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BOCL N. 49 (PUPÙ RI DI RANDOM POST 2.)

10 luglio 2012

MICHELE MARI SULLE SCUOLE DI SCRITTURA CREATIVA

4 febbraio 2011

https://i1.wp.com/www.ilrestodelcarlino.it/modena/cultura/2010/08/05/366438/images/474962-mari.jpg

D. Cosa pensa delle scuole di scrittura creativa, attualmente molto di moda?

R. Sono piuttosto scettico; ho una visione romantica e decisamente solipsistica della letteratura, per la quale credo ci voglia una fortissima vocazione e anche molto autodidattismo: è innanzitutto fondamentale leggere, leggere, leggere. Il fatto che queste scuole abbiano sempre più successo mi stupisce un po’, perché mi sembrano una scorciatoia. Mi verrebbe da dire, a tutti quelli che pagano fior di milioni per frequentare queste scuole: “Prima passate tutta l’infanzia e tutta l’adolescenza a leggere la letteratura di mezzo mondo e poi vedete se vi viene voglia di entrare nello stesso arengo e cimentarvi con gli autori che avete amato”. Secondo me, poi, lo scrittore non deve avere troppe consapevolezze: se ancor prima di scrivere un raccontino o una favoletta già conosce le teorie narratologiche c’è qualcosa che non va, mi sembra.

Da http://francotirature.blogspot.com/2007/01/intervista-michele-mari.html

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11 aprile 2012

VIVERE DI SCRITTURA O DI INSEGNAMENTO DELLA SCRITTURA?

Scrive Chiara Pavan sul Gazzettino del 31 marzo 2012:

“Di sola scrittura, a Nordest, è difficile sopravvivere, «non arriverei al 3 del mese, altro che al 27 – sospira il poeta e scrittore Gian Mario Villalta, direttore artistico di Pordenone Legge, da 30 anni insegnante di materie letterarie in un liceo della sua città… »… «vivere di libri al di sotto delle 10-15 mila copie a titolo è quasi impossibile – osserva lo scrittore triestino Pietro Spirito, giornalista al Piccolo – a meno che non si ricorra ad altre forme di guadagno»… ma alla fine, non è mica obligatorio vivere di libri «io non ci penso nemmeno – il talent scout padovano Giulio Mozzi è diretto – So che i miei libri hanno un piccolo pubblico, ma non ho voglia di costringermi a scrivere un libro l’anno». E lui, che non ama neppure le collaborazioni coi giornali, preferisce dedicarsi all’insegnamento («le mie ore migliori»), di una «cosa chiamata orrendamente scrittura creativa, io preferirei retorica della narrazione», cui poi affianca le importanti esperienze, dapprima per Sironi ed ora per Einaudi Stile Libero, di talent scout. «La mia specialità è scovare autori nuovi dal nulla. La cosa tremenda è che su mille testi che leggo e ricevo all’anno, in media due o tre sono belli. E talvolta, pur essendo belli, sono difficili da far accettare all’editore. Penso che tra un po’ non ne potrò più.”

In un riquadro a parte, titolato “Quando vincere un premio ti risolve la vita“, si segnalano i casi di Tiziano Scarpa e Andrea Molesini. “I premi aiutano perché certificano, ma devono essere importanti per cambiare davvero la vita. Indi Strega o Campiello. E i due veneziani che li hanno vinti confermano… ma ciò che conta è venir tradotti in molte lingue, essere presenti in vari mercati… A Tiziano Scarpa lo Strega ha garantito autonomia finanziaria, «La quota d’autore è cominciata a diventare significativa». Prima, soprattutto negli ultimi 10 anni, lo scrittore e drammaturgo veneziano si manteneva anche con «le letture sceniche, che mi hanno aiutato a vivere».

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MICHELE MARI E LA DIVERSITÀ

2 marzo 2011

“Ci sono persone per le quali il passato è la sola dimensione reale. Per queste persone vivere significa essenzialmente aggiornare il proprio passato; di tale aggiornamento esse hanno coscienza discontinua, apparendo loro talvolta come conservazione, talvolta invece come perdita. È in simili momenti di lutto che queste persone, inorridite dal dilapidante cangiare della vita, chiedono soccorso alla letteratura. Ma la letteratura è dea intollerante, e gelosa della vita esige da loro il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale: va così che quelle persone debbano rinunciare a ciò che più premeva loro, riprodurre la continuità della vita fra il suo accendersi nella nascita e il suo spegnersi nella morte. Può allora capitare che, sconsolate dall’indicibilità di questa pienezza, e angustiate dall’impegno di dover sezionare la vita come macellai, si aggrappino come a una zattera a quei lembi di passato che la vita abbia generosamente già delimitato per loro.” (p. 3)

“Ogni camerata è sede a una Squadra e capisce venticinque brande a castello per un totale di cinquanta posti… [cut]… Ed oh vertigine orrenda, al pensiero (continuamente nutrito dalla crassa evidenza dell’aere) del numero di soldati che respiravano (soprattutto espiravano) nel medesimo ambiente! E all’idea che ogni corridoio collegasse fra loro due macroambienti siffatti! E che grazie alle trombe delle scale, che si aprivano al mezzo del corridoio, ognuno di questi gremiti universi fosse collegato ai superiori (e i superni agli inferni), in un cosmorama ch’io componevo e ricomponevo nella mente sgomenta così: 3 piani, 6 glòmeri di camerate, 30 camerate, 750 brande binate, 1500 giacigli, 3000 polmoni, 1500 bocche e 1500 sfinteri… (cosmorama che si ripeteva identico al lato opposto della caserma, l’occiduo, dove aveva stanza un’altra Compagnia, la I, sulla quale veggansi i capitoli XV e XXXII).” (pp. 16-17)

“Quanto ai cessi ci sono cose… ci sono cose che il tacere è bello, e che nessuna sapienza letteraria varrebbe a riscattare: sappia solo il lettore che le porte (dirute) eran conformi a quelle dei rissosi saloons, e che nonostante tutti gli equilibrismi per non contaminarsi al tatto del cubicolo orrendo, il fruitore rischiava di essere scaraventato in quel botro dal tentativo d’ingresso d’altrui: regolarmente effettuato con un secco e non preavvisato calcione.” (p. 23)

“Per la stessa ragione che mi aveva sconsigliato di portare con me oggetti troppo vistosi, già prima di partire avevo sacrificato la mia amata barba sull’altare dell’anonimato: temevo infatti mi potesse didascalicamente distinguere rendendomi facile meta di lazzi o comunque di non gradita attenzione. Ora, non è che io cercassi di conformarmi in parte all’altrui sembiante per disdegno della diversità in sé stessa o della solitudine, perché come la lunga e macerante pratica degli studi mi aveva isolato dal mondo conculcandomele giorno dopo giorno nella pelle e nella carne, quella diversità e quella solitudine, così di esse avevo preso l’abitudine di compiacermi come di una gran qualità, con la conseguenza di giudicare una debolezza il desiderio, sporadicamente riaffiorante, di una maggiore confidenza o communio con gli altri: altri che vivono, concedevo, vivono la vita vera e non questa cartacea, però nel mio viver riflesso io sòmmi ben più in profondo di quanto sappiansi quelli, però la mia vita si risolve per dialettico incanto in forma superiore di vita, però… però… Però come disse Saba in diversi luoghi del suo librone, è pur bello sentirsi uomo fra gli uomini, e in che modo avrei potuto non desiderarlo mai? Ma appunto io potevo desiderarlo allora, appunto potevo concedermi quel lusso perché conoscevo la mia diversità come un dato a priori e immutabile, una formidabile garanzia che mi avrebbe infallibilmente ricondotto a me stesso al termine di quella vacanza: o meglio, che mi avrebbe segretamente lasciato solo con me pur nel folto dell’esperienza mondana. Sempre sapeva, il sublime Pier Paolo, il momento del ritorno alle ascetiche carte e alla virtù letteraria…” (pp. 43-44)

“Insomma a non farla troppo lunga quand’io pensavo all’anno che mi attendeva lo prefiguravo in questi termini, come un inferno ricco e sapido, a suo modo gustoso, persin divertente, e ruvido e concreto: ma di sopportabile attraversamento solo perché tenevo ben stretta la garanzia del ritorno, come i viandanti che passeranno indenni in una certa foresta a patto di non abbandonare mai il virgulto a forma di ipsilon ricevuto da rugosa vecchina. Solo così potevo accettare la sentenza volgare per cui il servizio militare va fatto perché è comunque ‘ esperienza’: ma anche il taglio della testa è una bella esperienza, anche Empedocle fece una singolare esperienza cadendo nel vulcane: baie: ‘bella’ è solo l’esperienza che consente il ritorno, che dunque ti aggiunge qualcosa attorno, o sopra, ma che non ti riforma le entragne, non ti tocca l’entelechia.” (p. 45)

“Insomma se cercavo la mescolanza non era per viltà, ma per il lusso squisito di sapermi ineguale in quella provvisoria eguaglianza, tanto più eguale a me solo quanto più sembrassi eguale a quegli altri: con il sovrappiù, dunque, di un impagabile gusto dell’inganno: mi aggirerò un anno fra di voi, e non conoscerete mai la mia vera identità…” (p. 46)

(Da Michele Mari, Filologia dell’anfibio – Diario militare-, Editori Laterza 2009 [precedente edizione: Bompiani, 1995])

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18 SETTEMBRE 2011

TORNA IL DEMENZIALE RITO DELL’ AMPOLLA A VENEZIA…



Torna il demenziale RITO DELL’AMPOLLA a Venezia in Riva dei Sette Martiri. Nell’occasione, ripropongo anch’io il mio vecchio racconto:


IL SOGNO DI PATATANIA

I had a dream… ho fatto un sogno”, farfugliò un mattino il signor Bozzi, svegliandosi tutto eccitato.
“Che sogno?”, gli domandò sua moglie, tutt’altro che incuriosita.
“Il sogno di Patatania.”
Patatania? E che roba è?”
“Hai presente il fiume Patato?”
“Ho presente.”
“Be’, ho sognato che i popoli oppressi delle sue sponde facevano la rivoluzione e si staccavano dall’odiato Resto del Paese. Avevano ben diritto ad arrangiarsi per conto loro!”
“Popoli oppressi? E da chi, scusa? Non parliamo tutti la stessa lingua? Non viviamo tutti dentro gli stessi confini? Non siamo cresciuti guardando tutti gli stessi programmi televisivi… be’, si fa per dire. E poi… “
“E poi?”
“E poi è un pezzo che nessuno rispetta più il proverbio ‘Moglie e buoi dei paesi tuoi’. Ci siamo rimescolati in tutti i modi possibili.”
“Paese grande, problemi grandi”, bofonchiò il signor Bozzi. “Paese piccolo, problemi piccoli.”
“Cervello piccolo, pensieri piccoli!”, sospirò sua moglie.
Il signor Bozzi le torse un braccio:
“Devi fidarti di me, hai capito? E batterti per la rivoluzione con me: i Patatani coi Patatani, gli Altri con gli Altri.” 
 
* * *
 
Il mattino dopo fu sua moglie a svegliarsi tutta eccitata.
I had a dream… ebbene sì, ho fatto anch’io il mio bravo sogno.”
“Che sogno?”, la interrogò il signor Bozzi, sospettoso.
“Il sogno di Patatania.”
“Davvero? E com’era?”
“Ah, era bella… e verde… e vivibile, la mia Patatania.”
“Fantastico! Sono riuscito a persuaderti, dunque. Eh sì, con le buone maniere si ottiene sempre tutto. Sei dei nostri, adesso… voglio dire, dei miei!”
“L’avessi vista, Patatania.”
“L’ho vista, l’ho vista. Non dimenticare che l’ho sognata prima di te. Era bella, eh? E verde, e vivibile.”
“Infatti… ma il sogno, un po’ alla volta, si è ingarbugliato.”
“Come sarebbe a dire?”
“Troppa gente, troppe diversità. C’erano tutte quelle famigliacce della Patatania meridionale, per esempio. E allora, sul sogno precedente, si è innestato un nuovo sogno.”
“Che sogno?”
“Il sogno della Patatania del Nord, completamente staccata dal Resto del Paese.”
“Continua.”
“Com’era bella, adesso, la nuova Patatania, la mia Patatania del Nord! Tanto più bella e verde e vivibile della precedente, solo che… “
“Solo che?”
“Solo che il sogno, all’improvviso, si è ingarbugliato di nuovo. Troppa gente. Troppe diversità. C’erano tutti quegli zoticoni del meridione della Patatania del Nord, per esempio. E allora un nuovo sogno si è innestato sul precedente.”
“Che sogno?”
“Il sogno della Patatania del Nord-Nord. Sì, il sogno di staccare la parte superiore della Patatania del Nord dal nuovo Sud. Quanto più bella e verde e vivibile della precedente appariva adesso la mia Patatania del Nord-Nord!”
Il signor Bozzi la squadrò minaccioso. Stava per torcerle di nuovo un braccio, quando sua moglie riprese:
“Ma non era finita, sai?”
“Ah no? E perché?”
“Perché ogni volta, sull’ultimo sogno, si innestava un nuovo sogno. Da un lato, è vero, la mia Patatania del Nord-Nord-Nord-Nord-Nord continuava a rimpicciolire, perdendo sempre nuovi MERIDIONI, dall’altro diventava sempre più bella e verde e vivibile, finché… “
“Finché?”
“Finché, verso il mattino, l’ultimo sogno, il più puro di tutti, non mi ha dischiuso
 
PIANEROTTOLANIA.
 
“Ah, com’era bello e verde il mio pianerottolo! Solo che… “
“Solo che?”, gridò il signor Bozzi, paonazzo in volto, e piegandole definitivamente il braccio.
“Solo che… ahi, mi fai male!”
“Solo che?”, incalzò il signor Bozzi in tono di sfida, con la faccia stravolta.
“Solo che, poi, sono entrata in casa e c’eri… tu”, aveva appena iniziato a dire sua moglie. Ma non ebbe modo di concludere.
 
(Lucio Angelini)

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(Immagini dalla rete)
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MICHELE MARI COSMICAMENTE SOLO

23 marzo 2011

https://i1.wp.com/media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/01/43/3a/fc/la-torre-che-troneggia.jpg

“Chi è stato a Como avrà sicuramente notato, ritto sulla cima di un colle alle spalle della città (quindi a Sud, e a 432 metri sul livello del mare), una torre quadrangolare, grigia, tozzotta. Quella torre è il Baradello, o vernacolarmente ‘Baradèl’. Costruita fra l’XI e il XII secolo, fu ampliata e fortificata nel 1158 dal Barbarossa nel corso della sua seconda discesa in Italia; nel 1277 Napo Torriani vi fu rinchiuso dal suo mortale nemico l’arcivescovo Ottone Visconti, che l’aveva battuto nella giornata di Desio: vi morì dopo venti mesi di furibonda e impotente solitudine, esattamente dieci anni prima che un altro arcivescovo facesse morire in un’altra torre il più famoso Ugolino della Gherardesca… [cut]… Se la torre si vede da molti punti della città, dalla caserma era impossibile non vederla: soprattutto marciando, quando le nostre evoluzioni ce la proponevano agli occhi un istante sì e un istante no: sfumato pinnacolo grigio schiarito dalla foschia, come un grande menhir che sovrastasse ai nostri destini. Io non ero a Como che da pochi giorni, e già avevo deciso che sarei andato a visitare quel torrione dal nome così triste e musicale: e tutte le volte che lo rivedevo, sentivo in questo proposito come una garanzia (Sì sì, lo so che vigili su di noi, tanto alla fine verrò io da te), come se quella visita avesse dovuto pareggiare i conti, compensando in un punto le centinaia di visite che il Baradello mi aveva e mi avrebbe fatto in quei due mesi… [cut]… me ne partii dunque solo soletto, in fondo non del tutto scontento di affrontare da solo il sornione nemico di pietra… [cut]… Di balza in balza mi facevo sempre più sotto alla torre, che di conseguenza mi appariva sempre più erta e incombente, quasi sul punto di rovinarmi addosso. Nondimeno, man mano che mi avvicinavo sentivo decrescere in me l’originaria ostilità che mi aveva mosso fin lì, e subentrare in sua vece un antagonismo più cordiale, come fra due rivali che cercano di ottenere reciprocamente, insieme alla vittoria sull’altro, la sua stima e la sua amicizia.
La montagna inganna, dicono i saggi, e anche un colle può decipere a lungo un ignaro pellegrino quale io ero. Almeno dieci volte mi credetti arrivato, quasi in grado di toccare le prime pietre del basamento, ed altrettante volte il colle mi deluse costringendomi a nuove svolte e nuove salite: ma alla fine arrivai, com’è naturale, e mi sedetti sui gradoni di uno degli edifici diruti che facevan corona, come famiglia di funghi, alla torre maggiore. Forse per la prima volta dall’inizio del mio servizio militare ero completamente, cosmicamente solo: questo pensiero mi spinse proprio a fare ciò che non avrei dovuto fare per godermi meglio quella solitudine, cioè alzarmi e curiosare tutt’intorno… [cut]… Poi mi ricordai di essere lì per lui, per il Baradello: lo contemplai tutto dal basso in alto, intenzionalmente (Ti contemplo, ti sto contemplando), gli andai vicino, compitai la targa gialla che rievocava il Barbarossa, gli diedi due colpetti con il palmo della mano e capii che la mia ulissica tensione ascensionale si era spenta. Così presto? mi dissi, e presi desolatamente la via della china.”

(Michele Mari, Filologia dell’anfibio – Diario militare, Editori Laterza 2009, pgg. 231-33)


(Immagine da http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/01/43/3a/fc/la-torre-che-troneggia.jpg )

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NUOVI FLAGELLI DELL’EDITORIA: L’EDITOR IPER-INVASIVO

14 marzo 2011

Scriveva nel lontano 2007 Flavio Santi in Nazione Indiana, precisamente nel post

DIAMO TUTTO IL POTERE AGLI EDITOR”:

http://www.nazioneindiana.com/2007/04/14/diamo-tutto-il-potere-agli-editor/

«Si può partire da un’impressione molto prossima alla certezza (già sottolineata da Moresco in un suo intervento in rete): oggi gran parte della letteratura dei secoli passati verrebbe rifiutata dai comitati editoriali delle case editrici. Si pensi soprattutto al secolo per eccellenza del romanzo, l’Ottocento, a capolavori inarrivabili. I romanzi di Balzac sarebbero giudicati troppo lenti e involuti da qualsiasi direttore di collana, così Anna Karenina (“plot troppo lento, manca di dinamismo, sviluppa in ottocento pagine ciò che potrebbe economizzare in cento”) o i Fratelli Karamazov (“troppi fili lasciati sospesi, trama eccessivamente divagante”). Per non parlare di gente come Proust. Ci si trova in una situazione strana e ipocrita (aveva ragione Gramsci a dire che è il vizio italiano per eccellenza): si continua a legittimare – giustamente – la grandezza di questa letteratura, ancora in questi anni si è sentito parlare di nuovo Proust per Alessandro Piperno (!), senza però svelare l’ipocrisia che oggi un’opera come La recherche (che già all’epoca faticò non poco a trovare un editore) verrebbe rifiutata da chiunque. Eppure la collana della “Repubblica” dei classici dell’Ottocento ha funzionato bene. Quindi? Quindi forse il problema è nelle case editrici, ormai troppo atrofizzate in certi parametri, e non nei lettori che sono molto più svegli e intelligenti di come vogliono farceli passare. Tutto questo per ribadire che il lettore vuole libri necessari, e non preconfezionati da furbi (ma fino a che punto poi?) broker editoriali… [cut]… Quindi, per semplificare le cose, ed evitare atroci dubbi futuri, ecco una soluzione: basta con gli autori! che siano gli editor d’ora in poi a firmare i libri! O che comunque si riconosca all’editor non più uno statuto secondario e all’ombra, ma di primaria rilevanza. Tanto per essere chiari: che risulti in copertina con l’autore e non negli stitici ringraziamenti finali. »

Ebbene, si parva licet componere magnis, ecco una mia recente esperienza come scrittore non già inedito, ma con alle spalle otto titoli pubblicati, di cui due tradotti in francese per Flammarion.

“Invio una scelta di miei materiali a un editore per il quale in passato ho eseguito delle traduzioni letterarie. Mi risponde una tizia di cui non so nulla, ma che – come non tarderò ad apprendere – nel giro di pochi mesi riuscirà a farsi sposare dall’editore stesso. Queste le quattro fasi del nostro primo scambio:

1) “Gentile signor Angelini, ho letti i racconti che ci ha mandato: belli! Originali, ben scritti, interessanti. Un romanzo l’ha scritto? Intendo per adulti, come i racconti.”

