vedo se riesco a ricostruire per voi, a spizzichi e bocconi, la sua conferenza su Amleto:

«Il dilemma tra “essere o non essere” va inteso, in realtà, come dilemma tra “agire o non agire”. Non fare, non agire è non essere, una scelta che non sarebbe poi così difficile se solo si fosse sicuri che dopo la vita c’è il nulla. Purtroppo sicuri non siamo, pertanto non riusciamo a scegliere di non essere, ovvero di non agire. Amleto, appunto, non sa sospendersi dal fare. Il fantasma del padre lo incita all’azione immediata (“Fai vendetta!”), ma lui, che la coscienza del marcio e del dolore ha reso insecure, si abbandona alla meditazione: “There is a divinity that shapes our ends…“, c’è una divinità che dà forma ai fini dei nostri pensieri, ai risultati del nostro agire, una divinità che porta a termine i nostri progetti. Il dramma di Amleto ci svela che siamo, sì, gli esseri che fanno la storia, ma senza sapere dove il nostro agire condurrà. La meditazione di Amleto sulla vendetta arresta la vendetta. L’agire indicato dal padre (“Fai vendetta!”) appartiene a un etos passato, per il quale essa è un atto naturale. Ma Amleto, per vendicarsi, ha bisogno di grounds, di fondamenti. Deve giustificarselo, cercare le prove di quanto gli è stato detto dallo spettro, a costo di farsi rimproverare di essere “unpregnant of my cause…  L’ucciso era veramente innocente? Amleto non vuole sospendersi, ma sa che l’end non gli appartiene. Solo le idee sono degli uomini, non i tempi in cui vivono o i fini. Il to act di Amleto è un fare corroso dal dubbio (“What should we do?”). Sa di dover fare, e fa, ma il suo fare è diverso da quello degli eroi tragici greci (per es., di Edipo) [qui Cacciari ha irrorato il discorso di vari borbottii in greco, n.d.r.]. Amleto non ha modelli: non Orazio, che rappresenta l’ideale stoico dell’imperturbabilità, del non lasciarsi travolgere dagli eventi ma “tirarsene fuori”; non Fortebraccio, non Laerte; e nemmeno Polonio, che ha un codice di pura esibizione ed intrigo. Amleto non ha ambizioni di regno, né dimensioni cristiane: non è un’anima bella. Si sbarazza senza tentennamenti di Rosenkranz e Güldenstern, perfidi amici che ripaga con la loro stessa moneta.  Il fantasma gli svela non un delitto, ma la totale crisi di un mondo: tutto è marcio, in disfacimento. Ofelia stessa è la promessa di una futura catastrofe. Sua madre è un’anima malata, sick soul. E se tutto è malato, persino l’amore di Ofelia, come agire in questo mondo? Amleto si eleva alla coscienza che non possiamo essere lasciati in pace, né lasciare in pace. La vita presenta continui bivii, e l’agire di Amleto, che pur agisce, è un agire insicuro. Se amasse Ofelia, si confiderebbe con lei. Ofelia è l’unica figura totalmente innocente e pura della tragedia, la vera folle contrapposta alla follia recitata di Amleto. Solo davanti al cadavere di lei, uccisa dalle sue parole, Amleto intuisce che la vendetta è una prigione. Saper amare era la sua unica possibilità, ma Amleto l’ha tradita. Il dramma classico perveniva a una posizione di sapere, Amleto no. Amleto decide in completa insecuritas, agisce senza fondamenti, pur agendo : “Sith I have cause, and will, and strength, and means to do’t “. Si pone fuori dall’ordine, è straniero a tutti i mondi (il politico, il cortigiano… ), per questo, come il matto, vede bene il mondo, ma a differenza del fool non è un contemplativo, agisce nel modo ben compreso e ben evidenziato dal poeta americano W.H. Auden: la sua sola possibilità è agire in maniera imperfetta, ovvero recitando (to act significa, appunto, recitare). I commedianti a corte rivelano la competenza teatrale di Amleto, il cui paradosso è soprattutto questo: da un lato vorrebbe essere davvero ciò che recita, dall’altro non riesce a identificarsi nella parte. Vorrebbe che la sua recita fosse la realtà, la sua prassi un perficere, il suo recitare identico all’agire, ma sa che mettendosi una maschera dopo l’altra non fa che giocare con meri ruoli, sempre consapevole del marciume insito in ciascuno di essi. Poiché non vorrebbe recitare, recita malamente. Il dominio dei valori tradizionali è corroso dal dubbio.  È alla ricerca di nuovi ordini attraverso il conflitto, ma il crollo dei valori del passato non gli dischiude alcuna nuova idea di verità. Dramma vuol dire azione, e tuttavia il destino di chi regna è recitare. Nella scena del mondo (“All the world’s a stage, And all the men and women merely players…“) l’unica forma di libertà è quella di Ofelia, che sceglie la morte. Amleto vive nell’ amor inordinatus, non più innocente… Eccetera.

