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BOCL N. 47 (VENEZIA)

5 luglio 2012

(Palazzo Barbaro-Curtis sul Canal Grande a Venezia)

Mercoledì, aprile 19, 2006

HENRY JAMES A VENEZIA 

«I barbari sono in pieno possesso della città e si trema al pensiero di quel che ne possono fare. Dal momento che vi si arriva, ci si rende conto che Venezia quasi non esiste più come città, che esiste soltanto come consunto spettacolo volgare e bazar. C’era un’orda di tedeschi selvaggi accampati in Piazza, e il loro chiasso rimbombava nel Palazzo Ducale e all’Accademia…».

Così scriveva Henry James nel lontano 1882, quando forse una decina di persone formava l’orda di tedeschi di cui sopra. “Ma come tutti i grandi scrittori, James vide il futuro di massa della nostra città, senza peraltro che questo gli impedisse di subire il fascino di Venezia e di parlarne in saggi, racconti, romanzi”. Ce lo ha ricordato ieri Rosella Mamoli Zorzi alla Mondadori di Venezia, in occasione della presentazione del volumetto “IN VENICE AND IN THE VENETO WITH HENRY JAMES“, da lei curato per le edizioni Supernova.

Vi vengono costruiti sei “itinerari” nella città, più altri cinque nelle isole e nell’entroterra, sulla scorta di accattivanti citazioni da vari testi jamesiani. Lo scrittore descrisse la città nella sua povertà ottocentesca, ma anche nello splendore dei suoi palazzi. Fra questi, Palazzo Barbaro sul Canal Grande, dove James fu più volte ospite dei Curtis. 

Già nel luglio 2005 all’Isola di San Servolo la Henry James Society e il Dipartimento di Americanistica, Iberistica e Slavistica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia avevano tenuto il Congresso internazionale “Tracing Henry James”.   

Si legge in  http://www.aidanews.it/articoli.asp?IDArticolo=5292 :

“Venezia è stata la città amata dal grande scrittore americano fin dalla sua prima visita nel 1869, quando si immerse nella bellezza della pittura del Tintoretto, il maestro veneziano da lui più adorato, visitando la città sulle orme di Ruskin, e liberandosi solo col passare degli anni, dalle “proibizioni” ruskiniane riguardanti architettura e pittura del Sei e del Settecento; fino all’ultima visita del 1907, quando ritornò nella città e nel palazzo su cui aveva costruito il suo palazzo di parole, quel Palazzo Leporelli modellato su Palazzo Barbaro, dove la protagonista di “Le ali della colomba” (1902) decide di vivere quel poco di vita che le resta nell’arte e nella bellezza. James ritornò più volte a Venezia: nel 1881, in una pensione sulla Riva degli Schiavoni (ora Pensione Wildner), tentò di finire Ritratto di signora, distratto dal chiacchiericcio sulla Riva e dalla vista delle navi che passavano; da Palazzo Barbaro, nel 1887, inviò all’editore l’ultima parte del Carteggio Aspern, una sorta di “giallo” psicologico, ambientato a Venezia, in cui il narratore cerca di impossessarsi di preziose lettere: il luogo-modello, questa volta, è Palazzo Cappello a Rio Marin. Sempre ospite dal 1887 in poi dei Curtis a Palazzo Barbaro, James cercò (molto debolmente) un pied-à-l’eau, che mai in realtà veramente potè desiderare, incantato come era dallo splendore di Palazzo Barbaro. Solo nel 1894 alloggiò nella modesta Casa Biondetti, quando, suicidatasi l’amica scrittrice Constance Fenimore Woolson, dovette, come esecutore testamentario, sistemarne, ed eliminarne, le carte: un episodio molto doloroso per James, che si sentì (ingiustamente) in colpa per il suicidio dell’amica. Ma da questa morte, da questo mondo di dolore, – oltre che da molte altre esperienze precedenti – nacque il capolavoro “Le ali della colomba”.

Nell’ottobre 2004, inoltre, si era tenuta la mostra marciana “Gondola Days”, di cui si legge qui:

 http://marciana.venezia.sbn.it/mgondola.html

“Per secoli dimora di una illustre famiglia veneziana, palazzo Barbaro (il nobile edificio che sorge sul Canal Grande, vicino al Ponte dell’Accademia) – come tanti altri in quell’epoca – fu venduto nell’Ottocento a speculatori e passò di mano in mano, spogliato di parte dei quadri famosi che lo ornavano.
Chi salvò il palazzo dalla rovina fu una coppia di Boston, Daniel Sargent Curtis e Ariana Wormeley Curtis che, il 3 dicembre 1885, lo acquistarono dopo avervi abitato come inquilini dal 1881.

Insieme al figlio Ralph, pittore, essi ne fecero un centro di vita artistica e intellettuale: lo frequentavano artisti e scrittori americani ed europei tra i quali John Singer Sargent, James McNeill Whistler, Anders Zorn, Henry James, Robert Browning e più tardi Claude Monet. John Singer Sargent dipingeva nello studio dell’amico Ralph Curtis e vi eseguì il dipinto A Venetian Interior che ritrae i proprietari. Henry James fu spesso ospite a Palazzo Barbaro e vi ambientò il romanzo The Wings of the Dove.
Gondola Days è il titolo di un libretto di saggi su Venezia del pittore F. Hopkinson Smith, anch’egli parte del gruppo.

Dal 1884, Isabella Stewart Gardner animò questa vivace cerchia di artisti, scrittori, mecenati e musicisti europei e americani che lì si riunivano. La sontuosa eleganza degli interni e la raffinata architettura del palazzo ebbero grande influenza su Isabella, che assieme al marito – Jack Gardner – lo prendeva in affitto durante le frequenti visite a Venezia e che al palazzo si ispirò, un secolo fa, per la creazione del suo personale museo, il palazzo in stile veneziano di Boston, noto come Fenway Court.

Palazzo Barbaro è la fonte d’ispirazione per la mostra marciana: “Gondola Days”. Isabella Stewart Gardner e il suo mondo a Palazzo Barbaro-Curtis, curata da Alan Chong, Richard Lingner, Anne McCauley, Rosella Mamoli Zorzi e organizzata dalla Biblioteca Nazionale Marciana insieme all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, aperta al pubblico dall’8 ottobre all’8 dicembre nelle sale della Libreria Sansoviniana, inserite nel percorso integrato dei Musei di Piazza San Marco.

La mostra mette in luce l’intensa vita artistica ed intellettuale della cerchia di Palazzo Barbaro e l’influenza da essa esercitata, alla fine dell’Ottocento, sull’arte, la letteratura, l’architettura del tempo. A questo scopo riunisce una significativa scelta di dipinti, acquerelli, pastelli, stampe e disegni, fotografie, lettere ed altre testimonianze di visitatori e ospiti.

La mostra è stata inaugurata il 7 ottobre 2004 nella sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, con interventi di Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei civici Veneziani, Marino Zorzi, Ann Hawley, direttore dell’Isabella Stewart Gardner Museum (ISGM) di Boston, e dei curatori della mostra Alan Chong (ISGM) e Rosella Mamoli Zorzi dell’Università degli Studi di Venezia.”

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Martedì, maggio 02, 2006

ANDERSEN A VENEZIA

 

(J.M.W. Turner, The Grand Canal, Venice, 1840)

“… Proseguii per Siena, Firenze, Bologna, Ferrara e vidi, infine, Venezia.”
“E che impressione ti fece?”
“Mi deluse un po’. Dopo aver visto Genova con i suoi splendidi palazzi e Roma con i suoi monumenti, dopo aver goduto il sole ridente di Napoli, Venezia, devo confessare, rappresentò una sorta di ‘triste vale’ nel lasciare l’Italia. Già Goethe aveva descritto il senso funereo suscitato dalla gondola veneziana, velocissima cassa funebre natante, nera, con frange, nastri e tendine nere. Ricordo che salii su una di esse presso Fusina e arrivai nella città silenziosa tra file continue di pali. L’impressione che mi fece fu quella di un cigno morto sull’acqua fangosa. Unici elementi di vita erano la piazza San Marco davanti alla chiesa variopinta e orientaleggiante, il fiabesco palazzo Ducale con i suoi tragici ricordi, le Prigioni e il Ponte dei Sospiri. C’erano greci e turchi seduti a fumare le loro lunghe pipe, e centinaia di colombi volavano intorno ai piloni trionfali dove sventolavano i gonfaloni. Mi sentivo come sul relitto di un vascello fantasma, soprattutto di giorno. Doveva venire la sera e spuntare la luna perché tutta la città si animasse: allora i palazzi si stagliavano piú imponenti e Venezia, la regina dell’Adriatico, acquistava animazione e bellezza.”
“Strano che Venezia dovesse sembrarti un cigno morto.”
“Devo confessarti che in quei giorni una puntura di scorpione a una mano mi rese particolarmente doloroso il soggiorno. Tutte le vene mi si gonfiarono fino al braccio e mi venne la febbre. Lasciai Venezia senza rimpianti sulla nera gondola funebre per andare in un’altra città di tombe, Verona, dove riposano gli Scaligeri e dove si trova il sepolcro di Romeo e Giulietta. Risalii le Alpi e mi fermai un intero mese a Vienna, poi vidi Praga e finalmente rientrai a Copenaghen. Ma l’esperienza italiana mi avrebbe suggerito il romanzo ‘L’improvvisatore’.”
“Non tornasti piú a Venezia?”
“Ci tornai nel 1854, arrivandovi in battello da Trieste. Se la mia prima impressione della città era stata quella di un funebre relitto galleggiante, adesso che vi tornavo sofferente per le maree dell’Adriatico non mi parve nemmeno di scendere a terra, ma di trasbordare da un vascello a un altro piú grosso. L’unica consolazione fu scoprire che adesso, grazie al ponte della ferrovia, la città era stata collegata alla terraferma. Venezia al chiaro di luna è certo qualcosa di stupendo, un sogno meraviglioso che bisogna provare. Le gondole scivolano come barche di Caronte tra gli alti palazzi, che si specchiano nell’acqua. Ma di giorno era un brutto spettacolo. Nei canali sporchi galleggiavano torsi di cavolo, foglie d’insalata e rifiuti d’ogni genere. Dalle crepe delle case uscivano i ratti d’acqua, e il sole ardeva tra i muri. Fui lieto di fuggire da quell’ umida tomba. Sulla terra ferma la vite pendeva in tralci e i cipressi nereggiavano contro il cielo azzurro. Ero di nuovo diretto a Verona. Curiosamente, anche questa volta fui punto da uno scorpione e di nuovo il dolore e la febbre mi spinsero oltre.”

(dalla VII puntata de “IL FANTASMA DI ANDERSEN” , gentilmente ospitata da  www.carmillaonline.com )

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Venerdì, giugno 23, 2006

DAVID GILMOUR DI NUOVO A VENEZIA

 

15 Luglio 1989

Una piattaforma galleggiante ormeggiata davanti a Piazza San Marco fu teatro di uno show dei Pink Floyd di soli 90 minuti, trasmesso in oltre venti Paesi per una stima complessiva di 100 milioni di spettatori.

Agosto 2006

Saranno le cornici di Piazza Santa Croce a Firenze (2 agosto) e Piazza San Marco a Venezia (4 e 5 agosto) ad ospitare i concerti di David Gilmour. La chitarra e voce dei mitici Pink Floyd si esibirà in una serie di concerti “open-air” che seguono il trionfale tour europeo e americano. I musicisti della band sono Richard Wright, tastiere e voce; Phil Manzanera, chitarra e voce; Dick Parry, sassofono; Jon Carin, tastiere, chitarra e voce; Guy Pratt basso e voce – Steve Distanislao, percussioni e voce. I biglietti sono già in vendita.

Giugno 1999

Le mitiche:- ) edizioni Libri Molto Speciali pubblicano il volume:

“Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia”, di Anonimo Veneziano (VEDI ARCHIVIO, 2005, luglio):

Si tratta di un ‘collage’ di frammenti di oltre settanta autori, il cui ‘incollatore’ si è trincerato dietro l’anonimato per pudore… Ecco la trama. Due fratelli seguono vocazioni contrapposte, all’autodistruzione attraverso la droga il primo, all’impegno per il bene comune il secondo che, sospinto da un’improvvisa voglia di cambiare il mondo, decide di cominciare a fare qualcosa nel vicino, adoperandosi per le sorti della propria città (Venezia): una risoluzione che matura nei giorni del famoso concerto dei Pink Floyd (luglio 1989) a Venezia, ricostruiti con meticolosa precisione. È il primo romanzo-Arlecchino della letteratura italiana, ottenuto, ripeto, per circa il 90% cucendo assieme (ma senza che si vedano le suture)  “ritagli” di stoffa letteraria di oltre settanta autori.”