Mando vari testi. Questa la risposta:

2) “Caro Angelini, sono riuscita a leggere altre sue cose ma – lo ammetto – ancora non tutte! Mi ha fatto molto ridere (perché io amo molto le visioni comico-grottesche del mondo) il racconto sui Pink Floyd anche perché non solo sono mezza veneziana ma c’ero anch’io ai tempi del fantascientifico concerto e conosco a memoria la canzone dei Pitura Freska. Il pezzo (surreale) sulla NIE, sempre dal mio punto di vista, è esilarante. A presto.”

3) “Lo ammetto: mi sto affezionando a lei. Intanto, buon anno! Poi, per quel che riguarda le novità, non saprei da che parte cominciare. Ho fatto fatica a districarmi tra tutti i testi che mi ha mandato. Comunque, in parte li ho letti, in parte li ho fatti leggere e il giudizio è unanime (sempre lo stesso): lei scrive benissimo e la sua scrittura è molto affascinante e originale.”

Aggiungo altre proposte. Questa la risposta:

4) “Non ce l’ha un progetto più semplice con una trama che si possa seguire un po’ meglio?”

Chiedo alla mia interlocutrice se intenda dirmi: “O perde complessità, o si attacca al tram”.

La tipa me lo conferma senza inutili giri di parole.

Scelgo di attaccarmi al tram e mi faccio da parte. Passano alcuni mesi, poi la tipa si rifà viva e mi propone di confezionarle un romanzo di argomento veneziano. Invio una cosa forte, in linea con il tipo di scrittura che mi pare di saper padroneggiare meglio. La tipa, sicuramente più giovane e meno preparata di me, mi fa sapere che sì, continua a pensare che io scriva benissimo, ma che il mio novel non ha soddisfatto i suoi gusti: va RISCRITTO da cima a fondo.
Reagisco dicendo che da un editor non mi aspetto un intervento così INVASIVO da riguardare il 100% dell’opera. Ben vengano suggerimenti e ritocchi, certo, ma a tutto c’è un limite. La invito a dimostrare davvero la fiducia palesata nei confronti del mio tipo di scrittura.

La tipa risponde così: o riscrivo il libro come piace a lei, o non si procede. Per la seconda volta mi faccio da parte, con il sospetto che la mia interlocutrice si diverta un sacco a illudere le persone sbilanciandosi in complimenti esagerati per poi prendersi il sadico piacere di sottoporle a una doccia gelata, dall’alto dell’ormai raggiunto scranno padronale.
Naturalmente, poco diplomatico come sono, glielo faccio sapere e adesso ho la certezza che la tipa non si rifarà viva una terza volta per ripetere lo scherzetto.
In compenso ho capito che mi resta una sola via aperta: tentare di sposare a mia volta un’editrice:-)

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SAN LUCIO MARTIRE

13 marzo 2011

Ieri, girovagando per le colline dell’entroterra fanese, sono arrivato a Mondavio, celebre per la sua rocca. Entrando nella chiesa di San Francesco, quale non è stata la mia sorpresa nello scoprire, subito a destra, l’urna con le ceneri di SAN LUCIO, martire e soldato del II secolo?

P.S. Si noti la postura mollemente adagiata del santo e la preziosa eleganza dei panneggi. Guai a lui se non mi protegge:-)

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10 ottobre 2011

SAN LUCIO, PATRONO DEI CASARI… E DEI CAZZARI?



Mi scrive uno stimatissimo amico dei tempi di it.cultura.libri (periodo aureo), inviandomi le foto riportate sopra:

«Ugutio (*), o come dicevan tutti: Lucio, è il patrono dei casari. Pare che, essendo addetto alla produzione di formaggi nell’alpe di Piazza Vachera, mettesse da parte le tome migliori per dividerle fra i poveri e gli affamati della valle. I poveri ringraziavano, ma – dato che le forme che regalava non erano sue, ma appartenevano pro quota alle famiglie proprietarie delle vacche al pascolo – un bel giorno il responsabile dell’alpe si accorse dell’ammanco e gli diede una lavata di capo così convincente ed efficace che il santo ne morì. Oggi il nome di San Lucio rifulge sugli altari, mentre del gretto alpigiano si è persa ogni memoria. Un rustico santuario a cavallo fra Italia e Svizzera, recentemente visitato anche dal caro Cardinal Tettamanzi, ricorda ancora oggi il luogo del martirio; mentre una casermetta della Finanza, recentemente dismessa e riconvertita in rifugio, fa da contrappunto laico alle buone ragioni della comunità montana. Ciao!»


(*) in lingua: Uguzo o Uguzzone.

Gli ho risposto ricordandogli che anch’io, nel mio piccolo, avevo scoperto un San Lucio soldato e martire a Mondavio (Pu). Si veda:

http://lucioangelini.splinder.com/post/24288728/san-lucio-martire

Allora lui, finto-omofobicamente nei commenti al post da me citato:

«Fake! Questo santo non è il vero san Lucio martire, e a dirla tutta, non sembra essere molto credibile neanche come militare, stante la postura effeminata. Sarà il patrono dei damerini. “Guai a lui se NON mi aiuta”? Se fossi in te, io mi preoccuperei se il santo volgesse verso di te le sue torbide attenzioni! Ciao :-) »

Insomma, malgrado il proverbio, ha voluto scherzare sia col santo, sia col fante, ihihihihihih…

(Le tre foto in alto sono di pp.bianchi)

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MA SE IO…

10 marzo 2011

Ma se io diventassi il più grande scrittore fanese dopo Fabio Tombari, l’autore di “Tutta Frusaglia“, alla mia morte il Comune di Fano dedicherebbe anche a me un monumentino come questo??? :-)

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MARIO BRUNELLO AL CONSERVATORIO “BENEDETTO MARCELLO” DI VENEZIA

12 aprile 2011

Ieri, per il mio complemese, mi sono fatto un regalo straordinario: il concerto di Mario Brunello al Conservatorio di VENEZIA, di cui è stato allievo e in cui ha generosamente accettato di esibirsi per contribuire alla raccolta fondi organizzata dall’associazione “Amici del Conservatorio”. Anche il Benedetto Marcello, infatti, “vive con dolore la stretta finanziaria che ha colpito tutte le istituzioni culturali italiane“, come spiegava il pieghevole del programma.

Ancora una volta Mario Brunello si è rivelato un fuoriclasse assoluto, incantando il pubblico che l’ha applaudito lungamente. Ha iniziato con la Suite in re minore BWV 1008 di J.S. Bach per poi spaziare nella tradizione afro-americana di “Unlocked” di Judith Weir e di swing applicato alla musica del contemporaneo George Crumb. Sono seguiti i ritmi balcanici della musica della giovane compositrice serba Ana Sokolovic e l’ancestrale melodia dei canti tradizionali armeni, nella trascrizione dello stesso Brunello.

Nel ringraziarlo, il direttore del conservatorio Massimo Contiero l’ha definito uno dei grandi ambasciatori del nostro paese, che porta l’immagine dell’Italia migliore nel mondo:

http://www.youtube.com/watch?v=wxqD7Vju8NU

Come è noto, Mario Brunello si è esibito più volte anche “in quota” in vari scenari delle Dolomiti. Ho trovato in rete, per il prossimo luglio, la seguente fascinosa proposta di trekking con lui e Nives Meroi:

“Da giovedì 7 a sabato 9 luglio. Val di Fassa, Rifugi del Catinaccio e del Sassolungo

Un musicista che ama la montagna al pari della musica; un’alpinista che da oltre vent’anni scala le cime più alte del mondo. Insieme a Mario Brunello, al suo violoncello e a Nives Meroi i partecipanti al trekking condivideranno un’esperienza unica, vivendo così in prima persona lo spirito più avventuroso de “I Suoni delle Dolomiti”. La simbiosi tra musica e montagna si realizzerà sullo sfondo di note provenienti da vari angoli del mondo, dall’Armenia ai Balcani, all’America della tradizione del blues.”

TREKKING CON MARIO BRUNELLO, NIVES MEROI

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SILVIO BERLUSCONI SCOREZÒN E PORSÈO

12 maggio 2011


Visto che Silvio Berlusconi, durante un comizio a Crotone, si è permesso di dichiarare che gli uomini di sinistra non si lavano ed emanano cattivo odore, mi sento autorizzato a imitarne l’infantilismo politico indirizzandogli gli epiteti contenuti nel titolo del post.

(Immagine da http://oputaing.free.fr/indy/cochon-bureaucrate.jpg )

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LUCIO ANGELINI NELL’INDIFFERENZIATO

19 giugno 2011

Tiziano Scarpa ad Artnightvenezia http://virgo.unive.it/artnightvenezia/ sabato scorso alle 18.30 nel cortile di Ca’ Foscari

Lucio

Lucio Angelini – sempre ad Artnightvenezia – accetta di scoprire una carta tra i tarocchi creati per la manifestazione dall’artista Anita Sieff. Esce la carta “Death” (Morte), ma la cartomante gli assicura che non si tratta di una carta tragica. Questo il suo significato:

Saprà egli morire (= falciare le illusioni del passato) e rinascere con dignità?
:-)

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RAUL MONTANARI RISCRIVE “WILLIAM WILSON”

3 luglio 2011

(Raul Montanari in una foto tratta dal suo sito)

Raul Montanari è uno scrittore cinquantenne che insegna scrittura creativa a Milano, detesta essere etichettato come giallista o noirista e viene invitato spesso ai dibattiti televisivi. Il suo personaggio Livio Aragona, protagonista di L’esordiente, – invece – è uno scrittore cinquantenne che insegna scrittura creativa a Milano, non sopporta di essere etichettato come giallista o noirista e viene invitato spesso ai dibattiti televisivi:-)

In compenso a pagina 173 ammette:

“Ogni scrittura diventa autobiografica; è sempre della tua vita che parli, anche quando cerchi onestamente di nasconderti dietro le storie e i personaggi”.

Fra le cose che Livio Aragona insegna ai suoi allievi c’è la tecnica della suspense. Di tale tecnica si appropria velocemente la corsista Veronica Markus per costruire il proprio secondo romanzo, quello con cui rischierà di superare il Maestro. (Nel cognome della fanciulla – per inciso – non ho potuto non cogliere un vago rimando alla Dora montaliana, quella le cui “parole iridavano come le scaglie della triglia moribonda”). Quando Livio, che ha disprezzato l’opera prima della fanciulla, legge tale seconda prova, deve ammettere che “Veronica l’ha costruita usando tutti i trucchi che ho insegnato a lezione e soprattutto la suspense, il magico ingrediente con cui un autore potrebbe tenere il lettore incollato alla pagina perfino elencando la lista del supermercato.” (p. 224).

(Ah che gran cosa queste scuole di scrittura! E pensare che ne ho sempre diffidato*-°)
.

Accanto agli insegnamenti letterari, ovviamente, Livio riesce a impartire a Veronica anche dell’altro, travalicando l’ambito più strettamente deontologico. A pag. 76, per esempio, non si perita di legarle le mani dietro la schiena per averla come piace a lui [“Adesso lo facciamo a modo mio”, le dice dopo due ore di amplessi effettuati – si evince – come piaceva a lei.]

Anche il romanzo L’esordiente, naturalmente, utilizza il magico ingrediente della suspense, benché “per raccontare storie lontanissime dai luoghi comuni del poliziesco”, come recita la terza di copertina. E in effetti ieri pomeriggio la parte finale dell’opera mi ha tenuto incollato alla pagina e fatto volare il tempo per tutto il tratto ferroviario Padova-Rimini, – in genere il più noioso per chi viaggia da Venezia a Fano, ove “scendo” periodicamente per far visita alla mia mamma. A dire il vero l’agnizione della vicenda non mi ha convinto fino in fondo (troppo arzigogolata), in compenso ho apprezzato l’auto-ironia del personaggio Livio Aragona (e di conseguenza anche del suo ideatore), che da un lato gigioneggia inseguendo un Premio che, come tutti i Premi letterari importanti, verrà assegnato più per maneggi editoriali che per meriti letterari, dall’altro riflette:

“Dicono che la letteratura non serve a niente, invece queste pagine che strappo dal libro… ecco!… ancora un paio… le metto sul sedile, me le infilo sotto il sedere…” (p. 316).

Meno coinvolgente mi è sembrata la storia d’amore fra Maestro e Allieva, malgrado la dichiarazione che le storie d’amore vadano usate quasi cinicamente, “sapendo che quello è un argomento che attira sempre” (p. 224).

Il personaggio più interessante, in ogni caso, per me che ho amato e tradotto William Wilson di Edgar Allan Poe, è quello di Emiliano, una sorta di doppio malvagio che perseguita il “quasi buono” Livio Aragona:

“Emiliano non è pazzo, è qualcosa di peggio. L’avevo sottovalutato! È consapevole di tutto quello che fa; parte dalla sua logica e dà un significato a ogni gesto. Lui è la mia metà oscura. Il mio giustiziere, il mister Hyde delle mie notti. Sono spaventato e sento crescermi dentro la voglia disperata di cancellare quest’uomo dal mio mondo. Dal mondo…”(p. 241)

“Ti sei attaccato alla mia vita e ai miei affetti perché nella tua, di vita, hai fallito in tutto… Tu sei un miserabile, Emiliano, uno che vive di riflesso e riempie il suo secchio con l’acqua degli altri. Un povero stronzo.” (p. 242)

In William Wilson, al contrario, un giovane malvagio è perseguitato da un doppio buono, sempre pronto a sventarne le scelleratezze. Si veda:

http://lucioangelini.splinder.com/post/5149914/edgar-allan-poe-figlio-di-volonta

Ecco uno scampolo di conversazione fra Livio Aragona e il suo editore:

“Gli assassini ci sono, in giro. Camminano fra noi. Non è per niente strano che lui [il protagonista del nuovo romanzo, N.d.r.], quando lancia la sua rete nel mondo dei senzalavoro, ci trovi dentro un pescecane insieme ai tonni e ai cefali.”
“Però così diventa noir.”
“Ma cosa dici? Questo libro non ha niente di giallo o di noir!” (p.173)

A questo punto non mi resta che rimandarvi a una vecchia distinzione tra giallo e noir operata dallo stesso Raul Montanari:

http://lucioangelini.splinder.com/post/8808405/giallo-e-noir-in-cronaca

A differenza del personaggio del critico Ambrosio, per concludere, non sono in grado di dire se “L’esordiente” sia il migliore dei libri finora pubblicati dallo scrittore bergamasco, avendo letto solo questo. Però, riprendendo la contrapposizione evidenziata nel post del 30 giugno sul “cinico Lorenzo”, devo dire che ho trovato L’esordiente un’opera decisamente interessante, con “il sapore, gli spazi, il giusto passo del romanzo”.

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MASSIMO RAFFAELI SU ROMANZO E ANTIROMANZO

9 luglio 2011

(Massimo Raffaeli al Bastione Sangallo di Fano con l’assessore alla cultura Franco Mancinelli)

La seconda giornata fanese dedicata alla “Lunga estate degli anni ’60/la musica beat e la letteratura del decennio che ha cambiato il mondo” ha avuto come lit-star il critico e filologo MASSIMO RAFFAELI, fascinoso intrattenitore… nulla a che vedere con lo stonatissimo cantante dei 60′ Experience del più tardo concerto svoltosi al Lido di Fano:-).

Raffaeli scrive su ‘Il Manifesto’ e ‘La Stampa’ e relativi supplementi letterari (‘Alias’ e ‘Tuttolibri’), collabora con numerose riviste culturali e con Radio 3 Rai, traduce dal francese e ha pubblicato una decina di volumi, tra cui il recente Bande à part. Scritti per Alias, Gaffi editore 2011.

Nato nel 1957, Raffaeli ha premesso che per lui i primi anni Sessanta furono soprattutto quelli in cui imparò a leggere (nel senso letterale che iniziò a riconoscere le lettere dell’alfabeto) sulle figurine Panini, assistette a uno storico goal di Sivori nello stadio di Bologna e conobbe Roma, “ormai diventata un immenso parcheggio a cielo aperto”. Più avanti lesse Robinson Crusoe in un’edizione per ragazzi…

La sua conoscenza della letteratura degli anni Sessanta, insomma, e in particolare dell’ annus horribilis 1963, fu necessariamente successiva. Il suo discorso si è incentrato soprattutto su Romanzo e Antiromanzo, artatamente contrapposti dal Gruppo 63 con l’annuncio ufficiale della morte del primo e della parallela nascita del secondo. Bisognava uscire – a detta del Gruppo – dagli stantii schemi tradizionali e sperimentare nuove formule linguistiche e contenutistiche. Cassola, Bassani vennero ironicamente definiti “Liale”… Ma tutto ciò, paradossalmente, proprio nel periodo in cui il Romanzo iniziava a riguadagnare clamorosamente salute e a buttar fuori opere di strabiliante vitalità… a riprova del fatto che “il lavoro degli intellettuali e dei critici letterari non ha nulla di scientifico”:-).

Quando uscì “Il Gattopardo” fu addirittura scambiato per un’opera epigonica (Capuana, De Roberto…) , anziché per il capolavoro seminale che avrebbe informato di sé tanta produzione successiva (fino a La Capria e oltre). Vitttorini aveva scartato il manoscritto, che fu pubblicato solo grazie alla “Liala” Bassani, poi estromesso per punizione dalla Feltrinelli. “Credo di averlo letto almeno quattro o cinque volte senza essere ancora riuscito a metterne a fuoco tutta la luciferina complessità”, ha dichiarato Raffaeli. “È un’opera che ha tagliato in due il Novecento letterario.”

Certo, la forma romanzo, ha aggiunto poi, era il punto debole della nostra tradizione letteraria, con un mandante sociale, la borghesia italiana, di livello scadente. Le era stato a lungo precluso, oltretutto, il contatto con la grande letteratura moderna di lingua inglese e francese. Quella che a noi era mancata, in particolare, era stata una produzione standard in presa diretta con la realtà. Avevamo avuto capolavori isolati, ma non una continuità di produzione di “romanzi medi”. Ma fu proprio negli anni ’60 che iniziarono ad arrivare le prime traduzioni dei grandi esempi di modernismo radicale straniero, compreso il Tristram Shandy di Laurence Sterne. Ebbene, proprio mentre da più parti si decretava la morte del romanzo, con la conseguente consegna di dedicarsi alla sovversione della sua struttura, popolandolo di antieroi e assumendo punti di vista antinaturalistici, il romanzo si risvegliò dall’inesistente coma e produsse opere fondamentali quali “La noia” di Moravia, “La giornata di uno scrutatore” di Calvino, “Le Furie” di Guido Piovene, “La tregua”, di Primo Levi, “Una questione privata”, di Fenoglio, “La macchina mondiale” di Volponi e via discorrendo.

La forma romanzo non può morire, ha concluso Raffaeli, perché costituisce una sorta di “democrazia magica” (secondo la definizione di Jonathan Franzen), in cui possono coesistere e contaminarsi i generi e i modi di rappresentazione più disparati. E la lettura di romanzi ci fa sentire sicuramente meno soli e più consapevoli di noi e del mondo in cui ci troviamo a vivere.

P.S. Mi scuso per aver sintetizzato un po’ alla cazzo, ma devo portare mia madre al mare*-°

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EDIFICANTE STORIELLA ZEN

31 ottobre 2011

Mi è arrivata in mail-box questa edificante storiella zen. Probabilmente gira in rete da anni, ma io non la conoscevo ancora e l’ho trovata fantastica. Ve la copio-incollo:

«Il discepolo Wu Liao entrò nel “Monastero Zen del Silenzio” ed il Maestro gli disse:
 
– “Fratello, questo è un monastero silenzioso. Tu qui sei il benvenuto. Puoi rimanere finché vuoi, ma non devi parlare se non te ne do io il permesso”.
 
Wu Liao visse nel monastero un anno intero prima che il suo Maestro gli dicesse:
 
– “Fratello Wu Liao, tu sei qui da un anno ormai. Ora puoi dire due parole”
 
Wu Liao rispose:
 
– “Letto duro”
 
– “Mi dispiace sentirti dire ciò” – disse il Maestro – “Ti daremo subito un letto migliore”
 
L’anno seguente Wu Liao fu chiamato nuovamente dal Maestro.
 
– “Oggi puoi dire altre due parole Wu Liao”
 
– “Cibo freddo” – disse Wu Liao e il Maestro gli assicurò che in futuro il cibo sarebbe stato migliore.
 
