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BOCL N. 43 (PIERSANDRO PALLAVICINI: SIZE DOES MATTER!)

28 giugno 2012

12 settembre 2005

MADRE NOSTRA CHE SARAI NEI CIELI

di Piersandro Pallavicini, Feltrinelli editore.

SINTESI: “Nel libro di Pallavicini c’è un tizio che la fa un sacco lunga sul
fatto che sua madre si becca la leucemia”:-) 

Il mostro di Vigevano” mi era parso un libro a pera, secondo la memorabile
definizione escogitata da Pietropaolo Bianchi in it.cultura.libri per i libri di Heinlein dagli anni ’50 in poi [a pera = “inizio grosso e finale piccolo. Un grande attacco, una ambientazione credibile e partecipata, un dispiegamento di  trame e personaggi, e poi… in dirittura d’arrivo, un finale precipitoso,  raffazzonato, insoddisfacente”]. Nel finale de “Il mostro di Vigevano“, infatti,

il soufflé narrativo si sgonfia, ancorché volutamente: il protagonista del libro si rivela assai meno mostruoso di quanto promesso dal titolo e al lettore, che si stava preparando a una vera e propria orgia di sangue finale, non resta che mettersela via.

Nostra madre che sarai nei cieli ha la struttura contraria: inizio piccolo
e finale grosso… All’inizio del romanzo l’architetto Mario Provera, maniaco di tutto ciò che fa tendenza e responsabile di una rivista che – naturalmente – fa
tendenza anch’essa, presenzia alla performance di un’artista di cui si
mormora che potrebbe fare tendenza, tale Relata Rèfero [dipinta di blu dentro una sfera colma di liquido anch’esso blu]. Purtroppo la poveretta ha la sventura di apparirgli subito finto-estrema, e, quel che è peggio, già superata in sul nascere. La sua performance è stata “alla carlona”. E allora il Provera non esita a definirla via via, nel corso della narrazione, “contadina metropolitana”, “la scema”, “brava contadina abruzzese allo sbaraglio, lontana dai suoi campi e dalle stalle cui era abituata”, “incongruamente colorata di blu”, “vestita di svolazzi di sete alla Patty Pravo”, “pazza blu”, “bestia”, “vacca blu”, “giunonica sciocca in blu”, “disastrosa erede di un’impresa funeraria”,
“l’imbecille”, “specie di orribile femme fatale tristemente dispiaciuta”. Ma
il suo poco lusinghiero giudizio non gli impedisce, per altri versi, di
corteggiarla e portarla a letto per molte settimane. In una scena clou, infine, il Provera sbotta: “Ma quanto lo vuoi tenere questo colore da imbecille? E come ti sarebbe venuta in mente questa solenne stronzata di aggirarti mesi e mesi per Milano dipinta di blu? Lo capisci che non è più tempo? Lo capisci che è roba di quindici anni fa? [sic!… forse pensava al Modugno di ‘Nel blu dipinto di blu’]. E che tu, al massimo, ci puoi fare una figura da mentecatta che gioca a fare l’artista  estrema?” 