Al termine della conferenza (“Qualche domanda dal pubblico?”), volevo chiedere a Cacciari: “Ma un sindaco che quasi ogni giorno, nel suo piccolo, ha a che fare con il cosiddetto ‘marcio in Danimarca’, non è mai attanagliato da dubbi amletici?”

Per fortuna, poi, il comune senso del pudore ha avuto il sopravvento e ho ricacciato giù la domanda, peraltro squisitamente retorica (chi non sa che Cacciari recita la parte di sindaco?):- )

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mercoledì, giugno 04, 2008

WU MING 1 FUORI DAL VASO

Attualmente non godo di molte simpatie presso certi internet-tuali che fino a qualche settimana fa non mi lesinavano le loro espressioni di stima, ma – come si sa – panta rei… tutto scorre. Pazienza.

Ho ricevuto, in compenso, una nomination dal blogger IDIOTA IGNORANTE, che non conoscevo e di cui copio-incollo il post  “IDIOTS ON THE WEB“:

http://idiotaignorante.splinder.com/post/17299313

venerdì, 30 maggio 2008 

Idiots on the web

«Tre anni fa, iniziai a fare il bloggarolo per futili motivi: sparare un paio di cazzate, passare il tempo, scrivicchiare, dare noia al prossimo. Direi che ce l’ho fatta, e quindi mi ritengo un bloggarolo soddisfatto causa adempimento degli obiettivi. C’era anche un altro motivo, decaduto nel tempo come il carbonio 14: la derisione degli imbecilli che si danno un fracco d’arie dall’alto dei loro sblogbs. La cosa mi ha annoiato presto, primo perché non sarei mai stato in grado di raggiungere i livelli di Blogdiscount, secondo perché passata la buriana dei blogbs, nessuno ha più metabloggato molto – l’argomento è diventato palloso e sterile… [cut]… Fra la gente più degna di ingiuria e pesci in faccia si è sempre distinta la cricca dei Carmillati, quegli individui barbuti e barbosi che si radunano intorno a CarmillaOnLine e alla figura di Valerio Evangelisti, quei buffi soggettoni convinti davvero di avere un’importanza determinante nel pensiero contemporaneo, nella critica letteraria, nella letteratura, probabilmente anche nel giardinaggio e nella formula uno… [cut]… La dinamica della cricca di Carmilla è la seguente. Quando un membro della cricca pubblica qualcosa (solitamente un libro brutto e noioso), tutti gli altri lo elogiano sbrodolando frasi incomprensibili, per esempio nelle ciclopiche discussioni sul blog della Lippa. Chi osasse avanzare un minimo dubbio viene subito attaccato: prima dalle groupie, poi eventualmente dagli scrittori stessi, che di solito col loro fare paternalistico e saccente sono anche peggio delle groupie che ringhiano e digrignano i denti invocando la censura dei blog (esemplare il caso di Bucknasty, come pure la mia ultima scoperta Lucio Angelini).

L’elogio spudorato di ogni prodotto della cricca è, naturalmente, di casa su tutti i blog e i siti che alla cricca stessa fanno capo. Non si conta, tanto per fare un esempio, il numero dei capolavori totali della letteratura-anzi-Letteratura che secondo GGG (Giuseppe Genna Geimson) sono usciti negli ultimi tre o quattro anni. È un caso che siano tutti di amici suoi? E che dire dell’ego smisurato dei Wu Minghia, autori, in testa loro e basta, di incredibili beffe mediatiche che avrebbero scombussolato l’orizzonte cognitivo planetario, mentre in realtà si tratta di stronzate che interessano solo alle loro groupie mentre tutto il resto del mondo le ignora placidamente?

New Italian Epic (sbroc sbroc)!

Tutta la pappardella lì sopra serve per preparare il terreno ad una delle più ridicole e altisonanti cazzate mai partorite dai cervelli dei Wu Minghia. Una cazzata che, naturalmente, trova subito eco nei soliti ambienti, mentre altrove se ne fregano alla grandissima. Premessa: io a volte ci vado su CarminchiaOnLain perché, in mezzo a palle noiose, ci compaiono pure articoletti interessanti di varia natura. Non sempre, anzi, c’é da scavare un po’, ma ci sono. Bene, ultimamente cosa va a inventarsi uno dei Wu Minghia? Ma è ovvio, il New Italian Epic!! L’incredibile interessantissima determinante superlativa metaletteraria corrente narrativa rivoluzionaria teorico massmediatica ginecologica! Quella robusta ponderazione teoretica che scardina il postmoderno nel metastorico! Voglio dire, se siete arrivati a metà dell’ultima frase, avete già guadagnato tre punti di QI. E la trovate tutta, la ponderazione teoretica, in un comodissimo file pdf da stampare e studiare e ristudiare, per essere finalmente metastorici come si deve.