Al suo terzo anniversario al monastero il Maestro chiamò nuovamente Wu Liao nel suo ufficio:
 
– “Puoi dire due parole oggi”
 
– “Vado via” – disse Wu Liao
 
– “È meglio” – commentò il Maestro – “Da quando sei qui non hai fatto altro che rompere i coglioni!” »
 
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PAOLO LANAPOPPI SUL PRIMATO PER VIVIBILITÀ ASSEGNATO DA LEGAMBIENTE A VENEZIA

25 ottobre 2011

Il 17 ottobre scorso è stata diffusa la seguente notizia:

“L’edizione 2011 – la diciottesima – di ‘Ecosistema urbano – La qualità ambientale nei 104 capoluoghi di provincia italiani‘, l’annuale ricerca sulla vivibilità delle città italiane realizzata da Legambiente con l’Istituto di Ricerche Ambientali e la collaborazione di Il Sole 24 Ore, ha assegnato a Venezia il primo posto tra le grandi città [quelle con oltre 200 mila abitanti, che sono 15, N.d.r.]. L’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin non ha esitato ad attribuire le ragioni del primato a verde urbano, contrasto allo smog, rifiuti, piste ciclabili e trasporto pubblico.

Nel gruppo facebook FUORI LE MAXINAVI DAL BACINO DI SAN MARCO” sono emerse varie perplessità:

1) Doretta Davanzo Poli: “avevano ponti da fare dall’albergo alla stazione? han provato a fingere un malessere? sono andati a fare la spesa col carrello su e zo per i ponti? han provato a comperare un litro di latte e un pane tra la salute e l’accademia? e le loro spazzature dove le hanno lasciate?”

2) Walter Fano: “il risultato è completamente falsato dal fatto che hanno considerato Venezia e Mestre come unico Comune, infatti “Venezia” [la cui popolazione è ormai scesa sotto i 60.000 abitanti. N.d.r.] appare come vincitrice tra le città con più di 200.000 abitanti, e tra i fattori che l’hanno maggiormente premiata si legge che ha pesato molto la sua pista ciclabile… Dico: la famosa pista ciclabile di Venezia!”

3) Lorena Culloca: “esatto, Walter… ma quali 200.000 abitanti? E vogliamo parlare dell’impatto ambientale che la massa di turisti, che si riversa ogni giorno su Venezia, provoca? A cominciare dalle ‘scoasse’.”

4) Paolo Lanapoppi, vicepresidente di Italia Nostra-Venezia: “C’è un equivoco, che ho spiegato qui:

http://www.italianostra-venezia.org/

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Proprio dall’articolo di Paolo Lanapoppi estraggo il passo:

«Venendo a Venezia, secondo le parole dell’assessore il primo posto le è andato per “verde urbano, contrasto allo smog, rifiuti, piste ciclabili e trasporto pubblico“. La cosa sembrava strana, e in più avevamo un piccolo sospetto. Perciò abbiamo fatto una ricerca sui documenti originali. Guardando in dettaglio i criteri e le classifiche, risulta subito che il primato è dovuto a tre altri fattori: il basso numero di automobili per abitante, il grande uso dei mezzi pubblici di trasporto e l’enorme abbondanza di isole pedonali. Avete capito: è proprio e solo perché ci mancano le automobili. Il “tasso di motorizzazione” è di 41 auto per abitante (se non ci fosse Mestre sarebbe ancora più basso) contro i 63,7 di media: è questo che ci porta in cima alla classifica (tra l’altro, Parigi e Berlino ne hanno solo 32). E poi battiamo tutti di gran lunga per le isole pedonali: media per città, 0,34 m2 per abitante, ma a Venezia un meraviglioso 4,87! E senza Mestre saremmo tutta un’isola pedonale! Infine, i trasporti pubblici: siamo primi con ben 558 viaggi per anno per abitante (contro i 150 di Padova, per esempio). Non ci vuol molto a capire che si tratta delle folle di turisti che riempiono i vaporetti

(Foto tratta dal sito di Italia Nostra)

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PROCESSIONI…

21 ottobre 2011

(Lucio Angelini, con giglio in mano dietro la bambina più alta, in una processione fanese della sua infanzia; la signora in nero è sua nonna Celerina, una mistica minore del Novecento)

(Lucio Angelini regge un cartello di protesta in una recente manifestazione contro il PAT, Piano di Assetto Territoriale del Comune di Venezia)

P.S. Quando si dice la matrice cattolica… *-°

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UNA DOLENTE CONVERSAZIONE NELLA PAGINA FB DI ELISABETTA SGARBI

Elisabetta Sgarbi Director Elisabetta Sgarbi attends the "Se Hai Una Montagna Di Neve, Tienila All'Ombra" photocall during the 67th Venice Film Festival at the Palazzo del Casino on September 2, 2010 in Venice, Italy.

(Elisabetta Sgarbi alla Mostra del Cinema di Venezia 2011)

Tempo fa postai nella pagina facebook di Elisabetta Sgarbi il link alla mia recensione del suo film “Quiproquo”, presentato alla Mostra:

http://lucioangelini.splinder.com/post/25513427/le-eleganti-ma-inutili-inchieste-di-elisabetta-sgarbi

Tale Anna Maria commentò:

Se fosse firmato “Roland Barthes” questo articolo avrebbe un senso. Ma è firmato “Lucio Angelini”.

Lucio Angelini

Che gran cazzata. Chi non è Roland Barthes non ha diritto ad avere una propria opinione?

Anna Maria

Esatto.

Terry May

Essere Roland Barthes.

Lucio Angelini

Sì, sarebbe interessante sapere che cosa penserebbe Roland Barthes dei docufilm di Elisabetta Sgarbi. Peccato sia morto. Morto pure Deleuze. E Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, Alfred Sohn-Rethel, Leo Löwenthal , Franz Neumann, Franz Oppenheimer, Friedrich Pollock, Erich Fromm, Alfred Schmidt, Jürgen Habermas, Oskar Negt, Karl A. Wittfogel , Susan Buck-Morss, Axel Honneth, Franz Borkenau, Walter Benjamin… Ma non tutto è perduto: ci resta pur sempre l’Anna Maria, la più semiologica che ci sia, e che ogni paura si porta via. Siamo salvi.

Terry May

I morti che nomina, già per il fatto di esser stati nominati, non sono morti. C’è uno stato delle cose che trattiene di qua chi va di là. Eccoli, infatti, sopra citati e sovreccitati. La montagna di neve, loro, hanno saputo tenerla all’ombr…a e hanno pure fatto l’avanguardia. Se Barthes, e tutti i suoi, avesse cazzeggiato non avrebbe fatto letteratura ma dei blog, delle contrazioni tra il diario e la rete nei casi migliori (o dolorose e muscolari, nervose o uterine) e di due suoni vocalici in un solo suono. Web-log. Diario in rete. Rete. Impigliarsi è un attimo. Mannaia!

Lucio Angelini

Be’, a vent’anni avevo già scritto “Dora Squarcialenzuola”. Negli anni 90 pubblicai i rivoluzionari “Quella bruttacattiva della mamma!” (Emme Edizioni) e “Grande, Grosso e Giuggiolone” (El). Capirà che a me Roland Barthes mi fa un baffo:-).

P.S.
Proprio ieri sera ho visto alla Mostra del Cinema il docufilm su Fernanda Pivano, che ebbe il merito di contribuire ad “abbattere le barriere tra poesia ‘alta’ e ‘bassa’, e di militare contro le ghettizzazioni delle accademie”, a lei così care, o Terry May.

Terry May

M’ innamoro forte e strana io. Adoro Roland Barthes. Dell’Accademia di Belle Arti ho conosciuto e amato Enzo Brunori e Rosella Gallo, e caro mi fu quell’ermo colle. Fernanda Pivano si rammaricava di essere ricordata sempre e solo per questioni beat. Credo che la poesia, proprio in quanto tale, non abbia barriere di alcun tipo. Non so cosa abbia picconato Fernanda Pivano, ignoro le milizie, ho notato il suo rammarico, l’insoddisfazione per quel tanto che ha fatto e che lei vedeva come una cosa da niente. E’ stata come Caronte e ha spostato i poeti, li ha traghettati da una sponda all’altra del mondo. Nessuno le ha detto mai, forse, che Caronte (ferocia illuminata) è un mito e non c’è da averne pena. Si può scrivere anche sull’acqua quando l’inchiostro è di qualità.

Lucio Angelini

Quindi lei non ha nulla contro i lit-blog (literary blog), se l’inchiostro è di qualità… Mi pareva avesse affermato il contrario.

Terry May

Nulla in contrario, ma c’è la pericolosità propria di una rete, di un solo canale, la facilità del mezzo e facilità con la quale si è intrappolati. Fuori dalla rete rimane (fino a che dura) il timore e tremore della scrittura, il rispetto per le parola, la difficoltà (apparente) di farsi leggere. La rete pur collegando con il mondo con lo stesso scollega. Si perde qualcosa. Fuori dalla rete c’è ancora la pagina bianca. Nella rete ci possono stare tutti. E’ uno spazio teoricamente infinito. Eppure spazio ristretto, claustrofobico, rimpicciolito, fatto schermo. La scrittura è senza inchiostro, o di un inchiostro che non macchia e non fa paura. E’ un fenomeno di massa e di costume, di modernità. Non è scrittura. E’ comunicazione ma non scrittura. Comunica come si è messi. Messi appunto, e non liberi di posizionarsi in altro modo e stare o non stare. Nella rete dicono ci sia libertà. Quasi un ossimoro vedo io in rete-libertà. A me sembra che nell’età della pietra fossero in grado di sorridere di più, malgrado l’ignoranza o forse grazie ad essa. Le parole qui non hanno peso tra le mani, non hanno odore, non hanno mai visto un foglio di carta. La scrittura del web è facile perché senza timore e tremore e può esser scritta da chiunque disponga di una tastiera con un alfabeto. E’ una scrittura veloce, veloce e facile. E’ la voglia di essere nella rete, intrappolati ma facente parte di un mondo virtuale veloce e scorrevole, facilmente accessibile ad ogni forma di scrittura, da ogni parte del mondo, dove, facilmente s’hanno i quindici minuti detti da Andy Warhol. Si è tutti scrittori e artisti. Non è fine, scritto mentre sono ospite in una pagina che rispetto molto, ma ho da dirlo: tutti stronzi! (almeno un quarto d’ora al giorno). Fuori dalla rete però c’è anche la voglia di essere grandi scrittori, perché pure lì tutti scrivono. A me, quelli che si impuntano sul che loro hanno scritto un libro e nessuno glielo pubblica perché così e colà mi disturbano l’immaginazione. Fanno parte del processo del quarto d’ora di celebrità fuori dalla rete… stessa solfa. Tutti stronzi pure lì. Nessuno vuole essere come è, ammesso che lo sia di suo, ma aspirano a passare per i canali, per i modelli imposti (il modello della persona di successo), del valore sociale. Questa, a mio avviso, è la gran stronzità, la volontà di essere parte integrante di un gioco al massacro… si massacra la parte individuale di ognuno per essere come quello o come quell’altro, per avere successo. Un successo basato sulla stronzità globale. Però non si pensa che le cose che si scrivono hanno forse il corpo del carattere di stampa ma né un proprio corpo né una propria anima. Anche per questo ho approvato il pensiero che se non si è Roland Barthes meglio far pippa. Tra un po’ magari arriva Anna Maria e me le canta secche pure a me, con due paroline e non di più. E mi sta bene. La prima io a procurarmi un quaderno con una bella copertina e macchiarmi la vita di inchiostro e le mani. …”spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco”, che venga un tempo dove le parole siano usate per intero, che non abbiano le kappa a sostenerle, che si torni a esclamare e interrogarsi con un solo punto di esclamazione e interrogazione per volta. La punteggiatura e le parole vorrei, come le ho conosciute, com’erano nei libri, belle e significanti, come una volta o un volto: dove ci si può stare e passare dentro, dove trovare riparo quando piove… accoglienti, che abbiano il timore e il tremore e sappiano davvero del mondo, e perché in ognuna di loro è contenuto un mondo.

Silvia Crupax

Chi nel film dice che “L’avanguardia è la classicità da piccola”? Mi piace moltissimo e condivido!!!

Lucio Angelini

‎@Silvia. Mi aspetto che te lo dica direttamente la regista, se ci legge:-)

(Foto da www.zimbio.com )

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LOREDANA LIPPERINI E IL MERDA

7 ottobre 2011

(Loredana Lipperini)

Il 5 ottobre scorso Nazione Indiana ha pubblicato il dolente «URLO» di Francesco Pecoraro:

http://www.nazioneindiana.com/2011/10/05/urlo-2/#comment-157216

Anni e anni a ragionare sul Merda & sulla Mutazione Antropologica. Anni coi nuovi barbari a Porto Cervo… Anni che all’estero col Merda ci facevamo figure appunto di merda… Anni che il Merda ha detto buzzicona alla Merkel, ha baciato la mano a Gheddafi… Anni che, mentre gli Intellettuali facevano l’analisi, tutti gli altri votavano per il Merda… Gli anni delle Prostate delle Pompette del Fondo Tinta del Trapianto Porcellanato. Anni approvati col Voto di Fiducia. Anni che nel 2013 ne saranno passati venti

.” (Testo tagliato e compattato)

Secondo quanto sostenuto da

Loredana Lipperini

in Lipperatura il 4 ottobre scorso a proposito di Nonciclopedia (sulla solita traccia teoretica predispostale dal ghost-philosopher Wu Ming1), dovrebbe trattarsi di un indifendibile uso della Rete “concepita come mezzo per poter dire tutte le porcate che saltano in mente, magari anche a scopo di vendetta personale”.

In un commento ha infatti precisato:

“Una cosa è essere ‘politicamente scorretti’. Un’altra è usare il web per dare del frocio a X, della zoccola a Y, e dello sporco ebreo a Z” [o del merda a Berlusconi, si deduce. N.d.R.].

poi anche:

“Nonciclopedia non fa satira, ma raccoglie nonsense e sciocchezze varie, che possono piacere o meno, ma su cui c’è poco da discutere se diventano aggressive e diffamanti. E se qualche volta ci scappa una bella battuta, non è certo sufficiente a farci chiamare satira quella roba lì. La diffamazione è un reato, punto. Il che è vero indipendentemente dall’età di chi scrive su Nonciclopedia: che siano nativi o migranti poco importa.”

Ho commentato:

“Ricordo che alla voce ‘Capezzone’ su Nonciclopedia si leggeva ‘alias Cazzopene’. Da denuncia immediata, dunque: falso e diffamante… ma quanto vero! Ahi ahi, senza nulla togliere alla Lipperini, non ne condividerò mai lo zdanovismo.”

e più giù:

“Se io chiamo Bossi ‘leccaculo’ di Berlusconi, è ovvio che, ALLA LETTERA, non dico il vero, quindi diffamo, o quantomeno non ho modo di documentare una reale pratica di rimming da parte di Bossi nei confronti di Berlusconi… ma… ma…”

Tale UGO ha precisato:

“Inutile paludarsi dietro espressioni arzigoglate: o si prende una posizione ecumenica sulla libertà d’espressione e si tollerano anche spazi che ci offendono; o davvero si lascia a qualcuno il potere di decidere.”

e più avanti:

“Wuming 1 (con tutto il rispetto) non ha spiegato niente che non fosse ovvio a chiunque: perché ci siano i danni del maiuscolo Fascismo ci vogliono i minuscoli fascisti e perché ci siano i fascisti ci vuole una microbica mentalità tale. Il che vale per qualsiasi processo e si attaglia anche ai motivi per cui esiste e si vende la Nutella. Ci voleva la filosofia confusionaria dei continentali per comprendere queste banalità contrabbandate per intuizioni di saggezza?”

A quel punto mi sono permesso la seguente osservazione:

“Quando la Lippa cita Wu Ming1, suo notorio guru spirituale, oltre che guru di se stesso, scade un po’ nello scontatismo”.

La Lipperini, che tutto sopporta tranne che le si tocchi colui che ai suoi occhi rappresenta ciò che Ron Hubbard rappresenta agli occhi di un seguace di Scientology, mi ha CENSURATOlì per lì, rimuovendo il commento.

P.S. Inutile dire che Wu Ming 1, nel blog della Lippa, ha campo libero e può offendere impunemente chi vuole (ultimo esempio, il commentatore Ienax).

Per approfondire:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/10/04/i-conformisti/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/10/06/deleuze-era-un-passerotto/#comments

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(Foto tratta da www.librinews.com)

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UN FILM NOTEVOLISSIMO: “IO SONO LI”, DI ANDREA SEGRE.

12 ottobre 2011

 
Quando ha la luna storta, la maestra Loredana Lipperini mi mette in castigo dietro la lavagna, ovvero mi BLACKLISTA come Lucio Angelini, sostenuta da un gheddafiano corpo di amazzoni scelte (per esempio la piagnucolosa prefica Girolamo De Michele). In quei periodi mi diverto a metterla davanti alle proprie contraddizioni infilandomi nel commentarium con l’aiuto di amici non bannati. Naturalmente sono costretto – e sottolineo etto – a trincerarmi dietro nick di comodo, ma quello che esprimo è comunque il MIO PENSIERO, per il quale esigo lo stesso rispetto che la Lipperini assicura ai suoi favoriti o lisciatori di professione. Ebbene, sentite questa:in coda al post “Identità” (Lipperatura del 10 ottobre scorso) è apparso il contributo – peraltro riportato nel mio post di ieri – di un certoVINCENZO OSTUNI.Volete sapere come era venuto fuori questo nick di comodo? Scartabellando in rete alla ricerca di un nomignolo in qualche modo attinente ai Wu Ming ero capitato nel loro vecchio sito satiricohttp://vmo.splinder.com/dove si legge:
Nome:Vincenzo Maria OstuniFiglio di Giuannico Ostuni e Marilena Moreggia (ma quello nella foto è Anton Caracci). ATTENZIONE Niente nicknames, qui. Nomina nuda tenemus. “Che ragione c’è di filtrare la nostra identità? Non sarà questa una procedura imposta dai nuovi poteri? Sì, quelli che producono questa bella orizzontalità in cui il mondo sta sguazzando prima dell’apocalisse assicurata. Il nome è uno dei vincoli col mondo e con la collettività. Perché la maggiranza dei bloggers è così contenta di disfarsene?” (la ragazza Carla Benedetti, come la chiama BRULLO) per contatti: vincenzomoreggia@libero.it [“Moreggia” è il cognome di mia madre Marilena, un omaggio a una donna che tanto ha dovuto sopportare dopo l’outing,ATTENZIONE!!! Nel nome sull’acconto splinder c’è un refuso, MANCA LA M IN MEZZO, c’è scritto “vincenzooreggia” MA E’ UN REFUSO E ORMAI NON SI PUO’ CAMBIARE!!!! NON LEGGETE!!!!] VINCENZO MARIA OSTUNI e BASILE PESARO BORGNA, da tempi non sospetti.”Giuro che non ero al corrente dell’esistenza di un altro Vincenzo Ostuni, editor della casa editrice Ponte Alle Grazie, e cmq nel messaggio non c’era ombra di riferimento a tale personaggio, fra centinaia di altri possibili omonimi a livello nazionale [Faccio presente che solo a Venezia ci sono altri quattro Lucio Angelini, N.d.R].

La Lipperini, incazzatissima per il contenuto del messaggio, si mette in contatto con l’editor e poi minaccia:

“Il vero Vincenzo Ostuni mi ha appena telefonato da Francoforte, naturalmente smentendo di essere mai intervenuto in questa discussione.Ricordo che il furto di identità è un reato, e che alcuni troll dovrebbero piantarla di pensare che ogni cosa sia loro possibile. E concordo con ogni parola detta da Girolamo sul livello fin qui tenuto nel dibattito.”

Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 11:22 am da lalipperini

PER CHIARIRE, INVIO IL MESSAGGIO:

“Da ricerche fatte in rete, desumo che l’Ostuni in questione sia quello del sito: vmo.splinder.com (ideato dai mattacchioni wuming). Cito dal sito:

“Vincenzo Maria Ostuni. Figlio di Giuannico Ostuni e Marilena Moreggia (ma quello nella foto è Anton Caracci). ATTENZIONE Niente nicknames, qui. Nomina nuda tenemus.”

Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 11:49 am da Un lettore non distratto

Ebbene, che fa la Lipperini? Contrariata dall’essere stata presa in castagna (non si era ricordata dell’esistenza del personaggio diVincenzo Maria Ostuni ideato dagli adorati Wu Ming al tempo in cui erano un po’ meno barbogi di oggi, e di cui aveva pur parlato su La Repubblica)

CENSURA E CANCELLA IL CHIARIMENTO.

