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BOCL N. 45 (ALTRI RAGAZZINI DELLA LETTERATURA)

2 luglio 2012

 

[One of the coolest remixes that anyone’s done of my books has been the speed reader that Trevor Smith put together, which flashes the books one word at a time, at high speed, inside a Java applet. Though the words fly past so fast that they practically flicker, they are still readable — there’s some heretofore unsuspected talent buried in our brains for parsing sentences when rendered as rapid-fire flashcards. ]

Lunedì, gennaio 02, 2006

Spazzatura.bmp

Scrive Paolo Brunetti su carmillaonline di oggi 2 gennaio 2006:  

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/01/001622.html#001622

“Prendiamo l’esempio della industria editoriale. Il presupposto della sua esistenza, oltre che del suo sviluppo, è la possibilità di produrre e vendere sempre di più, ma perché ciò sia possibile occorre che solo una minuscola minoranza di coloro che comprano libri e riviste li leggano, perché se leggessero tutto quello che comprano, la velocità di acquisto calerebbe fino a provocare il tracollo del settore. Provate a riflettere sulla lettura dei giornali. Ogni acquirente dedica alla scorsa dei giornali dai dieci ai venti minuti al giorno, a meno che non si tratti di qualcuno che non ha nient’altro da fare. Per mantenere la tiratura i giornali devono non informare, ma creare nel cliente il desiderio di comprare il giornale che ovviamente non avrà tempo di leggere. Per vendere bisogna creare una relazione identitaria con il ‘non lettore’ che comprerà l’idea che il giornale gli ha fornito di se stesso (vedi ‘La Repubblica’) e poiché anche questo non basta più il giornale porta libri, videocassette, cd, dvd ed altri ammennicoli. Ci sono nelle case degli italiani, dei tedeschi, degli inglesi, dei turchi ecc. decine e decine di libri, videofilm e chissà altro che nessuno avrà mai il tempo di leggere o di vedere. Ci sono persone che hanno accumulato qualche centinaio di film, per vedere i quali dovrebbero stare otto ore al giorno davanti al monitor, per più di un mese. In Italia si stampano ogni anno circa 50.000 libri, quasi centocinquanta al giorno comprese le domeniche e le festività. Di questi più della metà non arrivano nemmeno nelle librerie, ma finiscono direttamente al macero per dar vita alla stampa di nuovi libri. Degli altri qualche migliaio hanno effettivamente mercato, in maggioranza vendono qualche centinaio di copie, gli altri restano sugli scaffali da pochi giorni a qualche mese per essere ritirati e ricominciare da capo il ciclo ‘produttivo’.” 

È stato inevitabile pensare a Luca Tassinari di http://letturalenta.net/2005/11/pagare-per-esistere/

(vd post seguente)

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Giovedì, dicembre 01, 2005 

PAGARE PER ESISTERE

Il 28 novembre u.s. Luca Tassinari di www.letturalenta.net  pubblicò l’interessante articolo che ripropongo qui sotto. Bart Di Monaco commentò: “Sarebbe simpatico farlo circolare“. E Luca: “Bart, io ci ho provato a farlo circolare, ma il layout di ‘sto blog è irrimediabilmente rettangolare.”

Così ho deciso di tentare io la cerchiatura del quadrato.

Ecco il pezzo:

“Gli editori lamentano le poche copie vendute; i librai soffrono l’assottigliamento dei margini economici; gli autori rinnovano in mille modi l’antico aforisma: carmina non dant panem; i traduttori denunciano la scarsa visibilità del loro lavoro; i critici criticano la scarsa attenzione alla critica. Nella gran macchina della produzione letteraria tutti si considerano sottostimati, sottovalutati, sottopagati. No, dico, va bene che l’erba del vicino è sempre più verde, che l’uomo è pessimista per natura, che il mondo è crudele, ma allora io – il lettore – cosa dovrei dire?

Insomma, dico, dovrei sempre stare zitto e buono ad ascoltare le lamentele altrui? Eh no, cavolo, per una volta mi lamento io. Voglio gustare anch’io, e fino in fondo, l’universale panica esperienza del piagnisteo letterario.

Io – il lettore – esisto, sì, ma solo in quanto numeretto in coda per acquistare, spendere, consumare, mentre le mie maravigliose e indiscutibili doti creative sono completamente ignorate. All’editore e all’autore interesso solo come fonte potenzialmente inesauribile di vile pecunia. Che legga o non legga per loro è perfettamente indifferente, purché io compri. Lo si vede da quello che fanno: pubblicano decine, centinaia di nuovi titoli ogni mese. Roba che per leggerne un decimo toccherebbe avere due scanner ad alta velocità al posto degli occhi.

Me lasso! Vago confuso per luoghi ormai più simili a gran bazar che a librerie, circondato da pile e pile di libri-fuffa a loro volta circondate da gadgettini e puttanatine d’ogni specie: calendari, magliette, agende, giochi di società: trovare un libro vero là in mezzo è un’impresa disperata. A volte mi avvicino timidamente a un commesso, chiedo informazioni, ma solo per essere guardato in tralice come un povero mentecatto o spedito come una biglia da un reparto all’altro, senza metodo, senza cortesia: La novella del grasso legnaiuolo, dice? Provi un po’ al reparto hobby e tempo libero.

Ahi sorte ria! ahi mondo ingrato! Già, la gratitudine.

L’altro giorno sul domenicale del Sole ho letto un articolo di Stefano Salis che satireggiava sulla moda di mettere i ringraziamenti in coda ai libri: grazie alla mamma per avermi allattato, alla moglie o al marito avermi sopportato, all’editor per avermi editato, all’editore per avermi pubblicato, e via così. Poteva essere un bell’articolino, spiritoso e simpatico, se non fosse stato per un sottotitolo a dir poco offensivo: Da Egger a Baricco infuria l’omaggio a editor, agenti e persino lettori. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegarglielo, al titolista, che Dave Eggers si chiama Eggers e non Egger, a parte questo dico, come sarebbe a dire persino lettori? Ma chi sono io? il figlio della serva? Ringraziare gli altri è comico, mentre ringraziare me è scandaloso?

Ecco come mi trattano tutti. Io – il lettore – considerato alla stregua di un paria! Il lettore, dico, ovvero la colonna portante della letteratura mondiale di tutti i tempi. Perché hai voglia tu a scrivere, autorevole autore; hai voglia a pubblicare, pubblicano d’un editore; hai voglia a tradurre, o transeunte traduttore; hai voglia a esporre la tua merce, libresco libraio, ma se io non leggessi andreste tutti a pelare patate! In cambusa! altro che gloria letteraria!

Ma questo sarebbe niente, o lettore che mi leggi (sia pure talvolta – va detto – con deprecabile guizzo velocista), condividendo così la mia infelice sorte per la durata di questo post. Questo sarebbe niente. In fondo alle avversità si fa il callo, come natura vuole, grazie alla formidabile capacità di adattamento alle avversità propria dell’umano genere. Ma come posso tollerare le lamentele altrui sulla scarsa redditività del loro ruolo? Non ci danno una lira, lamentano i traduttori; non ci caviamo manco le spese, ribattono i librai; vendiamo troppo poco, incalzano gli editori; di scrittura non si vive, aggiungono gli autori.

Ma io, santa pazienza, cosa dovrei dire? Cosa dovremmo dire noi lettori di tutto il mondo? Noi, i pilastri della letteratura, dobbiamo addirittura pagare per esistere!” (LUCA TASSINARI)

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19 marzo 2007

VANITÀ DI LIBRITÀ. TUTTO È NOVITÀ

“Ogni giorno in Italia vengono pubblicati 170 nuovi titoli, ma il 35% della tiratura è destinato alla carta straccia, come in una gigantesca discarica di parole e pensieri. E in libreria di loro non resta traccia, non importa se belli o brutti, la legge è ormai questa, fare spazio sugli scaffali per le ‘novità’, così i libri di oggi divorano quelli di ieri, e sempre più frequentamente accade che sperduti tra chilometri di romanzi e saggi, tra migliaia di proposte e offerte, non si riesca a trovare quell’unico volume che stavamo cercando… “

“Migliaia di titoli vengono cannibalizzati da altri titoli, basti pensare che dal 1996 al 2005 sono usciti dalla circolazione 373.787 libri, e che ogni anno finiscono fuori catalogo oltre 40 mila volumi. Uscire fuori catalogo vuol dire scomparire, missing, perché per librai grandi e piccoli ormai il deposito è diventato un costo morto, una voce in perenne passivo”(Giuliano Vigini, esperto di editoria)

“La verità è che c’è un’invasione di novità insostenibili, e che spesso non vendono nemmeno una copia. A volte con una battuta dico che gli UNICI A FARE UN PO’ DI SOLDI IN QUESTA INVASIONE DI LIBRI SONO SOLTANTO GLI AUTOTRASPORTATORI. GUADAGNANO INFATTI CONSEGNANDO I LIBRI, E GUADAGNANO DI NUOVO PORTANDO INDIETRO QUEI TITOLI COME RESA…” (Luca Nicolini, libraio e uno degli organizzatori del Festival della Letteratura di Mantova)

(Tutti e tre i passi sono tratti dall’articolo “Alla ricerca dei libri perduti. Quaranta giorni e sono già da buttare“, di Maria Novella De Luca, pubblicato su ‘la Repubblica’ di giovedì 15 marzo scorso)

[Immagine da http://www.sertudine.it/macero.gif ]

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Sabato, febbraio 11, 2006

 

(Carla Benedetti)

BENEDETTI SCATENATA

CONTRO LA SCRITTURA

COLLETTIVA

Brontola, infatti, su L’Espresso del 9 febbraio 2006:

“Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d’ogni stagione, compresa l’odierna “dittatura del mercato”. Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel ’29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all’epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i “Dieci” composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi… [cut]… Se all’epoca l’operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una “gaglioffata”), poteva spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e i Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono del tutto pacifiche, perfettamente in linea con ciò che chiedono lo “spirito” del tempo e le sue macchine. Per l’industria dell’intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal “collettivo” che non singolarità imprevedibili! Meglio una scrittura sterilizzata che una piena.”

In una vecchia intervista apparsa in www.girodivite.it Wu Ming1 ribatte:

“E ‘sti cazzi? Punto fondamentale del progetto Wu Ming è la progressiva smaterializzazione del culto della personalità dell’artista. Tant’è che wu ming nel dialetto mandarino della lingua cinese significa proprio ‘nessun nome’. Eppure sembra inconcepibile, date quelle che sono le nostre basi culturali, non pensare alla funzione dell’autore come ci è stata insegnata. Anche solo pensando al lavoro di elaborazione mentale che esso svolge. Di scelte di materiali, di stile, di forme, di contenuti etc etc . Il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c’è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E’ la stessa maiuscola che stabilisce d’arbitrio la differenza tra le arti e l’Arte, tra l’artista e l’artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono ‘dentro il comune’, nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: ‘Si comincia con l’Autore, e si finisce con l’Autorità’. Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt’al più all’autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un ‘valore aggiunto’ (quello di un lavoro fatto bene) ma non c’è alcun tipo di imposizione né di coercizione.”

A chi dare ragione? Mah. La mia impressione è che scrittura individuale e scrittura collettiva possano coesistere tranquillamente come già avviene per le diverse religioni… ehm… Voglio, però, raccontarvi la mia particolare esperienza di scrittura collettiva. Un giorno, quand’ero insegnante, in una prima media assegnai il seguente esercizio: ogni alunno avrebbe dovuto scrivere cinque frasi tutte inizianti con “Io, quando… “, poi le avremmo lette e commentate insieme. Trovai le frasi raccolte così originali e divertenti che qualche tempo dopo, all’insaputa dei ragazzi, ne approfittai per ricavarne un magnifico racconto griffato Lucio Angelini: “IO A ME“.  Il racconto, che forse vi posterò DOMANI, da allora ha sempre portato la mia firma, ma devo confessare che gli spunti migliori mi erano stati forniti da quegli adorabili scavezzacollo.

A proposito di scuole, molti maligni sostengono che anche un noto conduttore di corsi di scrittura attinga a piene mani, per i suoi libri, ai materiali prodotti dai corsisti…

Invece Laura Lepri, un giorno, a Mestre, invitata alla scuola di scrittura creativa dell’Annalisa Bruni, riferì che “Va’ dove ti porta il cuore” era stato scritto, sì, da Susanna Tamaro, ma che a rimaneggiare profondamente il testo aveva provveduto lei (il famoso “editing”). Insomma un caso di scrittura a due:-)

Io, però, in linea di massima, le seghe letterarie preferisco farmele da solo in santa pace nella mia stanzetta, piuttosto che tra i vapori di una sauna affollata di individui “senza nome”, così poi magari un giorno Carla Benedetti potrà disquisire sull’Espresso della mia IMPREVEDIBILE SINGOLARITA’ :-/

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[Ecco il racconto “IO A ME”:                                                  

Il primo giorno di scuola la maestra, dolcissima, salutò la classe e propose:

“Adesso, tanto per conoscerci un po’, ognuno di voi scriverà su un foglietto una frase che cominci con ‘Io quando‘…. Poi le leggeremo insieme.”