Come quasi ogni outpustz dei WuMinghia, “New Italian Epic” è sia presuntuoso che noioso. Ho provato, in passato, a leggere “Havana Glam”, “Guerra Agli Umani” e “New Thing”, e li ho tutti mollati a metà da quanto erano pesanti e inutili. Piccola parentesi: non li ho comprati, li ho scaricati liberamente dal loro syto. Detto questo, si può anche procedere con l’esame del NIE, che si articola in sette punti:

1) Don’t keep it cool and dry (ahahahahahahahaha, aggiunta mia, si comincia bene!).
Ovvero, contaminate i generi, oppure usate un solito genere dicendo che viene dalla contaminazione di altri N generi, l’importante è oltrepassare i confini del postmoderno senza gelida ironia ma con piena assunzione di responsabilità, no alla playsfulznesstrz, o almeno a troppa, e insomma, continuate a scrivere i soliti libri ma cercate di convincere la gente che non è così. Tanto non li leggono!

2) Sguardo obliquo, “azzardato” del punto di vista.
Un punto di vista corale, una molteplicità di punti di vista, una visione non univoca della realtà e degli stessi avvenimenti, ma su uno sfondo unificante, che però non permette di avere una visione chiara. Chissà perché, a George RR Martin riesce benissimo, a GGG manco per il cazzo!


3) Complessità narrativa, attitudine popular.

Quantomeno si dovrebbe cercare di non essere pallosi come la merda, [z]iocàn. È forse questo uno dei motivi per cui “Gomorra” (ci si ritorna dopo) vende un sacco, è best seller e long seller, mentre GGG manco per il cazzo?

4) Storie alternative, ucronie potenziali.
Evocare in maniera diretta o indiretta lo spettro di P.K. Dick assicura sempre la giusta dose di modaiolità e contemporaneità. Ecco che compaiono ratte la Storia Alternativa e l’Ucronia, che pavlovianamente portano a “La Svastica Sul Sole”.

5) Sovversione “nascosta” di linguaggio e stile.
La sperimentazione che non si nota – lì per lì sembrerebbe di leggere una cosa normale, ma poi ZZZAC, non è così. C’è la sovversione nascosta, che non vuol dire che i libri vengono pubblicati in

ROT13. In realtà vuol dire che le parole vengono tolte dal loro alveo semantico (ahahaha, parole non mie!), oppure le frasi private di avverbi importanti, e insomma si resta nell’indefinito perché le tue capacità cognitive sono messe in dubbio dal linguaggio sovversivo. Cioè dirai che GGG scrive di merda e butterai via il libro, com’è giusto che sia.

6) Oggetti narrativi non identificati.
E qui veramente si sbrocca di bolina. No, non esiste proprio che uno mi dica che un romanzo che commistiona i generi, i tipi di testo, i tipi di linguaggio, insomma che faccia cose già fatte da John Dos Passos, John Brunner o Alfred Bester da almeno quarant’anni, sia un oggetto narrativo non identificato, perché poi supera anche il postmoderno. Gli rompe il cazzo a Wu Minghia che non ci siano definizioni nuove e che tutti parlino sempre di postmoderno senza indicare in lui il vate di una nuova corrente letteraria. Arrenditi Wu Minghia, sei ancora un postmoderno.


7) Comunità e trasmedialità
(e il budello di tu’ ma’, si dice qui in riviera toscana).
Avete presente quello che fa JJ Abrahams, che attorno alle sue produzioni dissemina narrazioni multimediali laterali che si integrano in un mosaico più grande? Ecco, per Wu Minghia pure questo è NIE, anche se nessuno ne sa niente. Storytelling multimediale. Cazzo, sono impressionato. Mai l’acqua calda era stata descritta in maniera tanto altisonante.

Queste caratteristiche si trovano nei romanzi del NIE, tutte o in parte. Vista la vacuità delle caratteristiche stesse, questo permette un buon gioco nell’includere tutto quello che si vuole nel NIE, magari (chissà come mai) pure gli amici, vedi Bazzi Gionz.

Naturalmente, e lo dico solo per un inspiegabile moto di bontà, potrebbe trattarsi solo di una simpatica bufala: quando nel saggio si parla di presentazione del panorama NIE in alcune conferenze universitarie americane, il dubbio si insinua, e poi arrivano le risate.