Proprio in questo gesto censorio, secondo me, sta tutta la sua MALAFEDE: pur di far vedere che ha sempre ragione, lascia in rete solo quello che le fa comodo e cassa le repliche.

Poi ha aggiunto, come se non le fosse stata segnalata la verità:

***Ps. Chiarito il mistero sull’identità del falso Ostuni, chiederò all’interessato “vero” se vuole procedere nei suoi confronti. Chiudo l’OT.***

Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 12:16 pm da lalipperini

A quel punto si materializza il VINCENZO OSTUNI editor, cui era stato IMPEDITO di leggere il chiarimento:

“Confermo dalla plumbea Francoforte: non si tratta di me. Grazie a Loredana di non aver creduto al fake.Vincenzo”

Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 12:21 pm da Vincenzo Ostuni

Subito dopo un cretino nickato GULP si permette lo svolazzo:

“bisogna essere proprio scemi per firmarsi vincenzo ostuni e scrivere così male!”
Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 12:30 pm da punk

Ribatto ironico:

Protesto. Mi è stata rubata l’identità. Il vero Punk sono io, non quello che ha firmato il messaggio qui sopra. Escludo possibili omonimie, del tutto improbabili in Italia.”

Postato martedì, 11 ottobre 2011 alle 1:43 pm da Punk (quello vero)

OVVIAMENTE LA LIPPERINI MANTIENE VISIBILE il commento del primo PUNK (che le fa comodo) e cancella il secondo, perché lo ridicolizza.

OK. Basta così. Resta il mistero di che cosa induca una donna per altri versi illuminata a squalificarsi fino a questo punto praticando la CENSURA più stolida e reazionaria.

Per rasserenarmi vado al cinema e… fortuna vuole che incappi in un film BELLISSIMO E DELICATO, a cui auguro la massima circolazione:

“IO SONO LI”, di Andrea Segre

presentato alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Così aveva sintetizzato il Mereghetti sul Corriere della Sera:

Questo il sito del film:

www.iosonoli.com

Lo consiglio caldamente. Lasciate perdere le baggianate dei Wu Ming e concentratevi sulle cose belle.

(Andrea Segre. Lui è lì:

 
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SERGIO GARUFI ALLA LIBRERIA “MARCO POLO” DI VENEZIA

15 ottobre 2011

(Da sx a destra: il libraio Claudio Moretti e lo scrittore Sergio Garufi)

(Sergio Garufi triste)

(Sergio Garufi felice)

Sulla libreria “Marco Polo” di Venezia c’è un interessante racconto qui:

http://www.minimumfax.com/libri/magazine/328

Sulle presentazioni dei libri in generale un divertente psicodramma, firmato dallo stesso libraio Claudio Moretti, qui:

http://www.libreriamarcopolo.com/2011/10/psicodramma-in-libreria-presentare-un.html

Lo copio-incollo:

Psicodramma in libreria: presentare un libro – parte prima

«Etichette:
Con l’EDITORE
– Buongiorno, parlo con l’ufficio stampa della casa editrice XYZ?
– Si, mi dica.
– Ho una libreria e vorrei invitare il vostro autore Mxx Cxx a presentare il suo ultimo libro qui a Venezia
– Ma lei sa che l’autore è di Roma?
– E’ ancora in Italia, no?
– Sì ma lei deve farsi carico delle spese di trasferta e di ospitalità.
– Di solito ci facciamo carico dell’ospitalità, per le spese di trasferta possiamo ragionarci soprattutto se la casa editrice ci viene incontro con le condizioni commerciali per i libri
– Guardi, questo è il numero dell’autore così lo contatta lei. Per le condizioni commerciali si rivolga al nostro ufficio commerciale. Con l’AUTORE
– Buongiorno, la chiamo per sapere se voleva presentare il suo ultimo libro qui a Venezia
– Guardi, sono allergico alle presentazioni.Con il LETTORE
– Vieni alla presentazione del libro?
– No, sono impegnato, fate sempre le presentazioni quando sono impegnato.
– Ma per questo scrittore non riesci a liberarti?
– No, io gli scrittori preferisco leggerli che vederli.Ricapitolo: l’editore è disinteressato, l’autore è allergico, il lettore è scazzato. Mi viene spontanea la domanda: ma perchè lo faccio?»—

Sul libro presentato ieri pomeriggio – Il nome giusto di Sergio Garufi -, mi sono già diffuso ampiamente qui:

http://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/jorge-luis-borges-racconta-il-libro-il-nome-giusto-di-sergio-garufi/ Aggiungo solo che per me è stato un vero piacere conoscere di persona Sergio, dopo quasi due decenni di scambi elettronici (a volte anche acidi*-°), prima nel newsgroup it.cultura.libri, poi in vari blog, compreso il suo:http://lavienbeige.wordpress.com/Naturalmente, visto che nella copertina del libro appare l’editor VINCENZO OSTUNI, ho raccontato a Garufi la mia recente disavventura con Loredana Lipperini, la quale, non contenta di censurarmi i commenti (da quell’antipatica “Minzolini della blogosfera” che sta diventando), mi ha addirittura accusato di furto d’identità (si veda il mio post del 12 ottobre scorso).Quando il libraio Moretti ha chiesto a Garufi di raccontare la genesi del libro, l’autore ne ha indicato l’idea fondativa nell’esperienza contingente di diversi traslochi (l’ultimo da Milano a Roma), cui è dovuto sottostare nel corso degli anni, con lo spinoso problema dell’imballaggio e del trasporto degli amatissimi libri. Poi in una serie di ossessioni e repertori tematici personali, tra cui l’idea fantastica di uno “sguardo postumo sulla vita” (elemento importantissimo nel libro), il sospetto che la vita da morti non debba essere troppo diversa da quella da vivi, gli strascichi lasciati da eventi tragici quali il suicidio paterno, la fissazione numerologica e vari altri nuclei narrativi da me segnalati nella rece apparsa su Nazione Indiana. La rivelazione più divertente ha riguardato una frase che appare nel risvolto di copertina del libro:”NON SIAMO NOI A LEGGERE I LIBRI, MA I LIBRI A LEGGERE NOI“ripresa pari pari in moltissime recensioni e universalmente accolta come riflessione abissale, anziché per l’autentica cacchiata senza senso che, a pensarci bene, è:-) [Secondo me un calco sul chiasmo pattypraviano: “la cambio io la vita che/non ce la fa a cambiare me”]. L’incontro, svoltosi nello spazio davanti alla libreria, si è concluso cordialmente con un venezianissimo spritz.—(Foto di Lucio Angelini)COMMENTIutente anonimo Dice:
15 ottobre 2011 alle 20:24
NON SIAMO NOI A LEGGERE I LIBRI, MA I LIBRI A LEGGERE NOI“esemplare esempio di inversione rossa:
http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Inversione_Russa

  • Lioa Dice:
    15 ottobre 2011 alle 20:36  ah, sì, l’autorevole Nonciclopedia:-)
  • utente anonimo Dice:
    16 ottobre 2011 alle 09:35  Meglio questa:http://en.wikipedia.org/wiki/In_Soviet_Russia#Russian_reversal
  • Lioa Dice:
    17 ottobre 2011 alle 06:29  Insomma il bistrattatissimo Vincenzo Ostuni (ammesso che sia lui l’estensore della quarta di copertina) si sarebbe burlato dei lettori propinando loro un’inversione russa?
  • utente anonimo Dice:
    17 ottobre 2011 alle 19:08 No il redattore non sfotteva il lettore, ci ha provato da dire la frase d’effetto, solo che essendo un funzionario e non un artista, ha sbagliato i tempi comici.L’inversione russa si propone come esempio di verita’ profonda, mascherata da paradosso satirico.Dovendo recensire un libro che parla di libri, in cui i libri sono un segnaposto per ripercorrere l’autobiografia dell’autore, al redattore sara’ piaciuto concludere con un brillante calembour, la cui verita’ profonda mi pare condivisibile (sono i libri a plasmare la sensibilita’ del letterato), mentre la meccanica dell’inversione risulta pedestre.Nella inversione russa infatti soggetto e oggetto si scambiano di posto mantenendo la plausibilita’ sintattica: “in america tu ammazzi presidente; in russa presidente uccide te”, le due situazioni sono compossibili ed e’ solo il contesto (libertario vs tirannico) a decidere in quale senso procedera’ effettivamente la reazione, e quale giudizio di valore trarne. Analogamente “in america tecnica elettronica serve per diffondere conoscenze, in russa tecnica elettronica serve per spiare cittadini” ecc.Qui il chiasmo c’e’ (mentre tu leggi il libro, il libro produce modificazioni su di te), purtroppo il verbo “leggere” non regge l’inversione (“il libro che legge noi” sembra una barzelletta riferita senza averla capita) e suona male.Al funzionario editoriale comunque gli perdoniamo lo stesso, perche’ si capisce cosa voleva dire, anche se poteva sforzarsi di dirlo meglio.Ciao!
  • Lioa Dice:
    17 ottobre 2011 alle 19:32  Be’, a sto punto dicci chi sei:-)

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LA PUBBLICITÀ IKEA INFLUENZA IL QUESTIONARIO DEL CENSIMENTO 2011

14 ottobre 2011

https://i2.wp.com/static.jugo.it/wp-content/uploads/2011/09/censimento-generale-istat.jpg

“Cosa si intende per famiglia?”
 
“Un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte all’Anagrafe della popolazione del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona.”
 
Pensare che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi, aveva così commentato la pubblicità Ikea ritraente una coppia maschile accompagnata dal claim “siamo aperti a tutte le famiglie”:
 
“Contrasta a gamba tesa contro la Costituzione, offensivo, di cattivo gusto”.
 
https://i2.wp.com/www.rainews24.it/ran24/immagini/2011/04/ikea_gay_280xFree.jpg
 
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LOREDANA LIPPERINI E LA SALSICCIA

23 novembre 2011

Quando si lascia un commento nel blog della Lipperini (“Lipperatura”), non si è mai certi della sua sopravvivenza. Ogni qualche minuto, infatti, la sussiegosa titolare scorre il commentarium e fa piazza pulita di tutto ciò che non è in linea con i suoi umori del momento (o con le direttive ideologiche che riceve da Bologna).

Ieri, per esempio, nel pezzo “Trappole e codici”, asseriva:

“per rimarcare la trappola in cui i media stessi stanno cadendo negli ultimi giorni, riposto qui la fotografia che circola

donne.berlusconi.jpg

A un certo punto, nel commentarium, è apparso l’intervento di ”A dire il vero”, quello riportato nella foto in alto:

“Per consolarvi vi racconto una barzelletta femminista:

CHIEDONO A UNA DONNA NUBILE PERCHÉ NON SI SIA MAI SPOSATA. RISPOSTA: “PERCHÉ, PER QUINDICI CENTIMETRI DI SALSICCIA, NON ME LA SONO MAI SENTITA DI COMPRARE L’INTERO MAIALE.“ (Ih ih ih)

Qualche minuto dopo lo sdrammatizzante commento era sparito. Allora il tipo, cambiando nick, ha aggiunto:

“Lipperini, se hai cancellato la mia innocua barzelletta, hai davvero il sense of humour di un ornitorinco”.

Inutile aggiungere che anche il nuovo commento ha fatto velocemente la stessa fine del primo. Ahinoi, che personaggio tristanzuolo, ‘sta Lipperini*-°

(Foto tratta da

http://iannozzigiuseppe.files.wordpress.com/2011/10/lipperini.jpg?w=300&h=246 )

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VENEZIA COME CANDIA?

21 novembre 2011

Copertina di Venezia sull'orizzonte degli eventi

Ho finalmente letto il bel libro “Venezia sull’orizzonte degli eventi”, a cui avevo accennato nel post del 29 ottobre scorso: http://lucioangelini.splinder.com/post/25707037/lucio-angelini-sullorizzonte-degli-eventi

Nel frattempo, ho anche conosciuto di persona l’autore Renato Pestriniero in occasione di una recente presentazione libraria alla Scoleta dei Calegheri (“VENEZIA IN GUERRA”, Quattordici secoli di storia, politica e battaglie”, dello storico veneziano Federico Moro).

Nella mia copia del libro di Pestriniero figura la dedica autografa “A Lucio Angelini, con il quale mi trovo sulla stessa lunghezza d’onda”. La lunghezza d’onda a cui l’autore si riferisce, ovviamente, è quella della mia sconsolata lettera al Gazzettino del 25 giugno scorso, riportata pagina 142 del libro, con la SUPPLICA AGLI AMMINISTRATORI VENEZIANI (vedi il post del 29 ottobre 2011). Pestriniero, infatti, mi annovera tra i “veneziani che questa città la amano ancora, veneziani stanchi, delusi, che si sentono impotenti di fronte a una politica estranea alle loro necessità, alla razionalità, al buon senso”. Chissà se Pestriniero apprezzerebe quest’altra mia lettera, ancora più drammatica:

http://salviamovenezia.wordpress.com/2011/10/21/venice-ou-les-malheurs-de-la-vertu/

In “Venezia sull’orizzonte degli eventi” Pestriniero si interroga sui destini della città nel marasma degli sconvolgimenti economici, tecnologici e socio-politici attualmente in corso. “Gli astrofisici – ci ricorda la quarta di copertina – chiamano così [orizzonte degli eventi] la barriera immateriale che circonda il mistero dei Buchi Neri al di là della quale gli elementi sui quali abbiamo fondato la nostra identità non hanno più valore né significato. Oltre quel limite c’è l’ignoto, nulla è comprensibile, nemmeno lo spazio e il tempo sono gli stessi. Venezia, città dell’Uomo minuscola ma internazionale, unica utopia realizzata, non appartiene solo a interessi particolari ma all’umanità intera. In realtà, all’inizio del terzo millennio essa si trova dinanzi a un orizzonte di imprevedibilità, stritolata tra realtà opposte alla sua natura e filosofie socio-politiche che invocano rivitalizzazione ma provocano sradicamento e degrado.” Il libro si avvale di due prefazioni, la prima a firma di Ivo Prandin (“L’Utopia che vive”), la seconda del docente universitario Alessandro Scarsella (“Venezia Anno Domini”), da cui riporto quanto segue:

“… Venezia permane sotto assedio come lo fu senza speranza Creta, la veneziana Candia, dall’avanzata turca. Resistette dal 1647 AL 1669. Ma l’azione a tenaglia del nemico appare ora irrefrenabile: con il Mose e la subway metropolitana in agguato, stritolando il territorio lagunare sulla diagonale nord-est sud-ovest Alberoni-Lido e Tessera-Fondamente Nove, lascia temere che non saranno concessi ventidue anni di attesa. Del resto l’accerchiamento e la distruzione delle catene di difesa esterne è un principio elementare della strategia noto a qualsiasi adolescente esperto di risiko, con la piccola differenza che qui si gioca “a soldi” e la posta finale è la resa senza condizioni di Venezia”.

Naturalmente i mali che Pestriniero passa in rassegna sono ben noti: il degrado urbano (“è come se un diamante fosse tenuto in un sacco per le immondizie”), le porte della città spalancate al mondo senza alcuna regolamentazione (“venghino venghino! più gente entra più soldi arrivano!”); i 21 milioni di turisti annuali “che producono ciascuno in media un chilo di immondizia al giorno” a fronte di uno spopolamento residenziale sempre meno contrastato (= assoluta mancanza di una seria politica della casa), il mancato rispetto dell’ambiente lagunare, gli inauditi sperperi di danaro pubblico per opere di pura speculazione (molte perplessità anche sul progetto di dighe mobili alle bocche di porto conosciuto come “Mose”), le maxinavi da crociera fatte passare a pochi metri da San Marco e via discorrendo.

Pestr

(Renato Pestriniero)

Devo dire, a consolazione mia e, spero, anche dello stesso Pestriniero, che in città qualcosa si sta muovendo. Stiamo assistendo, negli ultimi tempi, a un proliferare di movimenti e associazioni di cittadini tutt’altro che rassegnati a subire passivamente l’arroganza e la malafede di certi politici e amministratori, più sensibili al fascino dei profitti immediati che a quello di una duratura tutela della città e dello specialissimo ambiente in cui è inserita. Long live Venice, dunque, e la più breve vita possibile alle mafie che la stanno accerchiando per affrettarne la RESA ai propri interessi privatistici:

http://salviamovenezia.wordpress.com/2011/11/16/una-voce-per-il-lido/

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LE SEI VOCAZIONI DI LOREDANA LIPPERINI

27 dicembre 2011

Ho trovato ***irresistibile*** l’incipit dell’articolo “Loredana Lipperini e quei piccoli fastidiosissimi pesci” di Giuliano Compagno sulle liste degli EAP (editori a pagamento) divulgate dalla tenutaria di Lipperatura.

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=18M0QW

“Godendo di almeno quattro vocazioni (per Wikipedia sarebbe giornalista, scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva), per semplicità mi rivolgo alla quinta, quella blogger…”

Non ho resistito alla tentazione di inviare e, naturalmente, farmi censurare il commento: “Io, come è noto, tendo a privilegiare la sesta: la censuratrice medievale):-)”

Quanto agli editori a pagamento, ho le stesse idee che sui corsi di scrittura creativa o sulla cartomanzia a pagamento: utilità sociale o letteraria zero. Appetibili introiti, in compenso, per chi li gestisce. Dopodiché: chi è causa del suo mal, pianga se stesso…

(Immagine da http://stliq.com/c/l/6/69/17587800_parola-ordine-editoria-pagamento-0.jpg )

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WU MING ZERO IN VACANZA SULLA STRISCIA DI GAZA

23 dicembre 2011

Lamentava Helena Janekzek in Facebook mercoledì scorso:

«Apro Facebook e salta fuori il primo piano di un bambino con il cervello che cola fuori dal cranio. Ma forse è meglio dire di un cervello che cola fuori dal cranio di un bambino. È l’aggiornamento di WuMingzero e dice: “Israele fa questo e ora non rompete i coglioni con gli israeliani buoni e gli israeliani cattivi”. Davanti al bambino e al suo cervello fuoriuscito non ho intenzione di rompere i coglioni a nessuno. Non ho mai visto un’immagine simile, nemmeno di un adulto. Se esiste un uso semplice, non falsamente enfatico, della parola shock, forse sarebbe il caso di usarla. Un senso di costrizione che va dall’imbuco dello stomaco sino al torace, sotto alla gola. Avrei voluto scegliere di vedere quell’immagine, non trovarmela laddove lo sguardo è abituato a scivolare su videoclip e foto di tramonti o gatti. E no, c’entra pochissimo che quel bambino sia un bambino palestinese ammazzato dagli israeliani. C’entra solo la violenza della sua morte commisurata alla massa enorme di materia che gli esce dalla fronte e c’entra la violenza di esserne diventata spettatrice senza volerlo.»

Seleziono qualche commento:

(Wu Mingzero) chiedo scusa helena ma nn mi pare, sinceramente, che la mia pagina sia “permeata” di videoclip e “tramonti” a meno che tu nn ti riferisca al tramonto dell’umanità…. un abbraccio a te

(P.Z.) Ho visto la foto, ed è durissima. Tuttavia, condivido l’opinione di WuMing: non credo che FB sia fatto solo per i tramonti… Quella foto esiste, quel bambino esiste. E qualche volta serve che qualcuno ci spiaccichi in faccia la realtà per quello che è – che ci piaccia o no – per indurci a riflettere… è una provocazione, ma nel senso alto del termine: vuole provocare qualcosa in noi

(Helena Janeczek) Neanche io penso che fb sia solo per i tramonti. E non mi sogno di denunciare nulla. Volevo solo riflettere con voi su come queste immagini riescono a agire in un mezzo dove hai un frame fatto perloppiù di immagini innocue o decisamente cazzare. Questo anche per chi tende usare il mezzo in un certo modo.

(Lucio Angelini) Sulle reali intenzioni degli shock wumingheschi nutro parecchi dubbi da diverso tempo.

(Helena Janeczek) Lucio, facciamo che stiamo parlando di una questione più generica??? Tipo “violenza delle immagini” e uso appropriato e inappropriato del medesimo.

(Lucio Angelini) Personalmente trovo più violente le parole: “Israele fa questo e ora non rompete i coglioni con gli israeliani buoni e gli israeliani cattivi”.