Katia lesse per prima la propria frase: “‘Io, quando vado in montagna, mi viene sempre voglia di buttarmi da uno strapiombo, ma non ho mai provato'”.

La maestra sorrise: “Non è corretto dire ‘Io mi viene’. Bisogna dire ‘A me, quando vado in montagna, viene sempre voglia di buttarmi da uno strapiombo.’ Che tu non abbia mai provato a farlo, poi, è abbastanza ovvio. Altrimenti non saresti qui. Sentiamo Gianluca, adesso.”

Gianluca si alzò in piedi e lesse: ” ‘Io…’, mi scusi, volevo dire ‘a me‘. ‘A me, quando mi alzo la mattina, bevo sempre un po’ di coca-cola, poi vado a svegliare mia sorella e le mollo un rutto in faccia’”.

“Non ci siamo, Gianluca. ‘Io… bevo‘, non ‘a me… bevo’.

“È così che avevo scritto, infatti. Poi lei mi ha fatto venire un dubbio.”

Chi è che ti ha fatto venire un dubbio?”

“Lei.”

“Brutto impertinente! Come ti permetti di rivolgere un’accusa del genere alla tua insegnante? E tu, Anna, che cosa hai scritto?”

“‘Io’,” lesse Anna, “‘quando mi guardo i denti allo specchio, mi sembra di essere il conte Dracula, perché ho i canini all’infuori come lui’.”

La maestra tamburellò con le dita sulla cattedra: “‘A me, quando mi guardo i denti allo specchio, sembra di essere il conte Dracula’. O anche: ‘Quando mi guardo i denti allo specchio, mi sembra di essere il conte Dracula’. Intesi? Tu, Marco, che cosa hai scritto?”

Marco: “‘A me, quando ero piccolo, ho mangiato una scatola di supposte'”.

‘Io!!!’,” tuonò la maestra. “‘Io ho mangiato… eccetera’. Asinaccio! Sentiamo Sandrino.”

Sandro: “‘Io, quando vado in bicicletta, mi piace che l’aria mi venga tutta sul viso, perché mi sento chissà chi’.”

‘Io… mi piace‘? Ma che cosa avete in quelle orrende testacce? Segatura? No, no, no. Non ci siamo. Proprio non ci siamo. Si dice ‘A me, quando vado in bicicletta, piace… eccetera’. E tu, Carlo?”

Carlo: “‘A me, quando cado da un albero, non mi faccio male, perché so cadere nel modo giusto’.”

‘A me non mi faccio male’? Ti pare che suoni bene? Sei proprio una zucca di legno! ‘Io! Io non mi faccio male!‘. Adesso aprite bene le orecchie: al prossimo che sbaglia sarò io!… che FARO’ MOLTO MALE. Siete avvertiti.”

Toccava ad Emanuela: “‘Io… a me… io… a me… io, quando mi dicono di apparecchiare la tavola, metto sempre i pattini a rotelle: è la mia specialità’.”

“L’hai scampata bella! Sentiamo Paolo.”

“‘Io, quando piango, piango all’asciutto, cioè senza lacrime’.”

“Ne sei sicuro, Paolo?”

“Be’, a dire il vero… ”

“Su, pensaci bene.”

“Forse suona meglio così: ‘A me, quando piango, piango all’asciutto’.”

“Ci hai pensato a sufficienza, Paolo?”

“Mi ci lasci riflettere ancora un attimo: ‘Io… a me’, anzi… no, no. ‘A me, quando piango’… sì. Così. ‘A me, quando piango, piango all’asciutto’.”

“Lo vedremo!”, urlò la maestra. Con uno scatto felino balzò giù dalla cattedra, si avventò sul piccolo colpevole di lesa grammatica e gli torse a lungo, con voluttà, l’orecchio destro.

A Paolo, dal dolore, veniva da piangere, ma si contenne. O meglio, pianse sì, ma all’asciutto, cioè senza lacrime.] 

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Giovedì, gennaio 11, 2007

UNA POESIA GRIFFATA IANNOZZI

 

(Il tipico sguardo libidinoso di Giuseppe Iannozzi)

Mi ha divertito leggere nei commenti al post  “GLI AUTORI MONDO“, di Christian Raimo, su NAZIONE INDIANA l’8 gennaio u.s.,

http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/

dapprima il contributo di tale J. Galaxy:

“Iannotz: se la letteratura italiana l’è morta tu che ci stai a fa’, sempre ad abbaiarci intorno? Fai forse il becchino? Tutto ‘sto tempo da perdere ci hai… Non è meglio se fai allora qualcos’altro. Tipo aggiornare il tuo sito? (cioè: grazie. Se mi devo andare a leggere le poesie sulla befana di Iannozzi sul suo sito allora sì, nemmeno la letteratura, ma l’esperienza di scrivere è cadavere…)
Siccome oggi sono stronzo, riporto a pubblico ludibrio. Ecco Iannozzi, l’annichilatore di Trevi, Scarpa e Foster Wallace. Oh yeah…

La prima volta che ti ho incontrata
l’ho capito dal tuo sguardo
che eri una strega: tacchi alti
e occhi neri e nudi, lucenti sì
ma d’una luce nera presa dall’inferno

La prima volta che ti ho regalato una rosa
non hai battuto ciglio, l’hai presa in mano
poi m’hai guardato strano; in quel momento
ho capito ch’ero fregato per sempre e di più

La prima volta che ho tentato di baciarti
mi hai fatto volare lontano dal tuo seno
con uno schiaffo: cinque petali di fuoco
riposano ancora sulla mia guancia
Però le mie labbra ardenti non hanno perso
né il vizio né il desiderio d’incontrare
almeno per una volta sola la tua lingua

poi il contributo di tale Iannozzo Giuseppi, che copio-incollo, sperando che il quasi omonimo Giuseppe Iannozzi non ne abbia a male:-)

La poesia di Giuseppe Iannozzi qui riportata non è tra le più rappresentative della sua torrenziale produzione versificatoria. Ripesco e propongo quest’altra, del 2004:

DERRIDA

Se sei brutto ti tirano le pietre
e ogni tua riga è tutto il diario di Anna Frank,
bastardi!
Guardali, la loro vita
è solo incisione di pustole
per vedere sprigionarsi la sofferenza
è solo baccano e baccanale
sarcofagia fottuta,
essi sono i nuovi FASCISTI
e mi costringono ad urlare.
Sì, mi piace la figa,
ma questo non c’entra, adesso,
perché sto lottando per vivere
perché sto piantando le unghie nel muro
che arrampico indarno.
Eziandìo, sono vivo! Sono vivo! Sono vivo!
Non sono morto.
Il mio grido è fine del mondo
per questo mi cucio le labbra
perché per quanto schifoso
questo mondo è anche te,
zuzzurellina.
E io amo e ti amo e li odio,
e io rido e ti sorrido e li derido,
loro e i loro filosofi, le loro canzoni:
“Derrida, Derrida, Derrida,
tu falla ridere perché
Derrida, Derrida, Derrida,
ha pianto troppo insieme a me.”
E io piango e mi pungo e li compiango,
e io singhiozzo, Iannozzo,
singhiozzo
perché scivola via quel che facemmo
il 6 marzo 1988
sotto quel sole violento
al parco di Villa Pamphili
in una Roma fino allora solo immaginata.
Pestai una merda, quel giorno,
ma non m’importava,
le svastiche ancora non c’erano,
benché non fossero che dietro l’angolo.
Lo psichiatra gentile evitava di guardarmi,
gli infermieri si davano di gomito
quando, nei corridoi,
fornivo loro sorrisi tristi
di thorazina mai ingollata.
Quando cambiarono direttore
e nominarono Gianni Marucci
lui fece una piccola rivoluzione.
I nuovi dottori mi consigliarono
di aprire un blog dopo l’altro.
Non sarei guarito,
non sarebbero scomparse le svastiche,
ma mi sarei tenuto occupato.
Accadeva non troppo tempo fa
e ho tenuto fede all’impegno.
A volte ti sogno, bricconcina,
sogno di quando me la davi,
o almeno la promettevi,
o comunque alludevi.
Io oggi rido, grido, strido,
non più mi suicido
e sono Potenza pura ed eterna
Sposami, sarai regina
del mondo.
Sposami, mignotta!” 

Immagine da http://newshakespeare.altervista.org/_altervista_ht/iannox_by_Chatterly.jpg

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Giovedì, maggio 10, 2007

 

UN MORSO DI SERPENTE SUL PREPUZIO

Sono gli stessi Wu Ming, nell’ultimo numero di Giap

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap11_VIIIa.htm

a segnalare il divertente articolo:

http://noantri.splinder.com/post/12081312,

da cui:

“… la cosa veramente figa dell’essere Wu Ming oggi è che se scrivi un libro che si preannuncia monumentale come “Manituana” (e che io, coglione che sono, non leggerò mai, perché l’argomento mi appassiona come un morso di serpente sul prepuzio) te lo recensisce sull’Espresso niente meno che Roberto Saviano.

Il che è il non plus ultra del gggiovanissimo e del frizzante, parliamoci chiaro, Saviano che recensisce i Wu Ming è come sesso sfrenato tra quindicenni: già sei Wu Ming e ci manca poco che Elisabetta Canalis si metta in coda per spompinarti aggratis, in più scrivi un libro, dopo diversi anni dall’ultimo, che si preannuncia un capolavoro, un libro che c’ha tutto un sottotesto che continua su Internet (ora c’è questa grandissima moda che uno scrive un libro che però c’ha tutto un sottotesto che continua su Internet e tu ti puoi collegare a un sito Web che ha il nome del libro e dove ci trovi delle cose fichissime, fantasiosissime, tipo delle musiche, la colonna sonora, il trailer, il TRAILER del libro!, dei bonus track nascosti, oppure il making of dell’opera con foto, sofferenza dell’autore e testi, al punto che il libro non è più soltanto un libro, l’opera letteraria non è più soltanto un’opera letteraria, ma è qualcosa di oltre, una sorta di installazione artistica che fonde diverse aree dello scibile e del creabile, così che tu, miserrimo lettore, quando hai finito di leggere il libro in questione, in realtà, non è che l’hai finito proprio di leggere) e, insomma, fatemi tornare a bomba, dicevo che già sei Wu Ming, già sei fico a tal punto, in più succede che scrivi “Manituana” e, ka-boom!, te lo recensisce il più famoso e bravo scrittore italiano emergente, Roberto Saviano quello-della-prima-puntata-di-Biagi, e dove?, sull’Espresso, l’Espresso, cazzo!, che è di sicuro il miglior settimanale d’inchiesta e approfondimento che ci abbiamo in Italia. Wow, che gran figata!… (eccetera)”

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Giovedì, novembre 08, 2007 

IL MONTANARO, OÉ, COMINCIA A CANTARE

(Tiziano Scarpa e Giovanni Montanaro al teatro Fondamenta Nove)

Titolava ieri il Gazzettino di Venezia: “NARRATORI NORDEST, la carica dei ventenni“. E nel sottotitolo: “Arrivano insieme in libreria ‘Lontano da ogni cosa‘ del rodigino Mattia Signorini (27) e ‘La croce Honninfjord’ del veneziano Giovanni Montanaro (24).

Di Mattia Signorini scriverò un altro giorno [frequentava It.cultura.libri negli anni d’oro e sono certo che si ricorda di me, n.d.r.]. Di Giovanni Montanaro, invece, non sapevo nulla, ma dall’articolo del Gazzettino ho appreso che è stato uno dei finalisti dell’ultimo Premio Calvino, un po’ come anche il nostro bravissimo vibrisselibraio Gianfranco Recchia, con la differenza che a Giovanni ha subito telefonato Jacopo De Michelis (curatore della nuova collana Marsilio X), mentre il povero Gianfranco è ancora lì che attende fiducioso qualche prospettiva concreta per il suo “Signori briganti”. [Della serie ‘Non tutti ce l’hanno’ (il culo, n.d.r.:- )].

Devo confessare, infatti – e qui apro una digressione – che sulle prime mi fa sempre un po’ incazzare leggere che un giovane autore abbia ottenuto, già al primo tentativo, e senza soffrire nemmeno un po’, l’attenzione di un editore importante, mentre altri, magari non meno bravi, debbano penare un’intera vita… però mi placo immediatamente se vedo che il fortunato di turno è anche talentuoso. Hans Christian Andersen ha scritto un romanzo esemplare (‘Il violinista’, n.d.r.) sull’importanza dell’abbinata ‘Fortuna & Talento’. Il talento da solo non basta. Ci vogliono anche le Circostanze Favorevoli…

Torniamo a bomba. Sergio Frigo, nel Gazzettino, ha scritto: “Nel caso di Giovanni Montanaro è prematuro dire che è nato uno scrittore. Possiamo invece dire, senza tema di smentite, che per il momento è nato un avvocato: il 24enne veneziano si è infatti appena laureato in legge a Padova col massimo dei voti. E ha intenzione di provare a fare il legale o il magistrato, più che il letterato. Intanto, però, si gode il successo del suo primo romanzo, ‘La croce Honninfjord’, appena pubblicato da Marsilio (€ 16.50) e già salutato da molte recensioni positive e soprattutto dall’entusiasmo degli amici, che si sono prestati a organizzare insieme a lui lo spettacolo-presentazione di stasera alle 19 al Teatro Fondamenta Nove”.