Concludenza

Rileggendo il micidiale saggio di Wu Minghia per scrivere ‘sta roba qui, c’era una sensazione strisciante di malessere e fastidio che non mi riuscivo a spiegare. Eppure eppure doveva esserci, da qualche parte, una spiegazione. Non era il saggio in sé, perché ci sono cose anche peggiori da leggere, vedi “Havana Glam”. No. Ora ho capito. I sette punti del NIE, per quanto enunciati e scritti col culo, sono tutti quanti (tranne il sette, che è quello di cui si hanno meno riscontri) caratteristici di uno dei più grandi scrittori viventi: James Ellroy.

Quanta merda è stata prodotta da gente che voleva, invano, proporsi come Ellroy pizza-e-mandolino? Tantissima.

Quale scrittore è amato e riverito con aggettivi incomprensibili da GGG, Wu Minghia etc? James Ellroy.

Quale libro è riuscito, per certi versi, a diventare un noir italico ucronico metastorico ellroyano di qualità? “Gomorra” di Roberto Saviano.

Ed ecco che il guazzabuglio sconclusionato del NIE, così artificioso, presuntuoso e noioso, assume una chiave di lettura tutta nuova: un branco di cazzari che tenta di salire sul carro del vincitore, cioé di quello scrittore che ha realizzato tutti i loro obiettivi artistico/commerciali senza cagarli di striscio e per un grosso editore. Ah, le risa! Come dice il Dr. House, gli idioti sono divertenti, per questo ogni villaggio ne vuole uno.» 

Intanto stanno uscendo articoli quali: “La rinascita dell’epica italiana? «È soltanto autopromozione» di FRANCESCO BORGONOVO

Ovviamente i commenti (smaccatamente postmoderni) di WM1 in Lipperatura sono del tipo:

Io dico solo questo: è BELLISSIMO avervi invaso il cervello! :-D

Postato Sabato, 31 Maggio 2008 alle 8:33 pm da Wu Ming 1

[il controcommento è stato:

Attento. La stai facendo fuori dal vaso, altro che “invaso”.

Postato Sabato, 31 Maggio 2008 alle 8:41 pm da Wu Ming 62 ]

o

“Ed è bellissimo essere dietro le vostre palpebre :-)
Ciao,
WM1

Postato Sabato, 31 Maggio 2008 alle 8:55 pm da Wu Ming 1

inverando con essi l’affermazione di Livio Borriello:

«fino al cristianesimo il rango sociale è stato assegnato in base alla Forza, nell’età borghese in base al Danaro, nell’attuale società mediatica viene attribuito in base al Successo. Il nuovo Signore… ha bisogno di una forma di appagamento più profonda e radicale: egli deve colonizzare la psiche altrui… »

(vedi http://lucioangelini.splinder.com/post/17242148/LIVIO+BORRIELLO.+MICA+ME. )

Peccato solo che WM1, da un lato, dia del “voi” ai suoi detrattori, dall’altro si ostini – all’unisono con la fida Paperini, a considerarli semplici alias di un unico troll. Lo stesso di cui appena qualche mese disse:

«Beh, lo dice uno che in privato e in pubblico ha sempre difeso Angelini: sono contento che ogni tanto Lucio, anziché “confezionare” lotti di commentini sarcastici (quelli di sua spettanza all’interno della commedia dell’arte da blog letterario), ogni tanto scriva qualcosa di vero ed emozionante, tirato fuori dalle sue stesse budella. In quest’ultimo commento ci sono tutti gli ingredienti che mi piacciono: un pizzico di verità e senso della caducità della vita, una “confessione” quasi micro-agostiniana. e chissenefrega se lo apprezzo soltanto io!»

Postato Mercoledì, 13 Febbraio 2008 alle 2:34 pm da Wu Ming 1

[Era la risposta al seguente mio commento in Lipperatura:

«@Pino Valente. Direi che il cliché è soprattutto tuo: quello di accusare gli altri di “rosicare” ad ogni piè sospinto. Sono un fan di Roberto Bui (un po’ meno di Luca di Marameo) e gli auguro – anzi: mi auguro – che prima o poi la smetta di “confezionare” lotti di capitoli (quelli di sua spettanza nei vari lavori di gruppo) e si concentri su qualcosa di vero ed emozionante, tirato fuori dalle sue stesse budella. Ha fatto benissimo Roberto a rispondermi: “Se permetti, scriviamo quello che piace a noi, non a te”. Nessuna invidia per nessuno. A ciascuno i suoi doni e le sue amarezze. Non ho più 17 anni. Fra una ventina d’anni manco ci sarò più, puoi immaginare quanto mi freghi essere colpito dal successo letterario alla mia età (non scrivo cose nuove da anni; anche quella di recente apparsa su Carmilla è stravecchia); mi dedico, anzi, con gli amici di Vibrisselibri, soprattutto allo scouting di talenti sfuggiti alle case editrici ufficiali e sono felice, per esempio, che la nostra Monica Viola sia stata, grazie a noi, pubblicata da Rizzoli. Nel suo testo ci sono tutti gli ingredienti che piacciono ANCHE a me: un pizzico di verità, un raccontone che ti prende fin dalle prime pagine. e chissenefrega se venderà 52.000 copie o 520.000? Vibrisselibri è nata come forma di lotta contro la logica – appunto – del profitto editoriale. Il giudizio da me espresso su Manituana (= risultato inferiore alle potenzialità di ciascuno dei Cinque autori) è, ribadisco, solo mio, e, ri-ribadisco, mi fa piacere che sia contraddetto da quello di molti altri. C’est tout.»