(Wu Mingzero) veramente lucio la frase nn contemplava l’ “ora” e io trovo molto violento il volersi tuffare a venezia a capodanno… [riferimento a una mia dichiarazione nella mia pagina ] poi, virgola, a tempo e luogo, se vorrai., e spero di no, mi racconti che ne sai tu delle intenzioni degli shock wuminghescki? ahahahahah scusa ma a volte nn ci si trattiene….. un sorriso anche a te, va….

(Lucio Angelini) ‎”se vorrai e spero di no”. vengo incontro alla tua speranza.

(Francesco Pecoraro ) L’uso dell’immagine shock al posto delle parole, delle argomentazioni, è una scorciatoia efficace. Tuttavia c’è immagine e immagine. Rispetto a questa, atroce, che mi smuove i precordi, ritengo molto più istruttive le mappe storiche della progressiva presa di possesso da parte di Israele del territorio palestinese, della sua frammentazione in sacche e strisce, più facilmente gestibili, eccetera. Le mappe parlano alla mente, il che tutto sommato è preferibile e con effetto più duraturo.

(Silvia Maiocchi ) la cosa davvero tremenda è che tutto è mescolato, shock e gattini, ragioni e torti, passato e presente. E come i colori quando si mischiano velocemente tutte queste impressioni rischiano di produrre solo un bianco abbagliante, una pagina muta da voltare. Sapere non è essere spettatori: un tempo sapere era esserci. Accarezzare il gattino, e anche il bambino morto. Cosa distingue, oramai, realtà e finzione? Propaganda e leale informazione?

(Lucio Angelini) Ma c’è pur sempre il tuttologo di turno, in grado di spiegarti – appunto – TUTTO.

(Francesco Pecoraro) Anche non spiegare mai NIENTE, anche tenersi sempre sul generico, però.

(Bottone Vladimiro) Basta postare la foto di un bambino israeliano ridotto a brandelli da un kamikaze e si potrà dire esattamente l’inverso. Peccato che internet pulluli di gente che non sa, non legge, non visita i luoghi e, per di più, porta i paraocchi ideologici, i più esiziali da sempre. Due popoli, due Stati e, soprattutto, due democrazie in Palestina. Una già esiste. Aspettiamo l’altra.

(Lucio Angelini) @Valdimiro. ” Basta postare la foto di un bambino israeliano ridotto a brandelli da un kamikaze e si potrà dire esattamente l’inverso“. Clap clap.

(Zauberei Putipù ) Questa ultima tranche di commenti devo dire mi ha molto confortata. Perchè Isreaeliani e Palestinesi hanno bisogno di un aiuto alla integrazione nella complessità – nel caso proprio non riuscissimo a esimerci dall’avere un ruolo che pare n…on ci riesca – non hanno bisogno invece di un occidente che in poltrona da casetta non trova niente di meglio che darsi calci nelle budella a suon di foto scandalose per dire daje menaje daje menaje reagisci – tanto che ci frega? alla fine si scannano loro, il nostro è un problema di partite di calcio. Helena ha ragione a dire che è un problema di uso delle immagini, perchè questo è solo un esempio del modo di fare politica oggi, o meglio: di non farla. Siamo fermi all’idea che una certa popolazione abbia bisogno di essere informata e quindi usiamo questa cosa come alibi per un uso improprio di cose che sono invece veramente mortali e agghiaccianti. Invece siamo informati anestetizzati e fingiamo di occuparci di Israele e della Palestina per alla fine fare poco e niente di tutto il resto.

(Lucio Angelini) Me lo vedo Wumingzero in vacanza sulla striscia di Gaza a catturare l’avventura:-)

(Francesco Pecoraro) A dirla tutta, trovo che l’uso dell’immagine del bimbo de-cerebrato (che siano stati gli israeliani dobbiamo crederlo sulla parola) per inferire la considerazione che non esistono israeliani buoni, sia una cosa al limite del barbarico, la cui unica scusante può essere la rabbia. Poi che non esistano israeliani buoni, vale a dire israeliani che si oppongono DAVVERO alla politica di pulizia etnica di fatto che il loro paese sta portando avanti dal ’46, non è nemmeno vero. Per esempio c’è lo storico Ilian Pappé (La pulizia etnica in Palestina, Fazi 2008), ci sono i giornalisti e gli intellettuali che lavorano per il giornale Ha’Aretz. La tesi di Pappé è che l’unica soluzione REALMENTE possibile, perché è la più giusta, vale a dire la meno ingiusta, è quella di uno stato unico israelo-palestinese, democratico e pacificato, sul modello del Sudafrica di Mandela. Credo che la visione di certe immagini non faccia che fomentare l’odio. E l’odio fa comodo solo agli Israeliani.

(Nando Vitale ) Torno alla questione generale. Il conflitto arabo israeliano palestinese è uno dei nodi della contemporaneità e segna ferite profonde, spesso irrevocabili nelle coscienze degli uni e degli altri. Io credo che per questa ragione, per la sua …crucialità, vada affrontato con conoscenza storica dei fatti e senza demonizzare nessuno. Mostrare una foto del genere con l’aggiunta di un commento del genere, non fa fare alcun passo in avanti verso la pace, anzi, come si può notare, accende ancora di più i conflitti trasformando il teatro di una tragedia in materia di tifo per ultras. La testa di un bambino ridotto in quello stato suscita orrore a prescindere dalla nazionalità così come susciterebbero orrore le foto delle centinaia o forse migliaia di studenti israeliani esplosi su un autobus mentre andavano a scuola oppure erano in discoteca. Chiedo maggiore responsabilità a tutti quando si trattano tragedie di questa portata.

(Jane Bowie) Alla fine è soltanto l’ennesimo bambino vittima della cattiveria e la stupidità degli adulti, in tutto il mondo, in tutti i tempi. Non c’è bestia più feroce che l’essere umano adulto.

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PREMIO CALVINO

4 gennaio 2012

Scriveva Antonio Prudenziano il 3 gennaio scorso su Affari Italiani:

Cool-tura

Gli scrittori di domani? Lanciati sempre più dal “Calvino”: 5 finalisti in libreria dopo neppure un anno, e…

L’INCHIESTA SUL PREMIO DEL MOMENTO/ Lo Strega? Il Campiello? Oltre ai due premi letterari che fanno vendere più copie si sta imponendo sempre più il Calvino (destinato a esordienti assoluti), che quest’anno compie 25 anni (negli anni ha già lanciato la Tamaro e la Veladiano, per fare solo due esempi): ben 5 finalisti del 2011 saranno in libreria nelle prossime settimane (per Nutrimenti, Elliot, Frassinelli e Dalai…) e sempre durante il 2012 altri ex finalisti del Calvino dovrebbero debuttare. Autori che hanno trovato un editore a pochi giorni dal verdetto della giuria di un premio considerato trasparente e sobrio, che ormai garantisce quasi la certezza di arrivare in libreria… Nel 2012, visto il crescente successo (che si misura in termini di attenzione da parte delle case editrici), il record di iscrizioni (625 i manoscritti, oltre 200 in più della media) è l’inevitabile conseguenza… Ecco come si evolve la “moda degli esordienti”… PARTICOLARI, CIFRE E NOMI…

Nel 1989 mi proposi anch’io al Premio Calvino. Come dimostra la foto di un ritaglio de “L’indice” del tempo, arrivai in finale con Alessandro Baricco (ciapa!), ma nessuno di noi due vinse. Poi lui riuscì comunque a diventare Baricco, mentre io, ahimè, rimasi solo Angelini:-)

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UN RACCONTO DI CALVINO AL PREMIO CALVINO
 
L’esperimento di scrittura medianica stava riuscendo. La mano dell’esangue scrittore inedito (anni e anni di manoscritti respinti, di pugnalate al cuore…) aveva iniziato a muoversi nel buio.
Scrisse solo: “L’ele”. E si bloccò.
“Calvino! Calvino! Italo Calvino!” urlò mentalmente Vitalino Calò, irrigidendosi tutto. “Scrivilo tu il racconto! Vincilo tu il premio Calvino dell’89! Compi questa suprema ironia!”
La penna riprese a tremolare. Tracciò sette lettere, “fangelo”, che si aggiunsero alle precedenti di “L’ele”.
Sì, certo! L’elefangelo…
Ma che strano titolo!
 
Due ore dopo il racconto era lì sul tavolo, davanti a lui, pronto da spedire alla redazione de L’Indice, Premio Italo Calvino. Autore: Italo Calvino. Esecutore medianico: Vitalino Calò.
Vitalino Calò si sentiva svuotato, trasparente. Ma guarda tu cosa gli era toccato di fare!
Il suo viso, nel buio, pareva una bacca di gelso spruzzata di farina.
Un senso di torpore, di freddo.
La sua mano era diventata una pinna.
Accese la luce.
Lo lesse cento volte, sempre più sconcertato, quel racconto per bambini:
 
L’ELEFANGELO
C’era una volta un grosso elefante grigio che tutti chiamavano, senza troppa fantasia, Grigione. Se ne stava tutto il tempo in mezzo al prato, immobile come un bel monumento, a meditare.
Un giorno gli si avvicinò un bambino con un secchio di vernice rosa:
– Ciao, Grigione, – gli disse. – Potrei… dipingerti tutto di rosa? Hai un colore troppo triste!
Grigione rifletté un istante, lo guardò come se fosse matto e tutto d’un tratto, senza dire assolutamente nulla, ghermì il secchio con la proboscide e glielo rovesciò in testa.
Il bambino si allontanò sconsolato, gocciolante di pittura rosa. Ma non si dette per vinto.
Il giorno dopo, mentre Grigione se ne stava in mezzo al prato a meditare come al solito, il bambino tornò alla carica. Questa volta aveva un secchio di vernice gialla.
– Quel rosa… beh, è vero, non era certo il colore più adatto per un elefante grande e grosso come te – borbottò – … un po’ femminile, oltretutto. Ma guarda questo giallo: non è stupendo? Un’autentica meraviglia… Dai, ti prego, lasciami provare. Lascia che ti dipinga di giallo.
Grigione lo squadrò dalla testa ai piedi, ancora più infastidito e sorpreso del giorno prima. E di nuovo, allungata la proboscide, ghermì il secchio e glielo rovesciò in testa.
Il bambino non si fece vedere per una decina di giorni.
L’elefante, immerso nelle proprie meditazioni, non si spostava dal prato nemmeno per andare a fare pipì.
Ed ecco, l’undicesimo giorno, riapparire il bambino.
Questa volta aveva un secchio di vernice rossa.
– Grigione, ti prego – esordì. – Sii buono, lasciami provare. Vedrai che non te ne pentirai. Starai benissimo, in rosso. Sembrerai un elefante dei fumetti.
Aveva gli occhi talmente luccicanti che a Grigione fece tenerezza. Ma sì, dopotutto… che gliene importava?
– E va bene, dipingimi di rosso, – sospirò. – Se ci tieni così tanto!
Il bambino si mise subito all’opera. Gli spennellò le orecchie, il dorso, la proboscide, la coda, le zampone, il sederone…
E il risultato non fu deludente.
Grigione stesso dovette ammetterlo.
Venivano a vederlo da ogni parte della città, quel bestione di un rosso smagliante, immobile nel verde del prato.
E Grigione, benché fingesse di non scomporsi, ne era segretamente lusingato.
Un giorno, un brutto giorno, scoppiò un acquazzone terribile. La pioggia si rovesciò a tinozze sul dorso del magnifico elefante. Certo, era fresca, quell’acqua, ma… quando smise di piovere, quale non fu la sua sorpresa nel constatare che il colore se ne era andato del tutto?
Grigione era di nuovo come un tempo: grigio, grigio, desolatamente grigio. Ai suoi piedi, una pozzanghera rossa.
– Ma che cos’ha di speciale, quest’elefante? – sentì brontolare una ragazzina venuta apposta a vederlo da una città vicina. – A me sembra proprio un elefante qualsiasi. Mi avevano detto che era speciale, che aveva un colore meraviglioso! Che sciocca sono stata a fare tutta questa strada per niente!
Grigione ci rimase male. “Ah, se tornasse il mio amico pittore!”, pensò. “Speriamo che venga presto a trovarmi.”
Ed ecco, fortunatamente, di lì a pochi giorni riapparire il bambino pittore.
– Accidenti, Grigione! – esclamò, sgranando gli occhi. – Non hai più nemmeno una chiazzettina di rosso. La pioggia ti ha lavato via tutto il colore!
– Accidenti! – gli fece eco Grigione, fiducioso.
Il bambino capì e gli sorrise.
– Niente paura, Grigione, lascia fare a me.
Scappò via e riapparve un’ora dopo, con un enorme secchio di pittura azzurra, il colore del cielo.
– Ti dipingerò di azzurro – gli disse – di un bell’azzurro cielo!
Grigione lo lasciò fare, docile docile.
L’elefantone era così azzurro, alla fine, da sembrare un pezzetto (nemmeno troppo piccolo) di cielo.
– Grigione, – esclamò il bambino – sei magnifico! Un vero splendore! Quasi quasi ti attacco anche delle ali.
Scappò via come un fulmine e riapparve una decina di minuti dopo con due bellissime ali di cartone.
Grigione se le lasciò attaccare sul dorso senza obiezioni.
– Ma quello non è un elefante! – esclamavano i bambini, che accorrevano a frotte a vederlo. – E’ un angelo! Anzi, un elefangelo! E’ un pezzetto di cielo a forma di elefante!
D’un tratto, con grande sorpresa di tutti, le ali sul dorso di Grigione presero a scuotersi, a vibrare, a sollevarlo, prima goffamente, poi con decisione.
Ma sì, Grigione si era staccato da terra, volava.
– Addiooooo, Grigioneeee!!! – urlavano i bambini, sempre più piccini sotto di lui, man mano che si levava in alto, in alto, sempre più in alto.
– Ciao, bambiniii!!! – barriva l’elefante color cielo, librandosi sempre più distante sopra di loro.
Si confondeva con l’azzurro del cielo, ormai.
– Addio, Grigioneeeee!
– Addio, bambiniiiii!!!
Presto, di Grigione, non restò che un puntolino indistinto. Infine, nemmeno più quello.
Se ne era andato, Grigione, era sparito lassù, nel cielo, chissà dove!
Il primo elefangelo che si fosse mai visto.
 
Vitalino Calò era perplesso.
Che avesse frainteso tutto, quel fanciullone di Calvino?
Che avesse scambiato il concorso torinese per il premio Andersen?
Mah! Bah!
Guarda tu!
Uffa!
Al diavolo!
Piegò il racconto, lo mise in una busta e appose l’indirizzo: Premio Italo Calvino 1989. Redazione de L’Indice. Via Andrea Doria, 14. 10123 TORINO.
E improvvisamente gli tornarono in mente le Lezioni americane. Quella sulla leggerezza, in particolare.
Leggerezza… leggerezza… il pachiderma azzurro che si solleva…
 
Non ebbe più dubbi.(1)
(1) Il racconto entrò effettivamente nella rosa dei finalisti, ma il premio – yawn! – fu poi assegnato a qualcun altro. In compenso “L’elefangelo” piacque alla mitica Orietta Fatucci, che, tagliati via cappello e coda, lo pubblicò nella raccolta “Quella bruttacattiva della mamma!”, per le edizioni E. Elle (oggi EL) di Trieste. Il volumetto ebbe anche un’edizione francese per l’editore Flammarion. 

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RAPA NUI

29 febbraio 2012

Ieri, bighellonando su Facebook, sono incappato nella foto riprodotta qui sopra, appena postata da Iris Claudia P.

Davanti a tanto ciuffo, non ho resistito all’idea di commentare:

“A me, invece, il barbiere fissa la macchinetta a 9 millimetri e me la passa su tutto il cranio. Entrando, pronuncio la magica formula ‘RAPA NUI’.”

Iris:

“Potresti evitare il barbiere e provare da solo. Diresti semplicemente : Rapa moi.”

Io:

“No, solo Loris, il barbiere del Lido, è in grado di capire la complessità della mia testa.”

[Rielaborazione artistica dei Moai dell’ Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui)]

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FORME DI MISTICISMO INDOTTE CHIMICAMENTE

24 febbraio 2012

Il titolo di questo post è anche quello della mia prima tesi di laurea (2° metà del secolo scorso). Vi analizzavo, per esempio, l’uso sacramentale del peyote presso la Chiesa Nativa Americana:

http://it.wikipedia.org/wiki/Peyotismo

Citavo le esperienze con la mescalina descritte in “Le porte della percezione” di Aldous Huxley, le ricerche di Walter N. Pahnke (“Drugs and Mysticism: An Analysis of the Relationship between Psychedelic Drugs and the Mystical Consciousness“) eccetera.

Quale non è stata la mia sorpresa, ieri, nel leggere sui quotidiani la notizia:

Farina all’Lsd nelle ostie della comunione

con tanto di rimando alla fonte Abruzzo24ore.tv/news ?

Copio-incollo il pezzo:

Una normale messa domenicale in una qualsiasi parrocchia cittadina può tramutarsi all’improvviso nel caos: questo è quanto è accaduto domenica scorsa nella chiesa del Santo Spirito di Campobasso. Tutto scorreva come in mille identiche funzioni religiose fino al momento dell’eucarestia quando, dopo aver ingerito le ostie, tutti i presenti si sono letteralmente scatenati. C’era chi sosteneva di vedere il proprio santo prediletto, chi in balia di visioni infernali abbracciava il crocifisso, chi rubava il calice del vino al prete, il povero don Achille, costretto a nascondersi in confessionale inseguito da due vecchine che lo prendevano a borsettate dandogli del demonio. Padre Achille, approfittando della bolgia è riuscito poi a seminare le due donne e si è involato verso la sagrestia, dove ha chiamato le forze dell’ordine che sono riuscite a sgomberare l’edificio, nonostante le resistenze dei fedeli che hanno iniziato una guerriglia convinti fossero “cavalieri dell’apocalisse”. “Mai visto niente del genere e sono stato al G8″ ha dichiarato uno sconvolto poliziotto. Il fenomeno è stato spiegato dalla polizia scientifica con la definizione di “ergotismo”, una intossicazione cronica di origine alimentare provocata da farine di cereali contenenti gli sclerozi della segale cornuta, il principio di base dell’LSD. Pare infatti che la farina usata per le ostie fosse infetta e allucinogena; l’effetto di questa droga è quasi istantaneo e sopravviene in meno di un minuto quando è assunta sotto questa forma.

Il famoso detto “non essere farina da ostie” ha da oggi un signifcato in più.

(Da http://www.abruzzo24ore.tv/news/A-Campobasso-Ostie-allucinogene-e-caos-durante-la-funzione/72420.htm )

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PERVERTENDO PREVERT

14 febbraio 2012

(La tomba di Bertold Brecht a Berlino)

Ripropongo una dei miei  migliori post sulla neve, già uscito in Splinder (“Lucio Angelini riscrive Prévert”):

«Rappelle-toi Barbara

Il neigeait sans cesse sur Brecht

ce jour-là

Et tu marchais souriante

Épanouie ravie ruisselante

Sous la neige

Rappelle-toi Barbara

Il neigeait sans cesse sur Brecht… »

(Jacques Prévert, Barbara)

http://www.youtube.com/watch?v=ixKVMDoBqPg

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OGNI TANTO GIULIO MOZZI È SIMPATICISSIMO

29 marzo 2012

Ogni tanto Giulio Mozzi è simpaticissimo, per esempio oggi nel suo nuovo post “Le sette ragioni per le quali non si può sostenere che Giulio Mozzi sia uno scrittore“, dove ha scritto:

1. Si dice: “Chi è scrittore se lo sente dentro”. Lui, benché si sia ascoltato attentamente, non se lo sente dentro.

2. Si dice: “La scrittura è una passione divorante”. Lui, tutto sommato, non si sente molto divorato: al massimo, mordicchiato qua e là, e saltuariamente.

Le altre cinque ragioni qui:

http://vibrisse.wordpress.com/2012/03/29/le-sette-ragioni-per-le-quali-non-si-puo-sostenere-che-giulio-mozzi-sia-uno-scrittore/

P.S. Io, a differenza di Giulio, mi sono sempre sentito scrittore dentro e anche adeguatamente divorato, ma non sempre quelle brutte merde degli editori l’hanno capito:-)

(Foto da Vibrisse)

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CONFERITI DUE MERAVIGLIOSI TONDI ALLO ZABAIONE AL RACCONTO RESPINTO AL PREMIO ZUCCA

5 aprile 2012

Ieri pomeriggio, bighellonando in piazza Ferretto a Mestre, sono incappato nella vetrina di una gelateria in cui facevano bella mostra di sé dei meravigliosi tondi allo zabaione ricoperti di cioccolato e nocciole grattugiate. Ne ho subito conferiti due al racconto appena respinto dagli zucconi del premio Zucca Spirito Noir [vedi post di ieri].

