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BOCL N. 42 (IL PADRE NECESSARIO)

27 giugno 2012

Sabato, luglio 09, 2005  

IL PADRE NECESSARIO (memorie di un editore

Uno dei temi più indagati della fine del secolo scorso fu la necessità di paterno. Ho ritrovato, per esempio, un articolo di Cacciari del novembre 1989 intitolato “Bisogna uccidere il padre”, in cui l’attuale sindaco di Venezia alludeva, ovviamente, alla caduta del comunismo internazionale. “I figli sono innocenti delle colpe dei padri – asseriva – solo quando ammazzano i loro padri. Oggi da noi assistiamo al rituale parricidio, ma è un PARRICIDIO decisamente tardivo. Si è aspettato che il padre stesso dichiarasse il collasso… mentre già Max Weber, agli inizi del secolo, aveva intuito che il progetto di Marx avrebbe generato la più fanatica delle dittature: quella della burocrazia marxista-leninista, incapace di produrre le condizioni del proprio superamento.”   

  Ricordo, poi, un interessante fondo di Eugenio Scalfari su “la Repubblica”: “IL PADRE CHE MANCA ALLA NOSTRA SOCIETA’”. “Qualcuno”, diceva Scalfari, “s’incomincia ad accorgere che è venuta meno la figura del padre e che questa lacuna di paternità è una delle cause non marginali della perdita di identità e della nevrosi diffusa che affligge gli ultimi anni del secolo morente… Il vuoto strutturale della moderna società occidentale proviene dall’assenza del padre… Poiché la natura non sopporta il vuoto, al posto del padre e della dialettica tra le generazioni si è insediata la cultura del branco, sorretta soltanto da motivazioni emozionali quali l’individuazione di un branco nemico e da una socialità negativa e distruttiva, basata sull’ideologia del più forte e su elementari valori di violenza, gregarismo, feticismo… Risorge, dunque, il bisogno di recuperare almeno alcune delle funzioni affidate alla figura paterna o di un’autorità fondativa che superi gli interessi settoriali e s’imponga in nome dell’interesse generale…: quella di indicare le regole basilari del comportamento, di amministrare la giustizia sulla base di quelle regole, di praticare la caritas e la pietas.”  

“Ovviamente”, precisava Scalfari, “non si nasce padri: lo si diventa col vivere e solo se si riesce a comprendere l’Altro, superando le ristrettezze nelle quali l’Io ci racchiude. I figli sono i portatori dell’Io, i padri, invece, quelli veri, vivono per i figli.” “La funzione paternale”, aggiungeva infine, “non è legata al sesso. Ci sono e ci saranno sempre più donne in grado come e più degli uomini di darsi carico dell’altrui… ”    

 Come ex (effimero) editore, apparso e subito svanito alla fine degli anni Novanta, mi sono accorto che anche i primi titoli da me prodotti erano attraversati dal filo rosso del motivo del padre. In “Quel bruttocattivo di papà Cacciari!

il messaggio di fondo era sostanzialmente questo: per uccidere il padre bisogna prima averne uno, a costo di inventarselo, e solo dopo prenderne le distanze, emanciparsene. A Massimo Cacciari, opportunamente trasformato da personaggio politico in personaggio letterario, era affidato il delicato compito di esplicitare l’altro senso del racconto: la necessità per ognuno (e per ogni stato) di chiudere i conti con la parte più dolorosa del passato per poter guardare con fiducia al futuro (“Futuro Necessario” fu, in quegli anni, anche il tema di una delle edizioni di “Fondamenta”, manifestazione veneziana coordinata da Daniele Del Giudice!). 

I n “Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia

il figlio di un ex sessantottino viene colto da una gran voglia di cambiare il mondo ed è proprio suo padre, curiosamente, a spiegargli che se ogni generazione accettasse tali e quali i modelli culturali di quella che l’ha preceduto, l’evoluzione culturale sarebbe lenta o compromessa. Il conflitto generazionale, insomma, non è uno strano sbaglio della natura, ma uno dei tratti più qualificanti della società umana. 

Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!” (lettere del giovane Edgar Allan Poe al padre adottivo John Allan) racconta, anziché la solita storia di “formazione”, l’evolversi di una “deformazione”. Le lettere iniziali mostrano il giovane Edgar immerso nella turbolenta atmosfera del Virginia College di Charlottesville, ove conosce i primi eccessi di alcool, le prime disperazioni, i primi ‘cattivi compagni’, il gioco d’azzardo eccetera. I debiti che ha accumulato sono talmente esorbitanti (duemila dollari del tempo, pare) che John Allan, il padre adottivo, non solo non vuole saperne di farsene carico, ma l’anno successivo si rifiuta persino di rinnovargli l’iscrizione all’istituto, ferendolo nel modo più crudele. Edgar non glielo perdonerà mai. Seguono le lettere di Poe soldato semplice: i contrasti col padre si erano acuiti al punto che nel 1827 il giovane Poe si imbarcò per Boston, deciso ad arruolarsi volontario nell’artiglieria: per farsi accettare, fornì le false generalità di Edgar A. Perry e dette a credere di avere 22 anni anziché 18, salvo poi supplicare John Allan di pagare un volontario disposto a completare la ferma in sua vece. Nel giugno 1830 Poe sarebbe entrato come cadetto all’Accademia Militare di West Point, ma nemmeno lì avrebbe resistito a lungo: le gravi mancanze disciplinari ne avrebbero provocato l’espulsione nel febbraio l831. Le lettere di quel periodo ce lo mostrano di nuovo ingolfato nei debiti e perpetuamente supplicante il signor Allan di mandargli dell’altro denaro.  Conclude la raccolta una lettera del 12 aprile 1833, contenente la straziante supplica utilizzata come titolo: “Pietà di me, per amor di Dio, mi salvi dalla distruzione!”, ma l’amato-odiato signor John Allan, che nel frattempo si era risposato e aveva avuto un vero erede, non l’avrebbe raccolta. Quando, anzi, l’anno dopo morì, non lo nominò nemmeno nel testamento.   

 

Il babbo che credeva a Babbo Natale”, un cartonato illustrato da John Betti, proponeva, infine, un insolito e provocatorio racconto di Natale. Ecco l’incipit:

“C’era una volta un signore che, malgrado non fosse più nel fiore degli anni, credeva ancora a Babbo Natale. Quando arrivava dicembre suo figlio, sorprendendolo a scrivere la letterina di rito, gli diceva: «Guarda che Babbo Natale è il tuo babbo!». «Ma se è morto!» ribatteva piccato il signore. E ripassava mentalmente la lista dei regali da chiedere per quell’anno. A dire la verità erano dieci anni, ormai, che i suoi desideri restavano regolarmente inevasi. La mattina del 25 dicembre il signore si alzava smanioso prima degli altri, scendeva in salotto in punta di piedi e si metteva a frugare nel mare dei doni natalizi, sperando di trovare il suo… no, non quello di sua moglie o di suo figlio o della sua segretaria o di sua madre (la poveretta era ancora viva). Cercava proprio il particolare dono lasciato espressamente per lui da Babbo Natale. Invece, come abbiamo detto sopra, da qualche anno la sua attesa finiva puntualmente delusa…”  

Il volumetto, concepito per ragazzi dagli 8 anni in su, era comunque rivolto soprattutto ai loro genitori, ai quali ricordava quale importante regalo convenisse loro aspettarsi la mattina del 25 dicembre…

                                                                            (Lucio Angelini)

http://librimoltospeciali.wordpress.com/

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lunedì, ottobre 24, 2005

(Vivian Lamarque)

ORFANI E’ MEGLIO?   