Postato Mercoledì, 13 Febbraio 2008 alle 2:29 pm da Lucio Angelini ] 

[Le immagini di questo post sono tratte dal blog di Idiota Ignorante ]

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(La Saraghina dell’ di Fellini)

(Fergie, la Saraghina di Nine di Bob Marshall)

venerdì, aprile 16, 2010

DI UN REGISTA CHE VOLEVA FARE UN FILM MA NON SI RICORDA PIÙ QUALE…

Ragazzi, ma vogliamo scherzare? Il film Nine, tratto dal musical omonimo, è ispirato all’8 ½ di Fellini, solo che 8 ½ è un capolavoro, Nine un (patinato) capolavoro di falsità. Povero Fellini, povera Saraghina, poveri tutti! Sono così irritato che non mi sforzo di dire altro, salvo copiare di sana pianta le sinossi dei due film da Wikipedia. Ciao.

«Dopo aver girato Le tentazioni del dottor Antonio, episodio del film corale Boccaccio ’70, per la testa di Fellini comincia a girare l’idea di un nuovo film, ma non un’idea precisa, piuttosto un accumulo di idee vaghe che tentano di mescolarsi tra di loro. Quando parla del progetto all’amico Ennio Flaiano questi sembra più scettico che convinto; come si può filmare il pensiero di un uomo, la sua immaginazione, i suoi sogni? La scrittura della sceneggiatura non procede, non c’è un progetto preciso e Fellini non ha neanche un titolo da dargli: si accontenta per ora del provvisorio 8 e ½, poiché questa pellicola viene dopo sette suoi film più un “mezzo” (cioè l’episodio Le tentazioni del dottor Antonio del film Boccaccio ’70, girato assieme a Vittorio De Sica, Mario Monicelli e Luchino Visconti). Ma quando tutto è pronto sorge un problema di cui Fellini non ha parlato a nessuno: il film non c’è più, l’idea che aveva in testa è sparita. Quando è ormai deciso a comunicare la disfatta al produttore Angelo Rizzoli, Fellini viene interrotto da un capo macchina di Cinecittà che lo chiama per festeggiare il compleanno di un macchinista. Tra i festeggiamenti gli arrivano gli auguri per il nuovo film, che ormai non c’è più, ma una volta seduto su una panchina arriva il lampo di genio: il film parlerà proprio di questo, di un regista che voleva fare un film ma non si ricorda più quale, cosicché il protagonista, Guido Anselmi, interpretato da uno splendido Marcello Mastroianni, diventa la proiezione di Fellini stesso per un nuovo capolavoro del regista, con cui arriverà al terzo premio Oscar della sua carriera, forse il più importante.»

( Da http://it.wikipedia.org/wiki/8%C2%BD )

“Nine è un musical del 2009 diretto da Rob Marshall, ispirato all’omonimo musical di Broadway ispirato a sua volta dal capolavoro di Federico Fellini . Il Film ruota attorno alle vicende del regista in crisi Guido Contini, e del suo rapporto con le donne della sua vita, la moglie Luisa, l’amante Carla, la sua musa Claudia e la defunta madre, che gli appare sotto forma di fantasma. Il titolo del film fa riferimento al personaggio di Guido a nove anni, suo alter-ego nel musical.”

( Da http://it.wikipedia.org/wiki/Nine_(film) )

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(Antonio Ligabue. Rondini con fili della luce e paesaggio)

giovedì, febbraio 17, 2011 

MICHELE MARI E I BEI DISTINGUO   

“I grandi amori, si sa, spesso offrono più occasioni di tormento che di pace. Ma qualche volta l’amore va oltre, spingendosi verso una tenebrosa frontiera, dentro un territorio pieno di apparizioni, di incubi, di fantasmi, nella popolosa landa dell’ossessione. Rondini sul filo è il febbrile monologo border-line che disegna, con accurata esasperazione, una lucida mappa; la minuziosa e visionaria geografia di un delirio…” (Dal risvolto di copertina di “Rondini sul filo“, di Michele Mari)

“Si comincerà dal seguente apoftegma: non c’è, all’uomo, valore superiore alla figa. Apodittico, l’apoftegma! mica da dubitare che siamo nella teologia, e ci restiamo… idolo supremo di nostra vita dolente, se ti abbiamo vagheggiato! se abbiamo aspettato pazienti impazienti che ti palesassi! lassi mostruosi di anni, nella solitudine dell’asceta… sommo bene cui tutto il nostro essere tende, se ti abbiamo adorato senza ancora conoscerti! se proprio nella privazione abbiamo misticamente intuito la tua essenza!”