“… I primi, da Napoli e da Roma, erano cominciati ad affluire all’alba, ma già dalla sera precedente c’era chi aveva preso un posto in prima fila in piazza San Marco, proprio di fronte al mastodontico palco sulla laguna, distendendo il sacco a pelo. Erano soprattutto tedeschi, francesi e inglesi, la maggior parte dei quali venuti con i venti voli Charter organizzati per l’occasione in vari paesi europei. Dalle 8 in poi, dalla stazione ferroviaria a San Marco, era stata un’unica, ininterrotta colonna di giovani in marcia attraverso due direttrici: Rialto e la Strada Nova. Verso le 10 era giunta una telefonata allarmata dalla questura di Roma. Ai colleghi di Venezia la Polfer aveva comunicato che erano partiti due treni, uno affollato di ottomila persone, l’altro di cinquemila, tutte dirette nella città lagunare. I primi grattacapi per l’ordine pubblico li avevano già dati alla Stazione Termini, tanto che le forze dell’ordine erano dovute intervenire con piccole cariche per impedire vandalismi. Il questore Musarra e il capo di gabinetto Cesare Porta, che coordinavano gli oltre mille agenti e carabinieri in servizio, avevano inviato alcuni plotoni della Celere ad accogliere i fan romani più turbolenti, che così erano stati scortati fino in piazza San Marco. Col viso tirato e le radio ricetrasmittenti schiacciate fra le dita, gli agenti avevano cercato di opporsi a ogni intemperanza della folla. Alla stazione, nel frattempo, treni provenienti da Bologna e da Milano avevano continuato a scaricare migliaia di persone. Già a mezzogiorno l’ufficio stampa del ompartimento delle ferrovie dello Stato diffuse una nota per sconsigliare vivamente chiunque di mettersi in viaggio verso la città lagunare. A Mestre, la stazione che precede quella di Venezia, tutti coloro che avevano dovuto abbandonare le automobili ai lati delle strade o in parcheggi di fortuna, davano l’assalto ai treni. Piazza San Marco, verso mezzogiorno e mezzo, si era trasformata in una sorta di spiaggia. Migliaia di persone accalcate una accanto all’altra si erano sdraiate sui masegni e si erano spogliate, rimanendo in costume da bagno. “I me par foghe, i me par foghe“, strillava un vecchietto veneziano cercando di aprirsi faticosamente un varco tra quei corpi distesi. Alle 13 la Piazzetta che dà sul Bacino era ormai completamente intasata e paralizzata. Il megapalco incombeva sull’acqua con tutte le sue elettroniche mostruosità. (A Costante tornò in mente lo sfogo marinettiamo su VENEZIA PASSATISTA: “Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata… Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi. Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.”) Alle 14.30 la Commissione provinciale per i pubblici spettacoli rimise in forse il concerto, perché mancavano sia le transenne sulla riva del Bacino di San Marco, sia quelle per la creazione dei corridoi necessari al passaggio dei soccorritori e delle forze dell’ordine. Si creò un clima di drammatica attesa. Per le 15.30 la delicata bomboniera di piazza San Marco era ultrasatura, ma la gente continuava ad arrivare da tutte le parti. Una muraglia umana di giovani si era assiepata sull’intera riva fino all’Arsenale, abbarbicandosi su ogni sporgenza che permettesse di superare gli ostacoli alla vista, approfittando di ogni mpalcatura, pontone di vaporetti, cornicione di porta. Presto iniziò l’assalto ai monumenti. Una ventina di spericolati si arrampicò su per le impalcature del Palazzo delle Prigioni Vecchie in restauro, subito imitata da una nuova ventina. Altri salirono sulla copertura del dirimpettaio imbarcadero della Paglia, altri ancora sull’impalcatura prospiciente l’ingresso della Biblioteca Marciana. Molti occuparono le rive, i pontili, le gradinate, finendo con i piedi in acqua. Le forze di polizia invocarono disperatamente rinforzi da Mestre e da Padova. Alle 16 giunse l’annuncio che i carabinieri chiamati da Mestre erano rimasti anch’essi intrappolati sul ponte della Libertà. Nella Piazza martellata dal sole la folla assetata si stava disidratando. Frattanto, squadre di commandos anti-Pink Floyd attaccavano sui muri della città manifesti listati a lutto annuncianti la “morte del Redentore”. Tra il popolo del rock, con le mani nei capelli, si aggirava incredulo, in compagnia del pittore Emilio Vedova, il filosofo Massimo Cacciari. (“Difficilmente potrò dimenticare il senso di frustrazione e di vergogna che ho provato oggi nella mia città”, dichiarò più tardi a un giornalista. “È impossibile concepire un uso più distorto, più selvaggiamente ignorante e irresponsabile di un grande centro storico ridotto a indifferente contenitore per manifestazioni di grandi masse.”). Alle 16.30 non c’era ancora il permesso per il concerto. La commissione di vigilanza aveva rilevato che non erano state poste in atto tutte le misure di sicurezza. Tra Prefettura e Comune lo scambio dei messaggi si fece frenetico: nessuno pareva disposto ad assumersi una responsabilità che avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili. Ma impedire il concerto, a quel punto, avrebbe rappresentato un rischio insostenibile per l’ordine pubblico. Il sindaco Casellati rimise la decisione al prefetto: valutasse lui se preminenti ragioni di ordine pubblico ne imponevano o meno lo svolgimento. Il prefetto si consultò con i più stretti collaboratori. Parlò al telefono con il questore e ricevette l’assicurazione che con l’ausilio delle forze dell’ordine sarebbero state sistemate le transenne. Anche gli organizzatori erano pronti all’installazione delle barriere, ma attendevano polizia e carabinieri per creare un varco tra la folla dei giovani. Alle 19 l’alloggio del Sansovino, sotto il campanile, appariva letteralmente coperto di giovani che si erano abbarbicati sulle statue, sistemandosi come meglio avevano potuto: non un centimetro di marmo era più visibile. Altri prodi riuscirono, di lì a poco, a conquistare l’interno del campanile, insinuandosi per la finestrella più bassa… ”

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Mercoledì, luglio 26, 2006

IL GIORNO IN CUI VENEZIA MUORE

 

Da “IL GAZZETTINO DI VENEZIA”  di martedì 18 luglio 2006: 

“23 maggio 2038 il giorno in cui Venezia muore”

“Venezia centro storico (tolti i litorali e le isole) perde ancora abitanti: 1918 nell’ultimo anno. Se il trend dovesse confermarsi (e non si vede come potrebbe essere diversamente), un giorno nemmeno tanto lontano Venezia rimarrebbe vuota, una città fantasma come quelle del vecchio West. Così abbiamo voluto fare una prova. Cioè andare a vedere quando potrebbe morire Venezia se ogni anno continuasse a perdere quelle 1918. È chiaro che il conto ha valore solo simbolico perché le dinamiche che governano i movimenti delle popolazioni sono complesse e non c’è alcuna prova che ogni anno il centro storico ‘debba’ perdere quel numero di abitanti. Ma ci abbiamo provato lo stesso e il risultato è questo: 23 maggio 2038 , fra 32 anni. Il 23 maggio 2038 è il giorno in cui Venezia muore.”

[Mio commento: le ragioni dell’esodo NON sono affatto misteriose. Con quello che costano gli appartamenti a Venezia, i giovani sono costretti a migrare in terraferma e il comune dovrebbe dare la priorità assoluta a una seria politica della casa, altro che Mose!!!]

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Già che si parla di morte, copio-incollo una parte del post “Cipressi“, griffato Linnio Accorroni, da it.cultura.libri del 30 luglio 2003, citato ieri nell’ultima puntata di ‘Iooooo e Borges’

“Da quel Tesoretto che è ‘ Storie e leggende degli alberi’ di Jacques Brosse apprendo che il cipresso è associato all’idea della morte perché il suo legno, odorifero e incorruttibile, serviva per i feretri delle persone illustri. Tutte le lingue europee hanno conservato la matrice etimologica del cretese cuparissos : in francia cyprès, ciprés in spagnolo, cypress in inglese (una delle più belle canzoni di Van The Man: cypress avenue in “Astral Week”), zypress in tedesco, parola che designa, in senso figurato, il lutto e la morte ( c’est vrai, jurgen ?). Un altro dei motivi per cui questa pianta è associata al lutto e al dolore sta nel mito che Ovidio narra nel X libro de “Le metamorfosi“: Ciparisso era un giovane bellissimo , amato da Apollo, che, involontariamente, uccise un cervo addomesticato, che amava sopra ogni altra cosa. Inconsolabile per questa morte, decise di lasciarsi morire di inedia e chiese, come supremo dono agli dei, quello di piangere per sempre: ‘ hoc petit a superis, ut tempore lugeat omni”. Apollo, impietositosi, lo trasforma nell’albero eponimo con le parole : “da me sarai pianto;  tu altri piangerai e starai accanto a chi sente dolore“.

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Sabato, novembre 04, 2006

L’ “ACQUA GRANDA” DEL 4 NOVEMBRE 1966

 

“Il grido d’allarme sulle sorti di Venezia è stato lanciato così spesso che quasi nessuno pare farci più caso”, aveva sospirato la signorina Dabalà, al rientro dalle vacanze natalizie. E ne aveva approfittato per ricordare alla classe l’inondazione del 4 novembre 1966, l’anno dell’acqua granda, della catastrofe. Era piovuto a dirotto per giorni e giorni su tutta l’Italia, aveva detto. Alle dieci di sera del giorno 3 una prima ondata di marea aveva sommerso il centro di Venezia. I veneziani, come d’abitudine, avevano montato le passerelle, chiuso i varchi all’acqua perché non entrasse nelle case e nei negozi. Sapevano che alle 5 del mattino la marea, scendendo, avrebbe svuotato la laguna. Invece, alle cinque del mattino, la marea non se n’era affatto andata. Un vento fortissimo aveva trattenuto le acque in laguna e quando, a mezzogiorno, queste avevano ripreso a crescere per il nuovo ciclo, era stata la fine. All’idrometro di punta della Salute il mare aveva toccato il punto più alto mai raggiunto: 194 centimetri sopra il livello medio. Era parso che si stesse avverando l’antica e popolare profezia di una Venezia nata dal mare e nel mare destinata a scomparire, come nel famoso dipinto del Tintoretto, con la città spazzata via dalla burrasca. Le onde si erano infrante direttamente contro le mura del Palazzo Ducale. Tesori immensi, dagli arredi a intere biblioteche, erano andati perduti in poche ore. A Malamocco, a Pellestrina e a San Pietro in Volta il mare, gonfio di pioggia e sospinto da uno scirocco che soffiava a oltre cento chilometri all’ora, aveva travolto i murazzi. Gli abitanti si erano dovuti arrampicare sui tetti delle case o rifugiare nei barconi da pesca per non farsi portare via dalle ondate. Una delle statue della Salute era caduta a terra, sotto la furia del vento. Lo choc nel mondo intero era stato immenso, anche se passeggero. L’apocalisse di quella lontana mattina di novembre aveva portato di colpo alla luce tutti i problemi irrisolti e gli errori commessi nella gestione della città, le conseguenze degli ingenui entusiasmi e dei calcoli sordidi, dell’inesperienza e dell’avidità. Era crollato anche l’orrendo mito di una Venezia industrial-manchesteriana, con il retroterra tutto fabbriche e opifici fumanti, come non avrebbe voluto nemmeno il futurista Filippo Tommaso Marinetti, di cui lei stessa, tempo prima, aveva letto alla classe il ‘Proclama ai Veneziani’ del 1910. Con la violenza straripante della natura si era dovuta maledire anche l’insipienza degli uomini che avevano continuato a trastullarsi per decenni, dacché il progresso aveva consentito di pensare ad affrontarlo realisticamente, con un problema che il buon Dio aveva cacciato loro tra i piedi probabilmente a sconto di tante meravigliose bellezze elargite.”

(da “Scoppi in aria: Schopenhauer e i Pink Floyd a Venezia“, di Anonimo Veneziano, Edizioni Libri Molto Speciali, Venezia, p. 17-18)

Che morte e cazzo siano più  vicini di quanto si pensa (cfr. l’orgasmo come petit mort) è tautologia che i Romani comprendevano perfettamente, tanto che il cipresso, stante la sua forma , era considerato albero fallico per eccellenza: ecco allora la freccia di Eros e lo scettro di Zeus che erano fatti di legno di cipresso, ecco i Priapi che venivano confezionati con il suo legno e che badavano alle vigne, ai campi, ai giardini… ”

[Immagine da http://www.aboutgaymovies.info/images/death_in_venice_5.jpg ]

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Venerdì, dicembre 08, 2006

IL PIFFERAIO DI HAMELIN E QUELLO DI VENEZIA

 

The-Pied-Piper-of-Hamelin

Da http://it.wikipedia.org/wiki/Il_pifferaio_di_Hamelin :

“La storia si svolse nel 1284 ad Hamelin, in Sassonia. In quell’anno la città venne invasa dai topi senza che alcun uomo riuscisse a trovar sistema per farli altrove fuggire, tant’è che il capo della città dovette offrire una cospicua ricompensa a chiunque fosse riuscito nell’ardua impresa di scacciarli. Non appena giunta al suo orecchio questa notizia, uno straniero si offrì di liberare la città dai topi grazie alla sua musica misteriosa: si narrava, infatti, che fosse in possesso d’un piffero magico e di spartiti incantati, raccolti in un libro segreto, che potessero essere usati per avocare a sé qualsiasi cosa (animali, persone, ombre, mostri, incubi, o altro che fosse) e controllarla ipnoticamente. Vista la situazione senza scampo il capo accettò di buon grado. Non appena la musica dello straniero ebbe inizio, i topi iniziarono stregati a seguirlo…[eccetera]”

E ora passiamo al pifferaio di Venezia.

<<Brioche con farina di salmone e girasole, per un gusto simil-panettone. E’ questa la ricetta dell’esca che potrebbe liberare la città da topi e pantegane. “Possiamo eliminare tutti i topi di Venezia”. Massimo Donadon – intervenendo ieri al caffè Quadri alla consegna del premio “Fuoriclasse” – svela la ricetta dell’impasto studiato per attirare ed eliminare i ratti lagunari. “Su Venezia abbiamo fatto un monitoraggio dell’ambiente e un progetto di intervento che prevede”, spiega Donadon, “di mettere distributori di esche, fatti a T rovesciata verso il basso, in tutti i campi e le tremilaseicento calli della città. Ma il segreto è la scelta della miscela per attirare i topi”. L’imprenditore, che ha il merito d’aver liberato dai roditori metropoli come New York, Tokyo, Santiago del Cile e Amsterdam, ha studiato per Venezia un gusto particolare. “Più che i topi vanno analizzate le abitudini alimentari diffuse nei luoghi in cui vivono. Il topo, infatti, ha una memoria genetica che gli fa riconoscere i gusti fin da appena nato. Dei nostri acquisti alimentari scartiamo mediamente il 4 per cento, e da queste parti nella spazzatura finiscono molti resti di pane e prodotti simili. Un gusto che, mescolato alla farina di salmone e al girasole, che dà un aroma tipo panettone, farà letteralmente impazzire i topi“, assicura Donadon. E allora quand’è che la sera potremmo circolare senza imbatterci in corpose pantegane che aggrediscono i sacchi delle scoasse? “Bisogna vedere i flussi di finanziamento della Legge Speciale per Venezia. Io comunque sono amico di Cacciari e farò il possibile per aiutare lui e la città”, annuncia Donadon…>> (da La Nuova Venezia del 6 dicembre 2006. L’articolo è di Sebastiano Giorgi).