Ricordo che un giorno, alla Fondazione Cini di Venezia, Vivian Lamarque espose una bizzarra tesi sull’orfanità come condizione ispiratrice della scrittura. “Chi nei primi anni di vita non ha avuto davanti a sé il rassicurante specchio materno – disse – si fa specchio da sé con la pagina bianca: la voce mancante viene sostituita dalle parole che lui stesso si scrive.” Seguirono gli esempi: orfani i fratelli Grimm, Gianni Rodari, Andersen, Dahl, Manzoni, Leopardi, Twain, Saint Exupéry, Kipling, Collodi… e orfani anche molti personaggi delle fiabe: Cenerentola, Pinocchio, Biancaneve, Harry Potter e via discorrendo. Anch’io – nel mio piccolissimo – rimasi orfano di padre in tenerissima età (mio padre precipitò in Perù con l’aereo da lui stesso pilotato). Sarà per questo che ho il vizietto di scrivere? 🙂

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Poe nasce a Boston il 19 gennaio 1809. È figlio di due attori girovaghi. Suo padre David, nipote del generale Poe [eroe della guerra d’Indipendenza americana], aveva abbandonato gli studi di legge ed era scappato di casa per diventare attore, ma ebbe sempre parti secondarie, forse perché spesso “indisposto” ovvero, nel gergo teatrale, “completamente sbronzo”. Più talentosa la madre. Edgar Poe inizia a vedere, a parlare e camminare sui traballanti carrozzoni delle troupe teatrali che seguono piste appena tracciate, su sconnessi barconi che scendono lentamente i fiumi. Impara la fatica di vivere tra enormi bagagli, assi dipinte e notti all’addiaccio. Realtà e illusione, vita e viaggio sono costantemente per lui ai limiti del sogno. Gli entra nel sangue quell’istinto del “gran vagabondo” che lo perseguiterà per tutta la vita. Tubercoloso e minato dall’alcol, il padre vero, David Poe, scompare alcuni mesi dopo la nascita di Edgar, lasciando alla moglie, tisica e indebolita da tre gravidanze, il fardello della famiglia. La madre Elisabeth abbandona l’inospitale Boston e si dirige a sud. Il calvario termina a Richmond, Virginia. Il 7 dicembre 1811 la stampa annuncia una serata di beneficenza in favore della donna: “La signora Poe, languente nel suo letto di dolore e circondata dai suoi figli, chiede il vostro aiuto, e lo chiede forse per l’ultima volta”. Ed è l’ultima volta. Il giorno dopo, 8 DICEMBRE 1811, Elisabeth Arnold Poe si spegne a 24 anni di emottisi. Il piccolo Edgar assiste atterrito alla scena. 

“Rimasto fissato alla madre morente e morta nella sua infanzia – scrisse Marie Bonaparte nella sua discussa biografia dello scrittore in chiave psicanalitica – invano si sforzava di fuggire da lei: per quanto tirasse la catena, non riusciva a spezzarla. Virginia, la donna a cui rimase più durevolmente attaccato, divenne il grande amore della sua vita perché tossiva e sputava sangue come un tempo Elisabeth. Ma quando essa cominciava ad assomigliare troppo all’estinta, il suo sposo, spaventato dall’eccessiva somiglianza, era afferrato dal terrore. Terrore della troppo grande tentazione dell’infanzia, terrore generale dell’incesto e terrore più particolare – a nostro parere – della realizzazione sado-necrofila a cui era portato dal suo istinto. Era allora che lo sposo di Virginia scappava, andava a bere alla taverna in compagnia di soli uomini, che lo aiutavano a fuggire la sua eterosessualità terrificante. E fu allora, quando cioè Virginia, avvicinandosi alla fine, divenne sempre più tremendamente attraente per lui, che si infiammò d’amore con subitanea violenza, come per liberarsi, per Frances Osgood, la prima delle grandi passioni degli ultimi anni della sua vita. La morte di sua madre è, dunque, per Edgar Poe, il primo passo verso una terribile familiarità con la Morte. Vedrà, in seguito, spegnersi lentamente sotto gli occhi quasi tutte le altre donne della sua vita: il primo grande amore Jane Stannard, madre di un suo compagno di scuola; la madre adottiva Frances Allan e infine la moglie-bambina Virginia. Prima di compiere vent’anni, Poe scrisse i due versi che avrebbero caratterizzato la concezione dell’amore che lo dominò per tutta la vita: “Io non son riuscito ad amare che là dove la Morte mescolava il suo fiato con quello della Bellezza“.

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Sabato, ottobre 15, 2005  

LETTERA A EDGAR ALLAN POE

Il 7 ottobre scorso ricorreva il centocinquantaseiesimo anniversario della morte di Edgar Allan Poe. Vi propino la lettera che lessi pubblicamente all’Ateneo Veneto qui a Venezia nell’ottobre 1999, in occasione del Poe Memorial da me ideato e sostenuto dal  Comune. Gli scrittori di oggi sono un po’ tutti figli di papà Edgar, o per lo meno “anche” di papà Edgar. La lettera non è una novità. In rete la si trova anche altrove. Non voglio far incazzare Wu Ming 1, che non crede all’esistenza dei genii [a parte se stesso, aggiungerei oggi, N.d.R.], ma E.A. Poe, secondo me, apparteneva proprio a quella razza lì.

Venezia, 7 ottobre 1999  

Caro Edgar, sono molto contento che il Comune di Venezia abbia appoggiato l’idea di un Poe Memorial. A centocinquant’anni dalla tua morte non c’è più chi disconosca l’eccellenza del tuo coraggio e dei tuoi esiti letterari, o la paternità dei generi a cui desti vita (fra i tanti, il poliziesco). E tuttavia, apprendendo del più agghiacciante di tutti i racconti, ovvero la storia della tua vita, non c’è nemmeno, credo,  chi possa  darsi ragione del fatto che  tu abbia dovuto pagare con tanta sofferenza, tanta incomprensione, tanta solitudine, tanta atroce miseria materiale l’espressione del tuo genio. 

Ho sempre vissuto con un profondo senso di ingiustizia il fatto che certi immensi talenti (il commercio delle cui opere muove montagne di miliardi DOPO la loro morte), siano stati condannati in vita agli stenti più mortificanti. Ed è sorprendente constatare come nemmeno i più penosi sacrifici o difficoltà riescano a distogliere chi si sente, suo malgrado, vocato o, si potrebbe dire, condannato all’espressione, dal mettere su carta o su tela o su marmo o su qualunque altro supporto il frutto del proprio talento. 

Per Baudelaire tu sei addirittura un santo del martirologio delle lettere. “Voi tutti che avete aspirato all’infinito”, dice, “pregate per Poe che vede e che sa: intercederà per voi.” 

Quando, per fare un esempio, dopo penosissimi anni di indigenza e malattia, nel 1847 morì tua moglie, l’adorata Virginia a cui dedicasti l’accorata “Ulalume”, in casa tua non c’era nemmeno un lenzuolo in cui avvolgerne le povere spoglie. Dovette provvedervi la signora Shew, un’amica di famiglia. 