(Michele Mari, “Rondini sul filo, Mondadori 1999, p. 123)

“… è bello dire tentativo, tentativo fallito ancor meglio, puoi pascertene a volontà… ma se solo ti fermi, se solo quel suono verbale è colpito da un raggio di luce un po’ nuovo, ecco rivela il suo interno… genitali nudi a contatto, a dir breve… è così, quando ne va dei genitali è detto tutto! anzi no: il cazzo e la figa, adesso è detto tutto… i bei distinguo, dove sono finiti? le avversative gaudiose, le ghiotte invettive? le lenizioni preziose? e l’interpretazione felice? fine! solo il cazzo e la figa, absoluti e pur quelli, due costellazioni nel cielo e pur quelli, i loro, c’è più letteratura che valga, il cazzo e la figa bisogna dire così, e quando dici così, finiti, gli aiuti! più nessun libro del mondo ti presterà la parola che consola, la grande tradizione, finita! soli nella propria angoscia, senza poterla condire… indorare un pochino, nemmeno… volevi stare dalla parte degli animali indifesi? ci stai! che piva direte, ci posso far niente l’ossessione è così, ci si è dentro, ci dice più niente il bel mondo, la volta stellata i tramonti… l’offesa più grave è qui, un tradimento continuo di ciò che amammo e che adesso riconosciamo a fatica… la nostra vita, usurpata… ” (p. 196)

“… dormirò? ho già preso due pillole e una sambuca rinforzata di rhum… ero astemio, ora vado avanti a liquori, pare che all’inizio degli anni ’80 un area-manager ricevesse dimolte casse di vino e champagne, notare che ad ogni bottiglia stappata c’era un moto di risa… solo una poltroncina nello spazio disadorno, la bottiglia sarà stata appoggiata per terra, c’è un quadro di Ligabue grande come mezza cartolina intitolato Le rondini sul filo, quando l’ho visto da vicino mi è venuto da piangere… ” (p.272)

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(Marco Mancassola)

venerdì, luglio 29, 2011

MANCASSOLA CHI ERA COSTUI?

A volte mi illudo di essermi fatto almeno un’idea sommaria della nuova letteratura italiana che conta, poi, all’improvviso, scopro di ignorare del tutto autori perfettamente noti ai veri espertoni della materia. Mi è capitato ieri con Marco Mancassola, che – confesso – non avevo mai sentito nominare, malgrado il Gazzettino lo definisse “celeberrimo”.

Copio-incollo dal quotidiano veneziano di ieri:

“Da segnalare anche il primo dei ‘Pomeriggi letterari‘ della rassegna Incontemporanea al Teatro La Fenice, alle 17, a cura di Stefano Spagnolo, con celeberrimi scrittori italiani, che si propone un intreccio tra Veneto letterario e musicale. Apertura con Marco Mancassola (seguiranno domani e sabato rispettivamente Vitaliano Trevisan e Tiziano Scarpa), accompagnato da Sergio Wow Bertin al live-electronics, in “Non saremo confusi per sempre”, sua ultima fatica editoriale per Einaudi, dedicata a famosi casi di cronaca ben stratificati nell’immaginario collettivo.”

Una rapida consultazione del web mi ha fatto scoprire che Mancassola non è nemmeno più di primissimo pelo (38enne!) e che pubblica dal lontano inizio del secolo. Questa la sua scheda in Wikipedia:

«Il suo romanzo giovanile Il mondo senza di me esce nel 2001, pubblicato dalla piccola casa editrice Pequod. Il romanzo viene ripubblicato nel 2003 nella collana Oscar Mondadori. In seguito escono il romanzo Qualcuno ha mentito (Mondadori 2004, collana Strade Blu), il saggio narrativo Last Love Parade- Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni (Mondadori Strade Blu 2005, poi Oscar Mondaori 2006), il racconto Il ventisettesimo anno (Minimun Fax 2005), il romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli Editore 2008). Nel 2007 ha scritto la sceneggiatura per il film di Andrea Adriatico All’amore assente. Nel 2010 è uscita in Francia per l’editore Gallimard la trilogia narrativa Les Limbes. Infine, il suo ultimo libro è Non saremo confusi per sempre (Einaudi Editore 2011).

Insomma un curriculum di tutto rispetto.