Ma vediamo di dove proviene questo gran raffinato, questo snobbissimo
architetto Mario Provera, titolare di uno studio milanese di successo, che si permette di dare della “contadina pescarese” alla suddetta art-performer: è figlio, nientepopodimeno, che di un capufficio dell’Ausonia Assicurazioni di Cantù e di una segretaria contabile di un mobilificio. Ce lo rivela Pallavicini stesso in una serie di arditi flash-back: ha passato l’infanzia in un appartamento che i suoi genitori hanno acquistato con un mutuo; la Seicento bianca, invece, l’avevano ottenuta a suon di cambiali; al loro piano abitava – per dirne un’altra – “un falegname appena diventato mobiliere”; a quattro anni di età, quando i suoi sono via per lavoro, Provera piccolo viene in genere portato dalla nonna Giuliana, nella cui cantina gioca spesso con Mauro, il figlio di un muratore dei paraggi. Ebbene, un giorno i due, di gioco in gioco, si spogliano e Mario, vedendo il pistolino dell’amico, si china a baciarglielo. Mauro lo schiaffeggia. Accorre nonna Giuliana che commenta: “Peccati come questi fan sanguinare il cuore di Gesù Bambino”, e anche “Povero Gesù Bambino…”, prima di somministrargli a sua volta dei sonori ceffoni. In un’altra occasione il piccolo perverso-polimorfo è  scoperto da sua madre con le mutandine calate, intento a spingere nell’aria il pistolino. Riceverà nuovi “schiaffi secchi e nervosi”. Inutile dire che quando, col tempo, si ammalerà, finirà per convincersi che i suoi dolori altro non siano che la giusta punizione celeste per i suoi peccatucci “con Mauro e da solo”. Divenuto adulto, Mario inizia a frequentare il pittoresco mondo  dell’avanguardia artistica, ma trova anche il tempo di sviluppare un intenso affetto per il nipotino Teo e di definirlo addirittura “il mio piccolo idolo nella bacheca del cuore”. E proprio con lui ripeterà l’antico gioco ad azzuffarsi già praticato nell’infanzia con il figlio del  muratore (Mauro). Un giorno, sulla sponda di una piscina, zio e nipote si strusciano a vicenda finché allo zio accade uno strano fenomeno: il cazzo, sotto il costume, gli si fa curiosamente lungo e duro. Come se non bastasse, proprio in quel momento sopraggiunge la madre di Teo e, notando il dettaglio, afferra il piccolino per un braccio e lo porta via. Da quel giorno in poi guarderà con comprensibile sospetto il cognato. La situazione peggiora dopo che, in una successiva occasione, lo zio Mario va a prendere a scuola il nipotino Teo, ormai dodicenne, e, dopo vari giri in città, lo porta in casa sua, dove non trova di meglio che mostrargli le sue nuove orgette-collage, la croce anale di Waters e le foto dell’artista Renata Réfero  completamente nuda, oltre che se stesso nudo sotto la doccia. I genitori di Teo (ovvero il fratello e la cognata di Mario), nell’apprendere la cosa, entrano in allarme rosso.

Come ci ricorda la canzone “Tutte le mamme”, i figli, in genere, crescono,mentre le mamme, parallelamente, imbiancano. Le più sfortunate, a volte, addirittura si ammalano. È quanto accade alla mamma del Provera che, entrata in ospedale per delle semplici analisi, non ne uscirà più, se non per andare nei cieli (come da titolo). La reazione del Provera non sarà per niente trendy, ma ancora più datata e goffa delle performance di Relata Rèfero (la “vacca in blu”). Da un lato la parte ambientata all’ospedale Niguarda di Milano è la più tediosa del romanzo, dall’altro è anche inframmezzata da una serie di movimenti all’indietro che tentano di vivacizzarne la piattezza. La leucemia della madre del Provera, peraltro, ricorda da vicino l’idea centrale di quell’Angela prende il volo di Palandri che riscosse vivo successo al premio Mastronardi (Pallavicini era nella giuria), anche se in quel romanzo a  salire nei cieli toccava al padre:- >

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Questa la Quarta di Copertina de “Il Mostro di Vigevano”:

“Il protagonista della storia si chiama Marco Calibani. Ha un buon lavoro, una fidanzata, parenti e amici. E una sessualità esuberante. Fa sesso con la sua ragazza, con extracomunitari giovanissimi, con prostitute di colore. Inoltre colleziona video porno da visionare in solitudine o in riunioni di gruppo. Pagina dopo pagina Calibani – che del mostro ha almeno il cognome – ci racconta con ascetica minuzia i suoi incontri e le sue frustrazioni rivelandosi pochissimo dotato degli attributi classici della mostruosità. E lo conferma la fidanzata che interviene con qualche lettera dichiarando (anche lei!) un tradimento extracomunitario, ma soprattutto l’irrinunciabile amore per il suo Marco. Piersandro Pallavicini (che segnala en passant un romanzo di Bret Easton Ellis in una delle case che descrive) ordisce il suo racconto senza appesantirlo di giudizi, ma preoccupandosi di creare suspense nelle feriali ricorrenti trame dei suoi personaggi. E prima o poi il lettore avverte che c’è qualcosa di pericoloso nel modo che Calibani ha di parlare di cibo, di corpi, di affetti. Che la sua mostruosità si nasconde proprio lì: nelle parole con cui nomina e valuta le persone e le cose. (Gilberto Severini)”