Il funerale si svolse in un giorno desolato e tetro, sotto un cielo pesantemente cinerino. Tu fosti costretto a indossare il vecchio mantello militare, utilizzato, nei giorni delle più aspre tribolazioni, per coprire il letto di Virginia dopo che le poche coperte rimaste erano state vendute. Rimpiangevi la tua perduta “Lenore”. La tua esistenza proseguì solitaria e amara. Di rado ti spingevi oltre il recinto della casetta di Fordham, immersa nel lutto. Spesso sedevi sotto un vecchio ciliegio a osservare i movimenti degli uccelli. La delicata attenzione con cui curavi le dalie e gli altri fiori del giardino era assolutamente in contrasto con il carattere tetro e grottesco dei tuoi racconti. Ti eri affezionato a una gatta, Catarina, che spesso, dall’alto della tua spalla, approvava con fusa compiacenti – almeno lei! – il tuo lavoro letterario. 

Nel maggio del 1849 scrivesti a Helen Richmond (la tua “Annie”): “Sono pieno di oscuri presentimenti. Niente mi rallegra o conforta. La mia vita mi appare una landa desolata. Il futuro un vuoto angoscioso”.  La mattina del 27 settembre partisti da Richmond per Baltimora in battello. Che cosa sia avvenuto di preciso durante i sette giorni seguenti non lo sappiamo. Nessun Auguste Dupin, il geniale investigatore da te creato, potrà mai spiegarcelo. Il 3 ottobre 1849 Baltimora, terza città degli Stati Uniti, era in piena campagna elettorale. Si votava per mandare un rappresentante dello stato del Maryland al Congresso. La lotta fra i partiti democratico e repubblicano era senza quartiere. La città pullulava di ladri, borsaioli, scrocconi d’ogni specie. La macchina politica era ancora piuttosto rozza, non c’erano schede elettorali, né elenchi di votanti: bastava presentarsi a un seggio e giurare, in presenza di testimoni degni di fede, di non avere ancora fatto il proprio dovere di cittadini. Gruppi di procacciatori di voti sequestravano forestieri, contadini, persone sole per ingozzarle di alcol nelle miserabili bettole che fiorivano, proprio a tale scopo, attorno ai vari seggi, e le portavano in giro da un seggio elettorale all’altro, facendole votare a ripetizione per questo o quel candidato. Fatta loro smaltire la sbronza in un locale buio, le gettavano poi in strada. Il 3 ottobre tu fosti trovato a terra, privo di sensi, in un rigagnolo presso High Street, da un tipografo del Baltimore Sun. Eri probabilmente incappato in una di queste bande organizzate di agenti elettorali. Il tipografo corse a chiamare il dottor Snodgrass, l’unico nome che riuscì a farsi biascicare da quel mucchio di stracci che eri. Il dottore ti trovò “non lavato, gli occhi torvi e gonfi, senza giacca né cravatta, il davanti della camicia stazzonato e sudicio”. Eri in uno stato di ebetismo assoluto. Ricoverato d’urgenza al Washington Hospital alle cinque del pomeriggio, rimanesti senza conoscenza sino alle tre del mattino successivo, ma nemmeno allora riuscisti a spiegare quel che ti era accaduto. Sopravvivesti fino alla domenica. Ti sentivi tremendamente abbattuto, ti accusavi di avere sprecato le tue facoltà. Forse ti pareva di scendere nel Maelström, di naufragare in mari lontani. La notte di sabato cedette alla mattina di domenica 7 ottobre. Alle tre ti accasciasti. Due ore dopo movesti il capo e dicesti: “Il Signore aiuti la mia povera anima!”, e spirasti. La morte aveva affrancato il tuo spirito spossato. Non più di dieci persone seguirono la tua bara. Le tue spoglie vennero inumate nel cimitero presbiteriano di Baltimora, quasi di nascosto. Sulla tomba venne posto un blocco di arenaria senza nome. Vi appariva solo il numero 80. Nient’altro. Due giorni dopo uscì sulla “New York Tribune” a firma apocrifa (Ludwig) l’articolo tristemente famoso del reverendo Rufus Griswold: “Edgar Poe è morto… questa notizia sorprenderà molti, ma pochi ne rimarranno addolorati”. “Non esiste dunque in America” protestò Baudelaire, “una norma che vieti ai cani l’ingresso nei cimiteri?”. 

Tu, il più grande poeta americano dell’Ottocento, avresti dovuto aspettare ben ventisei anni prima che i letterati del tuo paese si ricordassero di te e ti erigessero una tomba più decorosa. E quando, finalmente, lo fecero durante il Poe Memorial del novembre 1875, fu di un francese, il poeta Mallarmé, il sonetto più commosso, e di un inglese, Swinburne, la lettera più vibrante. 

Scrisse Mallarmé: “Turbati e importunati dai tanti misteri insolubili emananti per l’eternità dal BUCO DI TERRA dove da più di un quarto di secolo giacciono le spoglie abbandonate di Poe, gli americani l’hanno pensata bella: con la scusa di onorarlo con un troppo ritardato e inutile monumento funebre, hanno SIGILLATO la sua tomba con una pietra immensa, informe, pesante, deprecatoria, quasi a voler ben serrare il luogo da cui egli potrebbe esalare verso il cielo come una pestilenza, a giusta rivendicazione di un’esistenza di poeta da tutti rifiutata.” 

Nemmeno il monumento funebre eretto nel 1875 pareva degno di te. A quasi cent’anni di distanza dalla morte di Poe, ecco la tua sepoltura nella descrizione che ne fece Emilio Cecchi nel 1940: “La tomba è all’incrocio delle vie Greene e Fayette: un cippo di marmo col capitello a grondaia, con sopra scolpita la cetra, fogliami di acanto e il medaglione di un ritratto ridicolo. Quando, a due o tre metri di distanza, i pesanti carrozzoni tranviari frenano e cigolano sulla discesa di via Fayette, LE OSSA DI POE SALTELLANO DENTRO LA FOSSA E IL TESCHIO BATTE I DENTI. Un grandioso cartello arancone e vermiglio sovrasta il cimiterino devastato, e lo infastidisce col riflesso dei colori stridenti. È la pubblicità di certi panini, soffici e lievemente indolciti, che vanno benissimo per colazione e col tè.” 

La tua morte era avvenuta nel decennio precedente la guerra civile americana. I nordisti puritani avrebbero identificato la vittoria militare col trionfo dei loro forti principi morali sui vizi del dissoluto Sud. Tu, scrittore del Sud, cantore dei vinti e dei viziosi, andavi dunque cancellato definitivamente dalle tavole della letteratura per la salvezza morale dell’umanità. I cronisti letterari inglesi e scozzesi, in un’ondata di fanatismo morale, arrivarono persino a rimproverare a Griswold di non avere detto abbastanza contro quel “paria delle lettere, quello scellerato di marca, quel mendicante, quel vagabondo”. Così scrisse il cronista della “Rivista di Edinburgo” nel 1858, che concluse il suo pezzo con queste parole: “Il più profondo abisso dell’imbecillità morale non era mai stato raggiunto prima che Poe apparisse per servire da avvertimento ai tempi futuri”. 

