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BOCL N. 48 (PUPÙ RI DI RANDOM POST 1.)

9 luglio 2012

 (Ada Tondolo nel 1946, tra i seracchi della Marmolada)
 
 
 
(Ada oggi)
 
 
13 MARZO 2006 

UNA VERA FIABA PER ADULTI:- )

Tra i personaggi di maggior spicco della sezione veneziana di Trekking Italia e anche della Giovane Montagna c’è la signora Ada Tondolo, 83 anni, un passato di medaglie d’oro nell’atletica leggera, rarissima rocciatrice ai tempi in cui solo poche elette potevano vantare la pratica della specialità e ancora oggi instancabile e stupefacente escursionista. Ieri, per esempio, è salita con noi a Forcella Lerosa, oltre Cortina (700 m. di dislivello senza batter ciglio) nella neve con le ciaspe. Durante il viaggio in macchina da Venezia ci ha raccontato questa delicata fiaba:

“Una vecchia stava tornando alla sua misera casupola con una fascina sulle spalle. A un certo punto le apparve una fata che le disse: ‘Tu sei sempre stata buona e onesta, hai lavorato tutta la vita e ancora lo fai. Meriti di essere premiata. Esprimi tre desideri e sarai esaudita.’ La vecchia ci pensò sopra qualche istante e rispose: ‘Vorrei passare gli ultimi anni della mia vita in una casa decente.’
‘Sarai accontentata’, le assicurò la fata. ‘E il secondo desiderio?’.                           ‘A che mi servirebbe una bella casa’, sospirò la vecchia, ‘se comunque restassi vecchia e malandata come sono? Vorrei tornare giovane.’
‘Bene’, le assicurò di nuovo la fata. ‘Sarai accontentata anche in questo. E il terzo desiderio?’.                                                                                                                         La vecchia rifletté e aggiunse: ‘Attualmente vivo da sola con un gatto. Be’, se davvero dovessi ringiovanire e abitare in una bella casa… mi piacerebbe che il mio gatto diventasse un bel giovanotto.’                                                                       ‘Sarai accontentata’, le assicurò la fata per la terza volta. E scomparve. La vecchia riprese il cammino e, quando arrivò nel luogo della sua ex-casupola, vide che al posto di quella sorgeva adesso un magnifico palazzo. Entrò e subito il grande specchio dell’atrio le rimandò l’immagine di una bellissima giovane. Mentre si rallegrava incredula dei due doni ricevuti, vide avanzare verso di sé un aitante giovanotto che l’abbracciò, la baciò, si sedette e la prese sulle ginocchia. La fanciulla già fremeva estasiata alle sue carezze, quando, inaspettatamente, il giovane le confessò: ‘Adesso, purtroppo, dovrai pentirti di avermi fatto castrare quando ero un gatto.’:- )

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14 MARZO 2006

Ho definito il racconto orale di Ada Tondolo, da me posto in forma scritta ieri, “una vera fiaba per ADULTI“. Aggiungo, oggi, la spiegazione delineata con esattezza da Bianca Pitzorno nel delizioso “Storia delle mie storie“, Nuova Pratiche Editrice, Parma, 1995. Eccola:

“Inseguendo l’obiettivo di definire oggettivamente la letteratura giovanile, mi sono accorta che in definitiva, per quanto strano possa sembrare, c’è un unico elemento che, per negazione, la distingue in modo assoluto e inequivocabile da quella destinata ai grandi. L’unica vera differenza SEMPRE riscontrabile nei libri di narrativa come nelle storie offerte ai più giovani dal cinema, dai fumetti, dal teatro, dalla televisione e da tutti gli altri media, è l’assenza di erotismo descritto o riferito in modo esplicito. Quando ci si rivolge ai bambini e ai ragazzi l’amore viene descritto sempre con toni romantici, o comunque platonici. Se anche la storia prevede un accoppiamento umano o animale, questo viene suggerito in modo allusivo, o si deduce dalle conseguenze (un fglio già nato; più raramente una gravidanza). Mai viene descritto un amplesso, o il desiderio consapevole di un amplesso. Mai vengono descritti e neppure nominati organi sessuali umani o animali (a meno che non servano unicamente per fare pipì). Non sono l’unica ad essersene accorta. Nel saggio ‘Il linguaggio della notte’, pubblicato in Italia dagli Editori Riuniti nel 1986, Ursula K. Le Guin scrive con amara ironia: ‘Sicuro che è semplice scrivere per ragazzi. Semplice proprio come allevarli. Tutto quello che c’è da fare è eliminare tutto il sesso, utlizzare paroline brevi e ideuzze stupide, ed evitare di spaventare troppo, ed essere sicuri che vada a finire bene’. Fatta questa constatazione, mi è venuto spontaneo pensare a un intervento di censura. Censura da parte dei genitori, degli insegnanti, degli adulti che stanno attorno al bambino lettore. Autocensura da parte dell’editore che teme di non vendere e dello scrittore che teme di non venire pubblicato. Ma parlando con i miei giovani lettori pian piano ho cominciato a pormi altri interrogativi e questa convinzione si è fatta meno assoluta. Forse il vero motivo di questa ‘assenza‘ dalle storie, perlomeno in quelle destinate ai minori di undici anni, nasce non tanto dalla paura dell’adulto, quando dall’ indifferenza del bambino per l’argomento specifico. Forse ai lettori che hanno meno di undici anni il sesso raccontato a quel modo davvero non interessa. Forse ha ragione Freud quando parla di un ‘periodo di latenza’.” (pgg. 14-15)

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LA RIVOLUZIONE A-SESSUALE

31 agosto 2006

Se i bambini si trovassero sotto i cavoli o li portasse davvero la cicogna e non ci fosse la sessualità (= l’impulso – spesso disordinato e ossessivo – a ficcare un pezzetto del nostro corpo in qualche cavità del corpo di un altro, o a farci ficcare da un altro un pezzetto del suo corpo in qualche cavità del nostro corpo, o, per inglobare anche la masturbazione, a soffregarci autonomamente certe parti del corpo a scopo di ozioso diporto) la vita sarebbe perfettamente vivibile lo stesso. Anzi, forse sarebbe molto meno complicata (si pensi solo all’ampiezza dell’ indotto criminale della faccenda: aggressioni e delitti a sfondo sessuale, racket della prostituzione, tratta delle bianche e delle nere eccetera).