E alle Fondamenta Nove mi sono appunto recato ieri sera per assistere all’evento sintetizzato in questo comunicato: “Due attori e due musicisti si alternano sulla scena per dare vita alle quattro storie che si intrecciano nella narrazione, in un crescendo di emozioni e colpi di scena, echi musicali e salti cronologici lunghi un millennio. Una mezz’ora di suggestione per affascinarsi a una storia che è fatta di tante storie. Alberto Cucca sarà Bjorn Korning, il protagonista principale. Al suo fianco, Savino Liuzzi impersonerà altri personaggi del libro: il monaco benedettino Nicolas, il musicista Honninfjord-Dervinskij, Nani Fenier. Il violino di Stefano Bruni, la musica di Lorenzo Mason e il misterioso Requiem di Honninfjord-Dervinskij li accompagneranno e intermezzeranno, sottolineandone le parole. A seguire, Tiziano Scarpa presenterà l’autore”.

Mi aspettavo, a dire il vero, uno spettacolino di livello amatorial-parrocchiale, ma ho dovuto ricredermi completamente, di fronte all’assoluta bravura e disinvoltura di tutti. Tiziano Scarpa, poi, nell’incontro con Montanaro che ha costituito la seconda parte dell’evento, è stato addirittura magnifico. A proposito della prima frase pronunciata da Alberto Cucca-Bjorn Korning (“Sono il figlio di un nazista e di una partigiana…”) ha osservato che a volte sono proprio le condizioni più problematiche a far nascere gli esiti più interessanti. Spesso “ci siamo” anche perché le cose non sono andate del tutto bene… Si è poi complimentato con Giovanni per l’invenzione narrativa dell’archivio [quello che nella cittadina norvegese di Ingenting contiene tutta la musica del mondo, n.d.r.]. L’archivio allude alla memoria e alla sua capacità di ritornare sotto forma di accadimento, di far essere il presente. Da un lato la musica già scritta è lì, apparentemente inerte, dall’altro, ogni volta che venga eseguita, fa continuamente succedere cose grandi e nuove. Lo spartito musicale metaforizza il passato che fa cambiare il presente.

Tiziano ha poi chiesto a Giovanni se la polifonia [nell’opera, ricca di salti temporali, il monaco benedettino Hoisbald di Askert, nell’883, sfidando l’ortodossia della Chiesa, dà avvio alla rivoluzione della musica polifonica, destinata a trasformare in profondità il canto gregoriano, n.d.r.] fosse già un suo preciso interesse prima di scrivere il romanzo.

Giovanni ha risposto di no: anzi, proprio a causa del suo pessimo orecchio e della sua crassa ignoranza in campo musicale si è dovuto documentare appositamente, tuttavia divertito dal fatto che lo scrivere lo conducesse a esplorare ambiti lontanissimi dalla sua sfera di esperienze e curiosità. E anche la polifonia, ha ribattuto Scarpa, nel romanzo ha valenza metaforica: allude a un mondo fatto di tante voci diverse, che solo insieme possono produrre barbagli o approssimazioni di verità.

Scarpa ha poi osservato che se, da un lato, Montanaro è indiscutibilmente un “giovane autore”, dall’altro è ora di finirla di associare a tale definizione connotazioni quali “inesperto, di serie B, o ancora incapace di padroneggiare la materia narrativa”. Scrittori a pieno titolo si può essere indipendentemente dall’età, già bravissimi a vent’anni come in altri casi solo a quaranta o sessanta. A differenza di Sergio Frigo, Scarpa non trova affatto prematuro dire che “è nato uno scrittore”. Anzi, ne è convintissimo. “E il libro di Montanaro, peraltro, – ha rimarcato – non è affatto un libro giovanilista, né per tematiche, né per stile”.

Montanaro ha fatto presente che da veneziano innamorato della propria città non ha resistito alla tentazione di utilizzare l’ingrediente Venezia nell’opera d’esordio, ma anche in questo, secondo Scarpa, è stato originale: l’ha fatta raccontare da un norvegese, attraverso i cui occhi straniati e stranianti ha saputo rinnovare lo sguardo su quelle pietre che sono ormai quasi più consunte dalle infinite descrizioni accumulatesi su di esse che dall’usura del tempo:-)

Per quanto mi riguarda: non ho ancora letto il romanzo, ma, a giudicare dall’incontro tenutosi alle Fondamenta Nove, il suo autore mi è sembrato un personaggio di notevole levatura, da tenere senz’altro d’occhio.  E il Montanaro, oé, ha solo iniziato a cantare…  (1)

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(1) Il suo romanzo “Tutti i colori del mondo”, uscito per Feltrinelli, ha già ottenuto il Premio Selezione Campiello 2012

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Lunedì, febbraio 25, 2008 

LA SECONDA VITA DI GIUSEPPE D’EMILIO

(Giuseppe d’Emilio, il primo a sinistra, con Valerio Evangelisti e Lucio  Angelini a Fano l’estate scorsa) 

Premessa. Per chi non sappia cos’è SECOND LIFE, cutto & pasto la spiegazione da www.secondlife-italia.it:

«Second Life è un mondo virtuale 3D costruito e posseduto dai propri abitanti. Una Seconda Vita ricreata nei minimi particolari, da quelli più prettamente fisici, come case, edifici e paesaggi ad aspetti più complessi come la struttura sociale, le regole economiche e via dicendo. Ci affacceremo a questo nuovo mondo attraverso un Avatar, una riproduzione digitale della nostra persona, il quale sarà il primo mezzo di comunicazione con gli altri abitanti di SL. L’Avatar è totalmente modificabile dandoci quindi la possibilità di ricrearci con l’aspetto che più ci aggrada. Come nel mondo reale vi è una valuta, una moneta i Linden Dollars (L$), che può essere sfruttata all’interno del gioco per acquisti e investimenti oppure essere riconvertita in Dollari reali creando di fatto una vera e propria economia. Ormai la struttura di questo mondo è consolidata da anni e questo ha portato a ricreare delle dinamiche economiche e sociali del tutto simili alla realtà e che rendono SL ancor di più interessante e che lo differenziano da tutti gli altri “giochi” virtuali rendendo di fatto un “simulatore di vita“…  [cut]… In ogni caso è molto facile iniziare una seconda vita su Second Life, dove ognuno potrà costruire i propri oggetti per poi metterli in vendita, comprare lotti di terra dove costruire la sua casa o il suo negozio oppure, come già detto, provare a creare una nuova e fruttuosa attività o molto più semplicemente stringere amicizie con persone provenienti da tutto il mondo (Eccetera)

Premesso ciò, cutto & pasto adesso un delizioso micro-racconto  di Giuseppe D’Emilio pubblicato qualche giorno fa da Barbara Garlaschelli nel suo blog. Questo:

“SECONDA VITA”, di Giuseppe D’Emilio  

 

Quando?

Questo è il problema.

Tra siti, blog, email, già passo ore al PC… e poi c’è il dettaglio del lavoro vero, quello che mi permette di pagare l’ADSL…

Non fa per me Second Life; già il nome “seconda vita”… roba da sfigati. 

                                                                               Domenica, ore 6.15 

Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.

Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.

Con un ghigno di snobistica sufficienza, installo Second Life e mi scelgo un nick, come dicono gli uomini di mondo. È il mio vero nome: il gioco delle identità fittizie non fa per me…

Mi “parla” una figa mozzafiato (mi piace il concetto di “mozzafiato”, mi ricorda Beatrice che va dicendo all’anima: “sospira”). Sarà un software che accoglie i novellini? Faccio domande manco fossi un cacciatore di androidi. Due tette svettanti e un mandolino rispondono a tono: è un umano. Ma non sarà mica il rag. Rossi?

Già odio le chat con sconosciuti, dove sai bene che “maialinadiciottenne” in realtà è una laida vecchiaccia, ma in Second Life la presenza di un corpo ti spiazza…Non fa per me… fuori da questo secondo mondo, già fa schifo il primo!

Addio, SL

                                                 Un mese dopo, domenica, ore 6.15 

Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Migodo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.

Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.

Ed è con un sospiro di snobistica sufficienza che rientro in Second Life.

In Paradiso.

Da Beatrice.

Per sempre.

(Da http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/16019670 )

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Mercoledì, marzo 26, 2008 

“LONTANO DA OGNI COSA”, di MATTIA SIGNORINI (1)

 

(Mattia Signorini) 

Il 5 marzo 2002 alle 23.03 aprii in it.cultura.libri un thread intitolato “IL DEBUTTO DI MATTIA SIGNORINI”. Chi vuole, può controllare qui:

Il debutto di Mattia Signorini

Il post terminava con le parole “In bocca al lupo, Mattia. Sei partito benissimo. Sento che andrai lontano“. Non intendevo “lontano da ogni cosa“, a dire il vero… Comunque, visto che ormai Mattia è approdato alla SALANI, penso di potermi permettere di prenderlo un po’ in giro raccontando a modo mio le tre parti del suo libro:-)

PARTE PRIMA (1)

All’inizio del romanzo siamo a Padova e l’energia che Alberto Lari, il compagno d’università e di appartamento dell’io narrante Stefano Bersani, “sprigiona nell’aria” è tale che “se ne accorgevano le signore che ci passavano accanto e i professionisti con le ventiquattore e gli studenti che ci incrociavano nel giro di qualche metro”, tutti inesorabilmente colpiti dalla sua “presenza scenica”. Alberto Lari  ha, inoltre, “occhi elettrici e spiritati” che a pag. 15 bloccano e schiacciano una commessa di libreria, e a pag. 17 “mandano in proiezione veloce segnali chiari dal cervello”. Anche durante la lezione di marketing lo sguardo di Alberto Lari è “pieno di energia”, mentre la profe, da par suo, cerca di spingere in avanti “l’energia barcollante”. Apprendiamo presto, tuttavia, che Alberto è soggetto a “variazioni d’umore e istintive e del tutto irrazionali passioni” (p.25), e tende a cadere preda di “un’insoddisfazione elettrica” che evidentemente non giova alla conservazione delle suddette risorse energetiche. A un certo punto, infatti, il suo amico Stefano è costretto a chiedersi dove sia nascosta “questa sua energia”, o peggio, a pag.  40, addirittura a dichiarare che “l’energia che aveva in ogni situazione e lo rendeva così magnetico e irresistibile” è ormai “quasi assente”.

 

Flash Back. Tempi del Liceo. Alberto Lari ha idee molto precise su Leopardi e non si perita di manifestarle a un’imbarazzata insegnante di letteratura: “Se Silvia gliela dava non avrebbe scritto quelle cose, allora meglio vivere e restare senza scrivere una sola parola”. 