Noi, che apparteniamo a quei tempi futuri, intendiamo esprimerti il nostro piccolo grazie, qui da Venezia, nel centocinquantenario della tua morte. Grazie, Edgar, per aver frugato con tanto coraggio e spregiudicatezza nei sotterranei della nostra psiche, fra le angosce e le paure che insidiano l’instabile compattezza della ragione umana. Grazie per i tuoi STRAORDINARI versi, per i tuoi STRAORDINARI racconti, per aver tenuto duro, in nome della Letteratura e della Bellezza, in mezzo a incomprensioni e difficoltà che avrebbero distrutto chiunque.” 

                                                                                  Lucio Angelini  

                  Copyright Edizioni Libri Molto Speciali 1999

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venerdì, giugno 30, 2006

NON NE HO LA PIU’ SQUALLIDA IDEA

Prima di tutto voglio fare una postilla“(1):

Da un lato ci sono gli opinionisti di professione, dall’altro le opinioni della gente comune che, qualche volta, finiscono nella rubrica delle lettere dei giornali. L’11 marzo scorso, per esempio, nella pagina di Galimberti su D (allegato a La Repubblica) apparve la seguente lettera di tale Ezio Pelino, Sulmona: 

“Gradirei molto che lei si esprimesse in merito alle considerazioni che le sottopongo. L’impianto della religione cristiana si basa sull’assunto del peccato originale: la colpa del capostipite ricade su tutta la progenie per l’eternità. Il figlio di Dio si fa carne per assumere su di sé il peccato d’Adamo e riscattare sulla croce l’umanità. Così la dottrina. Oggi, se qualcuno pensasse di colpevolizzare non dico i pronipoti, ma i figli per colpe del padre, sarebbe preso per pazzo e se quel qualcuno fosse lo Stato si griderebbe alla più spietata e arbitraria delle tirannie. Nella cultura morale e giuridica moderna, infatti, la responsabilità è personale, individuale. Solo nelle culture arcaiche la responsabilità è tribale, razziale, ricade sulla comunità, finché la memoria dura. Pertanto è inimmaginabile e insostenibile per l’uomo moderno il peccato originale. Dio non può essere più vendicativo del più vendicativo degli uomini. Non è difficile concludere che la teoria del peccato originale non è mai stata “in mente Dei”, ma è stata concepita dagli uomini in ragione della loro cultura storicamente, anzi preistoricamente datata, e della loro terrorizzata vsione della divinità.” 

Rispose l’opinionista Umberto Galimberti

“Di fronte al dolore, alla sofferenza e al male della terra che risulta difficile giustificare, l’umanità ha sempre pensato di essere decaduta: da una condizione paradisiaca nella versione giudaico-crisiana, da un’età dell’oro dove non c’erano pene e dolori in altre tradizioni, da una condizione celeste dove l’anima viveva non imprigionata nei limiti del corpo nella tradizione filosofica inaugurata da Platone. Ma solo nella tradizione giudaico-cristiana questa caduta, ipotizzata per giustificare il dolore e le pene di questa terra, viene connessa a una ‘colpa’ che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In tale vsione il dolore è ‘castigo‘ e a un tempo ‘evento purificatore’. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In tale prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il ‘costitutivo dell’esistenza’, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell’esistenza, occorre poi imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo contrarsi, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione mitica o religiosa può modificare. Se la sofferenza, come vuole il cristianesimo, è la conseguenza di una colpa suscettibile di redenzione, questa terra e l’esistenza che su questa terra si compie sono vissute come un transito. Il futuro atteso lenisce la crudeltà del dolore, perché chi oggi soffre domani sarà liberato… [cut] A differenza di quella cristiana, la cultura greca non ama il dolore [‘pegno di salvezza’], perché ama la vita e tutto quanto può concorrere ad accrescerla e a potenziarla. Ma, a differenza di noi moderni, con misura, perché senza misura ogni virtù degenera. La virtù non ha per il greco il significato della mortificazione e del sacrificio, ma, come la virtus latina, è la capacità di eccellere, di essere migliore, per cui non si dà virtù senza lotta. La lotta non si ingaggia solo con il nemico, ma anche con lo stato di bisogno, con la necessità, a cui occorre far fronte, con la sorte che, se infausta, è minacciosa. Per cui la virtù è la capacità di dominare il caso, di imprimere alla cattiva sorte una svolta positiva.. [cut] Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura, senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l’uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine. Quando diviene tracotante la sua forza volge in debolezza, la sua felicità in sciagura. Per questo la virtù chiede all’uomo di essere attento al suo limite, perché l’uomo non può diventare immortale come un dio, ma con il modello immortale del dio deve restare in tensione, per generare, come dice Dante, virtù e conoscenza… ”

Alquanto disincatata anche la riflessione di Corrado Guzzanti attraverso il personaggio di QUELO, un “messia” in camicia e cravatta su cui indossa un accappatoio bianco, che si presentava al pubblico televisivo dicendo (con accento vagamente foggiano) «Volevo dire al mondo e a tutti gli amici di Intennett che c’è grossa grisi, c’è molto egoismo, c’è molta violenza; qua non sappiamo più quando stiamo andando su questa tera, qua non sappiamo più dove stiamo faciendo: ti chiedi il come mai, ti chiedi il quasi quasi, dov’è la risposta? La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te, solo che è sbajjata.».

C’è, infine, chi – richiesto di pronunciarsi sugli stessi inquietanti temi di Quelo, Galimberti, Roquentin, Pelino e chissà quanti altri (“Chi siamo?”, “Da dove veniamo?”, “Dove stiamo andando?”, “Che senso ha la vita?”, “Che senso ha il dolore?”), – se la cava con un distratto: “Non ne ho la più squallida idea“:- )

Stefano Bartezzaghi ha appunto raccolto in un recente libro un divertente campionario di “frasi matte da legare“, con ambulanze che viaggiano a sirene spietate, arance spezzate a favore di, anelli impestati di diamanti e automobili fuorisede con il salvasterzo…

(1) La frase “Prima di tutto voglio fare una postilla” è tratta dal volume di Bartezzaghi.

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mercoledì, dicembre 05, 2007 

IL FIGLIO DI BABBO NATALE 

Due bambini litigavano animatamente.

“Come fai a credere ancora a Babbo Natale?”, stava dicendo il primo con aria saputa. “Non hai ancora capito che Babbo Natale è il tuo babbo?”

“Appunto!”, rispose stizzito il secondo.

“Appunto che cosa?”

“Appunto!”, si limitò a ripetere il secondo. E si allontanò.

Si trattava, in effetti, proprio del figlio di Babbo Natale. Aveva capito da un pezzo, di conseguenza, che Babbo Natale era il suo babbo.