E’ quello che sostengono i seguaci della rivoluzione a-sessuale, di cui riproduco la lettera apparsa nella rubrica di Augias su Repubblica il 5 agosto scorso:
 
LA SCELTA DI VIVERE SENZA SESSO
 
“Sono l’amministratrice di Aven Italia, il forum degli Asessuali italiani [cfr. http://www.asexuality.org/it/, n.d.r.]; sono io stessa asessuale. Vorrei attirare l’attenzione sulla condizione dell’asessualità, la condizione vissuta da chi non prova attrazione per il sesso e non sente esigenza di avere rapporti sessuali di alcun tipo. Non è una scelta personale dovuta a motivi ideologici o religiosi (come può essere la castità, la scelta di astenersi); non è un disturbo sessuale, paura o difficoltà di avere rapporti. E’ invece libera espressione della personalità dell’individuo, di cui costituisce l’identità sessuale. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, la mancanza di attrazione per il sesso non viene vista dagli asessuali come un problema da risolvere. Non esiste una vera definizione di asessualità. Si parte, anzi, da una non definizione. Gli asessuali non vedono nel sesso qualcosa di brutto o negativo; semplicemente, sentono che il sesso non è la loro strada, e rivendicano il dritto di non essere giudicati o ridicolizzati per questo, come invece troppo spesso accade in Italia. L’asessualità dovrebbe essere vista come un vero e proprio altro orientamento sessuale, alla stregua dell’omosessualità e della bisessualità. Invece è difficile, in questa società, accettare il fatto che esistano persone completamente disinteressate al sesso, sia dal punto di vista fisico che come mezzo per relazionarsi all’altro. Nella vita di tutti i giorni noi asessuali veniamo scherniti e derisi, tanto che nessuno in Italia si è dichiarato pubblicamente, “mettendoci la faccia”. E dai medici e dagli psicologi – spesso troppo sicuri di quale sia “il giusto punto d’arrivo” e la “normalità” – siamo troppo frequentemente, e a torto, considerati “disturbati”.
 
Il 24 agosto, sempre su Repubblica, è seguito l’articolo: “E la Francia libertina scopre il piacere dell’astinenza“, di Anais Ginori. Eccolo.
 
“Parigi. L’astinenza sessuale è diventata un segno distintivo. Ma questa volta morale e religione non c’entrano. I nuovi integralisti del non-sesso sono giovani, belli, colti, figli della generazione che aveva liberato il sesso. Non fanno l’amore per mesi, anche per anni. Si scagliano proprio contro il modello dei padri e capovolgono gli slogan del ’68. ‘E’ una reazione difensiva alla dittatura del piacere e al terrorismo dell’orgasmo’, spiega Jean-Philippe de Tonnac, autore de ‘La rivoluzione asessuale’, appena uscito per Albin Michel.
Gli ‘asexual’ nascono negli Usa all’inizio degli anni Duemila, ma a sorpresa sono sbarcati anche nella culla del libertinaggio e della cultura erotica. Secondo una ricerca dell’istituto Ipsos il 25% delle donne e il 15% degli uomini francesi sono ‘sessualmente soli’ e per un quarto di loro ‘è indifferente non fare l’amore anche per diversi mesi’. La novità è che l’astinenza è voluta e non subita’ sostiene il giornalista David Fontaine. Nel suo ‘No sex last year’ (Arte Editions) racconta la vita di quindici trentenni ‘asexual’: donne e uomini che confessano di avere il famoso ‘mal di testa’ al momento di mettersi a letto, e ne sono felici. ‘Un terzo degli adolescenti ha già visto siti o immagini pornografiche. Questa sovrabbondanza di sesso provoca rigetto’ argomenta de Tonnac. Lo psicanalista Juan David Nasio sostiene di avere per la prima volta preso in cura pazienti ancora vergini a 33 anni. ‘Sono uomini sani ma la sola idea di fare l’amore con una donna provoca in loro il panico’. Nella donna, ma ancor più nell’uomo, l’ansia di prestazione e la paura di sfigurare possono bloccare la libido. ‘Le relazioni oggi sono così effimere che il primo rapporto sessuale è diventato una prova del fuoco’, osserva de Tonnac. Per la psicanalista Hélène Vecchiali, autrice di un saggio sulle nuove paure degli uomini ‘Ainsi soient-ils’ (“Così siano”) (Calmann-Levy), anche l’aggressività delle donne è una causa: ‘Basta andare su alcuni siti per vedere che oggi sono loro le vere predatrici’, dice Vecchiali.
Il voto di castità dei laici, l’orgoglio ‘asexual’ è rivendicato, ostentato, e questa è la grande novità. Amore senza sesso, il contrario di quello che si professava negli anni Settanta. ‘Il desiderio si spegne da solo. Meno fai l’amore, meno hai voglia di farlo’ racconta una donna che si definisce ‘orgogliosa anoressica del sesso’.”
 
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“WORLD TRADE CENTER” A VENEZIA

5 ettembre 2006

Straccamente sono andato a vederlo, straccamente l’ho retto fino alla fine, ma solo tra smascellanti sbadigli. Per carità, la tragedia fu enorme e quando le Twin Towers si afflosciarono su se stesse l’11 settembre 2001 il mondo intero “attonito al nunzio (e alle immagini teletrasmesse) stette”. Per carità, solo 20 persone furono tirate fuori vive da sotto le macerie, e fra queste il sergente di polizia della Port Authority John McLoughlin e l’ufficiale Will Jimeno, poi etichettati coi numeri 18 e 19. Per carità, “World Trade Center” è la loro storia, raccontata attraverso gli occhi di Jimeno, McLoughlin e delle loro famiglie, ma più il claustrofobico film di Oliver Stone si sforza di farci esclamare ad ogni sequenza “Accidenti, quanto si soffre a stare là sotto!”, con i protagonisti che continuano a gridarsi l’un l’altro “It’s OK, it’s OK. It’s gonna be all right!”, meno ci si immedesima nella loro vicenda. E sì che lo scopo del regista è nobile e condivisbile: spingere a confidare in quella bontà che a sua volta spinge alcuni uomini ad occuparsi in positivo di altri uomini, mentre – parallelamente – alcuni altri uomini ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri esseri umani su questa terra…

Che volete, quando un film non acchiappa, non acchiappa, anche se il regista l’ha girato con le migliori intenzioni e si chiama Oliver Stone. Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.