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venerdì, luglio 22, 2005 

PIERSANDRO PALLAVICINI, “Atomico dandy” (1)

“Bevo solo metà del caffè, che è pessimo oggi più di ieri”. 

Che cos’è? 

Semplicemente una delle prime informazioni che ci passa Vittorio Nuvolani, il protagonista (nonché  io narrante) del nuovo libro di Piersandro Pallavicini, “Atomico Dandy”, Feltrinelli editore.

 Di colpo – da pedante ex insegnante di lettere – mi distraggo per domandarmi: ‘Si può dire ‘più pessimo di ieri’?’;  ‘Si può dire – che è la stessa cosa – ‘più cattivissimo di ieri’?”.  ‘Ma sì’, mi rispondo, ‘la mimesi del parlato consente tutto’. E passo senza ulteriori indugi al secondo capitolo, dove Piersandro, pardon, Nuvolani, rievoca una mancata scopata tra uno studente imbranato (ma griffato Burberry, Pringle, Dior e Zegna) e una ragazza che veste  – orrore degli orrori – Benetton e Superga. L’aggettivazione, fin da subito, è quella tipica di Pierpalla: “immenso, cool, oltraggioso, vintage*, forsennato,  incommensurabile, abnorme…” La frase più bella? Questa:

“Io, allora, potente come un Silver Surfer cattivo, l’avevo staccata da me, le avevo preso il viso fra le mani e GUARDATA DA UNA MIA GALASSIA LONTANA” [il maiuscolo è mio] (p.23) 

Nel terzo capitolo Nuvolani non è più imbranato, ormai sa dove infilare la lingua e anche il resto. Sì, sono passati gli anni e le cose sono “terribilmente mutate”. Ma ecco che si profila all’orizzonte una suora…


* Sostantivo aggettivato

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PIERSANDRO PALLAVICINI, “Atomico dandy” (2)

Ma, amici lettori, insieme a Pallavicini (che salta continuamente dal 2002 al 1986), facciamo anche noi un bel salto indietro: un po’ più lungo dei suoi, a dire il vero, perché ci trasferiamo sì negli anni Ottanta, ma dell’Ottocento. Ebbene, cosa resterà di quegli anni Ottanta afferrati già/scivolati via, ci domandiamo con Raf?  La risposta, per comodità, ce la facciamo dare da un professore della Sorbona: 