Insomma, per le povere pantegane di Venezia, tutt’altro che stanche della vita, non si esiterà a ricorrere all’eutanasia o “dolce morte“… dolce solo per il sapore di panettone, ovviamente:-/

Immagine da www.artshole.co.uk/joannethompson.htm

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Martedì, febbraio 20, 2007 

UN PANE A FORMA DI CADAVERE

 

Venezia. Dato che è Martedì Grasso, vi scelgo due chicche. La prima di natura etimologica (così rivaleggio con la Strofa che questa, di sicuro, non la sa). Quest’anno il carnevale veneziano è dedicato a Carlo Goldoni, ma pochi sanno perché, a Venezia, dare a qualcuno del “goldone” sia un po’ come dargli del “coglione”. Ebbene, l’origine di tale insulto non si perde nella notte dei tempi, ma solo nelle notti dell’ultima guerra: pare che i soldati americani presenti in Veneto facessero grande uso di un preservativo la cui marca era “Gold  One”…  Non tutti i ragazzotti nostrani, purtroppo, sapevano che “One” (Uno) andava letto “uàn”. A furia di scandirlo esattamente come lo vedevano scritto, trasformarono presto la parola “goldòne” in un sinonimo di “preservativo” (la marca per il prodotto), poi, per estensione, anche in un insulto. Ovviamente ai tempi dell’illustre commediografo il cognome Goldoni non aveva ancora connotazioni così poco spirituali. 

La seconda chicca è un appuntamento. Tra gli eventi minori di questo carnevale ce n’ è uno molto carino in programma proprio per questa sera alla Galleria A+A, ore 22.00. L’artista messicano Gaston Ramirez Feltrin mescolerà acqua, lievito e farina per dare forma ad una sagoma umana, un cadavere di pane dalla forte carica simbolica che sarà offerto al pubblico insieme al vino.  (Cfr. “Prendete e mangiatene tutti“). Martedì grasso, infatti, segna la fine del Carnevale e l’inizio del periodo quaresimale, e il rito mortuario – ripreso dal Dia de muertos messicano – omaggerà il defunto consentendo una simpatica elaborazione del lutto:-)

Gaston Ramirez Feltrin è messicano, ma laureato allo Iuav di Venezia. La performance sarà curata da Francesca Colasante.

“Il mangiare il cadavere, per fortuna simbolico, ha il significato di introiettare lo spirito del morto, di creare un legame con il mondo dell’aldilà. Per questo il giorno dei morti in Messico è un giorno d’allegria, dove la gente si ritrova a festeggiare attorno a tavole imbandite. Lo aveva già immortalato il regista Sergej M.Ejzenstejn nel suo capolavoro del 1930, ‘Que viva Mexico’…  La sagoma sarà cotta nei forni della ditta Rizzo e l’evento è organizzato in collaborazione con la Galleria Michela Rizzo, presso la quale, dal prossimo 23 al 25 marzo, sarà proiettato il filmato di questa performance. Mercoledì prossimo 21 febbraio, giorno delle ceneri, sempre alla A+A, ma alle ore 18, Ramirez sarà presente alla conferenza di Francesco D’Elia, etnologo e musicista, sul tema “L’abbondanza della morte – Il rituale funebre e i carnevali tradizionali italiani”. Verranno proiettati video provenienti dalla Fonoteca di Bologna. Per martedì sera è obbligatoria la conferma telefonica: 0412770466. [Così il Gazzettino di ieri]. 

Buon Carnevale a tutti! 

Immagine in alto da http://www.thaneeya.com/16-dia-de-los-muertos-day-o.jpg

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Lunedì, aprile 09, 2007 

VENEZIA IN FONDO AL MARE

 

“Gli esperti dell’Onu sul clima lanciano l’allarme Venezia: se non si interverrà in tempo la città rischia di scomparire nel giro di pochi decenni. «Nonostante gli sforzi per contenere l’innalzamento del livello delle acque, la situazione è sempre più critica – ha spiegato il climatologo argentino Osvaldo Canziani, vice presidente del gruppo di esperti dell’Onu – nei prossimi decenni- nel nord del Mediterraneo le piogge aumenteranno dal 10 al 20\% e l’acqua della laguna continuerà inesorabilmente a salire». A quel punto, il problema delle dighe mobili non si porrà neppure.”

(Il Gazzettino,  SABATO 7 APRILE)

Mi consolo pensando che la mansarda da me appena acquistata al Lido di Venezia è al quarto piano:- )-

[Immagine da www.atmos.washington.edu/…/modern_options.html

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Giovedì, gennaio 10, 2008 

SVELATO IL MISTERO CACCIARIANO

A distanza di anni da “Quella bruttacattiva della mamma!”, edizioni EL, Trieste, 1993, scrissi il racconto “Quel bruttocattivo di papà Cacciari!”, edizioni Libri Molto Speciali, Venezia, 1999. Terminava così

«… La cosa più bizzarra fu che, svegliatosi di soprassalto, il signor Luchino avvertì un inequivocabile dolore al cranio, come dopo una effettiva caduta a testa in giù.

“E lei… e lei, allora?”, balbettò sconcertato. “Perché non si è sposato? Perché non ha messo al mondo dei figli, con quella sua perfetta faccia da Barbapapà?”

Non ci fu risposta, naturalmente: il sogno era finito e il sindaco Cacciari si era presto dileguato con esso.»

A distanza di altri anni, esattamente ieri, il quotidiano del Nordest “Il Gazzettino” ha pubblicato nel fascicolo veneziano la risposta all’angosciosa domanda: “Perché non si è sposato?”.

SCAPOLO D’ORO

Cacciari: «Perché non mi sono mai sposato? Faccio fatica a pensare anche solo a me stesso»

Al Gazzettino, un anno fa, aveva dichiarato: «Io conquistatore? Non me ne sono mai accorto». A quei tempi i sondaggi sentenziavano che era tra gli uomini che più piacevano alle donne, ma Massimo Cacciari non se ne curava: «Mi lascia del tutto indifferente». Compresa la fama di irriducibile conquistatore: «Fama immeritata perché non mi è mai interessato, come dire, andare a donne». E adesso dice perché, nonostante il fascino, è rimasto uno scapolone: «Sposarmi? Faccio fatica a pensare anche solo a me stesso». Queste note personali saranno in edicola oggi: al settimanale “Grazia” il sindaco Massimo Cacciari ha rilasciato infatti una intervista, arrivando a parlare di sé. «Perché non mi sono mai sposato? In una vita come la mia è difficile trovare il modo e il sistema. E poi probabilmente sono leggermente disperato sul significato che oggi possa avere un legame familiare», spiega il sindaco di Venezia. E aggiunge: «Forse anche per un po’ di irresponsabilità: faccio fatica a pensare a me stesso». Sempre a “Grazia”, Cacciari afferma che è finita l’autorità maschile e che adesso i partiti politici dovrebbero essere affidati alle donne che hanno molti più pregi degli uomini, tranne il limite di «detestarsi tra di loro»: «Per tre millenni c’è stata una predominanza maschile, sicura di sé. Ma oggi siamo alla fine di questa civiltà…. Il maschio è in crisi perché comprende che l’auctoritas, termine che apparteneva proprio al maschio nella polis, nella civitas, nella res publica, non è più proponibile… Gli uomini di oggi sono insicuri, e nemmeno la donna è sicura perché la sua auctoritas non potrà mai sostituire quella maschile». Un clima di insicurezza generale che secondo Cacciari fa vacillare anche l’istituto della famiglia. Per il sindaco-filosofo, «il tramonto della civiltà improntata al potere maschile è bene. I simboli della civiltà maschile sono quelli dell’eroe, del grande uomo politico. Sono quelli della volontà di potenza, gli uomini dei grandi disastri». Una situazione per cui Cacciari ha pronta la soluzione: «Che l’amministrazione ora sia delle donne. I partiti diamoli a loro. Intanto parlano dieci volte di meno, e poi sono molto più operative, più concrete. Hanno un solo difetto: detestarsi tra loro».

 Da http://www.gazzettino.it/VisualizzaArticolo.php3?Luogo=Venezia&Codice=3638833&Data=2008-01-09&Pagina=1&Hilights=cacciari

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Giovedì, gennaio 17, 2008 

EYMERICH NON AMA VENEZIA

 

«Que c’est triste Venise au temps des amours mortes
Que c’est triste Venise quand on ne s’aime plus»

cantava Aznavour qualche anno fa. Chissà se anche l’inquisitore Nicolas Eymerich aveva qualche amore morto nell’armadio, ma nemmeno a lui Venezia sembrava molto allegra:

“Vi piace Venezia, magister?” chiese Bagueny, forse già pregustando la risposta.

“E a chi mai potrebbe piacere una fogna a cielo aperto, con acque puzzolenti che scorrono ovunque?” Eymerich fece una smorfia. “Chi ha fondato questa città doveva avere sangue di ratto, per pensare di vivere su una cloaca.”

E più giù:

“In effetti, dal mare e dai canali giungevano effluvi sgradevoli, e tuttavia il sole rendeva lo scenario di rara bellezza, per occhi che non fossero stati quelli dell’inquisitore… [cut]… Ora Eymerich, di fronte alla basilica di San Marco (ai suoi occhi di una bruttezza unica, tanto grondava fronzoli), attendeva di scoprire se la sua frode fosse andata a segno…”

Valerio Evangelisti colloca la scena (pag. 55 del recente “La luce di Orione“) il 20 giugno 1366.

Qualche secolo più tardi sarebbe capitato in laguna anche il mio amatissimo Hans Christian Andersen, che così si sarebbe espresso nella sua autobiografia: 

“Già Goethe aveva descritto il senso funereo suscitato dalla gondola veneziana, velocissima cassa funebre natante, nera, con frange, nastri e tendine nere. Salii su una di esse presso Fusina e arrivai nella città silenziosa tra file continue di pali. L’impressione che mi fece fu quella di un cigno morto sull’acqua fangosa… [cut] Nei canali sporchi galleggiavano torsi di cavolo, foglie d’insalata e rifiuti d’ogni genere. Dalle crepe delle case uscivano i ratti d’acqua, e il sole ardeva tra i muri. Fui lieto di fuggire da quell’umida tomba. ”

(Andersen, La fiaba della mia vita“)

A proposito di crepe, è stata da poco allestita ai Magazzini del Sale (Punta della Dogana) la mostra “VENEZIA CREPA“: 

«Venezia città intermittente, che si riempie di giorno di pendolari che portano il loro lavoro in città, di studenti e precari che vi vengono a studiare, a produrre e a vivere animando campi ed università. Venezia città intermittente, che si svuota di notte perché le case sono troppo care per abitarle e conviene di più trasformarle in Bed&Breakfast per il turista “mordi e fuggi” di una notte. Venezia in vendita per l’economia globalizzata e per il turismo poco compatibile, che crea profitti immediati per pochi, ma che rischia di non lasciare nulla ai posteri. Venezia che ancora resiste perché attira sogni, creatività materiale e immateriale di nuovi e antichi cittadini che si possono riappropriare della città e della sua laguna, della sua cultura materiale ed immateriale volta all’equilibrio tra acqua, terra, attività umane ed ambiente.»

[Da http://territorioveneto.it/venezia-crepa-le-mani-sulla-citta2019-e-sulla-laguna ]

E la Veneziadel futuro?

«Non tanto una Disneyland per tutti, quanto un Club Med esclusivo, dove chi potrà permetterselo si comprerà il suo pezzo di Venezia. Gerardo Ortalli il futuro della città d’acqua lo vede così. Lo storico, professore di Ca’ Foscari, punto di riferimento di Italia Nostra in città, non si stanca di mettere in guardia da una deriva che sta uccidendo la città Venezia per trasformarla in qualcosa di diverso… C’è il problema delle grandi navi; quello dello scavo dei canali portuali che arriveranno a 12 metri, con la questione collegata dello smaltimento dei fanghi nocivi… Il problema della residenza, in particolare, sta uccidendo Venezia. Non c’è un solo progetto che non corra dietro alla deriva turistica, e questa gestione della città a pezzetti, che segue tutta una serie di interessi particolari, sta portando alla paralisi di una politica di salvaguardia. Una volta pensavo che il destino sarebbe stato Disneyland, ora penso piuttosto ad un Club Med di alto prestigio. Qui infatti non potranno mai essere accolti i tre milioni di cinesi vagheggiati a suo tempo. Non c’è lo spazio materiale. Invece, attraverso questo passaggio per Disneyland, avverrà un’ulteriore selezione verso una realtà in cui chi ha i soldi si comprerà il suo pezzetto di Venezia: chi la galleria d’arte, chi lo scenario per un flirt romantico, chi quello per le sue contemplazioni estetiche. Insomma avremo sempre il solito terziario turistico, ma meno di massa, più selezionato. I muri anche resteranno, ma la città sarà morta. Purtroppo salti del genere la cultura amministrativa non li riesce a fare. Qui non hanno ancora capito che il turismo è una risorsa, ma come tutte le risorse non può essere sfruttata oltre il compatibile».

(Da “Il Gazzettino” del 16 gennaio 2008)

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Mercoledì, settembre 03, 2008 

VENEZIA CREPA & PREMIO ATTILA 2008

 

Come potete vedere dalla locandina allegata 

oggi 3 settembre alle ore 15  in sala Zorzi del Palazzo del Cinema ci sarà  l’ultima proiezione del nostro nuovo film inchiesta “Venezia Crepa – Chi la sta uccidendo?”

Alla fine della Proiezione sempre in sala Zorzi verrà data lettura delle motivazioni per l’assegnazione del Premio Internazionale ATTILA edizione 2008 – Sezione Speciale Nord Est  alla personalità (che verrà resa nota domani) che è riuscita a causare danni irreversibili ed irreparabili: all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini, privando di fatto le comunità locali del diritto di poter decidere del loro futuro.

Oggi 3 settembre alle ore 15, faremo circolare in rete il documento con le motivazioni, il nome della personalità a cui viene attribuito il premio e i nomi delle personalità che pur non avendo vinto son “degne di essere menzionate” per aver contribuito a creare danni irreversibili e incalcolabili all’ambiente e alle comunità locali. Inoltre verranno lanciate nuove scadenze di mobilitazione cittadina.