A proposito di uomini che ce la mettono proprio tutta a peggiorare la permanenza di altri uomini su questa terra, sentite questa notizia che, da appassionato della montagna, mi ha fatto ardentemente desiderare di peggiorare la permanenza su questa terra degli irresponsabili idioti che ne sono al centro: 

LANCIO DI SASSI DAI LASTONI DI FORMIN 

“San Vito di Cadore (BL), 02-09-06
Un gruppo di escursionisti, 4 papà con i loro 7 figli, ha assistito ad un lancio di sassi dall’alto del Lastoni di Formin. La comitiva, che si trovava in prossimità di forcella Ambrizzola verso le 11.30, diretta a forcella Giau, ha sentito cadere delle pietre dalla parete. Alzando lo sguardo ha visto 6-7 alpinisti che stavano arrampicando in diverse cordate e dalla cima due persone che lanciavano sassi, si ritraevano e continuavano a far cadere le pietre, mentre gli alpinisti impegnati nella salita gridavano di smettere. Uno degli escursionisti ha subito chiamato il 118, che ha allertato i carabinieri e una squadra del Soccorso alpino della Stazione di Cortina. La parete ha vie di quarto, quinto grado, ma la cima del Lastoni si raggiunge facilmente lungo il sentiero. La sassaiola è proseguita per oltre 10 minuti, ma i responsabili, che hanno avuto tutto il tempo di allontanarsi, non sono stati individuati.” (Servizio di Michela Canova). 

Certo, un episodietto minimo rispetto all’immane tragedia di September Eleven, ma il succo è lo stesso: c’è chi usa le proprie energie per contribuire al miglioramento del mondo e c’è chi le usa per peggiorarlo…

Speriamo solo che, alla lunga, prevalgano le forze del bene:-)

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11 dicembre 2007

UMBERTO ECO NON CREDE AI COMPLOTTI

Recupero una bustina di Minerva di UMBERTO ECO da L’espresso del 1° novembre scorso:

«Com’è noto sull’ 11 SETTEMBRE circolano molte teorie del complotto. Ci sono quelle estreme (che si trovano in siti fondamentalisti arabi o neonazisti), per cui il complotto sarebbe stato organizzato dagli ebrei, e tutti gli ebrei che lavoravano alle due torri sarebbero stati avvisati il giorno prima di non presentarsi al lavoro – mentre è noto che circa 400 cittadini israeliani o ebrei americani erano tra le vittime; ci sono le teorie anti-Bush, per cui l’attentato sarebbe stato organizzato per potere poi invadere Afghanistan e Iraq; ci sono quelle che attribuiscono il fatto a diversi servizi segreti americani più o meno deviati; c’è la teoria che il complotto era arabo fondamentalista, ma il governo americano ne conosceva in anticipo i particolari, salvo che ha lasciato che le cose andassero per il loro verso per avere poi il pretesto per attaccare Aghanistan e Iraq (un poco come è stato detto di Roosvelt, che fosse a conoscenza dell’attacco imminente a Pearl Harbour ma non avesse fatto nulla per mettere in salvo la sua flotta perché aveva bisogno di un pretesto per iniziare la guerra contro il Giappone); e c’è infine la teoria per cui l’attacco è stato dovuto certo ai fondamentalisti di Bin Laden, ma le varie autorità preposte alla difesa del territorio statunitense hanno reagito male e in ritardo dando prova di spaventosa incompetenza. In tutti questi casi i sostenitori di almeno uno tra questi complotti ritengono che la ricostruzione ufficiale dei fatti sia falsa, truffaldina e puerile. Chi voglia avvere una idea circa queste varie teorie del complotto può leggere il libro a cura di Giulietto Chiesa e Roberto Vignoli, “Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso“, edizioni Piemme, dove appaiono alcuni nomi di collaboratori di tutto rispetto come Franco Cardini, Gianni Vattimo, Gore Vidal, Lidia Ravera, più numerosi stranieri. Ma chi volesse ascoltare la campana contraria ringrazi le edizioni Piemme perché, con mirabile equanimità (e dando prova di saper conquistare due settori opposti di mercato) hanno pubblicato un libro contro le teorie del complotto, “11/9. La cospirazione impossibile“, a cura di Massimo Polidoro, con collaboratori di altrettanto rispetto come Piergiorgio Odifreddi o James Randi. Il fatto che ci appaia anch’io non va né a mia infamia né a mia lode perché il curatore mi ha semplicemente chiesto di ripubblicare in quella sede una mia Bustina che non era tanto sull’11 settembre quanto sull’eterna sindrome del complotto. Tuttavia, siccome ritengo che il nostro mondo sia nato per caso, non ho difficoltà a ritenere che per caso o per concorso di varie stupidità vi avvenga la maggior parte degli avvenimenti che l’hanno tormentato nel corso dei millenni, dalla guerra di Troia ai giorni nostri, e quindi sono per natura, per scetticismo, per prudenza, sempre incline a dubitare di qualsiasi complotto, perché ritengo che i miei simili siano troppo stupidi per concepirne uno alla perfezione. Questo anche se – per ragioni certamente umorali, ma per impulso incoercibile – sarei propenso a ritenere Bush e la sua amministrazione capaci di tutto. Non entro (anche per ragioni di spazio) nei particolari degli argomenti usati dai sostenitori di entrambe le tesi, che possono parere tutti persuasivi, ma mi appello soltanto a quello che io definirei la “prova del silenzio“. Un esempio di prova del silenzio contro quelli che insinuano che lo sbarco americano sulla Luna sia stato un falso televisivo. Se la navicella americana non fosse arrivata sulla Luna c’era qualcuno che era in grado di controllarlo e aveva interesse a dirlo, ed erano i sovietici; se pertanto i sovietici sono rimasti zitti, ecco la prova che sulla Luna gli americani ci sono andati davvero. Punto e basta. Per quanto riguarda complotti e segreti l’esperienza (anche storica) ci dice che: 1. Se c’è un segreto, anche se fosse noto a una sola persona, questa persona, magari a letto con l’amante, prima o poi lo rivelerà (solo i massoni ingenui e gli adepti di qualche rito templare fasullo credono che ci sia un segreto che rimane inviolato); 2. Se c’è un segreto ci sarà sempre una somma adeguata ricevendo la quale qualcuno sarà pronto a svelarlo (sono bastati qualche centinaio di migliaia di sterline in diritti d’autore per convincere un ufficiale dell’esercito inglese a raccontare tutto quello che aveva fatto a letto con la principessa Diana, e se lo avesse fatto con sua suocera [la regina Elisabetta, n.d.r.] sarebbe bastato raddoppiare la somma e un gentiluomo del genere l’avrebbe ugualmente raccontato). Ora per organizzare un falso attentato alle due torri (per minarle, per avvisare forze aeree di non intervenire, per nascondere prove imbarazzanti, e così via) sarebbe occorsa la collaborazione se non di migliaia almeno di centinaia di persone. Le persone utilizzate per queste imprese non sono mai di solito dei gentiluomini, ed è impossibile che almeno uno di questi non abbia parlato per una somma adeguata. Insomma, in questa storia manca la Gola Profonda(Umberto Eco, da L’Espresso del 1° nov. 2007)

 

(Lucio Angelini a New York prima dell’11 Settembre: le torri gemelle sullo sfondo)

 .