Attualmente Alberto Lari fotografa alberi con una Pentax, sviluppa i negativi in bagno e ne trae spunto per quadri che però si guarda bene dal completare. Sostiene di non credere negli artisti, ma se appena appena Stefano si permette di criticare le sue opere incompiute subito obietta: “Senti caro mio, chi è dei due l’artista?” (p.33). Un bel giorno, miracolosamente, un quadro viene portato pressoché a termine. Dopo aver commentato: “Questo albero sembra una persona”, Stefano si mette allora alla ricerca di un gallerista che possa valorizzare il talento del suo amico. Gira a lungo e sta quasi ormai per rinunciare all’impresa quando si imbatte in Giovanni Lando, che “aveva QUESTO suo modo di camminare non stabile…” e secondo il quale l’arte non è una definizione, ma una sensazione (p. 51). Il Lando si dichiara interessato alla pittura del Lari e a quel punto, per festeggiare, Chiara Valentini, Stefano Bersani e Alberto Lari si arrotolano una canna sul letto e fanno l’amore a tre su sottofondo musicale di Morissey. A guastare la festa, purtroppo, interviene una triste novità: il nonno di Stefano viene portato all’ospedale (“L’ospedale era QUESTA struttura a somma di parallelepipedi…”, p. 63). La nonna ripete meccanica “Perché proprio a lui?” e a completare il tutto Stefano sente che Alberto Lari è “distante come sta diventando distante tutto il resto delle cose” (p.67). A pag. 69 il nonno di Stefano tira le cuoia e allora Stefano torna in famiglia per i funerali. Una volta lì agguanta una videocamera e riprende scene dalla mesta cerimonia, alle quali nei giorni seguenti aggiunge immagini di “stralci di alberi” catturate in strade di campagna. Il materiale girato viene riversato in una videocassetta intitolata “Natale ’98” e per il momento accantonato lì. Il 31 dicembre Stefano lascia la cupa atmosfera domestica e si porta di nuovo alla stazione. Al bigliettaio che gli chiede dove voglia andare risponde: “A casa” (p.75). Non sa che Chiara e Alberto, nel frattempo, se la sono svignata ad Amsterdam e al povero Stefano non resta che trascorrere la notte di capodanno a casa di Mario Granata, un tizio con cui un tempo aveva seguito un esame di estetica. Anche Mario Granata denota un “entusiasmo elettrico”, ma “diverso e di intensità molto inferiore a quello che aveva Alberto Lari quando era convinto di dover fare una cosa”. Alla fine Stefano si stende sul futon di Mario e si concede una nuova canna, pensando che “se manca un amore allora manca tutto”. La sua elucubrazione è casualmente interrotta dall’ingresso in scena, anzi nella stanza, di Marta Ferro, “ragazza strapiena di visioni positive e non problematiche sul mondo” (p. 84) e Stefano ne approfitta per farci all’amore. Qualche giorno dopo Alberto rientra dall’Olanda, ma è “disattento e lontano” [“da ogni cosa?”, si domanda il lettore]. A detta di Chiara Valentini “ha QUESTO modo odioso di allontanare tutti e di farli sentire completamente sostituibili” (p. 88). Il gallerista Giovanni Lando non ha perso fiducia nel ragazzo e un bel giorno gli annuncia che lo metterà in esposizione alla Fiera dell’Arte, costituita da tre capannoni giganteschi. Alberto, ringalluzzito, si mette a dipingere quadri “sempre più pieni di elettricità”. L’ultimo giorno della Fiera l’importante Giovanni Ruggero Ljegerbach compra tutti e tre i quadri di Alberto e gliene commissiona almeno un’altra decina. Le cose, insomma, paiono volgere al meglio, ma i travagli dell’arte impediscono ad Alberto di essere completamente felice. I suoi  nuovi alberi sono  “esseri vivi in grado di trasformarti, di farti del male” (p.104). Stefano, comunque, ha la vaga sensazione che “l’energia di quei primi lavori così dispersivi e del tutto incompleti rispetto a questi stesse via via sbiadendo” (p.104). Anche il talento di Chiara Valentini riceve un incoraggiamento: dovrà posare per dei cartelloni pubblicitari a Roma e al povero Stefano non resta che osservare: “Tutti che fanno grandi cose eh?”. Forse rosica un po’ per il successo dei suoi amici e nemmeno lui riesce “ad essere completamente felice per Alberto Lari”, anche se il suo “grado di felicità è enorme” (p. 110) [non si capisce l’orgia di corsivi distribuiti per tutto il testo, se posso permettermi l’annotazione, n.d.r.]. Questa volta i tre amici festeggiano con prosecco di Valdobbiadene. Alberto, ormai lanciatissimo, sospende temporaneamente “quell’alternanza insopportabile di umori prima al massimo, e subito dopo completamente a terra” e si trasferisce a Milano, incurante dell’università. Qui finisce la I parte.

[CONTINUA].

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Giovedì, marzo 27, 2008

“LONTANO DA OGNI COSA”, di MATTIA SIGNORINI (2)

 

[Mattia Signorini, dalle belle guance:-)]

PARTE SECONDA 

Passa un anno. Stefano si laurea “con QUESTA sensazione di inutilità e idiozia” (p.117) e l’impressione schifata che “l’università con tutto il suo fagotto [fagotto???, n.d.r.] di professori e studenti rinsecchiti fosse diventata una specie di contenitore vuoto con parentesi rade di divertimento e fasci di energia pulita”. Per consolarsi, va a vivere con Marta Ferro in un alloggetto dietro la stazione. Non ha nessuna intenzione di finire in una fabbrica o in un ufficio o in un qualsiasi posto con un orario stabilito e le sue ricerche di qualcosa di più gratificante lo conducono alla grande officina creativa Armadillo, dove nel dipartimento di fotografia tale Cesare Borromeo ha da poco sostituito l’iperfamoso Fiorenzo Carciofi [si noti l’inventiva di Signorini nell’ideare cognomi, n.d.r.] (p.120). Nell’ambiente razzolano anche due stagiste, Giorgia Paoli e Lavinia Manca. Il Borromeo, purtroppo, si rivela un paraculo & figlio di puttana che fa lavorare gli altri per poi attribuire a se stesso ogni merito dei vari progetti, così Stefano abbandona lo studio e si mette alla ricerca di una nuova opportunità di lavoro: è preso in simpatia da tale Letizia Marechiaro, che lo fa assumere come maschera strappa-biglietti in un cinema della catena Multiflex. Marta, nel frattempo, è diventata barista e ha introdotto surrettiziamente nel loro menage la detestabile gatta Misa. Stefano non tarda a scoprire che “strappare i biglietti e restare fermo ore nella stessa posizione distrugge le cellule del suo cervello”, spegnendole “una dietro l’altra a velocità pazzesca” (p.136), così, guardando “i suoi ventisette anni”, torna a domandarsi “cosa penserebbe di tutto questo il me di qualche anno fa”. Si chiede, inoltre, “dove cazzo” sia finito Alberto Lari. A quest’ultima curiosità risponde Chiara Valentini, che, materializzatasi all’improvviso, lo trascina a Milano con “addosso un misto di emozioni elettriche[elettricità ed energia sono, come ognuno avrà ormai intuito, un po’ i chiodi fissi di Signorini, n.d.r.]: sono stati entrambi invitati, infatti, alla vernice di una mostra di Alberto Lari presso la galleria Ljegerbach. Nel corso dell’evento Alberto Lari risponde con menefreghismo e fastidio ai numerosi giornalisti e fotografi intervenuti. È come se “la sua stessa energia pura e violenta fosse stata rispedita a tutti gli sconosciuti presenti con le stesse velocità e vibrazioni scoperte” (p.151). I suoi quadri hanno raggiunto una perfezione di cui Stefano non l’aveva quasi ritenuto capace: “Non c’è una sola pennellata fuori posto”, è costretto ad ammettere, ma si rifà pensando che “a guardarli bene mancava qualcosa… gli spazi bianchi senza-colore e la difformità di altri spazi troppo pieni”. Alberto, Stefano e Chiara vanno a cena “in QUESTO ristorante con i camerieri in livrea”, ma subito dopo si fiondano a casa di Alberto, impazienti di baloccarsi con due bustine di una sostanza psicotropa chiamata “Mondi paralleli”. Tra le conseguenze, un lungo bacio tra Alberto e Stefano. Durante il viaggio di ritorno in treno, Stefano e Chiara fanno all’amore in uno scompartimento. “Due o tre volte la porta scorrevole viene aperta e richiusa subito dopo”. Stupefacente il loro commento: “Chissà cosa credono stiamo facendo!” (p. 161). Il successo di Alberto mette addosso una compulsiva urgenza di esprimersi anche a Stefano, il quale, tuttavia, per differenziarsi dall’amico, decide di cimentarsi nel campo della sceneggiatura. Tra una trombata e l’altra con Chiara Valentini, il ragazzo si chiede se “le storie sognate, le storie che iniziano con un’energia [aridajjje!, n.d.r.] violenta e un insieme di sensazioni forti e incontrollabili durino per sempre”. [È evidente che non ha letto l’Ecclesiaste, n.d.r.]. Marta Ferro, capìto l’andazzo, gli dà il benservito e si dilegua con un altro a bordo di un furgoncino. Verso la fine di settembre Alberto Lari riappare nell’appartamento padovano di Stefano, ma “il suo baricentro energetico sembrava come imploso nel centro dello stomaco”: insomma ha litigato con Ljeberbach. I due amici riprendono a convivere, Stefano tutto compreso nella propria scrittura, Alberto nella propria pittura. A una festa universitaria Stefano dice a una certa Emma Bini (con “addosso QUESTO cappellino rosso”): “Tu ci credi, nell’energia?” E lei: “Quale energia?”. Stefano: “Non si può spiegare. O la senti o non la senti”. [Si confronti il Quélo di Corrado Guzzanti: “La risposta è dentro di te, solo che è sbajjata!”, n.d.r.] Segue un nuovo episodio di amore a tre.

A un certo punto nel cinema Multiplex viene programmato un ghiotto evento: la presentazione dell’ultimo film del mitico Saverio Fucqa [ma per piacere!, n.d.r.], di cui Stefano conosce a memoria ogni pellicola precedente. Il nuovo capolavoro si intitola “Poche luci a cielo aperto” [forse qualcuna di più a cielo chiuso?, ci si domanda, n.d.r.]. Stefano, purtroppo, ne rimane deluso e lo dice senza tanti peli sulla lingua al regista intervenuto alla serata, aggiungendo che vorrebbe fargli leggere la propria sceneggiatura. Fucqa accetta di esaminarla e – tu guarda la vita! -, la trova “maledettamente fresca”, così anche per Stefano paiono spalancarsi le porte del successo artistico. Per aiutare il destino, il ragazzo lascia non solo il lavoro, ma anche la sonnolenta città di Padova per muovere alla conquista di Roma. “Non sapevo cosa mi preparava il futuro, ma adesso sapevo almeno che ogni spirale in cui ci sentiamo costretti ha sempre una via d’uscita” (p.198). Ce la farà il nostro eroe a entrare nel magico mondo del cinema? Lo sapremo alla prossima puntata… 

[CONTINUA]

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Venerdì, marzo 28, 2008 

“LONTANO DA OGNI COSA”, di MATTIA SIGNORINI (3)

 

PARTE TERZA 

Stefano e Saverio Fucqa lavorano alla sceneggiatura con un accanimento “non frenabile”. Il titolo a cui hanno pensato è Buongiorno Margherite, ma Fucqa, nonostante “quella sua solita energia”, appare sempre più stanco. Il produttore Gualtiero Brighi li va a trovare “con QUESTA Bentley” e l’io narrante puntualizza: “Portava al polso un vistoso orologio, ma tuttora non saprei dire di che marca fosse” [tranquillo, Signorini, della marca del vistoso orologio non frega nulla a nessuno, n.d.r.]. Quelli della Polipo [un’allusione alla Medusa Film?, n.d.r.] non accettano che la vicenda sia ambientata a Padova, a cui preferiscono senz’altro la Grecia. Ed è così che il produttore Gualtiero Brighi e lo sceneggiatore Stefano Bersani sono costretti a fare le valigie e a trasferirsi a Mykonos. Purtroppo hanno idee diverse. Stefano dice: “Dovremmo raccontare quello che vediamo. Questa energia continua e imperfetta. Mostrare come, dopo qualche giorno in questo posto, qualsiasi forma di eternità [???, n.d.r.] e incapacità di fermarsi cominci a trasformarsi in una specie di routine”. Ma Gualtiero Brighi è teso a “voler mischiare pochi tratti di situazioni che succedevano a quintali di altri che scivolavano addosso a liceali del tutto normali; contesti in cui poco o niente era fuori posto” (p. 220). Gualtiero, inoltre, trova incredibile “l’energia che scatena questo posto”, mentre Stefano presto non ne può più di “tutta quella gente inesausta”, senza contare che ormai considera Gualtiero Brighi “incapace di distinguere la luce di una stella cadente da quella di un Boeing” (p. 222). Rientrano in Italia, dove Saverio Fucqa peggiora a vista d’occhio. Le gambe di Chiara Valentini, al contrario, risplendono in bella mostra su cartelloni pubblicitari affissi per tutta Roma. La fanciulla convive adesso con il prestigioso scrittore-attore Liberio Carli, di trentacinque anni più vecchio di lei, ma la cui partecipazione al film potrebbe sbaragliare le perplessità di molti sponsor. Chiara si offre di cercare di convincere Liberio a recitare nel film e ci riesce. Quando Stefano rivede Chiara, le dice pieno di gratitudine: “Energia, Chiara”.

Alberto Lari, intanto, si è spostato a Londra, dove convive con una certa Giulia e un gatto di nome Faith. Ha smesso di dipingere e ripreso a fotografare con la stessa Pentax con cui una volta faceva scatti agli alberi. L’unica differenza è che adesso lo interessa “raccontare il mondo di fuori da come lo vedeva lui dentro”, mentre in passato… pure.

Iniziano le riprese del film, sotto il coordinamento di Elena Fiori che “aveva QUESTO modo involontario e distaccato di percepire il mondo e di dare alle cose la giusta importanza ed era quello che ci voleva” (p. 243). La ragazza ha una peculiarità: ad ogni parola che sente pronunciare, vede mentalmente il numero delle sue lettere costitutive: se, per esempio, le si dice “TRE”, le si accende in testa il numero “3”. A metà delle riprese una lettera di Alberto Lari ne preannuncia l’arrivo su una Citroën scassata. Quando, un mattino, Chiara Valentini si presenta sul set con un occhio pesto, Alberto Lari va a cercare il colpevole (Liberio Carli) e gliele suona di santa ragione, così compromettendo la partecipazione al film dell’importante attore. Gli sponsor se la danno a gambe e anche Alberto torna a Londra, dove, probabilmente a corto di energia naturale, si infila in vena una poltiglia di pastiglie per l’ansia. Se ne vanno, ovviamente, anche Chiara e Liberio.