 

Luciano Mazzolin per AmbienteVenezia – Assemblea Permanente NOMOSE e Coordinamento Cittadino contro le Grandi Navi

[Immagine da http://www.fiorellagallery.com/gayjacket/Real/Doge.JPG ]

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Giovedì, settembre 04, 2008 

L’ATTILA 2008 A PAOLO COSTA

 

Premio Internazionale ATTILA 2008

sezione speciale nordest

In questi giorni una commissione composta da rappresentanti di associazioni e movimenti che lottano per la difesa dei beni comuni, della qualità della vita e dei diritti dei cittadini, ha selezionato tra una vasta rosa di candidati, il personaggio a cui attribuire il  PREMIO ATTILA 2008 alla carriera per essersi particolarmente distinto attraverso le attività che hanno contribuito in maniera determinante a causare danni irreversibili e irreparabili all’ambiente, alla qualità della vita dei cittadini ed hanno privato le comunità locali del diritto di poter decidere del loro futuro.

Molti sono stati i candidati comunque degni di essere citati e ricordati : Silvio Berlusconi e i Ministri dei suoi diversi Governi, in particolare Lunardi e Matteoli; Romano Prodi e i Ministri dei suoi diversi Governi, in particolare Costa e Di Pietro; Giancarlo Galan e i componenti delle sue Giunte Regionali, in particolare Renato Chisso; Silvano Vernizzi Commissario Straordinario per il Passante; Maria Giovanna Piva e i precedenti Presidenti del Magistrato alle Acque di Venezia; il Presidente del Consorzio Venezia Nuova e i Presidenti delle imprese che lo compongono e che sono collegate alle sue molteplici attività; Renata Codello, come Soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna; Roberto D’Agostino, come ex assessore del Comune di Venezia, Presidente di Arsenale spa e della società che sta gestendo la privatizzazione dei beni del Demanio Pubblico.

Non citiamo, per problemi di spazio, molti altri: imprenditori, dirigenti, luminari, intellettuali attivi e passivi nella realtà Veneziana.

La Commissionedopo lungo ed attento esame dei vari curricula, all’unanimità, ha deciso di assegnare

 il Premio Internazionale ATTILA 2008

per la sezione speciale nordest

a

PAOLO COSTA

per l’attività svolta nella molteplicità dei suoi ruoli locali, nazionali ed internazionali

Come Sindaco del Comune di Venezia (oltre che ex Ministro dei lavori pubblici e consigliere di Romano Prodi per le Grandi Opere) nel Comitato Interministeriale del 2003 ha votato a favore del progetto MOSE in sede di Comitatone, mentre il Consiglio Comunale aveva dato mandato di votare contro se non si fossero fatte le verifiche che individuava; successivamente ha sempre strenuamente difeso in tutte le sedi il progetto MOSE, un vero e proprio ecomostro, inutile e dannoso che creerà danni irreversibili a Venezia e alla sua laguna, patrimoni dell’umanità; un progetto dal costo di 4,3 miliardi di euro che prosciugherà tutte le risorse economiche indispensabili per la normale manutenzione della città, che sta letteralmente cadendo a pezzi, dirottandole nelle casse della lobby d’Imprese del Consorzio Venezia Nuova che ha il monopolio dello studio, progettazione e realizzazione del progetto. (monopolio vietato dalle leggi nazionali ed europee) ed impedendo, nello scenario di crescita dei livelli marini per l’effetto serra, la riconversione produttiva ecocompatibile di Porto Marghera per la grande frequenza di chiusura della bocca portuale di Alberoni. Una realizzazione che farà crescere frequenza ed intensità della acque alte impedendo, nel contempo, la realizzazione di soluzioni diverse maggiormente efficienti come ha valutato anche il Comune di Venezia

 Ancora come Sindaco del Comune di Venezia ha votato assieme alla sua Giunta lo status di “Opera di Pubblica Utilità” per un altro progetto inutile e devastante che è la sublagunare, tubo subacqueo che porterebbe altri milioni di turisti devastando fondali lagunari e assetti sociali della città. Un “progetto di finanza” economicamente insostenibile, dove i costi per la realizzazione sono spudoratamente sottostimati e dove le eventuali perdite di realizzazione e di gestione sono totalmente a carico della collettività.

Da Parlamentare Europeo e presidente della Commissione Trasporti attualmente si sta battendo per la realizzazione del Corridoio 5 e della TAV, ignorando le proposte alternative dei Comuni di valle.

È stato nominato dal Governo Prodi come Commissario Straordinario per la costruzione della nuova Base USA Dal Molin a Vicenza ed è stato confermato in questo ruolo anche dal Governo Berlusconi per cercare di evitare comunque il referendum popolare di consultazione.

Il suo ruolo di difensore delle lobby d’imprese che sono coinvolte nei vari progetti precedentemente citati (combattuti e non voluti dalle comunità locali) lo ha reso ormai uomo utile per qualsiasi schieramento di governo; è l’esempio dell’uomo buono per tutte le stagioni e variabili politiche. Per queste doti non comuni è stato premiato e nominato dal governo Berlusconi come nuovo Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia (attività che dovrebbe essere incompatibile con il suo ruolo Presidente della Commissione Trasporti e Turismo del Parlamento Europeo); ruolo nel quale potrà continuare a privilegiare progetti ed attività che creeranno seri problemi alla sopravvivenza dell’ambiente lagunare (scavo abnorme dei fondali per far entrare in laguna navi sempre più grandi, incompatibili e devastanti)  

Queste sono in sintesi le motivazioni per le quali Paolo Costa ha vinto questo ambitissimo premio. 

Il premio verrà consegnato

giovedì 4 settembre

Appuntamento per chi volesse partecipare

all’iniziativa per la consegna

alle ore 14,30

davanti alla Stazione dei treni

di Venezia S. Lucia

per imbarco su barca presa a noleggio

La Commissione del Premio Attila 2008

sezione speciale nordest

composta da rappresentanti de:

Assemblea Permanente NOMOSE, Coordinamento Cittadino Contro le Grandi Navi, Patto di Difesa Beni Comuni, Presidio Permanente No Dal Molin.

[Immagine da http://www.atlaswords.com/IMAGES%20126/costa.jpg

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Martedì, ottobre 28, 2008 

TIZIANO SCARPA: STABAT FILIA DOLOROSA…

 

«Negli anni sessanta del secolo scorso, il reparto di maternità dell’Ospedale Civile di Venezia si trovava nella sede dell’antico Ospedale della Pietà. Io sono stato partorito in quell’edificio, sono nato nelle stanze dell’ex orfanotrofio, dove Vivaldi insegnava e dirigeva le sue allieve, componendo per loro un’infinità di concerti e musiche sacre. Per me questa coincidenza è stata una specie di ammonimento del destino, un sigillo all’origine della mia fantasia, del mio pensare attraverso personaggi diversi da me… Da tanto tempo desideravo offrire un tributo alla musica del mio compositore preferito e alla malinconica sorte delle sue allieve. La Pietà era una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui venivano allevate le piccole orfane, per dare loro un’educazione, un mestiere e una possibilità di inserimento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica. Alcune delle ragazze facevano parte dell’organico musicale di quegli istituti, che richiamava pubblico, benefattori e donazioni per il sostentamento degli orfanotrofi. Grazie alla loro eccezionale maestria esecutiva, le musiciste della Pietà attraevano ascoltatori da tutta Europa, soprattutto nei decenni in cui don Antonio Vivaldi prestò il suo impareggiabile estro all’istituto… Le musiciste della Pietà suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma ma non permettevano di scrutarne i volti… [CUT]… Il mio libro è colmo di clamorosi anacronismi. Ne menziono solo un paio: né lo splendido oratorio Juditha triumphans, né tantomeno i concerti delle Quattro Stagioni sono stati composti nei primi anni dell’insegnamento di Vivaldi alla Pietà, come le mie pagine lascerebbero intendere. La lista delle incongruenze di Stabat Mater sarebbe molto lunga e costellata di gravi falsificazioni. Basti dire che ne sono perfettamente consapevole; chiedo indulgenza agli storici e agli estimatori di Vivaldi. Mi sono preso la libertà di fantasticare a partire da una suggestione storica, senza badare troppo alla verosimiglianza documentaria… »

Così Tiziano Scarpa alle pgg 139-142 della sua ultima opera narrativa: Stabat Mater, Einaudi 2008.

«Il tuo Vivaldi è come una fiammata di vita in un deserto. È stato così anche per te, in qualche modo?» chiede Monica Capuani a Tiziano nell’intervista leggibile qui http://www.ilprimoamore.com/testo_1160.html . E Tiziano:  «Io sprofondo nella sua musica scura quando mi assale il fantasma dei bambini che non ho avuto. » 

Stabat Mater racconta la storia della violinista Cecilia, che di notte scrive lettere allucinate alla madre mai conosciuta e parla con una specie di testa di Medusa dai capelli di serpente. “È un’amica immaginaria che non la consola affatto, ma la punzecchia, la rimprovera, la sprona. La morte ci prende in giro. Dobbiamo essere alla sua altezza” (Tiziano Scarpa, stessa intervista citata sopra).

Ecco un “compact” dal libro:

“Signora Madre, vi è mai capitato di immaginarmi? Vi siete mai chiesta come ho trascorso i miei primi anni di vita?… Volete sapere come mi sento quando sto male?… Esiste al mondo una persona meno sola di me?… Molte di noi vengono abbandonate nella nicchia dell’Ospitale con un segnale addosso. Sono piccole medaglie tagliate a metà, o pezzi di immagini sante, strappate in modo che non vi siano dubbi sull’identità di chi si presenta a riprendersi la figlia, portando la metà del segnale perfettamente combaciante con quella custodita nei registri dell’archivio. Signora Madre, avete fatto lo stesso anche voi?… Perché si nasce? Perché mi avete fatta nascere, Signora Madre?… Noi siamo una parvenza che secerne musica… Signora Madre, sono disperata. Qualcuno ha scoperto le lettere che vi ho scritto e le ha rubate… I giorni passano senza senso… Don Antonio, il nuovo insegnante di violino e compositore dell’Ospitale, ci porta la musica che ha scritto… Passo la vita in estraneità totale, non me ne importa niente degli altri, non riesco a interessarmi alle preoccupazioni delle mie compagne, non partecipo alle loro beghe, non ascolto i loro pettegolezzi… Oggi, alle prove, don Antonio ci ha chiesto se abbiamo mai visto arrivare la bella stagione in campagna… Tutta la città è rimasta conquistata dai concerti sulle stagioni… Ieri abbiamo suonato per il re di Danimarca… Don Antonio ha voluto che fossi io a suonare la parte principale a due violini insieme a lui… Don Antonio prepara musica per tutte le occasioni, sposalizi, funerali, feste e lutti. Sono sicura che lo faccia in anticipo, senza aspettare una richiesta specifica… traduce tutti i suoi umori in musica, li fa ascoltare e la gente s’infervora… Canteremo la storia di Giuditta che si offre al capo dei nemici per salvare il suo popolo, entra nella tenda di Oloferne per concedergli il suo amore e invece gli taglia la testa… so che da un momento all’altro potrebbe arrivare don Antonio a chiacchierare con me per qualche minuto… Signora Madre, don Antonio non viene più a trovarmi di notte, a parlare con me su questo gradino… Signora Madre, sono sconvolta. Il mio sangue mensile è in ritardo… Alle prove non rivolgo mai lo sguardo a don Antonio. Ricevo ordini e obbedisco… Signora Madre, questa è l’ultima volta che vi scrivo…»

Lo STABAT MATER di Tiziano Scarpa verrà presentato oggi pomeriggio qui a VENEZIA al Caffè Ateneo di Ca’ Foscari, Dorsoduro 3246, alle ore 17.30. 

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Lunedì, novembre 24, 2008 

ALFONSO BERARDINELLI SPENNA MASSIMO CACCIARI

 

Il ciclo di incontri “I LIBRI DEGLI ALTRI” organizzato dalla Biblioteca Civica di Mestre si è concluso giovedì scorso 20 novembre con un ospite particolarmente interessante: Alfonso Berardinelli. Introdotto da una delle bibliotecarie come “il più grande saggista letterario italiano vivente”, il critico ha risposto di buon grado alle due sollecitazioni di rito dell’intervistatore Enrico Palandri (ricordate il suo “Boccalone”?): 1) qual è [rigorosamente senza apostrofo, n.d.r.] la sua “biografia delle letture”?; 2) com’è [rigorosamente con l’apostrofo, n.d.r.:-)]organizzata la sua biblioteca?

 Sintetizzo le risposte di Alfonso Berardinelli. 

I suoi esordi come lettore sono legati al Corriere dei Piccoli, a Sergio Tofano, alla Settimana dei Ragazzi, a Zanna Bianca, all’Ultimo dei Mohicani… ma il salto di qualità avvenne attorno ai 14 anni con due opere che ai suoi occhi rivestirono il carattere della rivelazione fondamentale: “MARTIN EDEN” di Jack London e le “NOVELLE” di Cechov. Dopo quelle, non fu più lo stesso di prima. Da giovane sviluppò una fissazione per Amleto, personaggio esemplare e prototipico da cui discendono infiniti altri eroi letterari. Amleto è il più grande personaggio mai inventato nella letteratura occidentale. E Shakespeare, di cui sapppiamo così poco, ci fa capire che il vero genio è un uomo “senza carattere”, dubitoso e malleabile, disposto a lasciarsi permeare dagli altri. Il genio non è mai rigido, ma atto a lasciarsi attraversare da tutto ciò che attraversa il mondo.

Inizialmente filoamericano, si è poi fatto germanofilo, adorniano, francofortese eccetera. La letteratura ha bisogno di sobrietà ma anche di eccessi. Gli ultimi libri che ha letto con grande simpatia sono stati “LA MACCHIA UMANA” di Philip Roth e “THE FLOATING OPERA” di John Barth (“L’opera galleggiante”), letto in inglese. 