(Lucio Angelini, di colpo invecchiatissimo, dopo l’ 11 settembre 2001)

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12 settembre 2006   

Ciao Lucio,
è stato bello seguire la Mostra del cinema leggendoti.
 
Riguardando la tua pagina sulla rivoluzione a.sessuale mi sono ricordat* di un articolo di Sofri letto quest’estate: “L’energia dell’odio”. Citava un saggio di Guenther Anders e faceva notare che in una nota l’autore paragona il “killing without hate“, l’uccidere senza odio, al contemporaneo “fucking without love“.
 
Ho ripensato a lungo al tema e credo che allontanarsi dal turbinio degli incontri vuoti e senza prospettiva sia l’unico modo per non farsi travolgere da tanta superficialità. Ogni singolo individuo da solo ha pochissima forza per cambiare il mondo, o comunque per modificare certi stupidi comportamenti, però può almeno provare a mettere una distanza tra lui e le cose che lo fanno soffrire.
 
(Lettera firmata)
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IL CAZZO MECCANICO E I VIP IN TIVÙ

6 novembre 2006


 

“Un polline di felicità mi avvolge alla presenza ubiqua dei vip; i nostri semidei, figli di una mortale e del tubo catodico, o di un uomo e della Fortuna (‘amo svortato’, come dice Costanzo alla sua compagnia di giro nei momenti di euforia). Chiamasi ‘vip’ non chi ha realizzato qualcosa di importante ma chi viene regolarmente invitato in televisione; i vip vivono tra loro, anche nella vita normale si conoscono quasi tutti, vanno alle stesse feste e si danno del tu; il gossip ci garantisce che, pur stando incommensurabilmente più in alto di noi, sono pieni di difetti e non sarebbe difficile essere al loro posto. Anzi, li potremmo perfino superare ed essere noi a ricoprire il ruolo prestigioso, un giorno, degli ‘ospiti d’onore’. Cazzeggiano e sono sempre contenti, perché l’essere invitati regolarmente in televisione è per se stesso motivo di contentezza; la situazione è il messaggio, l’evidenza è lo spettacolo; non devono esibirsi in ciò che li ha resi noti, che so, cantare recitare o guidare la moto, devono solo divertirsi tra loro, testimoniare la piacevolezza del vivere. Parlano del loro matrimonio, del loro piatto preferito, del loro cane, e ascoltandoli siamo sicuri che la quotidianità più semplice può risplendere della luce delle stelle. Ogni tanto c’è qualche new entry e di qualcuno, decotto, non si sente più parlare: normale ricambio nel fiume della divinità, che assicura quaggiù l’alternarsi delle stagioni… [cut] la televisione procede per salti, ogni immagine si accumula alle altre ma si sottrae un attimo prima di diventare dolorosa; più che la singola trasmissione conta l’effetto di moltiplica, l’enorme ipnotico programma di cui si può godere con l’uso accorto (o anche distratto) del telecomando. Come un cazzo meccanico che entri in un numero X di buchi, compiacendosi dell’operazione più che del rapporto.
 
Ho notato che il fascino della televisione viene esaltato dalla solitudine; come per i film pornografici, basta essere in due (non amanti) e l’emozione si trasforma in imbarazzo o in riso. Scatta l’ironia, la battuta dissacrante. Ci si vergogna di proiettare impulsi libidici su ‘Casa Vianello’ o su ‘Alle falde del Kilimangiaro’. Quando si è soli, invece, la masturbazione televisiva consiste proprio nel miracolo di provare, liofilizzati, tutti i sentimenti – e come per la masturbazione sessuale, non funziona se non ammettendo un proprio stato di bisogno, di miseria e di profonda umiltà. Quanto più i programmi sono spazzatura, quindi, tanto meglio scatta il meccanismo. Si prova gratitudine per quella folla di amici che ti portano il mondo in casa, e come i preti ti coccolano di più se sei stupido, o malato. Solo le trasmissioni coi comici si possono vedere in compagnia; e i film buoni, se è per questo. Ma appunto siamo al cinema e al cabaret, non più alla televisione; la forza della tivù sta nella sua debolezza, nell’essere informe e nell’avere quindi relazioni più ingenue con l’inconscio.”
(da Walter Siti, “Troppi paradisi“, Einaudi 2006, pp.11-12)
 
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LA FASCIA ALTA DEI MORTI DI FAME

2 novembre 2006

“Come dipendente statale a stipendio fisso (fisso, ma abbastanza solido da consentirmi il superfluo), non sono mai stato obbligato a scelte energiche, o a stress emotivi legati al denaro; a ogni fine del mese, circa sette milioni si accumulano sul mio conto corrente – questo basta a garantirmi una base di sicurezza per ipotetiche emergenze, protesi dentarie o malattie dei genitori. Mi faccio ospitare dagli amici nelle loro ville in Sardegna o a Pugnochiuso, e siccome mi concedo qualche avventura stravagante mi illudo di godere una qualità della vita anche migliore della loro, senza riflettere che apparteniamo in realtà a due classi nettamente distinte: loro hanno i soldi veri mentre io mi accontento del luccichio limitato del lusso. (Appartengo, come dice un mio amico editor, alla ‘fascia alta dei morti di fame’).”

(Walter Siti, “Troppi paradisi“, Einaudi, 2006, pp. 5-6).

Diciamo che l’espressione “fascia alta dei morti di fame” potrà anche risultare simpatica (nella sua scoperta iperbolicità), ma che la condizione economica di un docente universitario oggi in Italia (considerando, oltretutto, anche l’indotto: consulenze, pubblicazioni eccetera) davvero non ha NULLA A CHE VEDERE con la vera fascia dei morti di fame, alta, media o bassa che sia:

RAPPORTO DELLA FAO: «Troppa fame nel mondo»

(30 ottobre 2006)

Sono 854 milioni gli affamati. Presentati oggi i dati sullo Stato di Insicurezza Alimentare. Lontano l’obiettivo di dimezzarli per il 2015. I vertici dell’Agenzia: «È una triste verità» / PDF: rapporto (in inglese) / LEGAMBIENTE: «Clima non aiuta»

Al mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame. E questo numero non è mai calato dal 1990-1992. È la Fao a lanciare l’allarme con il Rapporto annuale sullo Stato di Insicurezza Alimentare nel mondo (Sofi), presentato oggi nella sede romana dell’agenzia delle Nazioni Unite. Le ultime rilevazioni della Fao si riferiscono al periodo 2001-2003 e tracciano un quadro a tinte fosche: sono ancora 854 i milioni di persone sottoalimentate nel mondo, di cui 820 milioni vivono nei Paesi in via di sviluppo, 25 milioni nei Paesi in transizione e 9 milioni nei Paesi industrializzati. Nel 1996, oltre 180 capi di Stato e di Governo avevano firmato la Dichiarazione di Roma in cui era contenuto l’ambizioso obiettivo di riuscire a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015 e portarlo a 412 milioni.