(Lucio Angelini)

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sabato, maggio 31, 2008

IL SORRISO DELLA SI’ NETTA

(Da sinistra a destra: gli orfanelli Lucio, Franca e Mauro Angelini)

Ieri mattina nel cimitero di Fano sono stati estumulati i resti di una delle figure centrali della mia infanzia: la si’ Netta. Vi spiego. Quando mio padre morì (giovanissimo) in Perù, precipitando con l’aereo da lui stesso pilotato, mia madre dovette cercarsi un lavoro per mantenere noi tre piccolini che, di giorno, in casa restavamo quasi tutto il tempo con la nonna Celerina e sua sorella Annetta, detta “Netta”, cieca da un occhio. [Praticamente un’infanzia alla Truman Capote:-), nd.r.]. Mia nonna era rimasta vedova due volte. Il secondo marito era stato un carabiniere. Anche la zia Annetta, o si’ Netta –  era rimasta vedova: di un calzolaio che l’aveva lasciata in miseria. Benché la nostra situazione economica non fosse per niente rosea, Celerina l’aveva comunque accolta in famiglia. E fu così che io, mio fratello e mia sorella, trascorremmo la fanciullezza all’ombra di tre vedove: mia madre, mia nonna Celerina (una delle mistiche minori del Novecento, soggetta a visioni) e la pazientissima Netta, a cui facevamo bambineschi dispetti, perfettamente consapevoli della sua infinita capacità di perdono. Quando le chiedevamo come avesse perso l’occhio (quello ridotto a una sorta di pallina biancastra e orribile a vedersi), la si’ Netta ci raccontava che una volta, da piccola, si era addormentata in un prato e al risveglio l’aveva trovato così: “Mi avrà punto un insetto”, ipotizzava.

Ieri mattina, dicevo, alle 10.00 c’è stata la riesumazione delle sue spoglie. A quarant’anni dalla morte, infatti, il comune voleva indietro il loculo in cui era giaciuta fin allora. Sono andate ad assistere all’operazione mia madre (oggi quasi 86enne) e mia sorella. Ebbene, mi hanno riferito che all’apertura della cassa la cosa che le ha colpite di più è stata la vista di un’enorme dentiera splendente tra i resti. “Ti ricordi quando le rimanevano attaccati dei pezzi di insalata tra i denti?”, mi ha domandato al telefono mia sorella.

Ma io non ho risposto, troppo commosso all’idea di quell’ultimo segnale: prima di traslocare definitivamente nella fossa comune, la si’ Netta aveva voluto lasciarci il suo sorriso.

«… Alla scadenza della concessione, il Comune rientra nella disponibilità dell’ara e provvede alla liberazione dei resti mortali e al loro collocamento in ossario comune o a richiesta in ossarietto.» (Dal Regolamento comunale di Polizia Mortuaria, Comune di Fano, art.33, Sepolture private e inumazione.)

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mercoledì, settembre 10, 2008

UN TESTAMENTO BIOLOGICO

 

«Caro diario, mio padre non mi dà tregua. Continua a chiedermi di promettergli che, in caso di sua morte cerebrale, io autorizzi a staccargli la spina e non solo. Vorrebbe anche che, dopo morto, provvedessi personalmente a farlo seppellire nel deserto di Sonora, all’ombra di un Saguaro. Anche se per quel tempo non sarò più una bambina, credo che sarebbe comunque una grossa seccatura. Figuriamoci! Attraversare l’Atlantico in aereo con la salma appresso, e poi l’intera America da costa a costa… per non parlare delle inevitabili difficoltà burocratiche. E tutto per che cosa? Crede forse che nel deserto di Sonora si riposi più tranquilamente che nei nostri camposanti, mio padre? Non ha letto di quanti orribili serpenti e scorpioni e bestiacce infestino la zona, pronti magari a diliscarlo lì per lì, appena interrato? E chi mi darebbe i soldi, oltretutto, visto che in famiglia a malapena sbarchiamo il lunario e che nulla lascia presumere, salvo impreviste e miracolose vincite al Superenalotto, che mio padre possa mai lasciarmi alcuna somma in eredità? L’unica soluzione sarebbe che, alle prime avvisaglie di morte, si portasse sul luogo autonomamente, scegliesse il Saguaro giusto, si accoccolasse ai suoi piedi in una giornata di caldo il più possibile torrido e si lasciasse finire così, disseccandosi al sole senza coinvolgere seconde o terze persone: meno che mai me! Povero papà, forse non ha nemmeno idea delle difficoltà che il soddisfacimento di questo suo desiderio comporterebbe. Certo, i genitori di oggi sono proprio sorprendenti. Una volta, nelle fiabe tradizionali, erano loro a portare i figli a perdersi nel bosco. Oggi pretendono che siamo noi figli a portare loro a perdersi tra i Saguari! Non c’è più religione.»

(Dal racconto “Laggiù nell’Arizona“, di Lucio Angelini)

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mercoledì, febbraio 10, 2010

SERGIO GARUFI VA A RISCIACQUARE I PROPRI PANNI IN TEVERE

C’è un post bellissimo di Sergio Garufi, “Ground Zero”, che potete leggere per intero QUI . Ne scelgo qualche passo:

«Ho fatto per 23 anni lo stesso lavoro, l’unico lavoro della mia vita: l’arredatore… Oggi non so più chi sono, anche perché non ho smesso avendo un’alternativa pronta, e questo è uno dei motivi dello sconcerto dei miei amici… il mio desiderio di provare a campare di scrittura, che chiunque conosca un po’  l’ambiente non può che giudicare come un suicidio professionale… Il progetto difatti è quello di trasferirmi a Roma. Ho già fermato un bilocale in zona Prati, vicino alla Rai, dove seguirò un corso di sceneggiatura…Naturalmente c’è il libro, il romanzo per cui ho firmato un contratto con l’editore e che doveva essere pronto alcuni mesi fa… Il mio segno è una data. Il 2 settembre. Quando mio padre si uccise, vent’anni fa, e quando ho conosciuto lei, la scorsa estate. Per la mia famiglia quella data è una sorta di 11 settembre, il crollo di ogni cosa, e il momento in cui tutto è distrutto può anche essere quello della ricostruzione, del ripartire da zero, dopo lo sgombero delle macerie. Ground zero, appunto… in fondo scrivendo ricorro spesso alla tecnica del patchwork, metto insieme, assemblo materiali eterogenei. I miei taccuini, la fonte primaria dei miei scritti, sono pieni di frasi carpite. Faccio il bracconiere di parole: ascoltando le chiacchiere al mercato, le confidenze degli amici, i discorsi in famiglia, quelli della mia donna, o quando leggo o vedo la tivù. Forse il mio talento è quello: riconoscere il bello e saperlo mettere insieme, dargli forma, al modo dell’antico rapsodo greco, che veniva considerato “un cucitore di canti”. Anche il mio limite è simile: non ho una fantasia di primo grado, e pure se riconosco delle buone idee, come un pescatore di perle abbandonate, non vado mai oltre la dimensione artigianale, da bottegaio della letteratura: il raccontino da blog o l’elzeviro del quotidiano, bozze che non sanno elevarsi al rango di saggio articolato o romanzo vero e proprio…  »

Gli ho scritto:

«Se visiti http://www.librimoltospeciali.splinder.com trovi traccia del volume “Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia” e della breve scheda d’accompagnamento:

“È il primo romanzo-Arlecchino della storia della letteratura italiana, ottenuto per circa il 90% cucendo assieme ‘ritagli’ di stoffa letteraria di oltre settanta autori… ”.

Ovviamente ti auguro miglior fortuna di quella arrisa all’Anonimo autore di QUEL patchwork letterario*-°»

[Immagine tratta dal blog ‘La vie en beige’]

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venerdì, luglio 08, 2011

AL FIGLIO AUTISTICO

(Umberto Piersanti al Bastione Sangallo di Fano ieri pomeriggio)

È iniziato ieri pomeriggio, a FANO, il festival “La lunga estate degli anni ’60/la musica beat e la letteratura del decennio che ha cambiato il mondo.”