In merito alla sua biblioteca, Berardinelli ha voluto distinguere un doppio livello: quello dei libri liberamente scelti e comprati nell’arco di una vita e quello (più nevrotico) dei libri ricevuti a valanghe da quando è diventato professionista della lettura ovvero critico letterario. Sono libri quasi sempre indesiderabili o indesiderati, che accrescono l’alienazione determinata dall’eccessiva quantità di titoli in produzione. Molti di questi volumi in perpetuo arrivo vengono dirottati a varie biblioteche pubbliche, fra cui quella del paesino in cui ha scelto di trasferirsi da Roma: Tuscania,  in provincia di Viterbo, nell’Alto Lazio. Berardinelli ha chiarito di tenere molto alla precisione: dovunque gli capiti di abitare, organizza subito una minibiblioteca essenziale con “tutto ciò che serve”: dizionari, manuali, enciclopedie, atlanti, antologie…

Gli risulta che oltre il 50% della popolazione italiana scriva romanzi. L’iperproduttività, una volta solo poetica, ha ormai investito in pieno anche la narrativa. Il computer ha reso tutti narratori e prolifici. Facilissimo, grazie al copia-incolla di materiali di varia natura, arrivare alle 600-700 pagine per opera [qui ho pensato inevitabilmente a Giuseppe Genna, n.d.r.]. Il sogno ossessivo dell’uomo medio pare sia diventato quello di firmare almeno un piccolo best-seller (3-4000 copie vendute), ma se possibile un grande best-seller (dalle 50.000 copie in su). Vengono pubblicati circa 5 nuovi titoli al giorno. La critica letteraria è come il sistema endocrino di un organismo: non si vede in sé, ma se non funziona, la struttura esterna si deforma e squilibra e diventa abnorme. La situazione attuale della critica è appunto questa: non funziona, non ha più autorevolezza, non riesce più a impedire che certi libri di infima qualità diventino tranquillamente dei successi, o che dei piccoli capolavori finiscano al macero…

Chi legge, ha ripreso Berardinelli, vuole sostanzialmente entrare nella storia di qualcuno che non conosce. Ma il lettore non è sempre uguale a se stesso. Quando si legge un romanzo si ha bisogno di identificarsi in un personaggio, quando si legge poesia si vuole cogliere lo spessore del linguaggio… Le modalità della lettura cambiano anche a seconda dei generi letterari in cui ci si immerge.

Dal 2007 dirige la collana “Prosa e Poesia” della casa editrice Libri Scheiwiller di Milano. Ormai è in grado di riconoscere a vista un sedicente poeta dalle prime tre frasi che pronuncia. Ma asserire di credere nella POESIA – secondo lui – è una fandonia paragonabile all’asserire di credere in DIO (qui Berardinelli si è scusato con gli eventuali presenti credenti). La Poesia in generale NON ESISTE. Esistono solo singole poesie particolari, e quelle buone sono riconoscibili dal fatto che fanno venire voglia di impararle a memoria. Se qualcuno gli racconta che ama la poesia, la prima cosa che gli chiede è di indicargli QUALI poesie abbia letto nel concreto e quali abbia imparato a memoria o considerato degne di essere imparate a memoria. Per dare il buon esempio, ci ha poi recitato egli stesso una poesia a memoria: “La blanche neige” di Guillaume Apollinaire. Berardinelli la trova a un tempo straordinaria e straordinariamente insensata ( “Le poesie sono in sé abbastanza insensate, forse per eccesso di concentrazione di senso”, ha chiarito.) 

La blanche neige 

Les anges les anges dans le ciel
L’un est vêtu en officier
L’un est vêtu en cuisinier
Et les autres chantent

Bel officier couleur du ciel
Le doux printemps longtemps après Noël
Te médaillera d’un beau soleil
D’un beau soleil

Le cuisinier plume les oies
Ah! tombe la neige
Tombe et que n’ai-je
Ma bien-aimée entre mes bras 

[Gli angeli gli angeli in cielo
Uno è vestito da ufficiale
Uno è vestito da cuciniere
E gli altri cantano.

Bell’ufficiale colore del cielo
La dolce primavera molto dopo Natale
Ti decorerà con la medaglia di un bel sole
D’un bel sole.

Il cuciniere spenna le oche
Ah! Cade la neve
Cade e perché
La mia diletta fra le mie braccia non è.]
  

Il pensiero libero non è politicamente accettato (digressione su Socrate messo a morte – Santippe che gli dice “Tu dunque muori innocente” e lui: “Preferiresti che morissi colpevole?”). Per Socrate il sapere è qualcosa di mobile, che deve temere la scrittura. E Socrate, quasi antifilosofo, fu un vero filosofo. Parlando di Socrate e di filosofia, Berardinelli si è lasciato scappare di bocca che uno dei suoi giocattoli [“bersagli”, n.d.r.] preferiti è un filosofo veneziano (= Massimo Cacciari, ovviamente, anche se non ha voluto menzionarlo per nome e cognome). Cacciari è un tipico pseudofilosofo perché si arrovella attorno a interrogativi filosofici tipici delle origini, anziché concentrarsi sui concreti problemi  del presente e sulle loro possibili soluzioni, come un vero filosofo dovrebbe fare. A che serve [chi glielo ha chiesto?] che ci annunci che “l’essere non è il divenire”, se poi non ci fa capire quali sono i suoi problemi di uomo che vive al giorno d’oggi  e ancora meno le possibili soluzioni?–

(Foto di A. Bianchi)

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Mercoledì, dicembre 03, 2008 

VENEZIA. L’ACQUA ALTA DELL’ALTRO IERI

L’acqua alta del 1° dicembre 2008 ha raggiunto un picco di 156 cm, il quarto di sempre. Il record è quello del 4 novembre 1966 (la cosiddetta “acqua granda“): 194 centimetri. Il 22 dicembre 1979, la seconda marea di sempre arrivò a quota 166 cm; infine, il 1° febbraio 1986, si toccarono i 159 centimetri. In piazza San Marco, l’altro ieri, la situazione era questa:

Le tre bocche di porto attraverso cui l’acqua dell’Adriatico entra nella laguna di Venezia.

 

Le paratie mobili del progetto MOSE (acronimo di MOdulo Sperimentale Elettromeccanico ) da collocare alle tre bocche di porto.

Sul MOSE si veda il seguente video tratto dal sito

http://www.nomose.info/

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Su un quotidiano locale un lettore ha scritto:

«Per il problema delle acque alte stagionali a Venezia ho una proposta alternativa al MOSE che farebbe la felicità dei veneziani (quelli privi di incarichi politici) e consentirebbe un grosso risparmio complessivo, rispetto alle stratosferiche cifre preventivate: al posto delle costosissime (e pericolosissime) barriere mobili, propongo di consegnare a ogni cittadino veneziano maggiorenne la somma di mille euro per ogni acqua alta superiore ai 110 cm. I veneziani, adoratori degli SKEI, smetterebbero di lamentarsi e di considerare calamitosi gli eventi in questione: li attenderebbero, anzi, con impazienza e darebbero loro il benvenuto. Tutti sarebbero felici, a parte, naturalmente, i soliti scarnificatori di stanziamenti pubblici, sempre pronti ad auspicare nuovi studi, nuovi osservatori e nuovi monitoraggi.»

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(Video da http://www.youreporter.it/search.php?q=acqua+alta%2C+venezia ; foto da http://www.italiamiga.com.br/noticias/artigos/imagens/L_opera.jpg ; http://www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newgiornale/53/img/mose2.gif )

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Sabato, dicembre 13, 2008 

LA VENEZIA MONUMENTALE

Ci raccomandano di tenere pulita la città… e guardate che bell’esempio ci danno!

(Foto di Lucio Angelini)

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Martedì, gennaio 27, 2009

ALBERICIDIO AL LIDO DI VENEZIA

Per costruire un nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia…

Le associazioni ambientaliste si stanno mobilitanto per fermare l’albericidio. Anche il cantante Mario Donatiello [nella foto qui sopra] si è indignato nell’apprendere del progetto. “Lasceranno un buco così”, pare abbia esclamato. Ma forse intendeva significare altro…

«La costruzione del nuovo Palazzo del Cinema prevede l’abbattimento di tutti i pini domestici presenti nel piazzale del Casinò al Lido di Venezia (piante in buono stato di salute con un ciclo vitale che può superare i 200 anni), di un terzo delle alberature del vicino Parco delle 4 Fontane tutelato dal PALAV (in tutto circa 110 piante d’alto fusto) e la distruzione dei resti sotterranei del forte ottocentesco. Uno scempio ambientale e paesaggistico di uno dei luoghi più caratteristici e affascinanti dell’isola inaccettabile e, soprattutto, inutile. Sono possibili, infatti, diverse soluzioni alternative che non comportano alcun sacrificio del verde pubblico, alcun consumo di territorio e che permettono lo svolgimento annuale della Mostra Cinematografica senza tutti gli inconvenienti derivanti dalla presenza dei cantieri nel piazzale. L’attuale palazzo del cinema, ad esempio, potrebbe essere sopraelevato (ipotesi prevista sin dagli anni ’50 dallo stesso progettista dell’edificio l’architetto Luigi Quagliata) o potrebbero essere sfruttati gli enormi, prestigiosi e sottoutilizzati spazi dell’ex Casinò (possibilità recentemente ammessa anche dall’architetto Carnevale Preside dello IUAV). Preoccupa, inoltre, l’avvio di un progetto su cui pesa, in un momento di grande difficoltà economica per il Paese e per il Comune, anche la grande incognita dei finanziamenti. A fronte di una spesa iniziale prevista in circa 88 milioni di euro (ma i costi dell’opera per le sue stesse caratteristiche rischiano, secondo l’architetto Fuksas, di non essere inferiori ai 130-140 milioni di euro), l’attuale copertura finanziaria è minima. L’associazione delle organizzazioni di ingegneria e architettura d’Italia (Oice) ha sollevato dubbi di illegittimità su questa operazione davanti alla Corte dei Conti. In paesi come la Germania e la Francia, con molto senso pratico e serietà, è proibito per legge bandire concorsi pubblici per la progettazione architettonica di opere se non ci sono già i finanziamenti necessari a realizzarle. Sarebbe opportuno seguire questi esempi virtuosi. In caso contrario, il rischio reale è quello di ritrovarsi fra qualche anno con un’intera pineta distrutta ed un’opera incompiuta (una sorte simile è già successa all’edificio progettato dall’architetto De Carlo al Blue Moon che arrugginisce, incompleto e sottoutilizzato da anni) o un bilancio comunale dissestato. Per quanto esposto, le Associazioni firmatarie, facendosi interpreti di quanto richiesto anche da larga parte dei residenti al Lido, chiedono con urgenza un atto di responsabilità: la immediata sospensione dei lavori (le radici di una ventina di lecci sono già state gravemente danneggiate), la revisione del progetto (già, del resto, profondamente rimaneggiato) e la sua realizzazione con modalità tali da non danneggiare il patrimonio ambientale, storico e paesaggistico del Lido di Venezia.»

[Federico Antinori, referente per le Associazioni: LIPU Venezia, Italia Nostra Venezia, Estuario Nostro, Pax in Aqua, Venezia Civiltà Anfibia, Associazione per la Difesa dei Murazzi, Ecoistituto del Veneto Alex Langer, Comitato per la revisione della Viabilità del Lido, Associazione Rocchetta e Dintorni, AVI Venezia.]

VISITATE IL SITO:

http://www.guardami.it.gg/

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Venerdì, febbraio 27, 2009 

ISABELLA ROSSELLINI SULL’ABBATTIMENTO DEI PINI AL LIDO DI VENEZIA

 

[Ecco cosa resta della storica pineta – foto in alto – abbattuta per fare posto al Nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia]

Palazzo del Cinema, tagliati gli

alberi. Rossellini: un crimine

“… Protesta decisa l’ attrice Isabella Rossellini: «Non trovo giusto ingrandire il Palazzo del Cinema commettendo un crimine. Non voglio che il cinema abbia sulla coscienza un peccato grave qual è abbattere degli alberi. Ogni città italiana ha il bisogno assoluto di conservare i propri polmoni verdi, anche se piccoli». Della stessa idea, pur con toni più pacati, il regista Mario Monicelli che presentò una delle sue prime opere, I ragazzi della via Paal, proprio a Venezia: «Salvare verde e cinema sarebbe l’ optimum, ma tra i due meglio salvare le piante… »”

(Da  http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/13/Palazzo_del_Cinema_tagliati_gli_co_9_090213050.shtml )

La cosa più grottesca è che, appena tagliati gli alberi, si è appreso che i soldi per costruire il Nuovo Palazzo del Cinema NON CI SONO

Che fretta c’era, maledetta primavera???

Vi invito a visitare il sito:

http://cdn.avaaz.org/it/europe_green_recovery

(Foto di Lucio Angelini)

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Lunedì, febbraio 16, 2009 

STRAGE DI PINI AL LIDO DI VENEZIA

Questo il manifesto con l’annuncio dell’affollatissima assemblea tenutasi qui al Lido di Venezia il 10 febbraio scorso nella sede della Municipalità e organizzata dal coordinamento delle associazioni ambientaliste locali. Tutti gli intervenuti si sono dichiarati contrari all’abbattimento dei pini ultracinquantenari dell’area antistante l’ex Casinò per fare spazio al Nuovo Palazzo del Cinema… Vedi il mio post del 29 gennaio scorso:

http://lucioangelini.splinder.com/post/19685749/ALBERICIDIO+AL+LIDO+DI+VENEZIA

Qualche ora dopo, non è mancata la risposta dei politici veneziani… 

«In questi mesi le associazioni ambientaliste e i cittadini del Lido, anche attraverso la raccolta di 2500 firme, si erano battuti in difesa della maestosa pineta. «È un giorno di amarezza e rabbia – ha commentato l’Associazione vegetariana di Venezia – hanno vinto l’incultura e l’inciviltà. I progetti devono essere fatti adattandoli all’ambiente esistente». (Dal Gazzettino del 12 febbraio scorso)

Un lettore di Gazzettino.it ha commentato:

«E questo non è ancora nulla: aspettiamo di vedere i DANNI IRRIVERSIBILI comportati dal Mose. Il gioco delle correnti è già stato stravolto dalla creazione dell’isola artificiale in cemento proprio di fronte alla bocca di porto di San Nicolò. La meta finale, ovviamente, è la riduzione della laguna di Venezia a mero stagno putrescente… per la gioia delle imprese che si cuccheranno tutti quei bei soldoni, e la disdetta della nuova generazione di veneziani, ormai esclusi da ogni possibilità d’accesso all’acquisto di una casa… (gli ultimi contributi all’acquisto della prima casa risalgono al 2003).»