Questo il racconto:

SINOSSI: Il protagonista scrive direttamente al “cestino” del direttore di una rivista di psicologia intorno a una personale esperienza di liberazione da un incubo.

AUTORE: Lucio Angelini
 
L’INCUBO
 
«Gentile cestino del dott. ***,
 
premetto che mi sono sempre interessato di psicologia e psicanalisi, e che ho meditato spesso sui meccanismi della simbolizzazione, della riconversione, dello spostamento, sulle misure fobiche e controfobiche, sui dinamismi della rimozione e compagnia bella, pur mantenendo un sano atteggiamento di distacco rispetto all’efficacia di certi lunghi e costosissimi trattamenti. Ebbene, stanotte mi è capitato di avere un incubo, nel corso del quale sognavo di stare scappando, inseguito da una figura orribilmente minacciosa. Alla fine le mie possibilità di fuga si sono ridotte a una sorta di inghiottitoio a spirale che si restringeva sempre più e in cui avrei sicuramente finito per restare intrappolato/soffocato, se solo mi ci fossi calato. Allora mi sono voltato indietro e ho dovuto fronteggiare la figura che mi inseguiva. Curiosamente, in una sorta di “sogno dentro il sogno”, ho avuto il sangue freddo di domandarle con voce artatamente tediata: “Scusa, e tu di che cosa vorresti essere il simbolo? Dai, togliti la maschera, tanto lo so che voi personaggi dei sogni non siete che mere simbolizzazioni, utili solo a trasporre in forma narrativa le nostre più recondite paure o desideri!”

Lei non ci crederà, ma alle mie parole la minacciosa figura è scoppiata letteralmente a ridere, come sentendosi scoperta. E si è presto dissolta. Ma il colmo è stato che, svegliandomi, mi sono ritrovato in uno stato di assoluta grazia.

*** Direttore di una rivista di psicologia.»

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ANCH’IO COME GIACOMO LEOPARDI

13 marzo 2012

Ieri sera, malgrado gli eterni propositi di stare un po’ a dieta, in un momento di debolezza ho tirato fuori dal freezer la scatola dei cremini (gelati ricoperti di cioccolato) e me ne sono sparati in bocca quattro di fila. Poi, tristemente, ho ripensato al volumetto di Antonio RanieriSette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi” e in particolare al passo:

“… aveva un furore indomabile per i gelati e nonostante la proibizione dei medici si dava ai più incredibili eccessi, a costo di veder ricominciare gli sputi di sangue, le bronchiti, le vomiche… “

Oimè, Giacomino Giacomino, quanto somiglia al tuo costume il mio :-(

ma il naufragar mi era dolce in quel mare…

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19 aprile 2012

UN CONTRIBUTO DI CESARE PASTORINO ALLA CINEMATICA DEAMBULATORIA DI FABIO PAINNET BLADE

Rileggiamo il commento di FABIO PAINNET BLADE del 17 aprile scorso in coda al post:

http://lucioangelini.wordpress.com/2012/04/11/vivere-di-scrittura-o-di-insegnamento-della-scrittura/

« “Valutazione” non è associazione a un valore numerico. Questa è
standardizzazione, cioè applicazione della cultura standardizzante cartesiana, di cui Werner Heisenberg è stato uno dei principali critici fra gli scienziati moderni, come ho accennato nello stralcio. Heisenberg sarebbe stato uno dei maggiori sostenitori di Keating a voler sviluppare il tema nei suoi risvolti tecnici (due culture significa proprio questo). Scrissi un articolo per la edi ermes (e diversi altri simili per varie riviste specializzate) in cui sostenevo esattamente l’inutilità delle procedure standardizzanti, non nella valutazione di opere d’arte ma nei confronti di una materia che si chiama cinematica deambulatoria, quindi nel cuore stesso del contesto scientifico propriamente detto. Il Sapere quindi non ha seguito un indirizzo monolitico ma si è evoluto secondo due approcci differenti e contrapposti, uno dei quali è appunto quello standardizzante che – s’è visto – non funziona nemmeno in determinati campi (scientifici) d’indagine . Prima di WH , N. Bhor, (scuola di Copenhagen) et al. , si era indotti a credere non esistessero altri metodi applicativi, ma la rivoluzione quantistica è stata proprio l’affermazione di una metodologia supportata da criteri nuovi, non causali e non-standardizzanti… »

Ebbene, tale commento mi ha fatto tornare in mente l’ analisi di una mia poesia giovanile (“Scherzi di natura”) operata da una prestigiosa firma del newsgroup it.cultura.libri nella sua fase aurea: Cesare Pastorino.

Questa era la poesia:

SCHERZI DI NATURA

C’era una volta

un brutto cigno.

Poveretto,

aveva il collo

taurino.

Un giorno

incontrò un toro

assai ridicolo:

poveretto,

aveva un collo

da cigno.

Il cigno

lo guardò

con aria arcigna,

poi prese il toro

per le corna

e disse:

“Madre Natura

si è divertita

alle nostre spalle… “

“Mi pare evidente”,

convenne il toro

con aria scornata.

“Be’,”

disse il cigno.

“Non prendiamocela.

Non ne vale la pena.

In fondo

siamo solo

degli innocenti

scherzi di natura!”

—-

E questa è l’analisi del professor Pastorino:

«Carissimo Lucio, io credo veramente che le vette dell’arte poetica stiano in un punto della retta f=f ‘ dello spazio delle frequenze in cui sono in equilibrio il massimo di contenuto della lingua, X(t), e il minimo del ‘segnale’, Y(t). Come è stato ampiamente dimostrato dagli studi di Landau negli anni ’30 e più recentemente confermato dal gruppo di Rouelle e Beneforti a Ginevra, la debolezza del ‘segnale’ è ciò che permette di cogliere i contenuti che il poeta, usando consapevolemente questa ricchezza di possibilità espressive e comunicative della lingua, cerca di mettere nel suo lavoro. In questo senso, la Fast Fourier Transform della tua poesia mi conferma l’esistenza di picchi nell’ultravioletto, ed un massimo del contenuto linguistico per f=fH= frequenza di Heaney, con un minimo del segnale Y per lo stesso valore di frequenza. In generale, poi, il rapporto segnale/rumore della tua poesia è molto basso, cosa che è ovviamente assai positiva. Ci sarebbe in effetti una risonanza per f = 10fH, ma io credo si possa eliminare, semplicemente inserendo un opportuno filtro lock-in in uno stadio iniziale del componimento – suggerirei dopo il secondo verso. Tutto questo per dirti che la tua poesia è un capolavoro e l’analisi spettrale lo dimostra senza ombra di dubbio. I miei più sinceri complimenti. Cesare »

[RISULTATI DELL’ANALISI SPETTRALE TRAMITE FFT della poesia di Lucio Angelini “Scherzi di natura”. Cesare Pastorino. 26 marzo 2001 23:58]

COMMENTI

  • Lucio Angelini Dice:
    19 aprile 2012 alle 07:52  Leggo in rete:“Salve,sono una ragazza di 19 anni. Premetto che non faccio alcun tipo di attività fisica e non faccio lunghe camminate, causa un neuroma di morton al piede sinistro che mi provoca molto dolore se cammino a lungo. Da 3 giorni avverto un forte dolore nella zona posteriore del ginocchio destro…”Risposta del Dottor L. Grosso:“La presenza di un Neurinoma di Morton non è solo un problema del piede (in termini di sintomatologia algica) ma è anche una stimolazione propriocettiva che si riflette su tutta la CINEMATICA DEAMBULATORIA (con ripercussioni sulla caviglia, sul ginocchio e sull’anca). E’ difficle stablire cosa sia successo al suo ginocchio senza un controllo clinico, pertanto le consiglio vivamente di effettuare una visita dallo specialista ortopedico.
    Auguri.Dr. Luigi Grosso
    Ortopedico-Chirurgia Articolare Artroscopica Spalla” 

Il punto di partenza di Fabio è: “la rivoluzione quantistica è stata proprio l’affermazione di una metodologia supportata da criteri nuovi, non causali e non-standardizzanti”. A parte che non capisco se “causali” sia un refuso (= da intendere come “casuali”), Fabio non ci ha ancora spiegato come possa valutare un’opera d’arte se non in riferimento a relativissimi canoni estetici (propri di singole ed effimere correnti o fasi storiche) e al senso critico sviluppato da alcune persone particolarmente sensibili e colte, ma pur sempre suscettibili di essere contraddette da altre non meno sensibili e colte, a parità di opera esaminata.

P.S. Si pensi allo Zdanovismo: “Ždanov fu inflessibile nell’imporre il cosiddetto realismo socialista e nel liquidare ogni fermento di libertà essendo promotore di una serie di azioni atte a censurare la produzione artistica e letteraria in Unione Sovietica. Le opere NON CONFORMI AGLI IDEALI DEL PARTITO venivano accusate di “formalismo” e censurate; gli autori di queste “deviazioni” venivano ammoniti pubblicamente; l’opera Lady Macbeth del distretto di Mzensk, del celebre compositore Dmitrij Šostakovič venne pesantemente accusata nel gennaio del 1936 tramite un articolo apparso sulla Pravda, intitolato Caos anziché musica. Il triennio detto Ždanovščina (“Era di Ždanov”, 1946-48) segna il culmine di questa situazione di controllo e repressione…” (Wikipedia).

Certo, lì il bello dell’arte coincideva con l’aderenza agli ideali del partito. Scientificissimo. Epperò…

fabio painnet blade Dice:
24 aprile 2012 alle 07:54   Ci tengo sia chiaro però che la cinematica deambulatoria, cioè il cammino umano, non è una rappresentazione scelta a casaccio. Perchè dunque credete sia possibile (e coerente) misurare il modo di camminare di un essere vivente mentre ritenete inadatto applicare un criterio ‘relazionante’ a un prodotto artistico?
.Qualsiasi valutazione non può essere generalizzata: migliore o peggiore, ma richiede un orientamento di indagine che, come avviene (dovrebbe avvenire ) nelll’arte consentta di esaltare la possibilità di afferrare relazioni (similitudini, differenze etc.) con la realtà.
Qusta è una premessa di cui nessuno tiene conto.

  • Lucio Angelini Dice:
    24 aprile 2012 alle 08:07  Insomma siamo di nuovo al punto di partenza. In attesa che la scienza arrivi a misurare l’arte e il grado di “piacere estetico” che è in grado di fornire a fruitori fra loro diversissimi, non ci resta che continuare a goderne secondo la nostra individuale preparazione, sensibilità e cultura.
  • fabio painnet blade Dice:
    24 aprile 2012 alle 08:11 L’esempio dello zdanovismo è attinente. in quel caso, siccome gli intellettuali (secie quelli in siberia) non erano certo nelle condizioni di fornire un loro criterio di orientamento qualitativo, l’autorità ha introdotto il proprio. Le differenze fra quei tempi e i nostri,sono minime, racchiuse perolopiù nell’atteggiamento degli intellettuali, non in quello dell’accademia che è invece il medesimo. I nostri letterati un criterio, di loro spontanea volontà, l’hanno scelto. Peccato che sia lo stesso dell’autorità dominante, peccato che non corrisponda ad un principio di orientamento comune definito a prescindere dai parametri economici.
    il criterio che va per la maggiore è quello della somma di opinioni di un gruppo di addetit ai lavori. Più son famosi costoro più il loro giudizio viene popolarmente ritenuto indicativo e attendibile. Ecco dunque che classe intellettuale e autorità dominante si ritrovano perfettamentesulla stessa linea d’intesa. Chi non è con loro sta ai margini. Grosse differenze dalla russia stalinista non ce n’è a parte l’assoluta mancanza di denuncia da parte di una vile classe intellettuale. ma credo sia il momento di fare qualche esempio su questo benedetto criterio di orientamento della ricerca tanto caro agli illuministi, peraltro.
  • Lucio Angelini Dice:
    24 aprile 2012 alle 08:36  @fabio. ok per la parte destruens. ora passa alla construens. grazie. se no discutiamo del sesso degli angeli.
  • fabio painnet blade Dice:
    25 aprile 2012 alle 09:09 non se ne esce certo con una battuta!Una cosa però – prima di cominciare – mi preme specificarla.
    Le riflessioni che propongo alla tua/vostra attenzione, non riguardano me, non fanno parte di impellenti bisogni interiori da esternare ai quattro venti per il fatt che non trovino interlocutori, ma esattamente il contrario: sono spesso stralci di lavori lunghi e complessi formulati in gruppi di soggetti estremamente eterogenei . In questo lavoro annale, dove ogni elaborazione è frutto di un impegno comune, non vi sono quindi paternità
    nè individualismi illuminanti, nè io ho la pretesa di attribuirmene. Se trovate sensati alcune costruzioni lo dovete dunque al pensiero di tante persone che lo hanno messo a disposizione di altre. Posso dire che è la prima volta, questo sì, che introduco certi argomenti in rete, nonostante il premuroso suggerimento di non farlo. Più che altro sono incentivato dalla possibilità di individuare nuove prospettive o validi spunti a completamento di architetture teoriche spurie, attraverso le idee di una comunità virtuale che mi sembra affine all’area intellettuale umanista. Cerco cioè di mescolare culture e modi di intender attraverso l’acquisizione di figure e rappresentazioni diverse da quelle che conosco . Però non so ancora se ho fatto la cosa giusta.Questo metodo del ‘lavoro collettivo’, lo imparai da gruppi di giovani universitari dell’area marxista ortodossa, ma solo in seguito mi avvicinai all’opera e al contributo di alcuni teologi (curioso eh?). Mi sono accorto che il confronto potrebbe arricchirsi enormemente con l’apporto
    di prospettive e punti di vista per me sconosciuti o con cui ho sempre faticato ad intendermi, ma chissà che proprio da questo contrasto non prendano spunto relazioni teoriche inattese.

    • Lucio Angelini Dice:
      25 aprile 2012 alle 09:22 @fabio. da amico ad amico: su arte, Dio, religione, bellezza, esperienze mistiche… non c’è scientificità possibile. non fare come il lupo pignolo, che perde il pelo ma non il vizio di cercarlo nell’uovo.
    • Lucio Angelini Dice:
      25 aprile 2012 alle 09:30  P.S. E’ comunque possibile che a certe esperienze estetiche, mistiche eccetera corrispondano precisi biochimismi del cervello, sulla verifica dei quali non ho alcuna possibilità di indagine. letterato fui!!!:-(
    • fabio painnet blade Dice:
      25 aprile 2012 alle 09:31  Quello che scriverò forse ci farà capire meglio i punti che condividiamo di questo discorso che per il vero tu riconduci sempre a una retorica spicciola, da filmino hollywoodiano, per l’appunto.
    • Lucio Angelini Dice:
      25 aprile 2012 alle 09:44 Perfetto. Attendo fiducioso “quello che scriverai”. Sperando che sia meno fumoso di quanto hai già scritto.

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NEL NOME DI CHARLOTTE

28 aprile 2012

Scomposta corsa per le calli di Venezia, nel tardo pomeriggio di ieri, fino alla Casa del Cinema di San Stae, nel sestiere di Santa Croce, dopo aver scoperto all’improvviso che alle 20.30 vi sarebbe stata proiettata la versione in lingua inglese di “Jane Eyre” di Fukunaga, ovviamente tratto dal capolavoro di Charlotte Brontë.

Sono arrivato a Palazzo Mocenigo con la lingua penzoloni ma in tempo per il film, di cui devo dire che valeva proprio l’affanno patito. Leggo su Mymovies:

“Non è facile ridurre il lungo e complesso romanzo di Charlotte Brontë senza il rischio di snaturarne o peggio epurarne pagine e anima. Ciò nondimeno riescono nell’impresa Moira Buffini, sceneggiatrice inglese, e Cary Joji Fukunaga, regista californiano, sceneggiando una versione struggente e ‘integrale’ di “Jane Eyre…”.

Concordo pienamente.

Della mia passione per le sorelle Brontë non ho mai fatto mistero con nessuno. Il primo vero post di questo blog era dedicato loro. Lo copio-incollo:

«5 giugno 2005. Eccomi di ritorno dallo Yorkshire, dove ho coronato l’antico sogno di visitare il Brontë Parsonage Museum (la canonica in cui vissero le sorelle Brontë, fiancheggiata da un plumbeo cimitero) ad Haworth, sotto la brughiera omonima. Ho osservato il divano su cui, appena trentenne, tirò gli ultimi Emily Brontë (“Cime Tempestose“), cui erano già morte la madre (di cancro), le sorelline Maria ed Elisabeth (11 e 10 anni) e il fratello oppiomane Branwell (31 anni). Emily aveva preso freddo, appunto, al funerale di Branwell. Ho visto la stanza riservata alle amatissime oche Adelaide e Victoria e quella in cui dormiva Charlotte, la più longeva (morì a ben 39 anni). La terza sorella scrittrice, Anne Brontë, malata anch’essa, era stata invano, nel frattempo, portata al mare a Scarborough (ricordate la canzone di Simon & Garfunkel “Scarborough Fair“?) dove era morta a 29 anni. La sua tomba è fuori la chiesa di St. Mary, sotto il castello di Scarborough. Ho visitato anche quella… »

Potrei aggiungere che una mia vecchia traduzione (“Villette“), sempre di Charlotte Brontë, mi valse l’apprezzamento di Aldo Busi:

http://lucioangelini.wordpress.com/2011/05/15/aldo-busi-su-lucio-angelini/

«Nel 1997, all’interno della collana da me diretta “I Classici classici” per la Frassinelli, pubblicai L’angelo della tempesta – Villette (1853) di Charlotte Brontë, nella stupefacentemente bella, rigorosa e musicale traduzione di Lucio Angelini, un capolavoro in sé che dovrebbe essere adottato da ogni corso di traduzione in Italiano; tengo subito a precisare che è più probabile che troviate un Codice originale di Leonardo da Vinci presso un rigattiere che non questo titolo in una libreria italiana (potreste leggerlo in Inglese, ma sarebbe un peccato, per una volta, non approfittare di mettere gli occhi su una delle ultime testimonianze di quanto ricco e invidiabile sia stato il nostro dialetto quando ancora lo si poteva considerare una lingua a tutti gli effetti), quindi, chi lo vuole, si deve armare di testardaggine e tampinare un libraio o una biblioteca fino a che non gliel’avrà procurato o non gli avrà detto dove può trovarlo in giacenza.»

(Charlotte Brontë)

Ecco, stavo pensando che… magari… con questo post dedicato a un film brontianodopo sette anni di dolenti aggiornamenti quasi quotidiani… ow… ouch… merda!… potrei anche chiudere definitivamente “Cazzeggi Letterari” … e dedicarmi – chessò io? – al restauro di “Lucio in the sky with diamonds“, per esempio. Che ne dite?

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114 commenti
  1. (Ho letto a sprazzi…)

    … o riscrivo il libro come piace a lei, o non si procede. Per la seconda volta mi faccio da parte, con il sospetto che la mia interlocutrice si diverta un sacco a illudere le persone sbilanciandosi in complimenti esagerati per poi prendersi il sadico piacere di sottoporle a una doccia gelata, dall’alto dell’ormai raggiunto scranno padronale.

    Che tipa. Un’allumeuse o frustratrice seriale.

    Avevo letto questa storia su CL, istruttiva.
    E anche la vicenda LL/Nonciclopedia. Il solito copione…

    • Sulla editor invasiva e “sadica”, in CL, commentai:

      “Questo secondo me è un ottimo contributo – seppur aneddotico – all’analisi del tema: ‘Cos’è diventata l’editoria oggi’ (almeno in Italia). In molti casi è roba da teatro delle marionette, analogamente al teatrino mediatico-politico a cui siamo ormai abituati. Invidie, ripicche, piccole vendette o semplice e stupido sadismo la fanno da padroni, come sappiamo; oltre alla mentalità bottegaia, si capisce.
      Così come hai citato quell’articolo di NI, ora la stessa NI – se volesse uscire dalla sua logica bottegaia – dovrebbe riportare il tuo contributo.”

      • in realtà, però, Paolo, a leggere la Frusta o Leopardi o altri commentatori d’epoca, o il Ferrucci tuo omonimo, sembra che sia sempre stato così….

  2. Appena Fabietto avrà messo a punto la famosa Griglia di Valutazione Oggettiva dei Testi questo tipo di conflitto con gli editor non avrà più ragione di esistere.