Il set si sposta a Padova per gli esterni [che la figura di Saverio Fucqa sia ispirata al regista Carlo Mazzacurati?, n.d.r.], ma in dirittura d’arrivo, ovvero appena prima che sia finito il montaggio, il regista muore. Sulla sua tomba Stefano e Gualtiero faranno scrivere: “Credere nell’invisibile, nell’erba, nella poesia”, convinti che adesso Saverio Fucqa vaghi “nel flusso della Grande Energia[Bastaaaaaaaaa!!!!!, n.d.r.], anche se il mondo ha un poeta in meno. Quando il film è pronto, nessuno pare volerlo distribuire. Stefano, sconfortato, trova lavoro come commesso in un negozio di CD “per una paga da schifo”. Di Alberto Lari non sa più nulla. “Non avrei mai pensato – si lagna di nuovo – di ritrovarmi ad avere un lavoro regolare e di finire a letto ogni sera prima di mezzanotte. Pensavo spesso a cosa avrebbe detto il me di qualche anno prima”. Per non restare con le mani in mano, mette mano a una seconda sceneggiatura. Un bel giorno Gualtiero Brighi si rifà vivo per annunciargli che ha finalmente trovato un distributore. Il loro film è entrato nel circuito delle rassegne d’autore e ne hanno parlato persino il Venerdì di Repubblica e Panorama. Stefano lo raggiunge a Roma. Il film, nel frattempo, ha cambiato titolo: non più “Buongiorno Margherite”, ma “Lontano da ogni cosa”, calco italiano dell’ inglese “Away from it all“, di John Cleese. Il circolo si chiude con l’incipit del romanzo che, dopo orge di parole in corsivo e di passati prossimi usati anche per eventi molto lontani nel tempo, diventa l’explicit dello stesso. 

L’opera è dedicata a “tutti quelli che hanno puntato la loro strada, dritta in faccia. E hanno svoltato”. In terza di copertina l’angelico viso dell’angelico Mattia Signorini.

Qui il sito dell’autore:

www.mattiasignorini.com 

P.S.

Ciao, Mattia. Non incazzarti per i miei bonari cazzeggi, ma continua imperterrito a svoltare:- )

[La foto di Mattia è di Maurizio Sabbadin]

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Mercoledì, aprile 16, 2008 

COME CAPITARE PER CASO A PANTELLERIA

 

«Ci eravamo capitati per caso a Pantelleria. In quattro: Momo, Franz, Wallas e io, dopo un “lavoro” a un supermercato. Con diecimila euro in saccoccia, ci pareva il minimo passare un’estate da ricconi. Alla fine saltò fuori un dammuso per quattro persone, tremila euro per quindici giorni. Altri quattrocento a testa di aereo e la vacanza era prenotata. Non conoscevo quell’isola, più Tunisia che Italia per la distanza. Nessuno di noi la conosceva. Sapevamo solo che doveva essere un gran bel posto, specialmente per quattro di Marghera che da troppo tempo vedevano solo il Lido, a quaranta minuti da casa. Alex, purtroppo per lui, sfacchinava in un cantiere quell’estate. Anita e tutto il giro dell’Associazione difesa migranti presidiavano la città, che si sarebbe svuotata di residenti e riempita di viaggiatori senza permesso di soggiorno, come ogni estate. Alla fine eravamo rimasti noi quattro. Prima di partire per Pantelleria consegnammo a Maia, un’inquilina delle case occupate, una busta con un bel po’ di soldi. “Ci avanzano, mettili nella cassa del collettivo”. Partire così, più leggeri di soldi ma contenti, non era male. D’altronde il colpo era andato liscio come l’olio e la fortuna andava sempre ringraziata…»

(Luca Casarini, La parte della fortuna, Mondadori Strade Blu, pp. 35-36)

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Venerdì, maggio 30, 2008

 CHI LEGGE IL FUTURO AI VEGGENTI?

 

«Quando mi chiedono di leggere il futuro, mi trovo in imbarazzo. Non mi piace sentirmi un fenomeno perché so che non ho meriti: è qualcosa che mi piove dall’esterno, passa da me e ritorna in qualche luogo imprecisato. Il procedimento è semplice: mi metto davanti a una Madonna, e prego. Raggiungo un’intensità fuori della norma e sopraggiunge la risposta… »

«… si sa che il destino del veggente è leggere la vita di tutti tranne che la propria. Così quel giorno, sulla strada per Ancona, non avrei mai immaginato che una BMW scura serie sette mi sarebbe corsa incontro come il più nero dei futuri, senza che potessi averne il minimo sentore, né mi piovesse nulla dall’esterno, senza madonne per pregare, né estasi da accogliere o ceri da accendere. Non ricordo nulla dello schianto. So solo che, in questo angolo di eterno, c’è qualcosa di molto più arduo della lettura del domani ed è la riconquista del passato, delle mie radici, di tutto ciò che ha bisogno di tempi eterni per essere guarito.»

Niente male, vero?

Sono rispettivamente l’incipit e l’explicit del racconto “Dialoghi tra la terra e il cielo“, tratto dalla raccolta “GUIDA PRATICA ALL’ETERNITÀ“, Effatà Editrice, 9 euro.

L’autore?

Don Fabrizio Centofanti, sacerdote diocesano a Roma dal 1996.

 

Lo conosce bene chi frequenta LA POESIA E LO SPIRITO

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

uno dei tanti blog da cui sono stato cacciato:- )

http://lucioangelini.wordpress.com/2008/03/29/un-trombone-si-aggira-per-la-rete/

[La foto di don Fabrizio è tratta da LPELS]

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Giovedì, ottobre 02, 2008 

LO SCRITTORE AUTOBIOGRAFICO

 

«Sono uno scrittore come tanti. Penso in grande, ma quando scrivo divento piccolo. La mia scrittura è sfacciatamente autobiografica, da sempre riesco a scrivere solo di quello che vivo in prima persona, per un innato disinteresse verso i punti di vista altrui. Così, eccomi a inseguire e a vivere fatti e situazioni eccezionali, pronto a trasformarli in inchiostro. Spesso mi capita di rimanere deluso, perché a non inventare ci si rende conto di quanto la nostra esistenza sia meschina e banale nonostante lo sforzo di convincersi del contrario. Mi hanno rubato la fantasia qando ero piccolo, e ora che sono uomo fatto e scrittore di discreto talento, mi rendo conto che la mancanza di immaginazione mi sta condannando a un’esisenza compiaciuta e senza speranza. Cosa posso farci? Dipendesse da me rinascerei fata turchina, ma ognuno di noi è quello che è, a prescindere da ambizioni e desideri.

È il 22 settembre e ormai sono quasi le 18 e 10. Aspetto due telefonate da cui, almeno in questo momento, mi pare dipenda il mio futuro. La prima, oggettivamente più importante, dal Provveditorato, per sapere se anche quest’anno insegnerò. La seconda da una ragazza conosciuta la settimana scorsa e non più rivista. Valentina… »

(David Miliozzi, “Lo scrittore autobiografico”, in NERO MARCHE, Ennepilibri editore, 2008)

(Il libro verrà a presentato a FANO la sera del 10 ottobre alle ore 21 alla Libreria del Teatro)

(Immagine da http://www.new.facebook.com/pages/David-Miliozzi/31712589128 ) 

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Sabato, ottobre 04, 2008

(Foto dei Pelagio D’Afro ripresa col cellulare tenuto in mano… ) 

IL GARBINO E I BARBONI DA SPOMPINARE NEI CESSI

Oggi, come si sa, gli scrittori si dividono in due categorie: quelli individuali e quelli collettivi. Per quanto mi riguarda, sono un obsoleto rappresentante della prima categoria o “vecchia guardia” , ma nella raccolta NERO MARCHE (vedi ieri) che verrà presentata venerdì sera 10 ottobre alla Libreria del Teatro di Fano non mancano un paio di rappresentanti della nuova tendenza alla scrittura a più mani (tipo quella dei Wu Ming, dei Kai Zen ecetera). Per gli scrittori consorziati, infatti, abbiamo il collettivo Paolo Agaraff [Roberto Fogliardi + Gabriele Falcioni + Alessandro Papini] e il collettivo Pelagio D’Afro [Giuseppe D’Emilio, Roberto Fogliardi, Arturo Fabra, Alessandro Papini]. La tendenza alla scrittura di gruppo cresce forse anche in relazione all’aumento della complessità del mondo da rappresentare (cfr. Fellini: “io non voglio DIMOSTRARE, voglio solo MOSTRARE”). Personalmente ho sempre guardato con una punta di perplessità a questo tipo di scrittura, ma ho trovato molto convincente l’apologia che Paolo Agaraff ne fa nella bella intervista rilasciata ad Annalisa Strada e consultabile sul sito di Arcoiris TV:

L’intervista a Paolo Agaraff, a cura di Annalisa Strada (su Arcoiris TV)

A chi volesse accusarmi di credere ancora alla Musa Ispiratrice o Insufflatrice (come dire alla Befana) da invocare prima di sedermi al tavolo di scrittura (cfr. “Cantami o diva del peloso Achille…”, come celiano gli studenti) chiarisco che per Musa intendo solo quella parte del mio cervello in cui si sono accumulati gli spunti, le esperienze, le letture eccetera, insomma i materiali preparatori al parto di una nuova opera, che è comunque sempre un atto fondamentalmente ri-creativo – nel senso di combinatorio – più che creativo. Nemmeno l’amore, ovvero quel PROCESSO per il quale due persone iniziano a sopravvalutarsi a vicenda:- ) , scatta perché Cupido ha scagliato la freccia…

Vi propongo due assaggi della prosa di PELAGIO D’AFRO:

“Nata dal sospiro di un tuareg innamorato o forse dall’urlo terrificante di una fiera africana, la folata malsana di quel vento noto come Garbino passò sopra i tetti di Ancona, portando il suo alito di passione e di morte. Un brivido percorse le chiome dei platani disposti su due file parallele, mentre qualche metro più in là la processione dei mezzi a quaranta all’ora scandiva il frusto rituale del ritorno al focolare.”

“Mentre aspettava il cliente, nel tepore del suo appartamento vicino piazza Diaz, Rosa Sanna, in arte Lorena, pensava alla buona salute del suo conto corrente. Glielo ripeteva spesso, la sua amica Giulia: nel loro lavoro era fondamentale mettere sempre da parte una metà dei soldi guadagnati, altrimenti si rischiava di fare la fine di Maria ‘pocce di gomma’, ridotta a spompinare barboni nei cessi della stazione in cambio di un bicchiere di vinaccio dell’hard discount.”

(Pelagio D’Afro, “In questa mortal marca“, in NERO MARCHE, Ennepilibri Editore, 2008)

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Mercoledì, ottobre 29, 2008 

PAOLO GIORDANO E I GRIMALDELLI DELLA VITA

 

«I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi… [cut]… In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli… Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.»  [pp. 129.130]

«L’amore di Denis per Mattia si era consumato da solo, come una candela dimenticata accesa in una stanza vuota, e aveva lasciato il posto a un’insoddisfazione famelica. A diciannove anni, nell’ultima pagina di un giornale della zona, Denis aveva trovato la pubblicità di un locale gay, l’aveva strappata e aveva conservato il brandello di carta nel portafoglio, per due mesi interi. Di tanto in tanto lo srotolava e rileggeva l’indirizzo che già conosceva a memoria… Una sera che pioveva c’era andato, senza neppure deciderlo sul serio… Si era seduto al bancone, aveva ordinato una birra chiara e l’aveva sorseggiata piano… Un tizio si era avvicinato dopo non molto e Denis aveva deciso che ci sarebbe andato, ancora prima di guardarlo in faccia… Dentro il bagno il tizio gli aveva sollevato la maglietta sulla pancia e si era piegato in avanti per baciarlo, ma Denis l’aveva scansato. Si era inginocchiato e gli aveva sbottonato i pantaloni. L’altro aveva detto accidenti quanto corri, ma poi l’aveva lasciato fare. Denis aveva chiuso gli occhi e aveva cercato di finire in fretta…» [pp.163-164]

«Alice li guardò salire in macchina e Viola le lanciò un’occhiata da dietro il finestrino. Di sicuro avrebbe subito detto a suo marito di lei, di come fosse strano essersela trovata lì. L’avrebbe descritta come l’anoressica della sua classe, quella zoppa, una che lei non aveva mai frequentato. Non gli avrebbe detto della caramella, della festa e di tutto il resto. Alice sorrise al pensiero che quella potesse essere la loro prima mezza verità di sposi, la prima delle minuscole crepe che si formano in un rapporto, dove presto o tardi la vita riesce a infilare un grimaldello e fare leva… » [ p. 197]

Eccetera.