«A dieci anni di distanza, ci confrontiamo con una triste verità, non c’é nessun progresso verso quell’obiettivo», ha ammesso Jaques Diouf, direttore generale della Fao. Il calo da 823 a 820 milioni di persone localizzati nei Paesi in via di sviluppo «é da attribuire ad un errore statistico», ha aggiunto Diouf. Nessun progresso, dunque, anzi, se possibile, un peggioramento della situazione rispetto a dieci anni fa e le tendenze più recenti non lasciano spazio all’ottimismo, sottolinea la Fao che ha registrato un aumento di 26 milioni di persone sottoalimentate nel periodo 1995-1997 e 2001-2003, a seguito, invece di un netto calo di 80 milioni durante gli anni ’80. Timido ottimismo quello di Diouf, secondo il quale «il mondo di oggi è più ricco di quello di 10 anni fa e le risorse alimentari sono più abbondanti – ha detto Diouf – manca la volontà politica di mobilitare queste risorse in favore degli affamati». A quattordici anni dal fatidico 2015, la Fao riconsidera le stime sul numero degli affamati, prevedendo che l’obiettivo del millennio potrebbe essere mancato, perché per quella data saranno ancora 582 i milioni di persone sottoalimentate, contro i 412 previsti.

«Questa pubblicazione – ha sottolineato Diouf – ha evidenziato la discrepanza fra che cosa potrebbe e dovrebbe essere fatto e che cosa realmente si sta facendo per milioni di gente che soffre dalla fame». A preoccupare di più è la situazione dell’Africa, «la sfida più grande da affrontare», in particolare quella sub-Sahariana, dove il numero di persone sottoalimentate è passato da 169 milioni nel 1990-92 a 206.2 milioni nel 2001-03. Nell’Africa sub-Sahariana, l’Aids, le guerre e le catastrofi naturali sono stati ostacoli alla lotta contro il fame, in particolare nel Burundi, in Eritrea, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica democratica del Congo, Paese per cui si registrano le maggiori preoccupazioni dell’agenzia poiché dall’1998 al 2002 c’é stata una guerra e il numero di affamati é triplicato passando da 12 a 37 milioni di persone, cioé il 72% della popolazione.

Per cambiare la situazione, la Fao insiste sull’esigenza di aumentare gli investimenti in agricoltura e nelle zone rurali, dove la fame si concentra. L’Africa centrale, poi, registra una punta di 46.8 milioni di persone sottoalimentate nel 2001-03, cioé il 56% della popolazione (la percentuale era del 36% nel 1990-92). L’Asia ed il Pacifico, così come l’America latina ed i Caraibi sono le uniche zone, secondo il rapporto Sofi, che hanno registrato una riduzione del numero e della percentuale assoluti di persone sottoalimentate.

Se c’é una via d’uscita per questa situazione, secondo la Fao, è da ricercare nello sviluppo dell’agricoltura delle zone rurali, «il settore agricolo è spesso il motore dello sviluppo per le economie rurali – si legge nel rapporto – e l’aumento del rendimento agricolo può aumentare le derrate alimentari, ridurre il loro prezzo ma anche il mobilitare l’economia locale generando la richiesta di beni e servizi». Il rapporto, infine, pone l’accento sul “circolo vizioso della fame e della povertà», affermando che la fame non è solo una conseguenza
della povertà ma è anche una delle cause, perché «nuoce gravemente alla salute ed al produttività delle persone».

 
[Da www.lanuovaecologia.it ] 

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IL MELODRAMMA PIU’ FIAMMEGGIANTE

18 settembre 2006

 
 
 
Avete presente la proustiana “madeleine” che, riassaporata molti anni dopo l’infanzia, provoca nella mente del protagonista della Recherche la resurrezione di tutto un mondo dimenticato?
Ebbene, l’altro ieri ho inzuppato anch’io, nel mio piccolo, la mia madeleine nel tè. Avevo ripreso in mano “Caos Calmo“, di Veronesi, abbandonato a pag. 90. Scorro la pag. 91 ed ecco che, a un certo punto, leggo:
 
 “Marta, in primo piano, sulla destra, identica a Natalie Wood in Splendore nell’erba…”
 
Folgorazione. Corto circuito. Stordimento. Dissolvenza. Flashback. Ritorno al lontano 1961(ok, lo ammetto, esistevo già!), a Elia Kazan, a uno dei film cult della mia adolescenza, visto almeno una mezza dozzina di volte: sììììì,
 
SPLENDORE NELL’ERBA“!

Natalie Wood, a differenza di me, nel frattempo è morta (in modo tragico, purtroppo: morte per acqua, direbbe T.S. Eliot), e io mi sono lambiccato il cervello a lungo per recuperare i versi cui il titolo del film si ispira.
 
 
“Though nothing can bring back the hour/
Of splendor in the grass, of glory in the flower:/
We will grieve not,/
But rather find strength in what remains behind”.
 
[“Se niente può far sì che si rinnovi
all’erba il suo splendore e che riviva il fiore,
della sorte funesta non ci dorrem,
ma ancor più saldi in petto godrem di quel che resta”]
 
I versi, tratti dall’ “Ode on Intimations of Immortality from Recollections of Early Childhood “, dello scrittore inglese William Wordsworth(1770-1850), vengono letti nella classe di Deanie all’inizio del film e ricordati nelle sequenze finali, quando il senso profondo della poesia le sarà diventato chiaro alla luce della sua esperienza. Ovviamente, a quel punto, metà del pubblico in sala, e io per primo, si asciugava i lucciconi…Ma vediamo un po’ di approfondimenti. Prima di tutto la scheda di Morandini:
 
“Nel 1928 in una cittadina del Kansas nasce l’amore tra due liceali,
contrastato dai rispettivi genitori e dalla loro repressione sessuale. In
preda a una forte depressione, lei entra in una casa di cura. Quando esce,
in piena crisi economica, tutto è diverso. Forse il melodramma più
fiammeggiante sul primo amore che mai sia stato fatto al cinema. E i suoi ultimi 5 strazianti minuti sono uno dei culmini creativi del cinema di E.
Kazan. Esordio del ventiquattrenne W. Beatty e 1 film made in USA che pose
esplicitamente l’accento sulla sessualità adolescenziale, Superlativa
direzione d’attori: N. Wood fu candidata all’Oscar, ma le fu preferita la
Sophia Loren di La ciociara. Fu premiata, comunque, la sceneggiatura di
William Inge. Il titolo è preso da un verso di Ode on Intimation of
Immortality di William Wordsworth (1770-1850).
 