    P.S. Domani il cinquantesimo e ultimo BESTOF, poi riposo assoluto (= traversata delle Odle + sentiero Gunther Messner):-)

  3. Io ancora mi chiedo come Lippa e Compagni, con quale faccia… loro sono stati i PRIMISSIMI A DIFFAMARE, A BUTTARE BARILI DI MERDA ADDOSSO ALLE PERSONE A LORO INVISE, MASCHERANDOSI CON NOMI FITTIZI, FINGENDOSI ALTRE PERSONE…

    Ma che vadano a fare una bella doccia fredda.

    Prima di aprire bocca, certe gente farebbe bene a ripensare a tutta la merda che hanno buttato addosso, anche al sottoscritto. Per loro, perché si chiamano Roberto Bui etc. etc. per loro, solo per loro, e si capisce, loro e solo loro possono infangare, diffamare, umiliare le persone e farla franca.

    Come va la questua online dei Nessuno? AH AH AH
    E vendono bene i libri della Lippa alias Lara Manni? Lei che difenderebbe i diritti gridando che non è un paese per vecchie, ma poi nascondendosi dietro un nome falso, dietro la figura di una giovanissima per pubblicare libri. ALLA FACCIA DELLA COERENZA.

  4. Secondo te, Giu, se dicessi che – secondo me – le persone a cui ti riferisci sono ripugnanti, che se me le trovassi come vicini di casa abbandonerei il domicilio il giorno dopo, che se le incontrassi per strada mi verrebbe da vomitare (ma, soprattutto, toccherei legno, ferro, tutti gli amuleti che ho), ecco, se dicessi questo – ma solo se lo dicessi, ovviamente – sarei passibile di querela?
    (se avessi l’ardire di dirlo, ovviamente: ma io questo ardire non ce l’ho, perché tengo famiglia e in fondo sono un vile come molti altri.)

  5. @paolo. dai, non esageriamo. addirittura abbandonare il domicilio per non averli come vicini di casa… suvvia! al massimo, incontrandoli, potresti indirizzare loro una sana pernacchia.

    • Io cambierei domicilio punto e basta.

    • … con successivo “toccamento di maroni”, questo è sicuro. Quelli portano iella, ormai s’è visto.
      Anche per questo non permetto i commenti nel mio blog.
      Quando avevo il blog vecchio, coi commenti, dopo la morte di DFW riportai in un post qualcosa che era stato scritto in proposito dal waso ming, il quale citava un passo di una conferenza (se non erro) di DFW nella quale sembrava “intravedersi” il futuro gesto suicida.
      Un commentatore osservò che quella correlazione (col futuro gesto suicida) gli sembrava forzata e fuori posto. Sicché arrivò subito il waso ming, mai visto e mai conosciuto, a precisare seccamente che la sua interpretazione del passo riportato non era esattamente quella, e che la chiave di lettura era un’altra.
      Be’, dopo quel commento inaspettato mi sono andate storte diverse cose, e ho sentito la iella sul groppone per un bel po’. Dunque: alla larga gli iettatori!

  6. @paolo. eh no. qui non ti seguo più. attribuire agli imperatori Ming addirittura la capacità di influenzare il destino di chicchessia con la sola forza del pensiero è fuori dalla mia visione del mondo e delle cose. illuminista fui… 🙂

  7. (servono precise iniziative, per favorire o danneggiare qualcuno: alla mente altrui è sempre possibile opporre la propria, salvo laramannaresche eccezioni)

    • Lucio conclude semiseriamente: “laramannaresche eccezioni”
      Appunto 😦

      Secondo quanto sostenuto da

      Loredana Lipperini

      in Lipperatura il 4 ottobre scorso a proposito di Nonciclopedia (sulla solita traccia teoretica predispostale dal ghost-philosopher Wu Ming1), dovrebbe trattarsi di un indifendibile uso della Rete “concepita come mezzo per poter dire tutte le porcate che saltano in mente, magari anche a scopo di vendetta personale”.

      E’ facile stigmatizzare negli altri (in quel caso la guerricciola a Nonciclopedia, ai ragazzi di Massacri Fantasy tirati a bella posta in un flame senza né capo né coda) i propri comportamenti:
      Loredana Lipperini avrebbe *usato* il suo presunto fake Lara Manni “per poter dire tutte le porcate che saltano in mente, magari anche a scopo di vendetta personale” (e in quanto a creare flames miss Manni era un’esperta inconsapevole)

      • Lara… no, la Lipperini farebbe bene a tacere: se solo tenesse la bocca chiusa si risparmierebbe figure non proprio nobili.

        Non so se vi rendiato conto, ma credo di sì: lei che parla contro quello che “non sarebbe un paese per vecchie” si è proposta al pubblico in queste vesti:

        E questa non sarebbe una forma di velinismo?
        E’ una presa per i fondelli, ma grossa grossa grossa, nei confronti di quelle ragazzine che pensavo a Lara Manni come a una loro quasi coetanea. Non ha usato semplicemente un nom de plume, si è spacciata per qualcun altro, come fecero il Nessuno n. 1 e il suo degno compare.

    • Come tu stai facendo, Lucio. Ma sappi che non sei il solo e che non sei da solo. 😉

  8. Veteran “of” the Psychic Wars

    • Lo dico anch’io, Mamma mia. Che gli avrò mai fatto, questo rimane un mistero. O meglio, no, nessun mistero: a certa gente piace il point blank, e hanno pensato a me, sbagliandosi di grosso, come a un coglione da poter offendere, diffamare, calunniare, convinti di rimanere impuniti perché loro, ovviamente, intoccabili. Ecco di che pasta sono fatti i Wu Ming, loro che berciano forte contro i troll e poi si comportano in maniera ben peggiore, come dei veri e propri stalker professionisti. Roberto Bui, tu pensa, si è spacciato per un certo Franco Melloni, che ovviamente non esiste. Mi ha scritto in pvt minacciandomi, dicendo che per lui non era la prima volta e che di blog come i miei ne aveva fatti chiudere parecchi; e non contento minacciò pure di chiedere i danni (per cosa, di grazia) e di farmi tirar fuori una bella cifra. Quale fu la mia colpa? Forse perché stroncai Havana Glam, o un altro libro dei Ming. Persecuzione sistematica, con il nulla osta e il silenzio della Lippa, e con il braccio destro di Giuseppe Genna, che sul blog che prima teneva su un canale de la 7 che ora non c’è più, arrivò al punto di darmi del deficiente, etc. etc. Senza poi contare tutte le porcate messe in rete, su blog anonimi – che anonimi non lo sono affatti – postando schifezze e attacchi in varie forme. Questi forse non hanno capito, al pari di altri, che bastano due, tre telefonate per accertarsi se una persona esiste o non esiste in un dato comune: Alessandra Libutti, che l’editore fece passare per tutt’altra persona… sarebbe bastata una telefonata, due, e si sarebbe scoperto che non esisteva. E’ tanto semplice. Come per Lara Manni: non esiste nessuna persona che corrisponda a Lara Manni, e non c’è bisogno di scomodare chissà chi o fare chissà quali grandi indagini: il più delle volte basta una telefonata e scopri che non esiste e che mai è esistita.

      Certa gente pensa che loro sono furbi e tutti gli altri fessi. Io non cerco la strada più difficile quando voglio fare della chiarezza su delle persone che dicono di essere questo e quello: la via più semplice è quella che di solito dà i risultati maggiori e senza perdite di tempo e fatica. E’ incredibile che qualcuno oggi pensi ancora di poter inventarsi una identità falsa e darla a bere a centinaia di persone. Il mondo è grande, ma è anche molto molto piccolo.
      Sono le loro porcate, è giusto che rimangano in rete: non possono spargere merda a destra e a manca sulle persone e poi pensare di farla franca con un colpo di spugna, di sotterrare tutto sotto lo zerbino con un clic. Sono le loro porcate e la gente, il pubblico, chi oggi li segue, chi ieri li seguiva, ha il sacrosanto diritto di sapere di che pasta sono fatti i Ming e i loro compagni.

      Hanno prodotto una bella quantità di merda, bene, è la loro di merda, ed allora che sia a disposizione affinché la gente, l’opinione pubblica possa rendersi conto da sé di quello che in realtà sono.

      Non ti perdere la seconda parte del dossier. 😉

      ciao e grazie

      • Mamma mia. Che gli avrò mai fatto, questo rimane un mistero. O meglio, no, nessun mistero:

        Be’, secondo me, appunto, nessun mistero: avrai detto loro senza peli sulla lingua cose che cozzavano con il loro autoincensarsi e autopromuoversi… tutto qui.

  9. @iannozzi, ma la Cecilia Iannozzi che postò un commento qui:

    http://lucioangelini.wordpress.com/2008/08/08/verra-la-morte-e-avra-gli-occhi-di-iannozzi/

    esiste davvero o è sempre “lui”? *-°

    • Non esiste nessuna Cecilia Iannozzi. Mai esistita. Puoi metterci la mano sul fuoco. Controlla il suo ip, anche se in qualche modo l’avranno camuffato. Però una Cecilia non esiste. Immagino dunque di sì, che sia sempre lui o uno di loro. Il commento fu lasciato sul tuo blog, ai tempi di splinder?

      Anche su Mozzi ce ne sarebbero da dire di cose: tanto per cominciare, lasciò liberi i troll – i soliti due compagnoni – di postare in luogo di commento abbozzi di miei poesie, ma anche goliardate infami con la scusa che lui non è per la censura. Non è per la censura quando si tratti dei suoi amici, ma a me, ad esempio, non fa accedere al suo blog. Chissà perché. Forse perché gliel’ho detto chiaro e tondo che non è questo il modo di comportarsi? Io su i miei blog non ho mai lasciato passare un solo commento che fosse configurabile come insulto, lui invece sì. Bel tipo. Ovvio che poi mi sia rivalso con delle innocue satire, che, guarda caso, non accettò. .E’ sempre la solita vecchia storia: certi personaggini si credono intoccabili e di più, vorrebbero che si stendesse il tappeto rosso al loro passaggio – oddio, odio il rosso – e che si innalzasse loro una statua d’ora che buchi il cielo. Vadano a farsi una doccia, il caldo è tanto e si suda di brutto.

  10. @iannox. io, come sai, lascio che i miei commentatori se la sfanghino da soli, in caso di battibecco, visto che siamo tutti adulti e vaccinati. chi si ritiene offeso, ha ampia licenza di significarlo e rispondere per le rime, come del resto faccio anch’io quando qualcuno mi attacca ingiustamente *-°

    • Sì, lo so, Lucio.
      Ma il mio caso è un po’ diverso: quello poesie che furono portate sul blog di Mozzi erano sotto creative commons license. Furono portate di peso nel commentario, affinché i troll potessero divertirsi e furono portate senza né dire né indicare autore o link, niente di niente. Solo quando glielo feci notare a Mozzi, non una volta ma più e più volte, i trollacci si limitarono a indicare che quelle robe erano di un certo Iannozzi. A Mozzi ando’ bene così, perché per la sua etica, molto molto discutibile, l’autore era stato indicato. Ho chiesto a Mozzi di rimuoverle in quanto non erano state rispettate le condizioni della creative commons license: non lo ha fatto. Certo, i trollacci non potevano altrimenti divertirsi e poi avevo scritto che erano di Iannozzi.

      Ora, tanto per capirci,, Mozzi non mi lascia commentare sul suo blog: ma chi diavolo se ne frega di uno che pubblicato da Mondadori ha venduto sì e no 4000 copie e che è già finito al macero? Vogliamo fare i bastardi? Bene, anche io so farlo il bastardo, basandomi su fatti reali e documentati, come ho fatto nel caso dei Ming. Per me Vibrisse non esiste, non lo leggo proprio, da un anno, forse di più, dopo l’ultima bastardata di Mozzi nei miei confronti. Nazione Indiana manco so se sia ancora su… e non m’interessa manco saperlo. In ogni caso, altro bel posto quello. Ne parleremo, tanto ho tutto nei miei archivi. 😉 Anche questo è fare giornalismo, giornalismo scientifico: portare in rete le prove, le bastardate operate ai danni di terzi e che si cerca, invano, di occultare. E no, non si occulta niente.

  11. io, come sai, lascio che i miei commentatori se la sfanghino da soli, in caso di battibecco, visto che siamo tutti adulti e vaccinati. chi si ritiene offeso, ha ampia licenza di significarlo e rispondere per le rime, come del resto faccio anch’io quando qualcuno mi attacca ingiustamente *-°

    un vero americano. Ottimo e sottoscrivo. D’altra parte, fa anche piacere essere “difesi” quando si viene attaccati, seoprattutto se chi ti difende lo fa per convinzione e non per semplice corporativismo. La via di mezzo – la modica difesa dell’attaccato – forse è la via migliore. Una volta, però, ho letto in un blog americano che il suo titolare si considerava come un barista, dietro al bancone, che miscela i drink. Quello che succede tra gli avventori, nei commenti, si limita ad osservarlo, continuando a fornire bar, bancone e drink.

  12. Una volta paragonai la Lipperini al gestore di un bar che a dica a certi clienti (magari di colore): “Fuori di qui. Nel mio locale servo solo chi voglio io!”
    Cmq non sono così atarassico. In genere, fra due litiganti, mi schiero per il commentatore che, secondo me, ha ragione. Ma non mi sognerei mai di cancellare le repliche di uno solo dei due, come la Lippa ha più volte fatto con me.

    • naturalmente. E pensa scuola, stampa, radio e televisione, cinema e “immaginario” moderati da LL, Zanardo e Cosenza, che intervengono sui “moderandi” fin da piccoli, orientando il messaggio. Be’, se non c’è da temere questo, non so che altro, a parte l’atomica iraniana e altre cose così.

      • dia’, guarda che Cosenza c’ha già provato a dirottare l’interesse delle ragazzine sulla LipaManni…
        -_-“

    • Secondo me, il drink che Lucio mi serve al bancone è una sorta di “latte migliorato” di clockworkiana memoria…;-)

      • Ma che vai mai a pensare, Paolo. Lucio non è così, non ti offrirebbe mai del latte per farti… 😀

  13. società segrete (conventicole) + corporativismo + derby + commedia dell’arte = Italia.

  14. A proposito della foto nel post Loredana Lipperini e la salsiccia ribadisco: siamo sicuri che l’Italia non è un paese per vecchie?
    Io mi rendo conto che per adattare la realtà al contenuto (opinabile, imho) dei suoi saggi Lipperini si sia dovuta mascherare da talentuosa fanwriter giovincella baciata dalla fortuna, ma è di ieri la nomina del nuovo Presidente Rai…
    http://tg24.sky.it/static/contentimages/original/sezioni/tg24/cronaca/2012/06/08/tarantola_presidente_rai_nomine.jpg. ‘na ragazzina, insomma -con tutto il rispetto…

    • Se sarò come la Fornero la nuova presidente della Rai, siamo messi bene. Pardon, siamo già messi molto bene. Speriamo che qualcuno ci salvi, foss’anche con un barchetta di carta.

      Credo che la mascherata Lara Manni/Lipperini sia stata una trovata per piazzare dei libri un po’ tanto scipiti che altrimenti, senza una immagine allettante d’una giovane scrittrice, non avrebbero trovato mercato né editore.

  15. Pirulix, poco ma sicuro che gli avrò pestato qualche callo che gli faceva male: questo non giustifica però assolutamente il loro comportamento fuori dal mondo. Simili comportamenti sono controproducenti. Speravano e credevano che tutto rimanesse seppellito nell’oblio della rete, così però non è stato. E’ roba loro, robaccia che hanno prodotto loro, per cui che rimanga in rete a disposizione di quanti vorranno capire meglio chi essi sono.

  16. Caro Giuseppe, ti ho nominato Veterano delle Guerre Psichiche, dedicandoti un post:

    http://ferrucci.wordpress.com/2012/07/12/blue-oyster-cult-veteran-of-the-psychic-wars/

    a cui seguirà, dopo la ratifica del Grande Veterano, la cerimonia d’investitura.

    • Il Grande Veterano è L U C I O?

    • GRAZIE INFINITE, PAOLO. E’ anche un atto di coraggio il tuo, dico sul serio: non è mica poco segnalare un post sul lato oscuro dei Wu Ming, per cui grazie di tutto cuore. D’altro canto è roba loro, al cento per cento, per cui non possono proprio lamentarsi: se una produce della pupù è bene che resti questa pupù ben visibile e accessibile, sempre turandosi il naso però. ^__^

      Ti ho ringraziato su Facebook (non so se sei presente sul social network) dando link al tuo blog, oltreché su Twitter.

      Ma perché non apri i commenti al tuo blog? ^__^

      • Non sono su Facebook, Giu: ci entrai nel 2008 e ne uscii tre mesi dopo: troppo casino per i miei gusti.
        Il mio blog sta bene così, senza commenti: ormai ha quell’impronta ed è meglio lasciarlo così.
        Dunque, tu sei veterano delle Guerre Psichiche da un decennio, che è la misura aurea, come abbiamo osservato più volte. Lucio, forse, ha iniziato la sua guerra da meno tempo: in tal caso lo batti, e il Grande Veterano saresti tu, non lui…;-)

      • In effetti la magnifica ossessione di Lu’ è LEI, unica e sola, la LIPPA! 😀
        Ferrucci, faccialibro è cambiato dai tuoi tempi: molta più privatezza e invisibilità…

      • Iannozzi, mo’, tu t’immagini il bel bloggino di Paolo, tutto metodico, ordinato, preciso…
        invaso dai cazzeggi miei e di diait… o di fpb che vorrebbe grigliarselo oggettivamente…
        muahahahahahahah…
        😉

  17. @paolo. Sì sì, io sono molto più giovanile:-)

    • Sei fortunato. A me mi hanno preso di mira da tanto di quel tempo… 😦 Non è che la cosa mi piaccia, meglio mettere i puntini sulle “i”.

  18. @pirulix: come no, per la sua irresistibile forza archetipica di donna “scala anticendi al Paradiso”!

  19. [A proposito di Lei, la magnifica ossessione, mi permetto di proporre anche qui il commento lasciato in Cazzeggi.]

    – Ieri 11 luglio, nel blog in chiaro della suddetta, quello “rispettabile”, il post inizia così:

    E’ con infinito piacere che pubblico un intervento di colui che conoscete, nel commentarium, come Ekerot. E che ringrazio, non solo per il post che segue.
    […]”

    E nei commenti, leggiamo:

    “Ed io ringrazio moltissimo la padrona di casa per avermi ospitato. Ringrazio anche il commentarium, aggiungendo una postilla.
    Quattro anni fa, quando per caso scoprii Lipperatura, non avrei mai e poi mai neanche potuto immaginare (e non uso la parola a caso) le cose che ho scritto qua sopra.
    E sono certo che in nessun altro posto, eccetto la rete, sarei stato in grado di sviluppare una forte consapevolezza su tali temi. Né con un film, né con un romanzo, né con dieci saggi scritti alla perfezione. Di questo vi sarò grato e debitore per sempre.”
    (postato mercoledì, 11 luglio 2012 alle 10:45 am da Ekerot)

    “Quest’ultimo commento di Ekerot è ancora più intenso e bello del suo pezzo già molto bello.”
    (postato mercoledì, 11 luglio 2012 alle 11:13 am da gianni biondillo)

    * * *

    Bene: appare evidente che continua l’operazione di omertà, copertura, connivenza, sostegno legittimante e altri diversivi per distogliere l’attenzione dalle orribili, stomachevoli, ripugnanti azioni della blogger in questione. Pezzi dell’establishment che proteggono elementi del proprio sistema, per evitare che s’incrini la sua struttura.
    Coprirsi, accarezzarsi, lodarsi, spalleggiarsi e, infine, strafregarsene dell’onestà e della trasparenza e dei doveri verso il prossimo.
    Un bel Grazie a tutti costoro: grazie a tutti i conniventi, per il bel mondo che ci regalano.
    Grazie.

  20. @ PIRULIX

    In effetti no. Me lo vedo il caro buon vecchio Paolo che gli si drizzano i capelli in testa.
    D’altro canto è un ragazzo che non ama la confusione. 😉 Ama solo farla, ma non a casa sua. 😀

  21. @ PAOLO: Un veterano. Guarda, questa cosa mi ha lasciato degli strascichi mica da poco: mi par d’esser un reduce del Vietnam, neanche poi troppo reduce. Ho sempre la Cavalcata delle Valchirie negli orecchi. Qualcuno mi aiuto, per pietà, per umana pietà. 😀

  22. Figuriamoci se faccio venire il waso ming e i suoi scagnozzi a pisciarmi sul tappeto: ma neanche per sogno.

  23. Giu, ci vorrebbe il napalm (telematico) per quei musi gialli.

  24. L’insulto più divertente scagliato contro Iannozzi è: “Iannozzi sono anni che pubblica proprie foto senza pagare i diritti a Rambaldi…” (Postato martedì, 29 novembre 2005 alle 10:49 am da ano nemo). Qui:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2005/11/28/scusate-il-ritardo/

  25. L’involontaria comicità degli scambi ekerot-biondillo è lampante, almeno per me che tendo a vedere il comico un po’ in tutto, però, me compresa.