COMMENTI

  1. kinglear Dice:
    29 ottobre 2008 alle 08:09   modificaE basta, è ‘na schifezza infinita.
    Lucio, ma lo fai apposta?
  2. kinglear Dice:
    29 ottobre 2008 alle 08:10   modificaE’ che ti manca qualcuno con cui litigare, ho capito! :-D
  3. Lioa Dice:
    29 ottobre 2008 alle 09:18   modificaNon sono pentito di averlo letto, benché non mi abbia fatto impazzire di orgasmo letterario. Cmq è difficile che io mi lasci influenzare dalle impressioni di chicchessia, comprese le tue:-/
  4. utente anonimo Dice:
    29 ottobre 2008 alle 09:47   modificaKinglear ha ragione: dopo Scarpa ( in quale calzaturificio lo si puo’ trovare?) ci mancava questo.
    Cos’e’ ? il festival della provocazione sui libri inutili?Sergio
  5. Lioa Dice:
    29 ottobre 2008 alle 10:05   modificaA mio avviso, Giordano non è Shakespeare ma nemmeno uno scrittore banale. Anzi, trovo che abbia una notevole sensibilità. Ma non c’è problema: che ciascuno trovi la banalità dove meglio crede. D’altronde il panorama attuale – nel suo complesso – non è che sia molto confortante, malgrado le recenti consorterie promozionali…
  6. utente anonimo Dice:
    29 ottobre 2008 alle 10:55   modificaLe consorterie promozionali lasciano il tempo che trovano. Si hanno orecchie ben ingenue se le si ascoltasse tutte.
    Il problema dell’editoria italiana sta’ proprio nelle cricche di scrittorini vari che imperversano : ogni giorno si alza qualcuno a fondare un movimento che rivendica la paternita’ della letteratura italiana.
    Wu Ming ad esempio.
    Il gruppo Scarpa, per fare un altro esempio.
    Degli scrittori italiani ” giovani” chi vogliamo salvare allora? gli indipendenti o gli eremiti lontani da interessi editoriali?
    La sequela di pubblicazioni inutili, insulse, insignificanti ha qualcosa di cosi’ inverosimile da lasciare intendere due cose: o l’editoria italiana e’ diventata la casa madre di ogni truffa letteraria, o viceversa – e cosa ben piu’ triste – in italia si e’ smesso di leggere bene. I gusti si sono involgariti.
    Ho conosciuto in rete alcuni degli scrittori in voga oggi: dio ce ne scampi! sono talmente incazzati di non sapere scrivere un Guerra e pace moderno, da arrivare a spacciare per letteratura qualsiasi nefandezza che esce dalle loro penne. E allora c’e’ chi scrive di sperma per 40 pagine ininterrotte, chi scrive di sesso come mai era stato scritto prima, chi scrive di una scrittura in movivento o peggio ancora in urgenza, chi s’inventa un commissario ad ogni pie’ sospinto, tanto da arrivare a trovare piu’ poliziotti nelle pagine scritte che nelle strade. E tutto questo – ma si potrebbe continuare all’infinito – lo chiamano letteratura.
    No, si sbagliano e di grosso: tutto questo ha un altro nome e si chiama , non avere niente da dire.
    Ecco perche’ di un Paolo Giordano in piu’ o in meno, non se ne sentiva l’importanza. E’ sparpagliato tra un mazzo cosi’ voluminoso di spaventapasseri narrativi, che di lui tra poco se ne perdera’ ogni traccia, confuso nella moltitudine chiassosa tipica dei mercati rionali.
    (l’editoria e’ un mercato, oramai)Sergio
  7. Lioa Dice:
    29 ottobre 2008 alle 11:34   modificaDunque. L’editoria odierna produce titoli a pioggia nella speranza di incrociare ogni tipo di domanda e colpire ogni possibile target. Sa che non esistono solo lettori dal palato sopraffino (un’infima minoranza), ma anche migliaia di altri cui va benissimo il best-sellerone da viaggio o la stronzatina neo-romantica… Inutile considerare l’editoria un mondo riservato in esclusiva a giganti letterari di razza ariana, dagli occhi azzurri e dai capelli biondi… Chiunque riesca ad agganciare un editore, peraltro, fa qualcosa di assolutamente legittimo, così come ogni editore ha il diritto di scommettere e investire i propri danari su chi vuole. Sta al lettore, se mai, sceverare nel gran mare di titoli in perpetuo avvicendamento il tipo di libro più adatto a lui, dando la caccia agli autori da collocare nel proprio olimpo personale. Certo, sto semplificando al massimo. Ci sono problemi molto grossi per il piccolo o grande editore che voglia puntare esclusivamente sull’alta qualità letteraria… così come c’è il problema di come individuare i supposti grandi talenti sommersi, o di dare visibilità agli autori riconosciuti bravi ma dalla bassa speranza di vendita… Eccetera eccetera eccetera.P.S. Ma tu non sei Garufi, vero?
  8. utente anonimo Dice:
    29 ottobre 2008 alle 11:52   modificaCapisco il tuo modo di vedere le cose: non fa una grinza e in un certo senso lo condivido.
    Ma se passa il principio che tutto e’ giustificabile ( per vendere) , allora passa il principio che vale per tutte le dimensioni odierne: il fumo venduto come oro e incenso. E contro questo, se permetti, bisogna dire di no; bisogna rammentargli ( agli autori) che li si legge perche’ il convento passa quello che passa e infine – dopo averli letti – si puo’ benissimo dire: e’ una schifezza questo libro. Sai che succede in questo caso? apriti cielo! ti rispondono ( magia di internet e della comunicazione diretta) che tu sei un lettore incompetente e forse anche un po’ in malafede.
    Ecco: a furia di autocelebrarsi, nel mondo fatato dell’editoria, hanno perso il senso della loro proporzione letteraria, ma diciamolo pure, in realta’ esclusivamente pubblicitaria.Garufi? non so nemmeno chi sia.Sergio
  9. Lioa Dice:
    29 ottobre 2008 alle 13:25   modificaTranquillo, per un Giordano che vende un milione di copie, ci sono centinaia di altri autori ai quali la tanto sospirata pubblicazione non cambia la vita di una virgola, rispetto a quando erano dei ‘miserabili’ inediti. Io stesso, negli anni Novanta, pubblicai una mezza dozzina di titoli per ragazzi e continuo a vivere unicamente della mia (miserabile pure quella) pensione da insegnante:- )
  10. PaoloFerrucci Dice:
    30 ottobre 2008 alle 21:25   modificaCiao Lucio: mi son permesso di citare il tuo commento #7 in un commento al mio ultimo post.
    Un caro saluto.
  11. Lioa Dice:
    30 ottobre 2008 alle 21:34   modificaAttento, il mio nome non porta bene… tra i ben-pensanti delle lettere°-*
  12. PaoloFerrucci Dice:
    30 ottobre 2008 alle 22:15   modificaLucio, nella mia vita ne ho passate di cotte e di crude (a vent’anni sono pure finito in carcere), per farmi strada ho mentito, grassato, ingannato e subornato, simulato, voltato gabbana e fatto orecchie da mercante. Ormai sono un relitto, che vuoi che mi accada ancora?ps: Però ho anche molto amato, e molto amo ancora.
  13. Lioa Dice:
    31 ottobre 2008 alle 00:16   modificaoh mio dio, tutto genio e sregolatezza. io, invece, tutto regolatezza e valori granitici…

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Lunedì, aprile 12, 2010

ENRICO BRIZZI, IL PELLEGRINO DALLE BRACCIA D’INCHIOSTRO

  

Nel numero di marzo-aprile 2010 de “LA RIVISTA”, bimestrale del Club Alpino Italiano, c’è un’intervista di Stefano Aurighi a Enrico Brizzi, definito lo “scrittore viandante”. E figuriamoci se per me, camminatore ed escursionista indefesso (oltre che, magari, un po’ fesso) non è stata una piacevole sorpresa scoprire questo lato dell’autore di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Dò una compattata all’articolo:

“Nel 2004 ha attraversato a piedi l’Italia dal Tirreno all’Adriarico, partendo dall’Argentario e raggiungendo il Conero dopo 350 chilometri percorsi sulla dorsale appenninica. Nel 2006 è stata la volta della via Francigena, oltre duemila chilometri da Canterbury a Roma, di cui 1500 a piedi e circa 550 in bicicletta, ripercorrendo il tragitto millenario dei pellegrini. Nel 2008, in compagnia di pochi e collaudatissimi compagni di avventura, è partito da Roma, raggiungendo Gerusalemme dopo 1200 chilometri e alcvuni giorni di mavigazione, toccando i porti di Atene, Rodi e Cipro. Il 2009 è stato l’anno della ‘Linea Gotica’, un nuovo “da mare a mare’, lungo i luoghi tristemente noti per le vicende legate al secondo conflitto mondiale. E ora, nel 2010, è il momento di ‘Italica 150′, un itinerario inedito che unisce i punti estremi del Belpaese – la Vetta d’Italia a nord e Capo Passero a sud – da percorrere in vista del 150° anniversario dell’unità d’ Italia”… [cut]…”viaggi per ritrovare ritmi naturali e dare al corpo e alla mente l’occasione per recuperare consuetudini ormai perse, dando poi alle stampe romanzi e diari di viaggio per mantenere viva la memoria su quanto visto e vissuto durante questi pellegrinaggi contemporanei. Al viaggio Tirreno-Adriatico del 2004, ad esempio, è dedicato il romanzo “Nessuno lo saprà“, mentre “Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro è nato dall’esperienza reale del viaggio fra Canterbury e Roma…”

D. Perché negli anni 2000, all’insegna della massima velocità, una persona decide che i viaggi li fa a piedi?

R. Proprio per l’accelerazione innaturale a cui siamo sottoposti nella vita di tutti i giorni, a tutti gli allarmi, gli stimoli, le suonerie, i messaggi che arrivano per cinque canali diversi. A un certo punto non riesci più a controllare il flusso delle informazioni, che ti travolgono…

D. Qual è l’essenza del viandante?

R. Consegnarsi completamente alla natura, con il giro del sole che diventa l’unità di misura primaria del tempo… mentre cammini, la mente è libera come il pack polare, bianco, all’infinito, ed è un paradiso. Il pensiero più elaborato che hai è se arriverai al paese o alla vetta o alla sella o al passo prima di mangiarti il panino che hai nello zaino… [cut]… io so che esistono pensieri filosofici molto strutturati e profondi sul camminare, però credo che sia sostanzialmente un po’ un briccone chi non ammette che – al di là di tutto quello che la nostra vita e la nostra coscienza adulta ci dicono – è anche un modo per metterci in contatto con quello che avevamo sognato di fare a sette anni e non ci lasciava fare la mamma, perché se partivi per Canterbury a sette anni erano guai. È la rivendicazione dei sogni di infanzia. C’era qualcuno che a sette anni sognava di andare a fare l’università ad Harvard. Io no, io sognavo di fare l’esploratore.

Questo il sito del nuovo viaggio di Brizzi:

http://www.italica150.org/italica/Home.html

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Mercoledì, giugno 16, 2010

LA SBARBINA GIUSI MARCHETTA

(Giusi Marchetta)

Ebbene sì, lo confesso. Ho partecipato per gioco al contest letterario di http://www.blusubianco.it/ (ideazione di otto racconti a partire dagli otto incipit – uno più cretino dell’altro – proposti dalla sbarbina Giusi Marchetta). Be’, quella gran cazzona non me ne ha ammesso nemmeno uno alla finalissima. Ma quanto è scema? :- )

Ecco il primo incipit:

“La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. È bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.”

Ed ecco il mio svolgimento:

IN CAMICIA

«… Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino. “Squilla, deficiente!”, gli ingiunge mentalmente. Il telefono obbedisce come per magia. Dal call center di Coin una voce petulante le ricorda la promozione in corso delle camicie in lino lavato Luca D’Altieri Life. “I can’t get no satisfaction!”, risponde irritata. E riattacca. Quello che prova adesso è un senso di languore allo stomaco. Si sposta in cucina, apre lo stipetto delle pentole ed estrae una casseruola di 20 centimetri di diametro. La pone sotto il rubinetto e vi lascia cadere almeno quattro dita d’acqua. Per renderla acida, aggiunge uno schizzo d’aceto bianco, infine la sistema sul fornello. Non appena accennerà a bollire, abbasserà la fiamma: l’acqua non deve bollire tumultuosamente, anzi non dovrebbe bollire proprio, ma sobbollire dolcemente… come la sua rabbia, in fondo. Che indelicato, il suo partner della sera prima. “Come diavolo ti sei truccata?” era stato il suo primo commento nel vederla. “Sembri pronta per l’Aida!”. Lei l’aveva guardato perplessa, poi aveva deciso di incassare in silenzio lo sfottò. In attesa che l’acqua si scaldi, torna in camera. La camicia bianca non è più sul letto. Straluna gli occhi, poi ricorda: “Ma certo, è nell’armadio! Che sbadata! L’ho appena appesa alla stampella!”. La estrae di nuovo e la indossa, poi torna a sedersi davanti allo specchio. Sì, sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. E forse il tizio un po’ di ragione ce l’aveva. Ma chissà se quel cretino, rozzo com’era, sapeva che Ismail Pasha, kedivè d’Egitto, aveva commissionato l’Aida a Verdi per celebrare l’apertura del Canale di Suez. “Il pupo e la secchiona”, scherza mentalmente. Si preme la camicia sul naso, sulla bocca, sotto le ascelle. Il languorino allo stomaco si è fatto insistente. Sfila il libro delle ricette dal cassetto della biancheria pulita. Controlla l’indice, apre la pagina cercata e legge: “Prima di prendere in considerazione la preparazione delle uova in camicia, è opportuno spendere due parole sui fenomeni chimico-fisici alla base di questa preparazione. Le uova sono composte soprattutto da proteine, che coagulano, cioè si aggregano formando un composto solido, sotto l’azione del calore o dell’acidità… ”
“Chissenefrega!” impreca mentalmente, e sposta gli occhi più in basso, verso il paragrafo della preparazione vera e propria. “Il tuorlo non si deve rompere, se questo avviene, bisogna scartare l’uovo. Se immergiamo un uovo col tuorlo rotto, questo si disperderà nell’acqua…”. Sì, il ragazzo era rozzo e un po’ burlone, ma a letto ci aveva saputo davvero fare. Torna in cucina, apre il frigo, estrae un uovo e si sforza di romperlo delicatamente. Il tuorlo si spacca e le schizza sulla camicia bianca. “Vaffanculo!”, reagisce. “Sì, andate tutti e due affanculo. Tu, uovo della malora, e anche tu, che non mi hai ancora telefonato!”.»