Poi il mitico Mereghetti:
 
“Nel Kansas del 1928 l’amore tra Deanie (Wood) e Bud (Beatty) viene rovinato dalle intrusioni dei genitori: la mamma di lei è ossessionata che la figlia resti vergine, il padre di lui consiglia il figlio a non fare le cose sul serio e a frequentare ragazze facili. Lei finirà in clinica, lui vedrà la rovina della sua famiglia. Dietro l’atto di accusa contro la morale sessuale conformista, uno degli studi psicologici più riusciti di Kazan: un’elegia della giovinezza perduta, piena di una malinconia che resta dentro.”
 
Infine Pierre Brunel, che a pag. 239 del secondo volume della sua “Storia della letteratura francese“, Editrice Il Delfino, nel capitolo dedicato a Proust puntualizza:
 
“… Ma il narratore supera presto la malinconia destata dalla fugacità degli esseri e delle cose. E’ inutile, infatti, cercare nella realtà i quadri della memoria, cui mancherebbe sempre il fascino che proviene dalla memoria stessa e dal non essere percepiti dai sensi’. Perciò la ‘ricerca del tempo perduto’ non è l’evocazione nostalgica di un passato “inaccessibile, ma la progressiva scoperta della sola realtà, quella che si forma nella memoria perché ‘iveri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto’. Ciao, Natalie Wood, riposa in pace nel cimitero di Westwood, Los Angeles.
 

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18 giugno 2005

POOR COLOMBATI! 

 
Non dev’essere stato piacevole, per l’autore di PERCEBER, leggere sul Corriere
di ieri l’opinione di Giorgio De Rienzo: “Uno scrittore può abolire ogni regola,
accumulare – come accade con Colombati – spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale diventi quella di una continua divagazione. Ma allora perché Colombati sente il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa» precostituita di orientamento per il lettore e da una serie di note che giustificano il caos a posteriori? La realtà è che l’autore, creato un
vuoto, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a
esibire la sua cultura (cioè mettere insieme brani di canzonette e pillole
di cosmologia, fatti di cronaca e scampoli del Talmud, svelte diagnosi
psichiatriche e coriandoli di filosofia), con una scrittura torrenziale
generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne
creare uno originale. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore
che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e
vanità pseudo culturali”. E povero anche Giulio Mozzi, suo talent-scout, che proprio ieri compiva 45 anni
(vedi www.vibrissebollettino.net).
Speriamo che l’abbia presa a sua volta con svelte diagnosi psichiatriche e qualche coriandolo di filosofia:-)P.S. Una cosa che mi sono sempre chiesto è perché Giulio Mozzi, che si è sempre definito scrittore di ***racconti*** (il racconto, come è noto, è una forma bonsai di romanzo, ovvero un romanzo di poche pagine), come editor si lasci impressionare soprattutto dagli scrittori-fiume, rutilanti e roboanti, dalle cinquecento pagine in su a opera, per intenderci (Avoledo, Colombati ecc.). Insomma lui ce l’ha piccolo (il fiato narrativo),  ma dagli altri lo vuole grosso:-/
 
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14 giugno 2005

LELLO VOCE SI LAMENTA 

… non dello scarso, anche se ***scelto pubblico*** (per esempio c’ero io) accorso ad ascoltarlo al Telecom Italia Future Centre qui a Venezia stasera alle 21.00, ma perché “lai” (lamentazioni) si chiamano, appunto, i testi da lui presentati.
“Il ‘lai’ “, ha spiegato Lello Voce (tutto vestito di nero, con foularino e scarpette neri e bianchi) dopo il primo pezzo, “è una forma di poesia molto antica, significa lamento, e io mi sono appena lamentato del presente”. Al “Lai del ragionare lento” è seguito il “Lai del ragionare intenso”, poi il “Lai del ragionare caotico” e infine il “Lai del ragionare esperto”. L’esecuzione era accompagnata da sofisticate partiture di tecno-jazz, con tappeto sonoro creato da uno STRAORDINARIO Michael Gross, ex tromba di Frank Zappa. Lello Voce ce l’ha messa tutta (aveva la crapa pelà imperlata di sudore) e si è anche dondolato tutto il tempo, mentre diceva cose come “linkati alla finestra del dolore” o “leccàvo l’ìncavo del gomito” o spiegava che ogni violenza è diversa dalla precedente, ma comunque perdente. Di Giacomo Verde le immagini proiettate nei vari schermi e monitor. Insomma uno spettacolo multimediale, come si dice qui a Cannaregio.
 
Titolo dell’evento: “FAST BLOOD” (ovvero la poesia che si fa canto e performance, collocandosi in quella nicchia di mezzo tra il mondo musicale e quello poetico chiamata “spoken word”). ‘Sciapó!”, avrebbero detto in Francia.
 
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9 giugno 2005

THE VERONA AND TRIESTE WITCHES PROJECT

Un promettente scrittore per ragazzi, da poco entrato nel bosco della letteratura giovanile, scompare misteriosamente. L’unica traccia da lui lasciata è il manoscritto “The Verona and Trieste witches project”, contenente inquietanti allusioni a due leggendarie abitatrici del bosco: Margherita Forestan, direttrice editoriale di Mondadori Ragazzi, VERONA, e Orietta Fatucci, direttrice editoriale di Einaudi Ragazzi, TRIESTE. Le ricerche dello scrittore scomparso proseguono serrate, mentre una serie di inspiegabili incidenti ritarda la pubblicazione del manoscritto presso le edizioni LIBRI MOLTO SPECIALI

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2 luglio 2005

GIANNI CELATI VINCE IL SUPERCAMPIELLO

Shakespeare, nel IV atto de “La Tempesta”, fa dire a Prospero: “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno”. Pedro Calderon de la Barca, in “La vita è sogno” fa trasportare il principe Sigismondo (addormentato) dalla torre in cui è prigioniero alla corte di re Basilio, suo padre, che vuole metterlo alla prova. Sempre nel sonno lo fa poi ricondurre al luogo da cui era stato prelevato, dove Sigismondo crederà di aver sognato tutto. Poiché, tuttavia, il sogno gli apparirà verosimile quanto la realtà a cui è tornato, ne dedurrà che anche questa sia mera illusione: “La vita non è che un sogno dal quale ci si risveglia con la morte.”