    Ma la cosa che mi ha colpito di più è lo stile di scrittura (visto che sempre di L***eratura si tratta) di ekerot:

    “… E sono certo che in nessun altro posto, eccetto la rete, sarei stato in grado di sviluppare una forte consapevolezza su tali temi“.
    Suona come il tema di maturità di un liceale che vuole ingraziarsi la prof, che è in commissione.

    “Su tali temi”? Siamo nel duemila, perchè scrivere ancora in italianese scolastico?

    “Sviluppare una forte consapevolezza” sta con “compagni, ‘amo delibberàto” e “nella misura in cui” – cioè in galera, spero.

  26. p.s. per iannozzi
    sì, a proposito, perché ti mostrifichi? orecchini, cappuccio da inquisitore eimerich, occhialoni extralarge… Nze po’ mette ‘na cosa normale?

  27. Ci sarebbe poi un’altra cosa, il tono che tiene lo schiavo con la Mistress. Un po’ maschile-plurale, come si chiamano nei siti fetish.

  28. “Maschile plurale” sono gli uomini che hanno sviluppato una forte consapevolezza sul fatto che i maschi sono orrendi oppressori violenti e femminicidi. Ma se trovano una za**rdo che gli cammina su e giù sul petto in tacchi a spillo e lattice, munita di frustino, possono essere rieducati e reinseriti con successo nella società moderata da za**rdo & Co.

  29. Wu Ming 1 difende le parodie delle poesie iannozziane, qui:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2005/08/29/gia-i-festival/

    “Scusatemi, ma qui c’è un equivoco di fondo grande come una casa.

    Le poesie di Giuseppe non sono state “copiate”, non c’entra niente il copyright o le CC o cazzi vari. Delle poesie di Iannozzi sono state fatte (principalmente sul blog Lipperatura) *parodie* e *pastiches*. In un alcuni casi si trattava di poesia scritte ex-novo, e se non sbaglio in un solo caso si trattava di una poesia pre-esistente con qualche parola cambiata per ottenere un effetto umoristico (banale, dico io, ma non sempre: all’inizio, lo stesso Iannozzi si è detto stupito della conoscenza della sua opera dimostrata dai satirici in questione).

    In nessuno di questi casi i risultati di tali manipolazioni sono stati attribuiti a Giuseppe Iannozzi, *mai*. Gli anonimi autori li hanno sempre – correttamente – presentati come “apocrifi” e addirittura – esplicitamente – come falsi.

    In tutto questo, mi spiace per Iannozzi ma gliel’ho scritto anche in pvt qualche ora fa, non c’è niente di illegale, non vi è possibilità di scomodare alcuna autorità, si tratta di imitazioni umoristiche di testi altrui, sotto-genere letterario in cui eccellono alcuni autori (mi viene in mente Michele Serra).

    Un precedente interessante. Due anni fa proprio Massimiliano Parente pubblicò sul Domenicale un falso articolo attribuito a “Wu Ming”, articolo in cui non vi era nulla di umoristico e molto di calunnioso, che non era affatto presentato come apocrifo o parodia o pastiche, ma proprio come articolo nostro, nostro in tutto e per tutto.
    Il contenuto era una presunta presa di distanze da tutto il nostro percorso.
    Avremmo avuto molti più motivi di incazzarci di quanti ne abbia Iannozzi oggi, e invece rispondemmo così:
    http://www.wumingfoundation.com/italiano/rassegna/domenicale.htm

    Nei mesi e negli anni successivi, Massimiliano Parente ci rovesciò addosso quintali di insulti, arrivò addirittura a pubblicare sul suo giornale la nostra e-mail invitando i lettori a scriverci per insultarci in quanto “amici di terroristi”.
    La frase esatta era: “Stanno con Al-Qaida, il cui obiettivo siamo noi e fa di Hitler un dilettante. Fate sentire la vostra voce, i vostri valori. E, se credete, mandateli affanculo.”
    Anche in questo caso avremmo avuto più motivi di incazzarci di quanti ne abbia Iannozzi oggi, eppure non reagimmo come sta reagendo lui per cose molto più innocue.

    Invito Giuseppe alla calma dei forti e dei ricchi di spirito, e a riconsiderare tutto il polverone sollevato senza motivo, con tanto di accuse insensate a Loredana Lipperini, che non può aver censurato niente e nessuno, dato che è assente dal blog e può controllarlo soltanto sporadicamente.

    Postato giovedì, 1 settembre 2005 alle 2:09 am da Wu Ming 1 “

  30. non vi è possibilità di scomodare alcuna autorità….
    eh, quelle sono scomodabili solo quando lo dicono loro.
    A parte che quel vi potev scriverlo ekerot. Un “vi” così, dopo quel “cazzi vari”, è veramente fasullo. Va bene la misticanza dei generi e i frattali esplosivi, va bene tutto, ma…

    • Va bene tutto ma…
      Ma è il tipico lessico da intellettuale radical “pop” con kefiah e i-pad 😉

      • Già. Ma quei “vi” quei “tali” stanno a testimoniare, secondo me, che nel duemila non ci siamo ancora entrati. E che la scuola italiana fa più danni che altro, almeno a chi scrive, con le solite dovute eccezioni di corsi e insegnanti brillanti.

      • già…

  31. Continuo a domandarmi: un frase come questa:

    Quest’ultimo commento di Ekerot è ancora più intenso e bello del suo pezzo già molto bello.
    (postato mercoledì, 11 luglio 2012 alle 11:13 am da gianni biondillo)

    che diavolo di significato ha?
    Perché uno che scrive trafiletti culturali sul Corriere della Sera sente il bisogno di fare una simile leccata in pubblico, per di più scritta in modo così goffo, a una giornalista che ne ha combinate di cotte e di crude?
    L’ha fatto per autentico senso di amicizia, per un trasporto spontaneo?
    O l’ha fatto per convenienza, per sottolineare il suo schieramento “dalla parte giusta”, in vista di future utilità?
    In entrambi i casi l’ha fatto con sprezzo del ridicolo, questo è chiaro: ha perso di vista la comicità involontaria del gesto.
    E’ anche così che la gente si rovina la reputazione, e mi meraviglio che non se ne rendano conto. Ma ci credono tutti stupidi?

  32. Io dico che si è proprio persa la misura: in questo modo il degrado avanza sempre più, non ci si rende conto di come si stanno letteralmente squagliando l’intelligenza della cultura (che viene esercitata sempre più a pappagallo e quindi senza sostanza) e l’onestà intellettuale.
    Che vergogna, che vergogna, che vergogna!
    Ma siamo solo noi gli ossessi, oppure si continua a tacere colpevolmente? Ma quali rendite di posizione si crede di dover difendere? Non si rendono conto che di questo passo diventeranno tutti macchiette?
    Roba da pazzi.

  33. nei commenti/interventi, sul Corriere, su L***eratura o su un blog, ognuno segnala qualcosa di sé. Avendo frequentato anche blog americani, la differenza è che qui, come dici tu, Paolo, prevale la segnalazione dell’appartenenza, della nicchietta da difendere, dello schieramento nel derby in corso. Non credo di aver mai incontrato un tasso di litigiosità, di conventicole e di polemichette come nel web italiano (che LL definisce “il web”). Prevale il bisogno di intrupparsi, in un modo o nell’altro, di avere una “rete” (che non equivale, come pensa LL, al web) di protezione. Forse siamo eterni insicuri e bisognosi di protezione.

    Nel web americano – per come lo conosco, avendo partecipato per quattro anni a un forum e per frequentare blog e forum a scopi traduttivi… – prevale il bisogno di essere per sé, la non-soggezione verso le “autorità” (in questo caso la moderatrice del blog) e il pragmatismo che o scoraggia umori e paturnie personali. Poi manca – sempre per quello che ho potuto constatare – il bisogno di sentirsi “superiori”, probabilmente legato al sentimento di inferiorità di cui sopra.

    Davvero, torno a ripetere: ma chi se ne frega – e, soprattutto, chi se li fila – LL, za**rdo o i giappisti? Finché sono lo spunto per carrellate umoristiche come quelle di Lucio, sono sempre a favore. Ci si diverte, e si capisce che si sta ridendo anche di certi “caratteri” tipicamente italiani. Cioè di noi. Ma non mi sembra il caso di drammatizzare la questione…

    Chi però si è sentito diffamato, o lo è stato, e desidera regolare la questione nelle sedi opportune, come dice Iannozzi, ha tutto il diritto di farlo. Io, al posto suo, non avrei mai né i soldi, né le energie per farlo. Solo per arrivare in tribunale, da dove abito io, ci metteri un’ora. In autobus. Per questo metto gli asterischi. Metti che mi citano in giudizio per averli diffamati? Mi sparo.

    • Sempre a proposito di questa dichiarazione programmatica di LL su un indifendibile uso della Rete concepita come mezzo per poter dire tutte le porcate che saltano in mente, MAGARI ANCHE A SCOPO DI VENDETTA PERSONALE [maiuscolo e grassetto miei, ndr] vi linko quanto la medesima scriveva tramite fake a corollario anche di quello che scrive diait sui forum amMericani (Nel web americano prevale […] la non-soggezione verso le “autorità” […])
      http://laramanni.wordpress.com/2010/05/28/qualche-volta-internet-mi-fa-paura/
      Perchè ho la sensazione che se una ragazzina (o una donna, o un uomo, o un ermafrodito) presuntuosa si arroga il diritto di “cantarle chiare” allo scrittore solo perchè il suo parere DEVE valere più di quello dello scrittore medesimo (il quale è sicuramente raccomandato, e sicuramente le ruba aria o spazio per il solo fatto di essere pubblicato e famoso), le cose stanno andando male. Malissimo. Pensiamoci.
      Emblematico, vero? @.@
      E non venitemi più a dire che LL usava toni e stile diversi nel ruolo di LM perchè sono gli stessi… oooops, sorry, volevo dire i medesimi 😉

      • la soggezione verso le figure di autorità è un indottrinamento continuo, qui.
        Lo scrivo e dico sempre, ma da noi i ragazzini, a scuola, sono incoraggiati a studiare e a ripetere quello che i critici autorevoli dicono sugli autori che si studiano. In America, i ragazzini sono incoraggiati ad esprimere pensieri originali e personali sugli autori. E anche quando non sono particolarmente brillanti, il commento è “Good try!”. Qui l’atteggiamento del professore medio è quello di chi ha di fronte una massa di rozzi smutandati che non sa e non capisce niente. Il risultato, è che i nostri, crescendo – tranne le solite eccezioni – cercheranno la rivalsa diventando come i loro professori, e trovando qualcun altro a cui dare dello smutandato che non capisce niente. E’ il ciclo della trombonaggine. Implacabile.

        Se scrivo a uno studioso o a un giornalista americano una e-mail, dopo dieci minuti mi risponde personalmente, sul merito della questione, senza tanti convenevoli. Un dialogo fra pari – peer to peer. Proprio come da noi!

        Consiglio a tutti, “A una spanna da terra”, di Marianella Sclavi. Lo studio comparato di una giornata di scuola di due studentesse liceali, in un liceo di roma e in uno pubblico di new york. E guarda caso la sua è (come la definisce lei) una “metodologia umoristica”.

        http://www.iger.org/2005/09/28/una-spanna-da-terra-ventanni-dopo/

      • E anche quando non sono particolarmente brillanti, il commento è “Good try!”.
        Dovrebbe essere così, credo…
        Grazie per la segnalazione del saggio di M. Sclavi.

    • Finché sono lo spunto per carrellate umoristiche come quelle di Lucio, sono sempre a favore. Ci si diverte, e si capisce che si sta ridendo anche di certi “caratteri” tipicamente italiani. Cioè di noi.

      And make no mistake: irony tyrannizes us. (DFW)
      ehm, non vi ricorda niente?
      http://lucioangelini.wordpress.com/2008/09/16/wm-1-a-fellow-of-finite-jest/
      😀

      • ahahaha, perché lui è un buon diavolo!
        E anche qui c’è l’italiano da liceo classico, che piacerebbe alla mastrocola:
        “e anche l’avessi”, messere, “non l’userei”.
        See, addio.

      • Beh ma Lucio HA trascorsi da insegnante.
        La Mastrocola mi piace molto.

      • oddio, un momento: ma “e anceh l’avessi non l’userei” l’ha scritto Lucio? Devo rileggere tutto… umph. Lo so che Lucio era insegnante. La Mastrocola mi ha sempre ispirato un’antipatia istintiva. Non so altro.

  34. @diait. la certezza di aver segnalato solo cose avvenute veramente mi fa dormire tranquillo. diffamare, a casa mia, significa “screditare qualcuno mediante discorsi o scritti ***calunniosi*** sul suo conto”. E se la calunnia è una “menzogna denigratoria; falsa accusa”, dichiaro pubblicamente di non aver mai calunniato nessuno.

    • Lucio, lo sai, ti stimo, e per questo ti prego di non asterischizzare smodatamente à la Wu 😉
      insomma, m o d e r a t i!

  35. senz’altro, lucio. La paura resta un fatto mio. Preferisco evitare rogne.

  36. Segnalo mio commento cattivissimo qui:
    http://vibrisse.wordpress.com/2012/07/12/il-ricordo-dinfanzia-un-libro-da-fare/#comments

    Domattina all’alba parto per le Odle. Miao a tutti.

  37. ora che lucio è partito per le Odle con la famiglia von Trapp, possiamo dire che Michele Mari non scrive bene e che il Fano sta messo come la Libia e rischia la retrocessione, l’anno prossimo.

  38. Sì, concordo. E ho pure delle riserve sull’intonazione dell’intero florilegio “Best of”: troppo politicamente corretto, secondo me. Io ci avrei messo più mordente: per intenderci, più spadone che fioretto, e in certi casi anche la micidiale sica.

    • ahahahaahahahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh
      non avevo cliccato su “sica”!
      Se usata con maestria, consentiva al trace di tranciare un arto del mirmillone con facilità.
      Ma l’hai visto il trace nella foto anticoromana?
      Un incrocio fra una dragqueen, un gormito e lucio con le ciaspe.

    • Proprio così: la relativa lentezza del mirmillone, possente e pesantemente corazzato, l’ha esposto agli attacchi saltellanti da destra e sinistra (il folleggiare di Lucio) e agli affondi con la micidiale sica.
      Lucio, naturalmente, non ha rinunciato alla manica frangiata e alle piume di struzzo sull’elmo…

      • la manica frangiata fa un po’ anche Nazione Indiana, e il cerchio del trace si chiude.

  39. sì, dài, diciomcelo, ‘sta cosa del BOCL. Ora noi gli si vuole bene, ma è un mortorio. Mai una frecciatina, un gioco di parole, un doppio senso, una parodietta, una garbata presa per i fondelli, un’allusioncina maliziosa, una faidetta cotta e mangiata. Niente di niente. Bah.

  40. diciomcelo = diciamocelo
    in queste settimane di spoglio dei libri, la mia tastiera si è così impolverata che sotto ogni tasto c’è un subo di polvere e alcuni non scrivono o scrivono fischi per fiaschi.
    Per esempio “subo” sta per “cubo”

  41. La tastiera impolverata sa molto di vissuto, mi piace: soprattutto come realtà alternativa alla mia, dove tutto è (quasi) immacolato. Per fortuna, da qualche tempo ho introdotto un po’ di disordine nelle mie simmetrie, sperando che la creatività si liberi un po’.

    Una caratteristica di Lucio – ci pensavo poco fa – è la correttezza di fondo, che sembra qualcosa di ineliminabile: un fair play che gli fa onore, ovviamente, ma che quando si ha a che fare con farabutti patentati rischia di metterti in svantaggio. Ma sono punti di vista, ovviamente: per altri versi questa corettezza può esser ritenuta un punto di forza.

    Resta il fatto che chi fa il gioco sporco, utilizzando strumenti sleali che creano una sproporzione nelle forze in campo (grazie a menzogne e ad appoggi/entrature/collusioni ecc), quindi facendo il “forte” con chi si batte correttamente, è gente più che disprezzabile, un’umanità corrotta contro cui sarebbero più efficaci i mezzi consoni ai loro: vigliaccata contro vigliaccata, cattiveria contro cattiveria, e quando sono a terra non risparmiarli, ma finirli.

  42. Deficiente permalink

    Mai una frecciatina, un gioco di parole, un doppio senso, una parodietta, una garbata presa per i fondelli, un’allusioncina maliziosa, mai una faidetta. Niente di niente

    Io direi: quasi mai. Oggettivamente parlando

  43. Mai una frecciatina? Man mano che i singoli post uscivano (dal 2005 al 2012) sono stato minacciato di querela dozzine di volte, mi è stato cancellato un blog, il volumetto “La bufala del New Italian Epic” è stato espunto dal catalogo di ilmiolibro.it e, insomma, mi sono fatto tanti di quei nemici che dubito qualcuno potrà mai pubblicare il presente BEST OF, fermo restando che sono venute fuori circa 1200 pagine: un vero mattone! 🙂

    P.S. Potrei sempre ricavarne “Il peggio di ‘Best Of Cazzeggi Letterari'” e restringermi alle classiche e più vendibili 200-300 pagine.

    • Uhm, credo che 1.200 pagine siano davvero tante. Tieni poi conto che, seppur organizzato il lavoro, questo rimane comunque una sorta di zibaldone. A mio avviso dovresti snellirlo al fine da dargli una impronta di vero e proprio saggio.

  44. @iannox. forse è il mio destino: tutti i miei editor hanno sempre preteso di trasformare le mie proposte in qualcos’altro. invece, secondo me, almeno questa è bene che resti quello che è: una selezione di post più o meno satirici , raggruppati per argomento o per connessioni alla blob.

    • Non dico che dovresti snaturare il tuo lavoro. Però pensa ai lettori: 1200 pagine. La tua idea è che un editore prenda in blocco i BOCL e li pubblichi così come sono. Come pensi che il lettore possa orientarsi, che possa capire…? Puoi essere editor di te stesso, che è sempre la cosa migliore.

    • Non dimentichiamo che il più illustre Zibaldone della letteratura italiana è ancora attualissimo dopo duecento anni, e contiene fondamentali rivelazioni filosofiche riconosciute da tutti. La formula dello Zibaldone, dunque, a dispetto delle opportunità editoriali, resta autentica ed efficace.

  45. Disponibilissimo a riduzioni e ulteriori selezioni, da concordare con l’eventuale editore, ma un saggio è un’altra cosa. Cmq il problema non si pone. Pare che, al momento, gli editori siano più che altro a caccia di testi erotico-soft.

    • E buttati nell’erotico-soft. Uno come te, della tua esperienza, vuoi che non sfondi? 😉

      • Dovrei assumere il nome d’arte di Alessandra Pluda Cavalli (vd post su Sveva Casati Modignani), ma se poi Serino mi sgama? Farei la figura del Lipperino:-)

      • Potresti firmarti Lucio Lipperino. Suona persino molto ma molto bene. Secondo me così, senza dover nutrir tema d’esser sgamato perché tutti saprebbero sin da subito che è un nome de plume, faresti faville.

  46. @paolo. peccato solo che io stia a leopardi come il famoso colle all’infinito:-)

  47. @iannox. meglio Laro Lipperino, allora.

    • Dopo sì tanto tempo il povero Laro Lipperino ebbe risposta dal Lucio buono.
      Ma non è che ci hai messo il copyright su il Laro? 😉

  48. I tend not to drop a comment, however I read a few of
    the comments on BOCL N. 49 (PUPÙ RI DI RANDOM POST 2.
    ) BEST OF CAZZEGGI LETTERARI. I actually do have 2
    questions for you if you tend not to mind. Could it be simply me or do a few of these remarks come across as if
    they are coming from brain dead folks? 😛 And, if you are writing at additional sites, I’d like to keep up with everything new you have to post. Could you make a list of the complete urls of all your public pages like your linkedin profile, Facebook page or twitter feed?

  49. Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, provero’ senz’altro a sperimentare quanto avete indicato… c’e’ solo una cosa di cui vorrei parlare piu’ approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.

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