Primo ospite di rilievo Umberto Piersanti, che ha rievocato gli anni ’60 con humour e divertimento al Bastione Sangallo. Fra le poesie lette, naturalmente, anche “Alle ragazze degli anni ’60“, ma quella che ha commosso maggiormente il pubblico è stata “La giostra“. Piersanti ha rivelato di avere un figlio autistico, Jacopo. Un giorno, durante una sagra, Jacopo scelse spontaneamente di salire su una giostra di cavalli di legno con pennacchi e tromba gialla, evitata da tutti gli altri, e mentre lo vedeva girare solitario suo padre ebbe la sensazione di poter cogliere in quella scena una sorta di “segno del destino” del ragazzo e della sua misteriosa condizione. Questi i versi finali:
 

“…

Jacopo che tra gli altri

passa, senza guardare,

dondola il grande corpo

e li sovrasta,

abbracciò un cavallo

e poi pendeva

dopo riuscì ad alzarsi,

rise forte

 

figlio che giri solo

nella giostra,

quegli altri la rifiutano

così antica e lenta,

ma il padre t’aspetta,

sgomento ed appartato

dietro il tronco,

che il tuo sorriso mite

t’accompagni

nel cerchio della giostra,

nella zattera dove stai

senza compagni “

          (marzo 2001)

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domenica, dicembre 05, 2010

ALDO NOVE SI DÀ ALL’AUTOFICTION

L’incipit acchiappa da matti, con le sue parole ben scandite e tutti quei begli “a capo” come in una poesia:
 
«Mio padre morì all’improvviso, di ictus.
Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro. (1)
Sarebbe dovuta morire prima lei.
Tutti aspettavamo la morte di mia madre.
Ogni giorno, da quattro anni.
Non se ne parlava.
Lo si sapeva, tutti lo sapevano.
Quello era vivere la morte.
La morte di mia madre.
Invece morì lui.
Mia madre la prese come un’offesa inimmaginabile…»
 
Poi il racconto, che sarebbe stato bellissimo se condensato in una dozzina di pagine, si annacqua in una serie di pistolotti lirico-adolescenziali che hanno soprattutto lo scopo di dilatarlo alla lunghezza minima sindacale di un romanzo (111 pagine). Di tanto in tanto, è vero, riaffiorano nuclei più sodi del tipo: “Poi l’uomo propose di incularmi mentre io inculavo la sua donna” (p.95) (intendo le pagine in cui si raccontano i tentativi di trasformare il dolore in piacere), ma nel complesso la densità risulta piuttosto disomogenea.
“Il più autentico romanzo di formazione dei nostri anni”, recita la quarta di copertina. Beh, cala Trinchetto… mi verrebbe da dire ripensando a un vecchio Carosello. Ma riconosco volentieri al librino di Aldo Nove una sua dolente freschezza. 
 

(1) Cfr. l’incipit di Davì, di Barbara Garlaschelli (EL, 2000): «Mia mamma se n’è andata di casa una mattina d’estate. Avevo dieci o undici anni. Mi ha detto solo: “Ciao Davì” ed è uscita. Non l’ho più vista. Papà l’ha chiamata puttana e mi ha detto che se ne era andata con un altro».

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4 FEBBRAIO 2009

Da http://www.nazioneindiana.com/2009/02/04/quel-bruttocattivo-di-papa-cacciari/

QUEL BRUTTOCATTIVO DI PAPÀ

CACCIARI!

di Lucio Angelini
 

Della sua infanzia fanese Luchino ricordava solo qualche frammento: un treno che partiva, la testa del suo babbo che sporgeva da un finestrino e rimpiccioliva sempre più in lontananza, e soprattutto una filastrocca: ‘Staccia minaccia’. Gliela cantava sempre sua nonna Celerina, scuotendolo avanti e indietro, dopo averlo preso a cavalluccio sulle ginocchia.

“Staccia minaccia

il babbo è andato a caccia”

(“Ah, ecco dove è andato con quel treno maledetto!”, esclamava Luchino nella sua testa. “Ma a caccia di che cosa?”, si domandava subito dopo. La filastrocca, purtroppo, non lo chiariva. Il concetto di caccia, anzi, era bruscamente sostituito da quello di acquisto: che la caccia fosse stata infruttuosa?)

“… a comprare l’uva e i fichi

da dare agli amici”.

(“Bel padre!”, ragionava Luchino, “invece di pensare a me, che sono il suo figliolino, si preoccupa solo dei suoi amici! Perché non è più tornato a casa? E chi sono mai questi misteriosi “amici”?)

La spiegazione tenuta in serbo e presto dispensata dalla filastrocca era tutt’altro che convincente:

“gli amici del convento 

che pesano cinquecento”.

(“Cinquecento che cosa? Cinquecento chili? Sono dunque dei giganti gli amici del babbo? Degli energumeni?”)

Inutile sperare di ottenere maggiore soddisfazione dai versi successivi:

“Cento cinquanta

la gallina canta:

canta, gallina,

risponde Serafina.”

(“Perché confondermi le idee in questo modo?”, protestava Luchino mentalmente. “Che c’entra la gallina? E chi è mai questa Serafina che si mette a chiacchierare con le galline? Da dove salta fuori?”)

“Serafina sta in finestra 

con tre cavalli in testa”

proseguiva, implacabile, la filastrocca.

(“Possibile mai che una donna stia in finestra con tre cavalli in testa?”, cominciava a ridacchiare Luchino. “Possibile mai che a noi bambini si debbano raccontare delle baggianate del genere?”)

Esaurita la propria breve rinfilata di demenzialità, la filastrocca accelerava adesso verso il finale:

“Testa testòn 

farìn el pulentòn.”[1]

(Il brusco passaggio dall’italiano al dialetto fanese gli suonava piuttosto arbitrario:)

“Farìn la crescia dura 

da sbatta su le mura; 

le mura e le porte 

le chiavi dell’orte.”[2]

(“Oh, inestricabile groviglio!”, fremeva Luchino, pregustando il momento tanto atteso: la vertigine della caduta e la gioia del tempestivo salvamento.)

“La chiave del giardìn…

butta giù ma chel fiulìn!”[3]

La nonna, guardandolo dritto negli occhi, allentava la presa e fingeva di lasciarlo scivolare all’indietro, poi, di colpo, appena in tempo per impedirgli di sbattere violentemente la testa contro il pavimento, lo ritirava su e l’abbracciava stretto stretto. Era un momento di assoluta esaltazione, di divertimento sfrenato e puro, di incontenibile gioia per lo scampato pericolo.

* * *

Erano passate decine d’anni, ormai. Suo padre non aveva più fatto ritorno dal suo stupido viaggio verso l’ignoto. Qualche mese dopo la sua partenza, anzi, era giunta la notizia della sua morte: si era schiantato al suolo con un piccolo aereo da lui stesso pilotato, mentre spargeva pesticidi su certe piantagioni peruviane. La salma non era stata nemmeno rimpatriata e a sua madre erano rimaste montagne di debiti.