«Montesquieu, nelle sue “Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence” presentava la storia di un grande corpo politico che moriva per l’eccesso stesso della sua grandezza. Implicitamente paragonava alla decadenza dell’Impero romano quella della Francia del XVIII secolo. Gli uomini che vissero alla fine del XIX secolo fecero a loro volta questo paragone: Baudelaire parla nel suo saggio su Constantin Guys (1863) delle “decadenze”, cioè di quelle epoche tormentate, transitorie, “in cui la democrazia non è ancora onnipotente e l’aristocrazia è ancora solo in parte vacillante e avvilita”. Quella in cui egli vive appartiene a questo tipo ed egli si ritroverebbe perfettamente nel secolo di Apuleio. Il “Sâr”(1) Péladan (1859-1918) compone un vasto ciclo di romanzi, una “etopea”, per rappresentare e condannare i costumi moderni corrotti dal materialismo: l’intitola “La décadence latine”. Péladan condanna la decadenza. Altri, invece, provano per essa una invincibile attrazione. “Io sono l’Impero alla fine della decadenza” proclama Verlaine nel sonetto “Langueur” (1883). Tra questi due atteggiamenti il dandy si trova in una situazione ambigua. Cercando di sostituirsi all'”aristocrazia vacillante e avvilita”, volendo dare alla sua epoca e grazie all’arte uno splendore che le manca, si oppone alla vita moderna. E tuttavia ne è il prodotto. Deve adorarsi o disprezzarsi? Questa è in fondo l’incertezza che circonderà il Des Esseintes di Huysmans, tipo, ma anche caricatura del “decadente” (“A rebours”, 1884)…   Per aver abusato dei piaceri che gli procurava la sua ricchezza, Jean des Esseintes, rampollo di una nobile famiglia in via di degenerazione, ha preso disgusto per la società e si è rinchiuso nella solitudine della sua dimora di Fontenay-aux-Roses dove assapora le sensazioni di una vita posta interamente sotto il segno dell’artificio (organo per liquori, fiori naturali che imitano i fiori finti)… ma, inseguito dalla sua nevrosi e costretto ad abbandonare la sua dorata esistenza di cenobita, Des Esseintes implora il dio dei cristiani: le sue tendenze verso l’artificio, i suoi bisogni di eccentricità, in fondo non erano forse nient’altro che “dei trasporti, degli slanci verso un ideale, verso un universo sconosciuto, verso una beatitudine lontana”.»  (Pierre Brunel, “Storia delle letteratura francese”, Editrice Il Delfino, Bologna).

Tutte queste cose Vittorio Nuvolani, il protagonista di “Atomico Dandy”, le sa benissimo e non fa nulla per nasconderle, anzi vi accenna più volte (pag 49, pag. 50, pag. 63…), non fosse che lui, come Rita Hayworth, è “atomico”…

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PIERSANDRO PALLAVICINI, “Atomico dandy” (3)

Mentre andavo avanti con la lettura, è uscita in Vibrissebollettino.net la meticolosa rece di  Badimona (Bartolomeo Di Monaco), che come critico è senz’altro più serio e affidabile di me. Come dire: diffidate di queste mie noterelle e confidate piuttosto nelle sue. Io, purtroppo, tendo a  stancarmi di *quasi tutti* i libri che pur comincio con le migliori intenzioni (compreso il pipernesco ‘Con le peggiori intenzioni’). Dopo il primo centinaio di pagine – salvo casi eccezionali – cedo alla tentazione di saltare dapprima qualche periodo, poi delle mezze pagine, poi delle intere pagine e così via, sempre più impaziente di correre verso il  finale e passare ad altro. Confesso che la storia di questo dandy  un po’ ridicolo (che pensa di assomigliare a Des Esseintes solo perché veste Ermenegildo Zegna e aborrisce i papillon con l’elastico… i PAPILLON? ma per piacere!) mi ha preso abbastanza poco. Ho ritrovato  ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente (‘Nostra Madre che Sarai nei Cieli‘): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi: per Pallavicini,  evidentemente, “SIZE DOES MATTER!”:

qui un negrone ce l’ha di 24 centimetri), la mania della filodiffusione, la vita perennemente scandita da sottofondi musicali *come nei film* (se poi si tratta di un bootleg dei Mott the Hoople è festa grande!), eccetera.  

 Il tentativo di inserire la vicenda in un contesto storico più ampio ed emozionante (scontri Libia-Usa, Chernobyl) mi è parso abbastanza inane a sua volta (“Gli stronzi Stati Uniti d’America, poi, avevano attaccato”, “Le reazioni del libico Culatton Supremo e dei pazzi sovietici e peggio ancora dei cinesi…”, “mentre Craxi lasciava il campo a una reazione proterva del vecchio De Mita”… eccetera).   