AGGIORNAMENTO

Circa un’ora fa (verso le 15.00 di oggi) ho ripreso l’abbattimento di un altro pino. Aggiungo due foto: “Sta cadendo” + “È caduto”:

 

(Foto di Lucio Angelini)

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Lunedì, gennaio 25, 2010

I DIECI GIORNI DI TOMMASO CACCIARI. DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA

Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha un nipotino irrequieto (Tommaso Cacciari, figlio di suo fratello Paolo)

che, invitato a contribuire al volumetto “SE IO FOSSI SINDACO”, edito da Venice is not sinking,

http://www.veniceisnotsinking.it/ 

ha firmato il seguente programma di lavoro per i suoi eventuali primi dieci giorni:- ) 

Il primo giorno del mio insediamento manderei la forza civica (credo siano i vigili urbani) a prelevare ed espellere dalla città il CdA del Consorzio Venezia Nuova, mettendo fine alla devastazione sconsiderata delle bocche di porto. Confiscando i beni (pubblici) del potente monopolio (privato) di costruttori e cementificatori, inizierei le opere necessarie a combattere le acque alte tutte (non solo quelle eccezionali!) con interventi veloci, efficaci ed economici che dopo anni di dibattiti solo i ciechi si ostinano a non vedere. 

Il secondo giorno negherei alle mostruose meganavi porta turisti o porta petrolio l’accesso alla nostra fragile città: non solo perché sono orribili, oscurano il sole, intorbidiscono le acque, ma perché dobbiamo alzare i fondali dei canali portuali, vere autostrade per l’onda di marea ed impedire che la Laguna diventi un braccio di mare. Dobbiamo anche salvare i nostri polmoni: una nave emette le stesse emissioni di 14.000 automobili. 

Il terzo giorno accetterei l’offerta di militari governativi per un’operazione di peacekeeping nelle nostre acque: lagunari a sbancare barene finte, isole di fanghi e argini di cemento per garantire la libera circolazione delle acque, la “respirazione” della Laguna: e caschi blu a fermare le onde, con buona pace delle nostre mafiette di lance, lancini e lancioni. 

Il quarto sarebbe il giorno delle verifiche: se Gianni (settant’anni suonati) partendo dalla Bucintoro arriva sano e salvo con la sua mascareta alla Giudecca, festa: musica, regate, fuochi d’artificio e tuffi dalle rive. Una giornata di gioia per ricordare il ritrovato rapporto della città con le sue acque, fondamento del suo “miracolo” e del suo splendore. 

Il quinto, sesto e settimo giorno mi dedicherei, per bloccare e invertire l’esodo, alla ricerca e all’immissione di nuova cittadinanza. In due mosse. Casa: tutti devono averne una dignitosa ad un costo dignitoso, anche i precari, i migranti o gli studenti (oggi ignorati dalle graduatorie) che devono aver la possibilità di scegliere se diventare cittadini veneziani anche dopo gli studi o il periodo di lavoro. Reddito (garantito): se Venezia è la città più cara d’Italia, d’Europa, del mondo… come facciamo a viverci? I soldi li prenderei agli albergatori, ai tour operators e a tutti coloro che in questi decenni hanno usato l’immagine della nostra città prendendo a costo zero bellezze artistiche e ambientali e rivendendole ai prezzi più alti del mondo. È ora che restituiscano qualcosa. 

L’ottavo giorno ripristinerei tutti i vecchi traghetti de palada, così che i cittadini possano muoversi più agilmente per la città e possano recuperare il contatto con questa magica imbarcazione. Certo dovrebbe costare meno (con tutto quello che si risparmia col fisco…) e bisognerebbe prima imporre un corso accelerato ai nostri amati gondolieri, non di voga, ma di educazione, quel tanto che basta per non essere accolto a bestemmie dopo un quarto d’ora che aspetti il traghetto a San Stae. 

Il nono giorno decreterei la chiusura di ogni impianto nocivo del petrolchimico e la riconversione di tutto il polo industriale in produzioni compatibili e sostenibili, per la creazione di posti di lavoro contro la crisi e per evitare di saltare tutti in aria se i signori della Dow Chemical, come hanno fatto a Bhopal, dovessero trovare poco convenienti le manutenzioni ai vetusti impianti. 

Il decimo giorno, se fossi ancora vivo, dichiarerei l’indipendenza. 

                                 (Tommaso Cacciari, studente-lavoratore)

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Venerdì, giugno 04, 2010

UNA SCULTURA DISEDUCATIVA

 

Non vi ricordate il nome dell’autore del “Ragazzo con la rana”, la controversa scultura installata alla Punta della Dogana di Venezia? Be’, pensate al cantante Ray Charles, invertite i due elementi e avrete di colpo il nome che vi serve: Charles Ray.

Conclusa la Biennale, la statua è sempre lì, ma a Venezia si ingrossano le file di quanti ne chiedono a gran voce la rimozione e sostituzione con l’originaria lanterna. 

http://www.facebook.com/group.php?gid=125845647432206

Una protesta del tutto particolare è quella di Cristina Romieri, nota animalista e ambientalista veneziana, di cui il 1°giugno scorso è apparsa sul Gazzettino di Venezia la seguente lettera:

VIA IL RAGAZZO CON LA RANA     

«Aderiamo alla richiesta già sottoscritta da molti abitanti per rimuovere il “Ragazzo con la rana” di Charles Ray dalla Punta della Dogana, facendo ritornare ai veneziani (già abbastanza espropriati) l’originale lanterna. Da subito, giusto un anno fa, avevamo espresso la nostra contrarietà a tale collocazione (oltretutto prorogata, come le due mostre della collezione Pinault) anche perché per noi è una scultura profondamente diseducativa nei confronti degli animali. La rana è un essere vivente e senziente, non un oggetto da tenere appeso a testa in giù, quasi a “vivisezionarlo” mentalmente. Già nella quotidiana realtà subisce torture (a scopi pseudo-scientifici) e sadismi. “È un giovane – aveva spiegato Pinault a proposito del ragazzo con la rana – che guarda lontano come fa Venezia”. Guardare lontano per noi significa soprattutto rispettare gli esseri viventi, rane comprese. E costruire per la nostra città un futuro che si armonizzi con la sua anima, senza svendita alcuna.»     

(Cristina Romieri, Associazione Vegetariana)

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Venerdì, novembre 05, 2010

UNA MIA RECENTE LETTERA AL PROFESSOR GIANFRANCO MOSSETTO

«Gentile professor Mossetto,

sono reduce dall’affollatissima assemblea tenutasi nel pomeriggio di oggi 25 ottobre al cinema Astra del Lido di Venezia su ambiente e sanità, organizzata dal coordinamento associazioni ambientaliste del Lido (“Un altro Lido è possibile”). I lidensi sono estremamente preoccupati per le prospettive di cementificazione forzata e forsennata dell’isola, un tempo bella per il suo verde, la sua tranquillità, i suoi angoli ancora selvaggi. Dopo la distruzione della pineta per far posto all’orrendo neo-palazzo del cinema, ora si vuole lo smantellamento del monoblocco, la distruzione delle aree dunali protette dal WWF, la distruzione del Parco delle Rose e della Favorita, la creazione di una megadarsena che finirà per inquinare le stesse acque di balneazione…
      Posso chiederLe che cosa spinge un uomo della sua età a voler lasciare un così cattivo ricordo di sé? Mi consta che la vita non Le abbia lesinato soddisfazioni professionali e pecuniarie. Che bisogno ha di spendere le sue residue energie nel guidare un gruppo – l’ Est Capital – all’assalto sistematico dei tesori dell’isola? Non esiste solo il dio Profitto, creda. Ci sono anche valori quali il rispetto dell’ambiente e dei diritti di una collettività che si sta mobilitando per difendere il proprio territorio. Rifletta, dunque.»(1)     

Lucio Angelini,  Lido di Venezia


(1) L’appello è stato riportato dal Gazzettino di Venezia lo scorso 3 novembre.

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Martedì, aprile 26, 2011

FUORI LE MAXI NAVI DAL BACINO DI SAN MARCO!

Egr. Ministro alla Cultura  Dott. Giancarlo Galan

Egr. Presidente della Regione del Veneto Dott. Luca Zaia

Gent. Presidente della Provincia di Venezia Dott.a Francesca Zaccariotto

Egr. Sindaco del Comune di Venezia Dott. Giorgio Orsoni

Egr. Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia Dott. Paolo Costa

Egr. Presidente Venezia Terminal Passeggeri Dott. Sandro Trevisanato

Egr. Comandante Capitaneria di Porto di Venezia C.A. Tiberio Piattelli

A mezzo Raccomandata A. R.

 TENETE LE MAXI-NAVI FUORI DAL BACINO DI SAN MARCO.

Ci rivolgiamo a Voi, ognuno per le specifiche competenze, perché riteniamo sia necessario che procediate quanto prima alla bonifica del Bacino di San Marco dal traffico delle navi-traghetto e delle navi da crociera. Riteniamo che il passaggio per il Bacino di San Marco di navi enormi (629 nel 2010), fuori scala, comporti gravi danni ai suoi abitanti, alla città ed alla laguna compromettendone la salute, il patrimonio monumentale e l’equilibrio ambientale. 

DANNI ALLA SALUTE DEI CITTADINI.

Non ci rassicurano le dichiarazioni dell’Autorità Portuale in merito ai fumi emanati dalle navi da crociera e, soprattutto, dalle navi-traghetto. Chiediamo vengano pubblicati i dati dei controlli effettuati dalla Capitaneria di Porto in “attuazione della direttiva 2005/33/CE in relazione al tenore di zolfo del combustibile marittimo” a partire dalla data della pubblicazione del Decreto Legislativo 205 del 9/11/2007.

Quando questi navigli sono ormeggiati in Marittima la qualità dell’aria nella zona ovest della città peggiora drasticamente, siamo quindi ancora ben lontani dall’aver raggiunto una situazione meno che accettabile. Chiediamo perciò un’applicazione più rigida del decreto.

Le misurazioni, ufficiali ma di parte, tranquillizzanti sulla rumorosità, sulle vibrazioni e sull’inquinamento da fonti elettromagnetiche non sono compatibili con il reale vissuto dei nostri concittadini e ospiti. Ancorché la riduzione della qualità della vita non sia commensurabile con alcuna strumentazione chiediamo verifiche da parte di organi indipendenti su tutti questi effetti della portualità.

Poiché è la concentrazione di navi contemporaneamente all’ormeggio che peggiora le condizioni ambientali chiediamo al Sindaco di pretendere una programmazione di arrivi maggiormente distribuiti nella settimana.

Conosciamo le iniziative (“Porto Verde”) che l’Autorità Portuale ha in progetto per minimizzare l’impatto ambientale delle attività portuali, ma non possiamo più accettare la tempistica che viene prospettata. Troppi i tre anni di recente annunciati per il trasloco del traffico traghetti verso il terminal di Fusina (385 navi nel 2010, anno della crisi greca, che hanno trasportato 162.000 veicoli transitanti sul Ponte della Libertà) senza che qualcosa venga fatto subito, per migliorare almeno la qualità dell’aria e la rumorosità, sia al passaggio che all’ormeggio.

Inaccettabile che la messa in sicurezza ambientale del porto non sia priorità emergenziale in un ecosistema come quello lagunare ed abbia invece scadenze inarrivabili. Chiediamo invece sia data priorità immediata ai finanziamenti per le finalità ambientali,troppo spesso le necessità economiche sono portate a giustificare qualsiasi scempio! 

DANNI ALLE STRUTTURE E AGLI EDIFICI CITTADINI ED IMPATTO VISUALE.

Vi è un gravissimo problema di moto ondoso: non si tratta dei treni d’onda minuziosamente misurati dal sistema di monitoraggio “stereo-fotogrammetrico” messo in funzione dall’Autorità Portuale ben sapendo che queste navi non fanno onde, ma degli effetti subacquei del risucchio (dissesto ed erosione) che ogni loro passaggio comporta; gli esiti sono devastanti, anche se non sempre immediatamente visibili, e coinvolgono tutte le strutture architettoniche sommerse, non solo in Bacino e in Canale della Giudecca, ma anche i molti canali afferenti, oltre che fondali e gengive di canali lagunari, velme e barene (ricordiamo qui solo la rottura dei quattro cavi d’ormeggio in acciaio di un ferry boat tranciati al passaggio di una nave da crociera proprio a causa del risucchio provocato nel novembre 2009).

Chiediamo, alla Capitaneria di Porto ed alle Autorità competenti, un immediato divieto ai passaggi con maree inferiori allo zero marino, livello sotto il quale i fenomeni di erosione aumentano enormemente.

Il tenore di zolfo emanato ancora dalle navi, come accennato, non smette di intaccare i marmi e le pietre della città contribuendo alla loro distruzione con il fenomeno della solfatazione.

Da approfondire e verificare anche l’effetto reale delle vibrazioni subite dagli edifici al passaggio delle navi; in special modo i traghetti provocano rumori e vibrazioni percepibili con diversi minuti d’anticipo anche a notevole distanza, effetti che sembrano tutt’altro che rassicuranti e sullo studio dei quali è necessario un approfondimento da parte di ente autonomo.

Non da ultimo pensiamo che le dimensioni di queste navi siano eccessive creando un impatto visuale estremamente negativo, un salto dimensionale che de-valorizza lo skyline urbano, che deprime il patrimonio architettonico e svilisce il paesaggio naturale e naturato. Su questi assunti chiediamo un pronto e doveroso intervento del Ministro alla Cultura, con la Sovraintendenza, per garantire la conservazione e la “tutela del patrimonio culturale” in base ai primi tre articoli del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Pensiamo sia necessario che la città si riappropri della Marittima e che questa abdichi al ruolo di grande porto passeggeri limitandosi al piccolo cabotaggio e al già richiesto porticciolo per yacht.

DANNI ALLE ACQUE ED ALLA MORFOLOGIA DELLA LAGUNA.

Abbiamo già accennato agli effetti della sottopressione, delle correnti di risucchio, che il passaggio di navi di forte sezione immersa provoca sui margini dei canali urbani; tanto maggiori sono gli effetti negativi sui fondali e sulle gengive dei canali lagunari. Assistiamo quotidianamente ad un incessante lavoro di erosione di velme e barene che stanno scomparendo a velocità più che preoccupante. L’escavo dei canali per consentire e migliorare il passaggio a navi sproporzionate ed il moto ondoso anche da esse provocato comportano annualmente la perdita di milioni di metri cubi di sedimenti dalla nostra laguna che, così, sta velocemente trasformandosi in un braccio di mare.