Il tema di ‘Fata morgana’ di Gianni Celati, vincitore del prossimo Supercampiello (così leggo nella mia sfera di cristallo:-) ), è un viaggio nell‘ignoto paese dei Gamuna, che, shakesperiani pure loro, considerano la vita da svegli come ‘la grande allucinazione del mondo’; mentre, quando dormono, hanno la sensazione di entrare in una dimensione meno ingannevole, molto più reale.

Nell’incontro con il pubblico al Future Centre di Venezia, Celati ha confessato di aver scritto “Fata Morgana” ben 19 anni fa, ma di averlo considerato “maturo per la pubblicazione” solo di recente. Ha aggiunto, anzi, di averlo capito fino in fondo quando lo ha riletto nelle bozze di stampa. L’intervistatore Renato Pestriniero ha esordito dicendo: “So che lei insegna letteratura anglo-american… “. E Celati: “Errato, non insegno più”. “Sì, ma lei, professore… “. E Celati: “Non sono più professore, ma solo ex-professore”. “Be’, allora non so come chiamarla”. Risposta: “Mi chiamo Gianni Celati”, eccetera. Poi, prendendo la parola, il vincitore del prossimo Supercampiello ha ricordato di essere affascinato da sempre dai libri di viaggio, soprattutto se fantastici, di averne tradotti molti, per esempio Gulliver, di aver desunto la concezione della vita come illusione da suo padre, di aver sempre pensato che la letteratura non serva tanto a far esprimere gli autori, quanto ad aiutare gli uomini a studiare la vita. Si è dichiarato appassionato di fantascienza, il cui futuro – assicura – starà soprattutto nell’indagare il nostro spazio interiore, più che l’outer space. A differenza della narrativa tradizionale, che funziona in base al meccanismo dell’identificazione del lettore con i personaggi, la fantascienza sfrutta il meccanismo contrario, quello dello straniamento, in base al quale il lettore deve prendere soprattutto atto dell’estraneità/ difformità di un personaggio rispetto a se stesso. Nella sua produzione narrativa, come nella sua attività di lettore e traduttore, il suo interesse ricorrente è sempre stato “l’avventura alla scoperta dell’altro, il distacco comico dal mondo delle certezze e delle percezioni ordinarie”.

P.S. Quando gli ho porto una copia del libro per l’autografo, visto che esitava dopo aver scritto “Lucio”, gli ho suggerito di aggiungere “a non lucendo”. E così ha fatto:-)

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“DIO ERA ALLERGICO ALLA POLVERE COSMICA

… e al primo starnuto fu subito Big Bang.” La battuta non è mia, ma di Ennio Cavalli, giornalista della Rai (pure lui!) in odore di Campiello. Per l’esattezza, è quello che intervista i vincitori del Nobel nelle cerimonie ufficiali di consegna dei premi. La battuta, dicevo, appartiene al volumetto La Bibbia in lattina, che ha per sottotitolo ‘versetti a strappo’. In esso il Vecchio Testamento è raccontato da un sacerdote cinico. Pare che Fellini amasse molto sia Cavalli, sia la sua scrittura, e così anche Sergio Zavoli. Il pubblico intervenuto alla presentazione di “Quattro errori di Dio” (questo il titolo dell’opera finalista al Campiello, Aragno editore), invece, è parso entusiasmarsi molto meno all’elenco delle cantonate prese dall’Ente Supremo. Cavalli, a dire il vero, teneva a mantenere una certa suspence sul contenuto del libro, ma l’intervistatore Giuliano Tamani, docente di Filologia ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, non si è peritato di rompergli le uova nel paniere spiattellando tutti e quattro gli errori. Eccoli in disordine: 1° errore) IL DILUVIO UNIVERSALE. Nelle reali intenzioni di Dio avrebbe dovuto trattarsi soltanto di una Grande Nevicata Purificatrice, non fosse che poi la neve si sciolse con le conseguenze che sappiamo. (Vi fa ridere? A me non tanto.). Comunque gli uomini, benché fatti a IMMAGINE E SOMIGLIANZA di Dio (3° errore), avevano bisogno di una lezione per i vizi manifestati – contro le ingenue aspettative del loro Creatore -, soprattutto nei seguenti campi: il sesso (praticato in specialità quali la ‘piramide di Noè’), i soldi (ottenuti con ossa di animali, con conseguente strage di questi ultimi), la violenza (il peccato più grosso era togliere la fiducia nel futuro ai bambini costringendoli ad assistere a crimini efferati). Vi fa ridere? A me non tanto. Il 2° errore fu quello di scegliere un certo Khaled tra i 200 che avrebbero dovuto pronunciare il nome di Dio per assicurare all’umanità una serena evoluzione. Khaled, purtroppo, si intestardì e si rifiutò di farlo. Vi fa ridere? A me non tanto. Il 4° errore, infine, fu quello di inventare i dinosauri DOPO l’uomo. I dinosauri avrebbero dovuto frenare gli uomini, e invece furono da essi frenati e non solo, ma addirittura sterminati alla radice. Vi fa ridere? A me non tanto. Per il primo errore, ha precisato Cavalli, si potrebbe accusare Dio di strage meramente colposa, anziché dolosa. Vi fa ridere? A me non tanto. “In realtà”, ha aggiunto, “il mio libro vuole essere una satira contro tutti i fondamentalismi. Oserei definirlo un ‘ethic thriller’ o anche una ‘fiaba visionaria’”.

Non è finita. La vera origine dei tre grandi MONOTEISMI, secondo Cavalli, è questa: Mosè era orfano di padre, Maometto pure, Gesù dotato solo di un padre putativo. Fu così che tutte e tre le personalità, in tempi diversi e ciascuna a suo modo, nella loro freudiana ricerca di un padre finirono con il postulare l’esistenza di un Padre Supremo, rispettivamente D-o (nelle scritture sacre dell’Ebraismo il nome della divinità viene scritto così per rispetto), Dio (Cristianesimo) e Allah (Islamismo). (A molti spettatori è tornata subito in mente l’affermazione di papa Luciani: “Dio è anche madre”). Pare che in “Quattro errori di Dio”, che confesso di non essere troppo impaziente di leggere, a un certo punto Dio si proclami addirittura Primo Ateo, adducendo che per credere in Dio bisogna essere uomini. Vi fa ridere? A me non tanto.  