La tanto attesa suora menzionata nella puntata n.1 ha uno sviluppo narrativo deludente: si chiama addirittura Consy, quasi come la Sconsy di Anna Maria Barbera, e semplicemente si dedica al recupero dei tossicodipendenti (fra i quali, tanto per movimentare un po’ la vicenda, il figlio del prof. Sormani, boss di Nuvolani all’università).   

Certo, Pallavicini scrive bene [salvo qualche passaggio sconcertante del tipo: “Mi ero ripetutamente masturbato fantasticando di accoppiarmi con GIOVANI neri, bianchi, asiatici, ***di sesso sia maschile che femminile*** “(p. 227)] e molte pagine appassionano. Interessante, per esempio, è il montaggio della vicenda, con salti indietro e in avanti nel tempo (ma il suo 2009 non è molto diverso dal 2005: la gente continua imperterrita a emailarsi, la filodiffusione a mandare “una musica pop italiana, struggente e anni ’60, scelta dall’impiegato in time sharing audioleso e maleducato” e l’unica vera *novità da premio Nobel* è proprio quella inventata da Nuvolani: un computer molecolare o Chemputer). 

Voto complessivo: 6 ½ 

P.S. Questa recensione mi attirerà l’odio degli scrittori: Jadelin Mabiala Gangbo, Raul Montanari, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini; degli editor Gabriella D’Ina e Alberto Rollo, degli scienziati Luigi Fabbrizzi, Jean-Pierre Sauvage e Jean-Marie Lehn; dei musicisti Dimitri from Paris, Bryan Ferry e Stephane Puompougnac, oltre che di Christian Patrick Mbondo e di Manola Dettori, moglie di Pallavicini, che li ringrazia in una pagina a sé (la 325) per aver contribuito – consapevolmente o inconsapevolmente – alla costruzione del suo romanzo. E naturalmente di Pallavicini stesso:-)

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venerdì, novembre 26, 2010

PIERSANDRO PALLAVICINI: PROMOSSO

Dopo aver strapazzato un po’ i precedenti “Madre nostra che sarai nei cieli” e “Atomico Dandy” (vedi archivio di questo blog, rispettivamente alle date 22 luglio 2005 e 12 settembre 2005), devo dire che ho trovato l’ultimo libro di Piersandro Pallavicini, “African Inferno“, notevole. L’antico frequentatore di it.cultura.libri è decisamente maturato, dal punto di vista letterario. 
L’argomento del libro? Be’, lo stesso dell’installazione di cui a pag. 324:

“Rappresenta con grazia lo scontro tra l’immanenza del magico nell’Africa del nuovo millennio e la volontà di cancellazione dell’irrazionale imposta dalla nichilistica supremazia della tecnica nel mondo occidentale”.

Ma ci ritorno. Complimenti a Piersandro. Buon weekend.

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lunedì, novembre 29, 2010

QUEL DEFICIENTE DEL CANE DEGLI OMODEO

(Piersandro Pallavicini) 

«Mi sento uno stupido e forse lo sono, ma ho il cuore in gola. Così che adesso, quando scendo dalla Mini davanti a casa e mi arriva alle spalle lo scoppio di latrati di quel deficiente del cane degli Omodeo, io salto all’indietro con una specie di urlo disarticolato. Si lancia verso di me contro la rete metallica, il lupo coglione.
“Crepa!” gli ringhio io.
E lui giustamente abbaia di più, abbaia come un ossesso, e si lancia di nuovo contro la rete come se volesse sfondarla col muso pur di azzannarmi alla gola, e mi accompagna a quel modo lungo i dieci passi sul sentiero in ghiaietto che mi conducono alla porta di casa.
Càgat adòs!” gli strillo: nella surreale speranza che, usando il dialetto dei suoi insopportabili padroni, lo stupido pastore tedesco riesca a cogliere il significato. L’odioso cane Fonzie. Pronuncia Fonzi. Ribattezzato all’istante Stronzi.
Càgat adòs, marcione!” gli urlo ancora, provocandolo, con un’altra folle speranza: che il cane Stronzi, a forza di musate contro la rete, possa procurarsi almeno una commozione cerebrale…»

(Piersandro Pallavicini, African Inferno, Feltrinelli 2010, pp. 30-31)

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martedì, novembre 30, 2010

CHI HA PAURA DELLA FABULA?