Chiediamo anche verifiche da parte di organi indipendenti sull’inquinamento delle acque della laguna provocato dagli scarichi e dal rilascio di particelle di prodotti antivegetativi presenti sulle enormi superfici delle navi; non dimentichiamo poi i rischi continui di fuoriuscite di carburante e altri inquinanti.

Pensiamo perciò che l’intera laguna non possa più essere attraversata da navi di dimensioni inaccettabili per il suo equilibrio.

Non vogliamo che Venezia rinunci alla componente economica proveniente dalla portualità ma pretendiamo che ciò avvenga nel rispetto, se non nel miglioramento, dell’ambiente e della qualità della vita in città!

In questo senso chiediamo un’approfondita verifica dei reali benefici economici portati all’economia ed all’Amministrazione cittadina da questo traffico, sempre in aumento. Una recente esternazione del Sindaco di Jesolo, che vede le crociere come antagoniste al turismo balneare, ci spinge anche a chiedere se il tornaconto economico derivante dall’indotto del traffico crocieristico non sia concorrente a una diversa gestione di un turismo di qualità; se la quantità di fugaci visite non sia dannosa all’immagine di una città da scoprire, lentamente, per le sue intrinseche e numerose qualità

Quale stimolo al trasloco del Terminal dalla Marittima, proponiamo che venga studiata una tassa da far pagare quanto prima ai crocieristi perché pensiamo che essi debbano versare un contributo anche alla città, oltre alle imposte portuali incassate dall’Autorità Portuale senza ricadute sulla salvaguardia di Venezia, delicato organismo urbano e sociale inserito in un fragile ambiente lagunare.

Chiediamo infine a Comune e Provincia di avviare da subito con l’Autorità Portuale e la città un dibattito pubblico per un nuovo modello di sviluppo dell’attività portuale, finalmente compatibile con l’ambiente.

[Saverio Pastor, Venezia Civiltà Anfibia, Associazione Arzanà, 40xVenezia, Io Decido, Associazione Settemari, Circolo Culturale Olivolo, Pax in aqua, Associazione Vela al Terzo eccetera…]

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Martedì, aprile 19, 2011

LO STUPRO PREMEDITATO DI VENEZIA

(Cristina Romieri introduce il dibattito sui “fatti e misfatti” del Lido di Venezia)

Lido di Venezia, 18 aprile 2011. Torno ora – depressissimo – dall’ennesima assemblea tenutasi al cinema Astra (sala piena) del Lido per dibatterne le prospettive di sviluppo. Da un lato i nostri politici assicurano di avere a cuore solo il rilancio dell’isola e la volontà di rinverdirne i perduti fasti balneari.  Dall’altro la realtà progettuale emersa dai vari interventi, per esempio quello del segretario dell’associazione “Pax in aqua” William Pinarello,  è la seguente:  una megadarsena da 1750 posti  barca a ridosso dell’oasi di San Nicoletto, per giunta cintata verso la spiaggia da un alto muro che coprirà la vista della sottile striscia della diga. Che meraviglia contemplarlo dalla spiaggia! Di là da esso un nastro d’asfalto largo circa venti  metri con cui favorire il viavai delle auto per raggiungere i natanti ormeggiati. Ogni quattro posti  barca è previsto un posto macchina. Per arrivare alla darsena occorrerà aggiungere tutto un retroterra di infrastrutture impattanti. Le auto arriveranno al Lido, ovviamente, via ferry-boat. Poiché il servizio è già discretamente problematico ora, si immagina di quanto potrà peggiorare dopo un tale incremento di passaggi. Magari l’amministrazione dovrà acquistare da qualche armatore greco qualche altra carretta del mare (come nell’esperienza già avvenuta) da adattare a ferry boat spendendo per ciascuna di esse il doppio del costo di un ferry nuovo di zecca commissionato in loco…  Ma la cosa che più ha inquietato i lidensi  è stato apprendere che l’inquinamento prodotto dalle imbarcazioni attirate nella darsena si estenderà fino all’hotel Excelsior. Infatti le onde di marea ruotano in senso anti-orario e tutti i reflui, bloccati dai works attualmente in progress,  verranno continuamente ri-sospinti proprio negli specchi d’acqua della balneazione. Al posto della bandiera blu, le spiagge del Lido non tarderanno a conquistare la  bandiera nera e i turisti scapperanno. Altro che nuovi fasti! Solo il definitivo declino dell’isola.  Il monoblocco , presidio sanitario da poco restaurato con circa 5 milioni di euro di danaro pubblico, verrà abbattuto perché senza questa concessione la nuova effettiva padrona del l’isola, la Est Capital dell’ineffabile professor Mossetto (candidato al prossimo premio Attila), non avrebbe accettato di acquistare il complesso dell’ex ospedale, transazione grazie alla quale il comune ha evitato per il rotto della cuffia la bancarotta. Con i soldi della svendita del monoblocco dovrebbero in teoria ripartire i lavori del nuovo e orrendo palazzo del cinema (il “sasso”), là dove oggi, al posto della pineta distrutta, si può solo ammirare una desolata voragine:  il Ground Zero de noantri. Ma la darsena non è il solo progetto immaginato per la soluzione finale del Lido. Ci sono i due piani ipogei di garage sotto le palazzine di quattro piani con cui verrà rimpiazzato l’attuale Parco delle Rose, e poi il Centro Benessere di Malamocco con cui verrà sancito l’addio per sempre al recupero della linea di fortificazioni dell’isola eccetera .

Uscendo dalla situazione contingente del Lido e allargando il discorso alla “città metropolitana”, faccio presente di aver seguito tutti i recenti dibattiti sul Pat (Piano di Assetto Territoriale) organizzati dalle varie associazioni ambientaliste o in vario modo interessate alla salvaguardia di Venezia e della sua laguna (Coordinamento Io Decido, Quaranta per Venezia, Venessia.com e via discorrendo) . Il quadro che ne ho tratto mi ha messo addosso un grave senso di indignazione. Il dio danaro trionferà contro ogni millantata intenzione di rinuncia a ulteriore “consumo di suolo” o di tutela dell’ambiente:  la città, già tripolare suo malgrado a dispetto di ogni sforzo unificatore (Venezia-Mestre-Marghera) diventerà quadripolare con l’aggiunta di Tessera City, una città tutta da inventare, ma per la quale sono già state previste infrastrutture imponenti . Grazie ad esse, si mira ad attirare gli investimenti di palazzinari e cementificatori  di ogni parte del mondo proprio laddove la gronda lagunare è più facilmente soggetta ad allagamenti. Bonificare Marghera, infatti, li invoglierebbe meno…   E che dire della fermata TAV contemplata all’altezza dell’aeroporto o della nuova direttrice Dese-Aeroporto-Murano-Arsenale-Lido da realizzarsi con probabile sublagunare, a costo di scardinare definitivamente il fondo della laguna? Nessuno che ascolti il grido d’allarme lanciato da Stefano Boato e da Armando Danella: senza una rapida inversione di rotta la laguna di Venezia è destinata a scomparire per sempre, trasformandosi in un braccio di mare (o baia marina) per la sempre più drammatica perdita dei sedimenti fini.  L’equilibrio idro-geologico della laguna dovrebbe essere considerato il problema prioritario. Qualunque intervento che comporti il rischio di  alterarne la stabilità dovrebbe essere automaticamente cassato. Bisogna trovare il coraggio di dire no al passaggio delle grandi navi in bacino San Marco. Quanto al Mose, non c’è naturalista che non sappia come esso sia perfettamente funzionale solo al disegno di favorire la Grande Portualità, con cui andrà a farsi definitivamente a benedire ogni progetto di conservazione della laguna.

Pensare che Venezia è amata da tutto il mondo proprio per le caratteristiche con cui ci è stata consegnata dalle generazioni precedenti, le stesse che i suoi figli degeneri stanno oggi facendo il possibile per stravolgere. La sua specificità va tutelata. Venezia deve restare la città della bellezza e della lentezza, con le sue tradizioni e il suo stile di vita. Solo conservandola, ripopolandola di residenti (e non di turisti) tenendola viva  e restaurandola continuamente potremo meritarci la gratitudine, anziché le maledizioni delle generazioni a cui a nostra volta dovremo inevitabilmente consegnarla…  se non vogliamo essere da esse considerati i loro “morti cani”.  Non pensiamo solo ai profitti immediati. Al diavolo il cemento e la velocità. Al diavolo gli affaristi senza scrupoli. Veneziani, svegliamoci dal torpore! Diciamo no al sacrificio premeditato di Venezia e della sua laguna. Esigiamo pubbliche consultazioni della cittadinanza ogni qualvolta siano in gioco decisioni cruciali per i destini futuri di questa irripetibile città.

Si veda anche:

http://salviamovenezia.wordpress.com/2011/04/20/un-appello-per-il-lido-di-venezia/

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Lunedì, aprile 11, 2011

CRISTIANO GASPARETTO DI ITALIA NOSTRA SULLE CRITICITÀ DI VENEZIA

http://www.youtube.com/watch?v=YGZYVunYhKU  

– una laguna che, se scaviamo ancora, fra quattro anni non esiste più

– un porto passeggeri e merci che si progetta di ampliare nell’acqua farinosa di 30 cm di Dogaletto

– un Mose che, crescendo il livello medio dei mari, sarà chiuso 160-170 volte l’anno

– un turismo in crescita di 21 milioni di persone all’anno…

– 372 ha di impermeabilizzazione del suolo della gronda lagunare previsti dal nuovo Piano di Assetto Territoriale…

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Venerdì, giugno 24, 2011

SUPPLICA AGLI AMMINISTRATORI VENEZIANI

(L’assessore Micelli all’aeroporto del Lido per l’incontro su “Quale disegno urbano per il Lido di Venezia?”)

Dopo aver presenziato a un’infinità di convegni, confronti, assemblee sui futuri progetti per Venezia e il Lido (buon ultimo quello di ieri pomeriggio all’aeroporto Nicelli), sono giunto a una semplice conclusione: meglio sarebbe per tutti i veneziani e per i lidensi in particolare che amministratori vecchi e nuovi la smettessero di progettare alcunché e si occupassero della semplice manutenzione dell’esistente. Dovunque mettano le mani, infatti, creano danni irreversibili con ingente sperpero di danaro pubblico. Ora cercano di far passare per RILANCIO DEL LIDO la mera svendita dell’isola all’Est Capital, il cui solo scopo sarà massimizzare i profitti degli investitori privati senza alcun riguardo per le esigenze dei residenti. Riassumo: al Lido si viene soprattutto a fare il bagno d’estate. La nuova darsena e le dissennate cementificazioni concepite dall’agenzia del nuovo Attila professor Mossetto inquineranno inesorabilmente le acque di balneazione con reflui d’ogni sorta, che il giro anti-orario delle correnti spingerà su tutto il litorale fino all’Excelsior e oltre. A quel punto ciò che inizierà sarà non già il rilancio, bensì il progressivo decadimento dell’isola, in cui nessuno verrà più a trascorrere alcuna vacanza.
L’assessore Micelli – specializzato nell’indorare qualsiasi tipo di pillola gli venga impartito di far ingurgitare a chi lo va ad ascoltare – non ha mancato nemmeno oggi di magnificare il progetto di un nuovo Palazzo del Cinema per rilanciare la Mostra, come se in quattro anni non fossero già stati sperperati quaranta milioni di denaro pubblico con il solo risultato di aver creato una voragine.
Amministratori vecchi e nuovi, vi supplico: non progettate più nulla! Se vi resta un po’ d’amore per Venezia, smettetela di aggiungere schifezza a schifezza (nuovi imbarcaderi del Lido, Blue Moon, Grande Buco nel piazzale del Casinò), limitatevi alla mera conservazione dell’esistente. Farete migliore figura e vi risparmierete le maledizioni dei posteri. (Lucio Angelini)

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Domenica, agosto 28, 2011

ECCO IL NUOVO PALAZZO DEL CINEMA AL LIDO DI VENEZIA

Dove un tempo esisteva questa bella pineta storica, nei pressi dell’ex Casinò al Lido di Venezia, abbattuta per far posto al Nuovo Palazzo del Cinema, oggi c’è solo un enorme buco per scavare il quale sono stati già sperperati 40 milioni di euro di danaro pubblico.

A rendere desolatamente monco anche l’esistente, si è pensato di amputare il già brutto palazzo dell’ex Casino del Lido della sua scalinata d’accesso.

Lo scandalo del Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, che nessuno porterà più a compimento per mancanza di fondi (vedi post del 24 agosto scorso), sta facendo il giro del mondo come macroscopico esempio di amministrazione dissennata del territorio e di sperpero di fondi pubblici. Sarebbe proprio il caso, in un’epoca di tagli come la presente, che venisse tagliata anche qualche testa… almeno politicamente.

Ricordiamo i seguenti appuntamenti dell’associazione “Un altro Lido è possibile“:

 1) mercoledì 31 agosto, alle ore 15, in Albergo “Quattro Fontane” (adiacente al Palazzo del Cinema): conferenza stampa per denunciare lo spreco di 37 milioni di euro (soldi pubblici) ed il fallimento del Commissario governativo; 

2) venerdì 2 settembre, alle ore 11,30, in campo Manin a Venezia, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario, saremo presenti con un cartellone; 

3) domenica 11 settembre, alle ore 11, in sala Volpi, la Biennale proietterà l’ultimo video da noi prodotto. 

In più da domani martedì 30 agosto fino a sabato 10 settembre (saltando le domeniche e i lunedì) in ambedue i lati del Gran Viale sarann posizionati cavalletti con manifesti a colori di denuncia.