P.S. Ovviamente ho scherzato. Rispetto le scelte di Giusi Marchetta, delegata alla selezione dei racconti più meritevoli niente popò di meno che da Alessandro Baricco.

(Foto da http://www.blusubianco.it/images/scuola-holden-giusi-marchetta.jpg )

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Venerdì, luglio 29, 2011

MANCASSOLA CHI ERA COSTUI?

(Marco Mancassola)

A volte mi illudo di essermi fatto almeno un’idea sommaria della nuova letteratura italiana che conta, poi, all’improvviso, scopro di ignorare del tutto autori perfettamente noti ai veri espertoni della materia. Mi è capitato ieri con Marco Mancassola, che – confesso – non avevo mai sentito nominare, malgrado il Gazzettino lo definisse “celeberrimo”.

Copio-incollo dal quotidiano veneziano di ieri:

“Da segnalare anche il primo dei ‘Pomeriggi letterari‘ della rassegna Incontemporanea al Teatro La Fenice, alle 17, a cura di Stefano Spagnolo, con celeberrimi scrittori italiani, che si propone un intreccio tra Veneto letterario e musicale. Apertura con Marco Mancassola (seguiranno domani e sabato rispettivamente Vitaliano Trevisan e Tiziano Scarpa), accompagnato da Sergio Wow Bertin al live-electronics, in “Non saremo confusi per sempre”, sua ultima fatica editoriale per Einaudi, dedicata a famosi casi di cronaca ben stratificati nell’immaginario collettivo.”

Una rapida consultazione del web mi ha fatto scoprire che Mancassola non è nemmeno più di primissimo pelo (38enne!) e che pubblica dal lontano inizio del secolo. Questa la sua scheda in Wikipedia:

«Il suo romanzo giovanile Il mondo senza di me esce nel 2001, pubblicato dalla piccola casa editrice Pequod. Il romanzo viene ripubblicato nel 2003 nella collana Oscar Mondadori. In seguito escono il romanzo Qualcuno ha mentito (Mondadori 2004, collana Strade Blu), il saggio narrativo Last Love Parade- Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni (Mondadori Strade Blu 2005, poi Oscar Mondaori 2006), il racconto Il ventisettesimo anno (Minimun Fax 2005), il romanzo La vita erotica dei superuomini (Rizzoli Editore 2008). Nel 2007 ha scritto la sceneggiatura per il film di Andrea Adriatico All’amore assente. Nel 2010 è uscita in Francia per l’editore Gallimard la trilogia narrativa Les Limbes. Infine, il suo ultimo libro è Non saremo confusi per sempre (Einaudi Editore 2011).

Insomma un curriculum di tutto rispetto.

Mi reco con un senso di colpa alla Fenice, ascolto il reading di Marco Mancassola (due racconti quasi per intero dal recente volume), trovo il tipo sobrio e carino, ma assai deludente l’idea base di “Non saremo confusi per sempre“: partire dalla ricostruzione di eclatanti casi di cronaca (Eluana Englaro, Federico Aldrovandi, Alfredino Rampi…) e poi deviare per la tangente, facendo diventare, per esempio, Federico un fantasmino patetico che si aggira sul luogo in cui è stato massacrato di botte da poliziotti cattivi e che a un certo punto esclama: “Chi l’avrebbe mai detto che l’aldilà sarebbe stato così!” (o qualcosa di simile); o inventando un nuovo epilogo per la vicenda di Alfredino Rampi (già ampiamente sfruttata da Giuseppe Genna nel suo Dies Irae, bisogna dire). Nel racconto di Mancassola Alfredino non muore veramente, ma a un certo punto veleggia orgoglioso verso il centro della terra insieme al capitano Otto Lidenbrock – l’esploratore protagonista del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne. Mah. Bah. Che dire?

Sarà pure un “riattraversamento letterario della cronaca“, come ha scritto il TQ Giorgio Vasta su Nazione Indiana, ma a me mi sa che ‘sto libro (per dirla in letterariese puro) proprio non me lo comprerò. Infatti mi cadono le palle già al solo pensiero di ripercorrere daccapo tutta la storia della povera Eluana Englaro, anche se poi, magari, verso la fine, Mancassola non mancherà di trasformare la ragazza – chessò io ? – in una screziata farfalla che svolazza felice di fiore in fiore. Piuttosto assaggio qualcuno dei lavori precedenti, che ‘vve devo da di’?

Però mi levo tanto di cappello davanti a un giovane che fin da subito è riuscito a convincere i più grossi editori a ingaggiarlo… Bravo Marco. In bocca al lupo. Continua così.*-°

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Mercoledì, ottobre 13, 2010 

LA POLONAISE DI VERONICA TOMASSINI

 

Love is a many-splendored thing?

«Sì – pare confermare anche Veronica Tomassini con il suo romanzo d’esordio “Sangue di cane” –, questo amore è splendido, è la cosa più preziosa che possa esistere. Vive d’ombra e dà la luce, tormento e pure pace. Inferno e paradiso d’ogni cuor.»

Eccone qualche assaggio:

«Io avevo i pidocchi… Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue… sboccava sangue e sangue, dalle orecchie, dal naso e da sotto, credo… Justyna vive in una grotta e beve solo vodka, possibilmente. Perciò fa la mignotta… Slawek era un ex barbone di Radom. Slawek stava con un’italiana. Ero io…  Loro avevano le crisi, andavano in epilessia, epilessia da alcolismo… tu mi dicesti: “Mia madre è una puttana”… sulla panca dei giardini rantolava Yurek… Wojciech non aveva età, era solo alcol…  giallo e lercio, solo piscio e vomito… Wojciech cagava in un angolo della stanza, con i materassi a terra e il vomito alle pareti… Gabriella l’eroinomane si faceva una pera al lume di una candela… Wojciech sputava bava… tu per primo con la rogna e poi con i pidocchi e poi con le pustole ai polpacci… Irenka è pesce marcio… Wojciech, prima il delirio, poi la crisi di bava… finimmo in un canile da un’ex sindacalista mezza matta e avanti con gli anni…  Mi hai lasciato con le emorroidi e la soluzione anale sopra il termosifone del bagno… Ti piaceva rincorrermi, ubriaco da fare schifo… la mia arrendevolezza ti dava alla testa. “Kurwa”, puttana, mi ripetevi ansimando… Tu Slawek scopavi sempre. E al parco lo sapevano tutti… Fosti il pasto che non consumai veramente, se non da sola, sul desco della vergogna… la tua rabbia alcolica era dura a smaltire… il tuo alito di vino sulla schiena… mi spiegasti che in Polonia c’è almeno un alcolizzato a famiglia, che la vodka è un pilone sociale, che anche i poliziotti rotolano in strada dopo aver fatto il pieno in una taverna di qualche sozzo sobborgo… nel nostro amore non si sprecavano troppe parole, si faceva sesso, dove capitava, poi ci si sbatteva per rimediare residui di normalità, soldi per le sigarette… Tornavi una maschera di sangue, perché vi battevate da alticci, tra voi connazionali della malora. Tornavi con la camicia a brandelli… Bava e vomito e un piatto di trippa davanti… il tunisino con la brutta tosse, Moktar, era lo stesso che sfregiò il bel volto di Ivona… Klauss sputava verde, l’austriaco con il ventre gonfio. Dormivi sul tuo vomito… Puzzavi di vomito, ti eri fatto addosso… Ivona, denti marci, bel visino, ma denti marci… era la migliore delle puttane. Uno sopra e uno sotto, non si risparmiava, se li passava polacco per polacco, tutti i beoni, pure il bastardo di Klauss, pure Wojciech, pure Jaruzelski, se li spartiva con la madre… Moktar sfregiò Ivona perché non gli voleva dare il culo… »

Eccetera.

[Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana editore]

 

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Lunedì, dicembre 27, 2010

UN DEBUTTO IMPORTANTE: EMANUELE PETTENER

“… Poi si voltò, e io morii.

E io morii. E morii. Una scossa elettrica, come un artiglio d’acciaio, mi scotennò la schiena, mi penetrò la carne, mi afferrò il cuore e me lo stritolò, e continuavo a morire e non smettevo mai, la morte mi strappava viscere ossa e cervello, una scossa elettrica che mi faceva morire, e quel che era peggio era la coscienza di morire, avvertire il cuore gonfiarsi ed esplodere nei polmoni, il sangue ghiacciarsi via via dalle vene alle arterie ad ogni minimo capillare, e il sangue fiondarsi alla gola, agli occhi, occhi sbarrati ma vedevo: vedevo Angelica afferrare per la coda questo grosso serpente a sonagli, che si contorceva come un epilettico, lo vedevo aprire le fauci per mordere a vuoto, furioso, lo fissavo ipnotizzato e morivo, e Angelica sorrideva come un demonio e i suoi capelli erano altrettanti serpenti, ed io sentii finalmente il cuore spezzarsi, un dolore fortissimo, e vidi l’ultima cosa, il volto di Angelica farsi bianco come la morte, la vidi voltarsi, e poi rivoltarsi e venirmi addosso,  io sentivo la bocca rigida e gli occhi fuori dalle orbite, sentii la voce di Angelica, la sentii afferrarmi sotto le braccia, e poi non vidi nulla – morto.”

(Emanuele Pettener, È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, Corbo Editore, p. 223)

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Mercoledì, dicembre 29, 2010

EMANUELE PETTENER, IL NIZAM DE NOANTRI:- )

(Emanuele Pettener)

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, scrisse Paul Nizan nel 1931, nel celebre incipit di Aden Arabia.

Avevo vent’anni. Vent’anni, a dirla così, sembrano facili. Ma non è vero. Non è così semplice

gli fa eco il mestrino Emanuele Pettener a distanza di parecchi decenni, anzi quasi un secolo dopo, ovvero nel 2009. Ma Pettener, a differenza di Nizan, non sfoga la propria rabbia giovanile fuggendo nel golfo di Aden (magari per scoprire a sua volta, come già Nizan, che “la fuga non paga, che per dare senso ai propri vent’anni – questa età ingrata, insidiosa, piena di promesse vacue, di scelte obbligate – la ribellione deve arrivare fino in fondo, nelle fibre più intime della nostra cultura” (così Maria Agostinelli qui:
 
http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=114 )
 
Il ventenne Pettener vola più basso, non si iscrive al Partito Comunista francese, non muore a Dunquerque, ma si accontenta di restare semplicemente dov’è, dividendosi tra Mestre, Venezia e il Lido.

Agli inizi del romanzo l’io narrante invidia Rimbaud (che a vent’anni era “già diventato il più grande poeta d’Europa!”) e il duro Paul Newman, al quale si sforza di assomigliare perché capace di essere “uomo” e non “gente”, cioè di elevarsi sulla “moltitudine d’idioti” (p. 9). Nell’attesa di realizzarsi a sua volta scrivendo “il romanzo del secolo”, si barcamena fra “amici e alcune donne”.

Le prime scene del romanzo, a dire il vero, non acchiappano granché. La descrizione di una partita di calcio in spiaggia, sul bagnasciuga del Lido, fa temere una sorta di saga sentimental-parrocchiale, poi, nel capitolo “Luglio” la scrittura di Pettener decolla, richiamando atmosfere cinematografiche quali quelle del vecchio film “La calda vita”(1964) di Florestano Vancini, con una giovanissima Catherine Spaak, Fabrizio Capucci, Jacques Perrin e Gabriele Ferzetti:

“Giorni azzurri/ho vissuto con voi/ e resteranno/ i più belli per me” cantava Catherine.

(Forse Pettener è troppo giovane perché possa aver visto quel film, in cui peraltro c’è un suicidio come nel suo romanzo. Più probabile che abbia letto il romanzo omonimo di Pier Antonio Quarantotti Gambini – del 1958 – da cui il film fu tratto: un dramma sulla gioventù che, all’epoca, aveva fatto scalpore.)

La narrazione procede scandita per mesi: dall’iniziale giugno all’aprile successivo.

Gustosissimo, nel capitolo intitolato “Luglio”, l’episodio dell’imitazione del compagno Niso con lo stratagemma della citazione di versi di Baudelaire per affascinare una cameriera.
 
“Forse essere un poeta maledetto non è la mia strada, ma io non posso accettare tranquillamente, impunemente, senza reagire, di essere nient’altro che un uomo qualunque” (p. 38)
 
Il chiodo dell’io-narrante, al momento, sono le femmine.