« La fabula – ci ricorda Wikipedia –  è l’insieme degli elementi di una storia visti nel loro ordine logico e cronologico… Si contrappone all’intreccio che è l’insieme degli elementi della storia nella successione in cui l’autore li dispone. Quando fabula e intreccio non coincidono emergono, allora, le analessi e le prolessi. Le analessi, che nel film sono chiamati flashback, sono racconti di fatti accaduti in precedenza (ricordi, esperienze passate, memorie, ecc..). Le prolessi sono invece le anticipazioni di eventi successivi.»

Un patito assoluto dell’intreccio è Piersandro Pallavicini, che non seguirebbe la successione logica e cronologica degli avvenimenti nemmeno sotto tortura. Non lo fa, di conseguenza, in “African Inferno“, dove si parte dall’11 marzo 2004 (cap. UNO), ci si sposta a domenica 15 giugno 2003 (cap. DUE), si ritorna a lunedì 15 marzo 2004 (cap. TRE) e così via fino alla fine. Analessi e prolessi a gogò, dunque, tanto da ingenerare nel lettore uno strisciante, ma sempre più insistito desiderio di fabula… 🙂

Scrivevo a proposito di “Atomico Dandy” nel lontano 2005:

« Ho ritrovato  ingredienti e situazioni già utilizzate nel romanzo precedente (‘Nostra Madre che Sarai nei Cieli’): il doppio voltaggio sessuale del protagonista, le triangolazioni amorose marito-moglie-negrone di turno, il mito per tutto ciò che è grosso e turgido (con particolare riferimento a capezzoli e cazzi. Per Pallavicini, evidentemente, “SIZE DOES MATTER!”:

qui un negrone ce l’ha di 24 centimetri), la vita perennemente scandita da sottofondi musicali ***come nei film***… eccetera ».

Be’, quanto a negroni (soprattutto camerunesi), ce ne sono a iosa anche in African Inferno. Con due di essi il protagonista Sandro Farina finisce addirittura per coabitare. Farina ama sua moglie e sua figlia, ma soprattutto ama segretamente (si intuisce) il “fascinoso amico congolese” Joyce, regista, videoartista, scopatore infallibile Congo-garantito:

“Tu allora guardi verso la porta del bagno e basta, implorando che si apra e che il tuo amico congolese ritorni a illuminare di diamanti e di stelle questo locale che stasera è tutto sbagliato” (p. 15, mio il grassetto). 

Il suo membro è talmente ipertrofico da essere nicknamato “l’anaconda” e diventare protagonista di un corto in cui passa dallo stato di riposo a quello di erezione (“The rise and fall of the Black Emperor“: cazzo imperatore, ci si chiede, o imperatore del cazzo?) . 

Molto peso, come già in “Atomico Dandy“, hanno le notizie apprese da radio-tivù-giornali. In AD le vicende private altalenavano oziosamente con quelle storico-politche degli scontri Libia-Usa. Stavolta è il turno dell’Iraq, del Fabrizio Quattrocchi di ‘così muore un italiano’, di Al Qaeda e altri eventi del biennio 2003-2004. Ma in African Inferno i topic dell’attualità non sono un mero contrappunto, bensì influenzano precisi comportamenti di alcuni personaggi.  Torna puntuale, inoltre, la tipica attenzione dell’autore per cibi e capi d’abbigliamento griffati (“Indosso il mio  vecchio Barbour…”).

Importante, infine, di nuovo!, il colore blu.