* * *

La fanciullezza e l’adolescenza erano state faticosissime. Sua madre ce l’aveva messa tutta a fargli anche da padre, ma lui aveva sentito ugualmente la mancanza di un punto di riferimento maschile. Spesso, segretamente, aveva continuato a sperare che suo padre potesse ricomparire all’improvviso, carico di uva e fichi per lui, questa volta, a risarcimento di tante sofferenze… No, non poteva essere morto davvero! E tuttavia, tra un’illusione e l’altra, non gli era rimasto che continuare a crescere, crescere, crescere. Aveva conosciuto i sette anni, i dieci anni, i quindici anni, i vent’anni… Si era fatto grande, si era trasferito da Fano – città della Fortuna[4]- nell’Italia del Nord. Si era sposato a sua volta e aveva anche messo al mondo dei figli: due, per l’esattezza. A ciascuno di essi, negli anni giusti, aveva ricantato l’antica filastrocca della nonna, prendendoli a cavalluccio sulle ginocchia:

“Staccia minaccia, 

il babbo è andato a caccia”.

E alla fine, puntualmente, giù a ridere anche loro, eccitati dal brivido della finta caduta al suolo. Solo una volta, per una specie di distrazione, il signor Luchino aveva farfugliato un po’ confuso:

“Staccia minaccia 

il babbo torna dalla caccia 

ti prende tra le braccia 

e non ti lascia più.”

“Papà, ma che significa ‘Staccia minaccia’?”

“Non lo so. Stacciare, di per sé, vuol dire passare allo staccio…. ”

“E che cos’è questo staccio?”

“Una sorta di arnese rotondo con cui si separa la farina dalla crusca: un telaio di legno a cui è fissato un reticolato. Lo si muove avanti e indietro, o meglio, lo muovevano avanti e indietro le nostre bisnonne, al tempo in cui erano costrette a fare il pane in casa… ”

“È lo stesso movimento che ci fai fare tu, allora, quando giochiamo a ‘Staccia minaccia’!”

“Hai ragione, vi faccio dondolare avanti e indietro, minacciandovi ogni volta di farvi cadere, ma poi, per vostra fortuna, vi risollevo in tempo.”

“Chi ti ha insegnato questo gioco, papà?”

“La mia povera nonna Celerina.”

“Non il tuo babbo?”

“No, il mio babbo era emigrato in America per lavoro. Non ebbe mai modo di giocare con me.”

“È quello che morì cadendo con l’aereo?”

“Sì, lui.”

“E non ti ha mai preso in braccio?”

“Be’, sì… Ricordo, anzi, che spesso mi issava sulle spalle, quando ero piccolo piccolo, e mi scorrazzava in giro per la casa facendomi dominare il mondo dall’alto. Era bellissimo stare lassù, così vicino ai soffitti! Mi sentivo il re del mondo.”

* * *

Per i suoi figli, tutto sommato, l’infanzia era stata facile. Non li aveva abbandonati un solo giorno, non era mai salito su alcun treno verso l’ignoto, non era mai andato a caccia a comprare l’uva e i fichi per alcun amico. Aveva fatto sentire costantemente loro la propria vicinanza affettuosa e rassicurante. Il suo babbo, invece, non era tornato più, l’aveva piantato in asso per sempre.

* * *

Da una ventina d’anni, ormai, viveva a Venezia. In quel periodo era sindaco della città il filosofo Massimo Cacciari, dalla folta barba nera e dagli occhi duri e dolci a un tempo, vero prototipo di “padre” (benché non avesse figli).

Un pomeriggio d’agosto, mentre sedeva davanti al computer oppresso dall’afa, il signor Luchino prese a digitare per scherzo la seguente lettera:

Caro sindaco Cacciari,

ascolti la mia storia e veda se può soddisfare un mio segreto (e mai sopito) desiderio: rimasi orfano di padre all’età di cinque anni, conobbi le durezze del collegio eccetera ma, malgrado tutto, riuscii a trovare un mio equilibrio e a diventare grande. Purtroppo, nei recessi della mia psiche, il desiderio inconscio di un papà ha continuato a lacerarmi, affiorando di tanto in tanto. Benché mi sia sposato e abbia messo al mondo due figli, vorrei – per una volta – realizzare un sogno inconfessato: poter di nuovo chiamare qualcuno ‘papà’ ed essere issato a cavalluccio sulle sue spalle (peso solo 85 chili). Visto che Lei è così buono, potrebbe prestarsi alla bisogna? Suvvia, mi inviti a Ca’ Farsetti e mi scorrazzi in giro per le sale consigliari mentre grido felice: ‘Arri, arri, papà Cacciari!’. Gliene sarei grato per sempre. Ardo dal desiderio di gettarLe le braccine… ehm, le braccione!… al collo e di farmi tirare su. É vero che ho compiuto da poco cinquantuno anni e che, anagraficamente, Lei NON potrebbe essere mio padre (ha solo tre o quattro anni più di me), ma con quella Sua barba austera, quei Suoi occhi duri e dolci a un tempo, incarna alla perfezione il mio ideale paterno e io sarei solo FIERO di avere un papà così giovane.

Confidando in una Sua sollecita risposta, Le porgo i miei più distinti saluti 

Luchino A*** ”

Divertito dall’assurdità della lettera (non meno scombinata della filastrocca “Staccia Minaccia”), aggiunse un ironico post-scriptum:

“Se proprio non vuole incontrarmi, mi ADOTTI almeno A DISTANZA!”

Non ancora appagato, spinse il proprio insensato gioco estivo alle estreme conseguenze: inserì la missiva nel Fax e la trasmise al Gabinetto del Sindaco (trovò il numero sull’elenco telefonico).

* * *

I giorni successivi trascorsero in una ridda di rimorsi, autorimproveri (“Brutto cretino, che figuraccia!”, si insultava) e trepidanti speranze. “Magari il sindaco Cacciari troverà spiritosissimo il mio fax e starà al gioco!”, si ripeteva di tanto in tanto, per rincuorarsi. “Forse avrà anche lui i suoi cedimenti, i suoi umanissimi chicchi di pazzia, accanto a tutta quella mostruosa intelligenza… ”

Finalmente, dopo parecchie settimane di inutile attesa, il signor Luchino capì che avrebbe fatto bene a rassegnarsi: la lettera doveva essere stata senz’altro cestinata. Tutto occupato a fare il Sindaco e a scrivere libri di filosofia, quel bruttocattivo di Cacciari si era guardato bene dal rispondergli. Non doveva, anzi, aver degnato di un solo ghigno, e ancora meno di un sorriso, il suo accorato appello generato dall’afa…

* * *

In compenso, qualche notte dopo, il sindaco Cacciari andò a trovarlo in sogno. Dapprima qualcuno suonò alla porta: il signor Luchino andò ad aprire e un messo comunale gli consegnò un grosso cesto di uva e fichi. Sopra la frutta splendeva un biglietto:

Caro signor Luchino, 

ho capito il Suo impulso e apprezzato la Sua audacia. L’aspetto oggi pomeriggio a Ca’ Farsetti dopo le cinque. Non Le prometto di scorrazzarLa in giro per le sale consigliari issato sulle mie spalle (come sa, sono piuttosto mingherlino e i Suoi ottantacinque chili mi spaventano un po’). Sono, tuttavia, disposto a prenderLa a cavalluccio sulle ginocchia e a dondolarLa in un inebriante ‘Staccia Minaccia’: conosce il gioco? Mi auguro vivamente, dopo averLa fatta scivolare verso il basso, di riuscire a tirarLa su in tempo.