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Mercoledì, ottobre 19, 2011

VENEZIA OU LES MALHEURS DE LA VERTU

«Se il marchese De Sade fosse un veneziano del nostro tempo, anziché “JUSTINE OVVERO LE DISGRAZIE DELLA VIRTÙ”  scriverebbe senz’altro “VENEZIA OVVERO LE DISGRAZIE DELLA VIRTÙ”. Come Justine, infatti, anche Venezia è bella e virtuosa, ma fatta “zimbello della scelleratezza, bersaglio di tutte le depravazioni, in balia dei gusti più barbari e mostruosi”, costretta agli stupri più inverecondi da parte della cricca di amministratori e speculatori privati che la violano ogni giorno, unicamente interessati al proprio effimero piacere personale (= Profitto Immediato da ottenersi  con cementificazioni, trasformazione della laguna in porto di mare e via discorrendo). Il progetto della sublagunare da infilare nelle viscere della laguna, poi, mi fa pensare al passo in cui l’avventuriero Roland, dotato di un membro  di dimensioni ipertrofiche, pretende di introdurlo nel delicato altare posteriore della ragazza “dovessi squarciarti in due per questo”.  Se penso che la nostra generazione ancora vive dei  lasciti monumentali e urbanistici delle generazioni precedenti, non posso non inorridire all’idea che quelle future potranno solo maledirci per aver ucciso per ingordigia l’intera Gallina dalle Uova d’Oro (se posso passare da De Sade a La Fontaine) anziché accontentarci di  un prezioso piccolo uovo al giorno. Venezia piace ed è celebrata in tutto il mondo per come è, non per come la si vorrebbe trasformare e snaturare. L’unica preoccupazione dei nostri amministratori dovrebbe essere quella di conservarne le caratteristiche e le tradizioni il più a lungo possibile, contrastando l’esodo della popolazione e praticando una seria politica della casa. Al diavolo le opere faraoniche: puntiamo piuttosto sulla manutenzione!» 

                                                Lucio Angelini, Lido di Venezia

(Lettera inviata ai direttori del Gazzettino, La Nuova Venezia, Corriere del Veneto)

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26 commenti
  1. @pirulix. venezia la vende ai turisti… appunto. thks

  2. Lucio, ti ho fatto un regalo ma un regalo coi controfiocchi, con tanto di tua foto da me rielaborata in un formato artistico da panico. 😉

    http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2012/07/06/preghiera-per-lucio-di-beppe-iannozzi/

    E non dire che non sono un buono. 😉

  3. Oddio, Scarpa… il più pessimo premio Strega che abbia mai avuto la sfortuna di leggere… e che peraltro ha già conosciuto le aule dei tribunali per…

  4. il più pessimo = errore blu

    inserirò una tua poesia nel bocl n. 50 ( a chiusura della raccolta) *-°

    • Non è un errore, Lucio Simpatico Asinello. 😀 Ho voluto sottolineare proprio che è il “più pessimo”. Senti che bella ridondanza? Un pleonasmo, caro il mio Lucio giallista thrillerista amante di quel personaggio che fu Andersen, col quale condividi uguale nevralgia dentale. ^__*

      E che potresti mai mettere nel bocl n. 50?
      Non mi sembra d’averti dedicate altre poesie, sempreché memoria non mi faccia difetto. 😉

      Poi tornerai ai soliti cazzeggi letterari? Sai, mi mancano. E molto. Eri un’ottima fonte d’informazione, per cui spero tornerai ad aggiornare il tuo blog.

      Hai visto che pipernata lo Strega? Adesso abbiamo anche uno “scrittore un po’ meno più pessimo” di Scarpa. Che tragedia. E pensare che tifavo per Trevi, non che il suo romanzo sia così bello, ma è di certo superiore alle pipernate. La ghinellina invece s’è beccata una meritata batosta, l’unica cosa giusta di questa edizione del premio.

      • Su Piperno ho letto un vecchio articolo di Repubblica che lo presenta -in modo pessimo – come il “caso letterario” che ha suscitato invidie e livori nel mondo letterario e sul web…
        ‘Sta cosa fa tanto quella parola che si può dire solo in francese e mi ha mal disposto verso questo autore.
        Brutta strategia, davvero.
        😦
        http://www.repubblica.it/2005/c/sezioni/spettacoli_e_cultura/invidia/invidia/invidia.html

      • Invidie? Ho i miei forti dubbi in merito: che possa suscitare qualcosa in senso positivo o negativo. Con le peggiori intenzioni è stato quello che ha venduto di più, forse perché ha seguito la regola del buon vecchio Hank, di metterci dentro del sesso per vendere di più. Persecuzione è stato un flop: ricordo le lamentazioni su La7 di Pip. Era un po’ tanto esagitato. Questo premio che gli è stato assegnato non capisco a quale scopo, se non puramente editoriali: è la continuazione di Persecuzione. Ora forse qualcuno se lo cagherà pure gli “inseparabili”, per via del premio. E saranno forse in tanti a rimanerne delusi. Leggiti i commenti su ibs, giusto per sentire il parere di quei pochi lettori che ci sono stati sino ad oggi. Io, personalmente, ho letto solo qualche pagina e basta: noioso ma di brutto, un fiume di parole in stile Jalisse. Ho già dato, già abbastanza perseguito con le peggiori intenzione e pure con la persecuzione. Non intendo annoiarmi a morte.

      • Quindi, dopo Bompiani, lo Strega ritorna a Mondadori…
        vi segnalo anche il pezzo d'”addio” di Edoardo Nesi, uscito ieri su Repubblica: Il mio anno Stregato.
        Mah, Nesi ci sa proprio fare: sa proporsi ai lettori senza tirarsela e sboronare. Gran dote 😉
        http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/05/il-mio-anno-stregato-un-libro-unaltra.html

      • Io già pronosticai che il secondo romanzo di Piperno sarebbe stato un flop, almeno rispetto al primo.
        Per un motivo semplice: dopo lo straripante successo del primo, datato 2005, l’autore divenne talmente in voga (giornali, tv, ecc.) che tutti – in primis l’editore – aspettavano il secondo romanzo. E lo aspettavano con ansia, ovviamente. Ma lui si fece attendere: “sta lavorando al libro, sì, sta lavorando al libro”; “dovrebbe uscire la prossima prmavera”; “ci sta ancola lavorando, uscirà più avanti”, e così via. Dopo due anni, già mi resi conto che il libro non ce l’avrebbe fatta a uscire in tempo per poter cavalcare il successo del primo romanzo.
        Il tempo stava scadendo: perché in Italia un autore non può far passare troppo tempo fra un libro e l’altro e pensare di ripetere il successo precedente: non è possibile, qui.
        Nel caso di Piperno son passati addirittura 5 anni: non se se rendo l’idea. In 5 anni, soprattutto negli ultimi tempi, di acqua ne scorre: i cambiamenti sopno tumultuosi, le mode si succedono, i nomi si dimenticano, la stessa editoria tradizionale è andata in crisi, e poi i libri si vendono meno perché costano troppo, e poi c’è le-book, e poi il self-publishing, e poi il waso ming è finito per strada a far l’elemosina – dopo aver tentato la rivoluzione – e qualcun altro è caduto in disgrazia, mentre nuove stelle sorgono…
        Di conseguenza, “Piperno? Chi era costui?” si finirà per dire.

      • La moda di con le peggiori intenzione è passato. Questo è il serio pericolo in cui uno scrittore puo’ incorrere e rovinarsi da sé scrivendo per la moda del momento, invece di scrivere un libro destinato a durare nel tempo, ovvero di sostanza. Persequzione fu un flop, perché passò troppo tempo, ma soprattutto perché l’autore ci mise poco sesso dentro. 😉 Ricordo che sull’onda di Piperno, Colombati si provò con un romanzo simile, RIo: ma fu un fiasco. La novità era già passata di moda quando Colombati scriveva il suo Rio, purtroppo osannato da una presentazione (e non da una critica, almeno secondo il mio metro di giudizio) di D’Orrico che lo magnificava oltremodo: in pratica la presentazione dorrichiana sortì l’effetto opposto a quello voluto e Rio non se lo filò nessuno. Eccetto io. AH AH AH Romanzo che comunque stroncai.

        Già da tempo il premio Strega non è più consigliabile per uno scrittore che si voglia considerare serio. Il fondo lo si era toccato già da un po’ di anni, ma il culmine lo si è raggiunto con Tiziano Scarpa, con un romanzo che è ancora… in tribunale! Poi il canale fiumoso di Pennacchi, ma passi, passi, lasciamolo passare, anche se è robetta. Ed Edoardo Nesi che ha vinto con Storia della mia gente: ha dell’incredibile, non siamo di fronte né a un romanzo né ad altro, un diario forse, un diario intriso di solipsimo all’ennesimo grado.

        Io sono uno di quelli che gli ebook non li legge: leggere a video è altra cosa, tutt’altra cosa, che nulla ha a che vedere con il libro cartaceo. Non mi sembra comunque che gli ebook funzionino poi così bene. Si pensava che gli mp3, in ambito musicale, dovessero soppiantare il cd. Così non è stato. Il mercato si è diviso. I cd continuano ad essere prodotti: notevole poi il numero di ristampe di dischi che da tempo non erano più sul mercato; e il 33 giri, dato per morto, è risorto e giorno dopo giorno continua a crescere. Chi ama sul serio i libri e la musica chiede, anzi pretende un supporto valido e non un file elettronico. Nonostante la crisi, nonostante si dica che si legga poco in Italia, chi ama l’arte e l’ama sul serio non si accontenta di uno file.

        Lasciamo perdere: i Nessuno oramai fanno la questua, peggio dei preti. Perché? Dei veri talenti non lo sono mai stati: i loro lavori sono perlopiù invasi da spirito estetico, o apollineo, e mancano d’un autentico sentimento (dionisiaco). Io comunque non glielo faccio l’obolo, neanche d’un centesimo. Ho visto il Nessuno n. 2 in libreria: le pile sono lì, intonse. osservo la gente, prendono in mano vampiri, lupi mannari e serial killer dell’ultimo minuto, ma del Signor Nessuno non se ne accorgono neanche per sbaglio.

  5. ahahahah, in stile Jalisse!

    • 😉 Finirà dimenticato in un fiume di parole.

    • p.s.:
      la stessa considerazione che ho fatto per Piperno, ovviamente, vale per il bel-giovinetto-occhi-celesti Paolo Giordano, col suo romanzo-boom La solitudine del numeri primi.
      Quando vinse il Premio Strega (e come negarglielo?), dichiarò che prima di scrivere un secondo romanzo avrebbe completato i suoi studi di dottorato, che erano prioritari. Ragazzo saggio con la testa sulle spale, senza dubbio.
      Ma, un istante dopo averlo sentito, ho inevitabilmente osservato: “Ragazzo mio, la tua carriera letteraria è finita”. In Italia va così, non c’è storia (non so negli altri Paesi).

      • Paolo Giordano forse potrebbe avere ancora delle possibilità: degli strali li lancia da un quotidiano in particolare. Fa notizia. Non lo do per morto, non così presto. Non riscuoterà il successo avuto con il primo romanzetto, ma non lo credo morto commercialmente parlando.

  6. Ed Edoardo Nesi che ha vinto con Storia della mia gente: ha dell’incredibile, non siamo di fronte né a un romanzo né ad altro, un diario forse, un diario intriso di solipsimo all’ennesimo grado.

    Iannozzi, non toccare Edoardo Nesi ché già sto rrrrrrrrringhiando 😉
    Storia della mia gente è una autobiografia romanzata, un libro semplice, scorrevole, ruffianissimo, coinvolgente anche per chi non ha a cuore la globalizzazione e la piccola industria pratese, scritto in stile piano e comprensibile da chiunque; un libro intelligentemente ruffiano: con le citazioni cinematografiche e musicali “giuste”; ma anche un libro “onesto” e “sincero”, che si legge tranquillamente sotto l’ombrellone (visto con i miei occhi in più di un’occasione).
    E’ un libro che suscita l’empatia del lettore.
    Edoardo Nesi sa scrivere, e sa scrivere per tutti.
    Non è cosa da poco, al contrario. E lui, come persona si mostra umile, modesto: ci crede, insomma… e convince!
    Ed è stato anche traduttore di King e di D.F. Wallace… Lui non parla di King, secondo me quasi se ne vergogna, ma secondo me lo ha influenzato nel modo diretto e “spontaneo” di parlare al lettore.
    E parla di cose concrete, col cuore.
    Ora, io ero convinta di averlo già postato questo link, forse è finito nello spam di BOCL quindi lo ripropongo perché è la dimostrazione di quanto Nesi sia coinvolgente (sì, ok, io sono una persona semplice 😉 )http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/07/05/il-mio-anno-stregato-un-libro-un.html

  7. Di conseguenza, “Piperno? Chi era costui?” si finirà per dire.

    Per me Piperno era (ed è) un noto docente di fisica dell’Università della Calabria, Franco Piperno.
    Cuuriosità: se lo Strega è stato vinto (con uno scarto di due soli voti, però) da un seguito di un altro romanzo sarà forse perché in Mondadori si spera di vendere anche Persecuzione?
    Le due storie si possono leggere separatamente?

    • Esatto esattissimo. La speranza è proprio quella. Piperno se la prese mica poco per il flop ottenuto con Persecuzione. Anche l’editore immagino si inalberò due righe. Vendette meno d’un qualsiasi esordiente. Questo la dice ìunga, o no? Il premio or come ora è solo una cosa per gli editori, cioè per due, diciamo tre editori. Guarda gli ultimi dieci anni a chi sono andati i premi.

  8. […] Alessandro Piperno si è rivelato piacevolissimo, alla mano e sincero.
    […] ha spiegato che, ad onta di ogni dietrologia, l’esplosione editoriale del suo libro è stata determinata, in realtà, solo da un’imponderabile, fortunatissima combinazione di fattori casuali, fra cui l’entusiasmo sincero di alcuni critici (come il potente D’Orrico), una concitata partecipazione al programma di Ferrara (per l’improvvisa defezione del vero ospite previsto, Buttiglione), eccetera…

    Come spesso accade il talento, senza la conoscenza giusta (D’Orrico) e il posto giusto al momento giusto, serve a poco al successo di vendite di un libro… poi bisogna saper cavalcare la tigre

    • E comunque non mi convince affatto che le vendite e il gradimento di un romanzo siano influenzate dalle scene di sesso descritte nella storia.
      Senza ombra di dubbio è il grado di coinvolgimento emotivo tra storia e lettore che fa una buona storia e questo è determinato senza dubbio dal ritmo dello scrittore (sì, come un amplesso, per certi versi 😉 )

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