Mi reco con un senso di colpa alla Fenice, ascolto il reading di Marco Mancassola (due racconti quasi per intero dal recente volume), trovo il tipo sobrio e carino, ma assai deludente l’idea base di “Non saremo confusi per sempre“: partire dalla ricostruzione di eclatanti casi di cronaca (Eluana Englaro, Federico Aldrovandi, Alfredino Rampi…) e poi deviare per la tangente, facendo diventare, per esempio, Federico un fantasmino patetico che si aggira sul luogo in cui è stato massacrato di botte da poliziotti cattivi e che a un certo punto esclama: “Chi l’avrebbe mai detto che l’aldilà sarebbe stato così!” (o qualcosa di simile); o inventando un nuovo epilogo per la vicenda di Alfredino Rampi (già ampiamente sfruttata da Giuseppe Genna nel suo Dies Irae, bisogna dire). Nel racconto di Mancassola Alfredino non muore veramente, ma a un certo punto veleggia orgoglioso verso il centro della terra insieme al capitano Otto Lidenbrock – l’esploratore protagonista del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne. Mah. Bah. Che dire?

Sarà pure un “riattraversamento letterario della cronaca“, come ha scritto il TQ Giorgio Vasta su Nazione Indiana, ma a me mi sa che ‘sto libro (per dirla in letterariese puro) proprio non me lo comprerò. Infatti mi cadono le palle già al solo pensiero di ripercorrere daccapo tutta la storia della povera Eluana Englaro, anche se poi, magari, verso la fine, Mancassola non mancherà di trasformare la ragazza – chessò io ? – in una screziata farfalla che svolazza felice di fiore in fiore. Piuttosto assaggio qualcuno dei lavori precedenti, che ‘vve devo da di’?

Però mi levo tanto di cappello davanti a un giovane che fin da subito è riuscito a convincere i più grossi editori a ingaggiarlo… Bravo Marco. In bocca al lupo. Continua così.*-°

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giovedì, gennaio 15, 2009

NON SIAMO CHE SCORREGGE DI LUPO… 

[Pet da Lüf . Questo è il nome popolare (per i non addetti ai lavori: “scorreggia di lupo”) del fungo Lycoperdon Coelatum o Vescia. Se schiacciato quando sta seccando, infatti, emette una polvere nerastra.]

Nel Qoelet/Ecclesiaste si dice che tutto è vanità (Ceronetti tradusse così: “Fumo di fumi, tutto non è che fumo“. Vedi:

http://lucioangelini.splinder.com/post/11075433/FUMO+DI+FUMI+TUTTO+NON+%C3%88+CHE+

e anche

http://it.wikipedia.org/wiki/Qoelet ).

Invece nel commento n. 3 al post di ieri la visitatrice Ghega, rispondendo allo sconsolato Sergio, ha paragonato l’uomo – e in particolare quello con velleità artistico-letterario-editoriali – a una “scorreggia di lupo“:

“Sergio, è nella natura degli organismi viventi, nascere, crescere ed esplodere in una nuvoletta di polvere (come quello che da noi si chiama “scoreggia del lupo “, tradotto dal dialetto. Ah, è un fungo!).”

(Foto da http://farm4.static.flickr.com/3294/2818763326_138ae48424.jpg?v=0 )

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19 gennaio 2009

UNA PERLA BIANCA E INSANGUINATA…

 

«Perché per la saga bamboccesca della Meyer [TWILIGHT, n.d.r.] si fa la fila e per questo struggente, crudele e tenerissimo capolavoro l’altra sera ero l’unico spettatore in sala?» si domandava il critico cinematografico Roberto Pugliese il 16 gennaio scorso su “Il Gazzettino”.

E più giù:

«…  Alfredson regala il più perfetto vampire-movie di sottrazioni e d’atmosfera di ogni tempo, un’apoteosi del “fuori campo” (la scena finale in piscina è puro genio filmico) dove il “gore” irrompe con efferata normalità, il lirismo più estremo si sposa con l’angoscia, le ventate di morte con i giochi da bambini. Una perla, bianca e insanguinata, di un cinema in cui non credevamo quasi più

Be’, tanto entusiasmo mi ha contagiato e temo che andrò a vedere “Lasciami entrare” (“Låt den rätte komma in”) di Tomas Alfredson, benché in genere non impazzisca per i film di vampiri e – da qualche tempo a questa parte – avverta una certa resistenza all’idea di andarmi a chiudere per un paio d’ore in un cinema. 