“Femmine, vino, caffè, un lungo inverno con gli amici al cinema o al biliardo, femmine”… ma “c’era qualcosa che non tornava, lo sapevo, un insinuante senso d’inutilità, di cose da fare per dimenticare che non c’era nulla da fare, la mancanza di una grande ambizione. Solo le femmine avevano, se non un senso, almeno una concretezza” (pp. 17-18).
 
Per catturarle, Emanuele fa di tutto e si sforza di emanare il massimo di carisma:
 
“Provai un paio di facce allo specchio, lo sguardo innocente e limpido di chi è capitato lì per caso, lo sguardo innocente e ironico che si accende d’inaudita ironia: ero bellissimo” (p. 31).
 
Sorprendenti molte similitudini, per esempio questa:
 
“Tutto era immerso nella calura immobile, tutto era logico nel cielo di luglio, i nostri stessi sensi assolutamente intorpiditi come un grosso gatto arancione in un orto ligure” (p.51) e finalmente, a metà libro, l’esplosione dell’amore per Angelica.
 
Non mancano momenti qoelettiani:
 
“Ogni nostra azione, dalla più piccola alla più solenne, è vanificata dalla nostra finitezza, sicché quanto più diamo importanza a noi stessi e prendiamo sul serio ciò che facciamo, tanto più la morte e l’universo ridacchiano in sottofondo. Solo che noi fingiamo di non sentirli: dare importanza a noi stessi e prenderci sul serio (farsi chiamare dottore, palesare i propri difetti e le proprie virtù, collezionare libri antichi o acquasantiere) è l’unico modo per essere felici. Tragica è l’esistenza di chi non piglia nulla sul serio… momenti in cui le cose ci appaiono in tutta la loro fatuità e per un attimo si rivela tutta l’effimeratezza [vocabolo un po’ forzato, N.d.r.] del nostro faticare a star dietro alla vita, la carriera, i figli, il cenone di Capodanno, il viaggio in India a riscoprire noi stessi, noi stessi, tutto destinato a sparire in un pentolone – ecco, ecco la morte e l’universo che si scompisciano!” (. 58)

La meditazione prosegue considerando che prendersi troppo sul serio, però, è irritante e pericoloso, può condurre al fanatismo e all’integralismo eccetera.
 
Malgrado la diffusa opinione contraria, a pag. 59 Emanuele dichiara:
 
“Mestre era spopolata, deserta e bellissima. Nessuno capisce che Mestre è bellissima.”
 
In agosto affiora la tentazione dell’altrove.
 
“E dove te ne andrai?” chiede Rebecca al giovane Emanuele a pag. 60. Questa la sua risposta:

“Non lo so. Ma me ne devo andare. Magari in America…”  [E appunto in America, per l’esattezza in Florida, vive e lavora oggi Emanuele Pettener].
 
Angelica, la ragazza che l’ha turbato, ha “occhi di tigre color della giada, zigomi fieri da nibelunga, labbra di papavero e seni che immaginavo carnosi e bianchi come il latte, sembrava venire da qualche leggenda indiana della giungla o dalle spume del mare.” (61) Ma la passione per lei si farà ossessiva solo molto più avanti nel libro, dopo “un ruggito nel cervello” e un “La guardai con lo sguardo di Clark Gable”.

A pagina 80 un inatteso episodio di pissing con la ragazza Ledina, che ha accettato di fargli un pompino.
 
“Appena percepivo la schiuma della sua bocca… fatto sta che il whisky cominciò a fare i suoi effetti e mi scappò da pisciare, e pisciai. Lei ristette per due secondi (due secondi lunghissimi), con tutto il piscio che le traboccava dalla bocca, incredula, come se non si rendesse conto, si strofinò violentemente la bocca con la mano e se la portò al naso quasi non volesse crederci, poi mi fissò inorridita: ‘Ma tu sei pazzo!?!’ .”
 
L’estate finisce, Emanuele e i suoi amici si iscrivono in massa all’università Ca’ Foscari di Venezia, Emanuele a Lettere Moderne, dove “c’erano più femmine che altrove”.
 
“L’unica cosa degna di rilievo nella vita mi sembrava il sesso”, ribadisce a pag. 105, come se non lo si fosse capito da un pezzo.
 
A pag. 107 un curioso errore topografico:
 
“Attraversammo la calle che congiunge San Sebastiano… a Campo San Geremia” [ma la Chiesa di San Geremia è a Cannaregio!, N.d.r.]
 
“Del resto era una gran bella vita, e bisognava nasconderlo: gli esami sarebbero cominciati solo a febbraio, tra un’ora di lezione e l’altra si passavano quattro o cinque ore in panciolle, far lezione consisteva solo nel trascrivere le quattro chiacchiere del professore (azione perfettamente inutile perché erano le stesse chiacchiere stampate sul suo libro, primo della lista da portare all’esame) e l’aspetto più impegnativo era manifestare un acceso interesse per le scemenze su cui discettava” (p. 111)
 
A pagina 117, in un flash back sul protagonista ai tempi delle scuole medie, poi del ginnasio, vengono liquidati con eccessiva disinvoltura capolavori di Calvino, Elsa Morante, Alberto Moravia, Alessandro Manzoni, Pierpaolo Pasolini, che avrebbero dovuto risultare decisamente meno tediosi alla sensibilità di chi, a vent’anni, si sarebbe poi emozionato per l’Oscar Wilde di “L’importanza di chiamarsi Ernesto” a tal punto da scoprire d’incanto la propria formidabile vocazione di scrittore.
 
A pag. 149 una svista grammaticale:

“La vita non mi sembra tollerabile se non GLI do un po’ d’importanza” (così come a pag 181 si parla di unghia “incarnata” anziché “incarnita”), poi un interessante momento religioso:
 
“Lacrime calde cominciarono a scendere, calde e confortevoli: forse Dio era davvero l’essenza. Mi vergognavo un po’ a piangere davanti a Lui, ho sempre detestato le crisi mistiche e sin da piccolo ho cercato d’instaurare con Dio un rapporto virile e razionale, ma la dolcezza della Sua presenza mi squagliava il petto, Lui era lì e mi carezzava la testa come a Marcellino pane e vino.” (p. 150)
 
Quando l’amico Niso è sconvolto perché Angelica l’ha lasciato, Emanuele gli dice “di gran cuore”:

“Tornerai bellissimo!”, ed intuisce che “il momento di maggior sofferenza coincideva con il primo momento di consolazione” (in questo passo c’è forse la chiave per la spiegazione del titolo, in cui il superlativo “bellissimo” significa evidentemente “grintosissimo”).
 
Ma anche Emanuele è in crisi, non riesce a studiare:
 
“Girovagavo come un disadattato, mani nelle tasche del mio lungo cappotto nero…”, finché, un giorno, Angelica non gli si siede accanto su una panchina di legno “con la leggerezza di una piuma”.
 
Dopo chiacchiere più o meno svagate, lei gli propone di passare una notte a ubriacarsi al cimitero.
 
E lo sventurato rispose.
 
Non vi racconto altro. Comprate il libro. Scoprirete che “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” di Emanuele Pettener, malgrado alcune sequenze non del tutto convincenti (per esempio quella dell’incontro tra il neo-commediografo e il cavalier Guglielminetti) è un romanzo capace di forti suggestioni (interessante l’utilizzo narrativo dei serpenti) e che merita a pieno titolo la vostra attenzione.

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21 giugno 2011

LE IMPROBABILI BRIGATE ROSSE DI GAJA CENCIARELLI

(Gaja Cenciarelli, autrice di “Sangue del suo sangue”)

Nel confusissimo prologo (che essendo datato 9 aprile 2006 in realtà anticipa l’epilogo della vicenda) un improbabile drappello di quattro BR fuori tempo massimo ammazza la scorta del politico Chialastri, e forse anche il politico stesso (non si capisce ancora bene). Sono presenti in scena tale Margherita Scarabosio, figlia di un generale trucidato da brigatisti di migliore annata nel secolo precedente (il 12 gennaio 1986, come si preciserà più avanti) e suo fratello Massimiliano…

Un bel salto indietro nel tempo e inizia il romanzo. La studentessa Margherita fa i compiti anche per l’amato compagno di banco Pierfrancesco, che a detta della madre ricorda Marlon Brando da giovane (Cfr. “Ogni scarrafone è ‘bbello a mamma soia”). Più tardi, nel  parco del Valentino, Pierfrancesco ficca la lingua in bocca a Margherita, ma il preliminare è interrotto dall’arrivo di Massimiliano, che prima divide gli incauti limonatori a suon di pugni, poi grida a sua sorella:  “E tu, troia, vieni a casa con me”. Pierfrancesco torna a casa sanguinante, allunga la mano sul comodino e afferra – manco fosse il giovane Pierferdi Casini – una Bibbia. Boh.

Un salto ancora più indietro nel tempo e si viene a sapere che Massimiliano, da piccolo, era stato scoraggiato dal dedicarsi alla lettura dei libri a suon di calci nello stomaco. Da chi? Proprio da suo padre,  il generale Rodolfo Scarabosio, futura vittima delle BR. Costui  intendeva piuttosto educarlo a un virile disprezzo per le donne, che a suo dire occorreva “far rigare dritto”. Insomma una povera macchietta maschilista priva di sfumature. Massimiliano introietta l’idea di doversi allenare a far rigare dritto le donne infliggendo brutalità a sua sorella.

“Dopo la morte del padre, al liceo la guardavano tutti [Margherita] con una sorta di timore” (p. 32), ma Massimiliano continua imperterrito a chiamarla “brutta troia” e a seviziarla nottetempo con un coltello [Nottetempo è anche il nome della casa editrice, N.d.r.], per dissuaderla dalla frequentazione di “quel pezzo di merda”. Essere presa a calci nei fianchi o alle costole diventa per lei una triste routine notturna. Boh.

Il 30 luglio 1986 gli inquietanti fratelli Scarabosio restano orfani anche della madre, investita da un tram in via Po. “Mamma mia!”, esclama il lettore. “Che altro può succedere?”.  Succede che Massimiliano inizia a lavorare come rappresentante di articoli odontotecnici, senza  per questo desistere dall’angariare sua sorella. Nel frattempo, il giovane Marlon Brando si trasferisce a Roma per l’università.

A p. 46 entra in scena Milla Baravelli, nativa di Senigallia, che si trapianta a sua volta a Roma per lavorare presso la Inter Pares. [“Inter Pares” fa venire in mente “Extra Omnes”, titolo di un precedente romanzo della Cenciarelli, N.d.r.]. L’azienda gestisce tre call center ed è amministrata da Bruno Chialastri, uno squallido intrallazzatore con il pallino della politica. Il Chialastri imposta la propria campagna elettorale su demagogiche promesse stereotipate (“certezza della pena”, “meno tasse per tutti” e via discorrendo) ma ha l’accortezza di appuntarsi all’occhiello il fiore di un Comitato di Sostegno ai Famigliari delle Vittime delle BR [nel 2006???].  Milla, guarda caso, si è  laureata in lettere proprio con una tesi sulla letteratura italiana negli anni di piombo [letteratura notoriamente inesistente, o quantomeno di nessun peso, checché ne dica Demetrio Paolin nel saggio “Una tragedia negata” citato nei ringraziamenti, N.d.r.].

Alla Inter Pares Milla si sente sempre più demotivata, finché conosce Antonio, che la introduce in una cerchia di motivatissimi ammiratori delle BR d’antan/nemici giurati del politico Chialastri. Anche Pierfrancesco, dopo l’università, trova lavoro alla Inter Pares, dove convince Chialastri ad assumere come presidentessa del Comitato per il Sostegno ai Famigliari delle Vittime delle BR proprio la sua ex compagna di banco Margherita, particolarmente adatta al ruolo in quanto figlia di un generale rimasto vittima delle BR. Ed è così che anche Margherita – tu guarda i casi della vita! – confluisce a Roma. Il suo crudele fratello ci resta di merda e si sfoga picchiando il proprio partner sessuale, un “frocio” che per dileggio chiama “Ritina” (vezzeggiativo di  Margherita). Tutti i personaggi partecipano alla sarabanda finale dell’assalto al Chialastri e alla sua scorta…

Mi fermo qui. Confesso che voglio molto bene a Gaja Cenciarelli, con cui ho condiviso l’elettrizzante (almeno per un po’) esperienza di Vibrisselibri (lei era caporedattrice, io coordinatore del comitato di lettura), ma devo dire che questa sua nuova opera mi ha lasciato imbarazzantemente perplesso. Dirò di più: mi è suonata terribilmente phoney (falsa) e persino un tantino ridicola. Mi spiace per Demetrio Paolin, ma la stagione degli anni di piombo ha perso una nuova occasione per essere cantata a dovere. La quarta di copertina recita: “Sangue del suo sangue rovescia i luoghi comuni sul terrorismo…”. Secondo me non rovescia un bel niente, anzi aggiunge confusione a confusione. Boh.

Per fortuna di Gaja, tuttavia, questa è solo la mia humble opinion, che non conta davvero nulla e potrà essere contraddetta da chiunque in qualsiasi momento, a Fahrenheit come a Timbuctù. *-°

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