Il sindaco

Massimo Cacciari

A quel punto il sogno si ingarbugliò, scombinandosi in un vortichio di immagini che poco avevano a che fare con l’amministrazione comunale. C’era un treno che partiva verso l’ignoto, un signore affacciato a un finestrino che gridava “Tornerò, tornerò presto da te, aspettami!”, un piccolo aereo che si schiantava al suolo, una giovane signora in lacrime, una vecchietta che stacciava alacre un mucchietto di farina e gli sorrideva in segno di incoraggiamento, un via vai di gondole veneziane traboccanti di uva e fichi… Poi, di colpo, anche quello sfarfallio si dissolse, il sindaco Cacciari ricomparve, lo prese a cavalluccio sulle ginocchia, scandì divertito le parole “Butta giù ma chel fiulìn!” e iniziò a farlo scivolare con un sorriso sornione verso il basso. Il signor Luchino fremeva di gioia, sicurissimo che il sindaco l’avrebbe tirato su perfettamente in tempo prima che potesse sbattere la testa contro il pavimento. Invece, sul più bello, quel brutto scimunito scoppiò in una risata fragorosa e irrefrenabile, mollò la presa e, nel sogno, lo lasciò precipitare rovinosamente a terra, facendogli assaggiare la durezza del pavimento. “Ben Le sta!”, gridò infine, appena si fu riavuto dal proprio accesso di ilarità. “Così impara a mandarmi certe lettere cretine! A cinquant’anni suonati non ha ancora capito che bisogna chiudere con il passato, per quanto doloroso o insoddisfacente possa essere stato? Se suo papà morì e le fece mancare uva e fichi, che cosa vuole farci più, ormai? E che cosa pretende che possa farci io, soprattutto? Sono ben altri i problemi di cui devo occuparmi: l’acqua alta, l’escavo dei rii, il moto ondoso, la decongestione dei flussi turistici e via discorrendo. Pensi piuttosto a essere lei un papà decente per i suoi figli, oggi… a non far mai mancare loro uva e fichi!”

La cosa più bizzarra fu che, svegliatosi di soprassalto, il signor Luchino avvertì un inequivocabile dolore al cranio, come dopo una effettiva caduta a testa in giù.

“E lei… e lei, allora?”, balbettò sconcertato. “Perché non si è sposato? Perché non ha messo al mondo dei figli, con quella sua perfetta faccia da Barbapapà?”

Non ci fu risposta, naturalmente: il sogno era finito e il sindaco Cacciari si era presto dileguato con esso.

(Da “Quel bruttocattivo di papà Cacciari!” di Lucio Angelini, Edizioni LIBRI MOLTO SPECIALI – Venezia  1999)

http://librimoltospeciali.wordpress.com/


[1]) Faremo il polentone (polenta dura). 

[2]) Faremo la crescia dura da sbattere sulle mura, le mura e le porte, le chiavi dell’orto.

[3])  La chiave del giardino, butta giù quel bambino!

[4]) Fano (in provincia di Pesaro): l’antica “Fanum Fortunae”, Tempio della Fortuna. Nella piazza centrale si può ammirare la Fontana della Fortuna, con al centro una copia della statuetta della dea Fortuna (quella originale è al sicuro nel civico museo); sulla piazza si affaccia, inoltre, il Teatro della Fortuna.

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23 commenti
  1. Mi dispiace, di tuo padre, lucio. Ecco da chi hai preso lo spirito indomito dell’esploratore. Ma la passione per le piante (spinose) da tua madre, o è autoctona? Non conoscevo la biografia di Allan Poe. Interessantissima. Marie Bonaparte invece non si può proprio sentire quello ceh dice. Meno male che la psicoanalisi è semimorta e sepolta. Il padre biologico di Poe mi ha fatto venire in mente un altro padre irresponsabile, quello di Dickens. E quello di Kafka, nel ramo – invece – bulli.
    Neanche questa volta sono riuscita a leggere tutto, ho troppo poco tempo tra anziani da assistere, operai in casa, traslochi in atto e lavoro mio. Saluti a tutti, però, nel frattempo – diana

    paolo – ho letto il commento definitivo alla vicenda lara-lori sul tuo blog. Allora hai messo un punto. Bravo!

  2. perché è raddoppiato il diait? e perché continuo a non ricevere gli aggiornamenti dei commenti del blog? Mistéro, come diceva Ruggeri.

  3. @diait e paolo. potrei iniziare con una postilla… 🙂

  4. Magari! Mi piacerebbe un sacco.
    (qualcuno ci accuserà di essere le tue groupies…)

  5. siamo le squaw di angelini – io, paolo e emmepì. Mica cotica.

  6. Se fossi Dante, vi dedicherei senz’altro: “Paolo, i’ vorrei che tu, Diait, Pirulix ed io… “

    • ahahaha, ma come continua, però? ‘ndo vanno sti quattro a fà danni? Ok, lo googlo. Mi ci hanno sfranto le scatole a scuola, sarà per questo che l’ho eraso come tutto il resto. Grazie, scuola.

  7. @diait. Ecco l’originale dedicato a Guido Cavalcanti:

    Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
    fossimo presi per incantamento
    e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
    per mare andasse al voler vostro e mio;

    sì che fortunal od altro tempo rio
    non ci potesse dare impedimento,
    anzi, vivendo sempre in un talento,
    di stare insieme crescesse ’l disio.

    E monna Vanna e monna Lagia poi
    con quella ch’è sul numer de le trenta
    con noi ponesse il buono incantatore:

    e quivi ragionar sempre d’amore,
    e ciascuna di lor fosse contenta,
    sì come i’ credo che saremmo noi.

  8. Ma non è che monna vanna e monna lagia sono chi penso io? Perché ritengo improbabile che sarebbero contente.
    Ma bello. Bravo questo dante. Eppure riescono a fartelo odiare. Odio rinfocolato, da grandi, dagli exploit superenfatici dell’iperattivo Benigni, unico caso di effettivo ADHD conclamato, per cui approverei la somministrazione del Ritalin.

  9. Sì, un giovine promettente, questo dante. sentiamo che dice paolo di monna diana e monna pia:-)

  10. monna vanna e monna lagia le vedevo come Zanardo e Lipperini, visto che noi quattro siamo invece i metrosexual in giro per il mondo.

  11. Monna diana e monna pia sarebbero manna, per noi: al bel ragionar andremmo incontro, e pure l’amor non disdegneremmo 🙂

  12. non ti allargare, stai sul punto. “ragionar d’amore” non è farlo. tanto bla bla in dolce stil novo, insomma, ma con donne rigorosamente angelicate.

    • Io sono un angelicatore di professione: come so idealizzare le donne io, pochi ci riescono;-)

  13. newstyle babble, sì. BS.
    Stai sul punto, paolo. E il frame, paolo, il frame: SEI SPOSATO.

  14. I’m really impressed with your writing skills and also with the layout on your blog. Is this a paid theme or did you modify it yourself? Anyway keep up the nice quality writing, it is rare to see a great blog like this one these days.

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