Queste mie annotazioni, tuttavia, non vogliono anticipare alcun giudizio letterario di condanna, perché “African Inferno” mi è sostanzialmente piaciuto. L’amalgama dei pur tipici ingredienti pallavicineschi mi è parso riuscito meglio delle volte precedenti, l’analisi del razzismo nostrano da un lato e dei pregiudizi che gli immigrati africani, dall’altro, nutrono nei nostri confronti è convincente, la lingua sicura, inventiva e con un forte sapore di verità (vedi l’esempio del brano postato ieri). In definitiva ho avuto l’impressione che questo romanzo segni il definitivo ingresso di Piersandro Pallavicini nella rosa dei narratori italiani più interessanti del nostro tempo. 

Confesso di aver raggiunto il momento di massimo orgasmo letterario al capitolo VENTITRÉ… Dovete sapere che “Epitaph” dei King Crimson è – da sempre – uno dei miei pezzi preferiti, e l’epigrafe del capitolo ventitreesimo recita appunto:

Confusion/Will be my epitaph

🙂

http://www.youtube.com/watch?v=eiJy2GT_fBQ

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APPENDICE:

2 DICEMBRE 2005

Il 30 giugno del 1998 Piersandro Pallavicini fu travolto dall’improvviso desiderio di contattare Hanif Kureishi. Ce lo dice Google/Groups, che – come è noto – non perdona :- )

Newsgroup: uk.adverts.books/Da: Piersandro Pallavicini  *****/Data: 1998/06/30/  

Oggetto: Hanif Kureishi – a contact?

“I’m an italian novelist and journalist. Need a contact with UK writer Hanif Kureishi (e-mail, or snail mail). Any one could help? If so, thanks from the deep of my heart!”(Piersandro Pallavicini ).

Non so se il nostro atomico Pierpalla riuscì a beccarlo. Fosse ancora interessato, sappia comunque che  – carramba che sorpresa! – oggi… Kureishi è… quiiiiiiiii! (Qui a Venezia, intendo):

Ecco, dalla stampa locale (il solito Gazzettino), la ghiotta notizia per gli estimatori dello scrittore:

Lo sceneggiatore anglo-pakistano Hanif Kureishi a Venezia per una mostra e una rassegna di film  

VENEZIA – Lo scrittore e sceneggiatore anglopakistano Hanif Kureishi sarà nei prossimi giorni a Venezia per l’inaugurazione alla Galleria d’Arte Traghetto di “Nightlight“, mostra di dipinti dell’artista veneziana Serena Nono ispirati al racconto omonimo del narratore anglo-pakistano. Nell’occasione il Circuito Cinema Comunale gli rende omaggio con una rassegna dei suoi principali lavori cinematografici. La rassegna, dal titolo “Hanif Kureishi , scrittore di cinema”, prenderà il via questa sera al Giorgione con la presentazione di “Intimacy – Nell’intimità” di Patrice Chéreau, preceduta alle ore 21 da un’intervista all’autore della giornalista Irene Bignardi, critico cinematografico e fino a pochi mesi fa direttrice del Festival di Locarno (ingresso a pagamento). Il ciclo proseguirà successivamente alla Videoteca Pasinetti con “My Beautiful Laundrette” di Stephen Frears (lunedì 5 dicembre ore 17.30/21), “Sammie & Rosie vanno a letto” ancora di Frears (mercoledì 7 dicembre ore 17.30/21), “Mio figlio il fanatico” di Udayan Prasad (venerdì 9 dicembre, ore 17.30/21) e infine “The Mother” di Roger Michell (lunedì 12 dicembre ore 17.30/21). Ingresso soci Pasinetti. La mostra “Nightlight” sarà inaugurata alla Galleria d’arte Traghetto (Campo Santa Maria del Giglio) venerdì 2 dicembre alle 18, presenti Serena Nono e Hanif Kureishi . Resterà aperta sino al 10 gennaio, nei giorni feriali, dalle 15 alle 19, con ingresso libero. 

(Serena Nono con Hanif Kureishi)

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3 commenti
  1. very rarely do i come across a blog that’s both informative and entertaining, and let me tell you, you’ve hit the nail on the head.

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