Non posso non fidarmi di Roberto Pugliese:- )

(Immagine in alto da http://www.cinemahorror.it/notizie/notizia.asp?id=1027

————–

 

SGOMINATA LA PERICOLOSA BANDA DEI CINQUANTA SEMINATORI D’ODIO DELLA RETE

Recitava l’articolo di Marx/Bertante prima su “Il Fatto Quotidiano” e poi in Nazione Indiana:

http://www.nazioneindiana.com/2012/01/14/seminatori-dodio/

«Cinquanta spettri si aggirano per la Rete: gli spettri dei seminatori d’odio. Sono cinquanta, si conoscono tra loro e si odiano. Imperversano a tutte le ore e sembra non abbiano altre cose da fare che scrivere commenti, anche fino a tarda notte. Tutte le potenze della vecchia Blogosfera si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questi spettri. È ormai tempo che il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze vengano smascherati apertamente in faccia a tutto il mondo. Questo il loro patto segreto:

“Noi giuriamo di spargere veleno senza pagare mai dazio, di impedire con ogni mezzo il nascere di un serio dibattito letterario in rete (per esempio sul progetto-bufala chiamato in codice “New Italian Epic”), di inquinare il lavoro di molte persone oneste e preparate che stanno faticosamente cercando di creare nuovi luoghi di autorevolezza critica, esenti da pernacchie. “

A chi pretendeva che venisse pubblicata la Lista Nera dei Nick Maledetti, il commentatore Stan ha snocciolato senza paura, in coda al BLINDATISSIMO articolo di Bertante (= guardato a vista da uno spaventevole Cerbero-Biondillo, che ha subito estromesso a panzate  il petulante Angelini):

Andrea Che-fa-la-corte-alla Leon Essa, Cornelia di Morte, Bambola che Straparla, Gilda Auto Promossa, Giorgio Liquido, Emilia Devota, Tony Perdetempo, Desdemona Puttana, Seba Insolente, Crono Onirico, Sexi Madonna, Parrucchiere l’Inglese, Ofelia Ama, Tommy Fuori Tema, King Tranviere, Giocasta l’Indiana Mancata, Aspirina Taciturna, Mirco Profeta, Bizzaro Bengodi, Ilda S-finge, Arpa Faticosa, Gelateria Sconsacrata, Stasera Frode, Chiara Mente, Marco De Anarchia, Papa Guerriero, Pizzicagnolo Bugia, Femmina A-Vanvera, Fedele Stupido, Sarto Ri-Annodato, Gesù Analgesico, Augusto Conferenziere, Breve Pausa, Memè Latticino, Vico Lo Stretto, Giustino Sbagliato, Azio Assurdo Diffuso, Arcangelo Flipper, Dario Pamphlet, Gabriele Noooo!, Giulia Alfa, Gian Renzo Rebel (dubbi: ribelle o rebelaisiano?), Alice Bisbetica, Prima Grammatica, Giannino Virgola, Teo Mite Peccatore, Tema Troppa Fatica, Carmelo Archivio, Whisky & Life, Gianni Vigile Urbano, il Maligno in persona.

Ma noi siamo oggi in grado di ANNUNCIARE un ulteriore SCOOP. Dopo faticose e accurate ricerche siamo riusciti a risalire alla Cellula Madre degli insopportabili seminatori d’odio a tempo pieno (e perso): si celava dietro l’ambigua sigla MAV (MOVIMENTO ARTE VAPORIZZATA), dotata di un proprio BLOG:

http://movimentoartevaporizzata.blogspot.com/

Qui i nomi dei Mavvisti:

http://movimentoartevaporizzata.blogspot.com/p/i-mavvisti-elenco-in-aggiornamento.html

E questo il loro documento-credo:

http://movimentoartevaporizzata.blogspot.com/p/cose-il-mav.html

da cui il passo chiave:

Il M.A.V. ritiene che vaporizzare l’arte sia l’unica strada attuabile oggi per superare finalmente l’arte, anzi per realizzarla, come auspicava l’Internazionale Situazionista.
 
Uccidiamo dovunque la solennità.
 
Via! non prendete di queste arie da grandi sacerdoti, nell’ascoltarmi! Bisogna sputare ogni giorno sull’Altare dell’Arte!
 
(Manifesto del Futurismo, febbraio 1909)Siamo degli artisti soltanto in quanto non siamo più degli artisti: stiamo realizzando l’arte. (Internationale Situationniste, n. 9, agosto 1964) 
Il Gran Consiglio Evaporato del MAV
Agosto 2011

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4 commenti
  1. molto bello il racconto di HCA che si materializza, e poi neanche più. E la roba su Will-I-Am Will-Son – caspita!

    Solo che quando arrivo alla sera gli occhi mi bruciano, al pc. Sono riuscita a leggere fino al pezzo di idiotaignorante sui wm e i carmilliani scalzi e barbuti. Stasera l’Oscar assoluto va a lui. G E N I O per una sera. Spengo.

  2. fabio painnet blade permalink

    Male, molto male diait. Così non va bene! . Vedi di fare uno sforzo e manda giù senza troppe scuse. Non vorrai mica dare un dispiacere al lucio, veeeeeeeeero?
    Tu Lucio continua pure così, fino all’ultimo respiro. Nessuna tregua, dacci dentro, senza pietà.

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