Come fuoco d’artificio finale Ennio Cavalli ha definito la sua opera una sorta di via di mezzo tra il Fellini di “E la nave va” e l’Hitchcock de “Gli uccelli”. Vi fa ridere? A me non tanto… 

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28 settembre 2005

BALDINI CASTOLDI DALAI E FELTRINELLI UNITI NELLA LOTTA 

DA http://www.bcdeditore.it/index.aspx (BALDINI CASTOLDI DALAI)

SE VUOI INVIARCI UN TUO MANOSCRITTO…

Cari amici,
al momento non siamo disponibili a valutare nuovi manoscritti. Vi preghiamo di non inviarci delle proposte né in forma cartacea né via internet. Vi preghiamo di non contattarci telefonicamente.

Grazie della collaborazione,
La segreteria editoriale.

——–

Da www.feltrinelli.it/contatti Feltrinelli editore

Manoscritti . Al momento non prendiamo in esame manoscritti non richiesti.
Curricula. L’organico dell’azienda è attualmente completo. I curricula inviati all’indirizzo postale vengono esaminati e archiviati per eventuali necessità future. Non inviare curricula agli indirizzi e-mail.
Allegati e attachment. Non allegare alcun tipo di file alle e-mail. Tutti gli attachment verranno cestinati automaticamente.

GLI AUTORI NUOVI NO PASARAN!!!

Ma CORAGGIO, non tutto è perduto!!!

Ecco un’opportunità concreta per gli autori desiderosi di farsi un nome:

“ANSPI – CENTRO D’INTERESSE,
PARROCCHIA SAN GERARDO MAIELLA
GALLIPOLI
3° CONCORSO DI POESIA RELIGIOSA

Don Tonino Bello, il profeta della pace

Il Centro di Interesse Anspi della Parrocchia San Gerardo Maiella, in
Gallipoli, indice il 3° concorso di poesia religiosa sul tema ” Don Tonino
Bello , Profeta della Pace ”

a) Poesia in lingua italiana

b) Poesia in vernacolo salentino

c) Libro di poesie a tema religioso edito negli ultimi 10 anni (dal 1996
in poi)

2. Per le sezioni a) e b) potranno essere presentate al massimo tre
poesie non eccedenti i quaranta versi ciascuna, in una sola copia
autografa. Per la sezione c) si partecipa con una sola opera edita dal
1995 in poi.

3. Tutte le opere devono pervenire entro il 30 settembre 2005 ( farà
fede il timbro postale) al seguente indirizzo: Centro di Interesse Anspi –
Parrocchia San Gerardo Maiella, via Mantova – 73014 Gallipoli

4. Ogni concorrente dovrà indicare in calce ad ogni opera le generalità ,
l’indirizzo, il numero telefonico e la dichiarazione che l’ opera stessa
è frutto della sua creatività (esclusa la sez. “c”).

Verranno premiati i primi TRE classificati di ciascuna sezione con “ICONE
RELIGIOSE”.A tutti i concorrenti verrà rilasciato diploma di partecipazione e fatto dono del volume ” La Santina di Gallipoli” di Augusto Buono Libero.

5. Tutti i partecipanti saranno invitati formalmente invitati alla
cerimonia di premiazione che avverrà il 23 ottobre 2005 , alle ore
20,00, presso la Sala Conferenze della Parrocchia San Gerardo Maiella.. I
premiati che , per vari motivi, non potessero partecipare alla cerimonia ,
potranno ricevere ugualmente l’eventuale premio e il dono loro riservato
presso il proprio domicilio , secondo modalità che verranno a suo tempo
concordate.

6. Le opere prime classificate e quelle ritenute comunque meritevoli
verranno recensite presso l’emittente televisiva Teleonda Gallipoli. I
concorrenti con la partecipazione al presente concorso s’impegnano a dare
fin d’ora il loro assenso per la gratuita diffusione televisiva, o
pubblicazione .

7. E’ richiesta una quota di partecipazione alle spese di EURO 15.00
(quindici =00) per ogni sezione, che dovrà essere versata mediante vaglia
postale, assegno bancario non trasferibile intestati a: Centro di
Interesse Anspi – Parrocchia San Gerardo Maiella, via Mantova – 73014
Gallipoli, oppure in contanti , direttamente presso il Centro di Interesse .

8. La Giuria del Concorso, presieduta dal Parroco, sarà resa nota
durante la manifestazione di premiazione . Tutte le opere ammesse alla fase
finale saranno declamate dagli autori medesimi ( o da esperti lettori) ,
in occasione della serata di premiazione.

9. La partecipazione al concorso comporta la piena e completa accettazione
del presente regolamento e il perfetto adempimento di tutti gli obblighi in
esso contenuti. In caso contrario la partecipazione è considerata nulla.
L’operato della Giuria è insindacabile e inappellabile.

Il parroco don Piero De Santis

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1 ottobre 2005

(Letizia Moratti in una sua simpatica imitazione di Stan Laurel)

“QUESTO È L’OCCHIO BELLO”

(Una fiaba di Lucio Angelini)

La ministra Moratti ricordava perfettamente la filastrocca Questo è l’occhio bello, che sua madre soleva ammannirle quand’era molto piccola.
“Questo è l’occhio bello”, le diceva toccandole un occhio. “E questo è suo fratello”, proseguiva toccandole l’altro. “Questa è la boccuccia”, riprendeva posandole un dito sulle labbra. “… e questo è il campanello. Drin drin drin!!!!!“, concludeva dopo una manciata di secondi di suspence, schiacciandole fastidiosamente il naso e scoppiando a ridere come una matta.
”                                                                                                   Quando sarò grande e mi occuperò di riforma della scuola”, reagiva la futura ministra nella sua piccola mente in formazione, “non ne vorrò minimamente sapere di queste antiquate metodologie didattiche del cazzo. Ho dei progetti tutti diversi. Aspettate che cresca e vedrete!”

(foto tratta da http://www.costumesinc.com/Costumes/images/wo021.jpg)

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23 novembre 2005

LA FIABA DELL’IO, DELL’ES E DEL SUPER IO

Freud creò dei simboli per aspetti isolati della personalità che chiamò Es, Io e Super-io: astrazioni non diverse dalle personificazioni della fiaba. L’irragionevole Es travolge il debole Io che esegue gli ordini del Super-io: per tutta risposta, l’Io oppone l’Es e il Super-io e li induce a combattere tra loro, per neutralizzarne le energie contrarie e ottenere un controllo razionale sulle loro spinte irrazionali. Naturalmente si tratta di esteriorizzazioni fittizie, utili soltanto per l’individuazione e la comprensione dei processi con cui diamo ordine al caos delle esperienze interiori.

Si consegue l’integrazione della personalità imparando a comprendere e a dominare il proprio Es (le pressioni violente, aggressive), a dare ascolto al Super-io (le aspirazioni e gli ideali superiori) senza esserne completamente dominati. Il rosso caos delle emozioni incontrollate (l’Es) e la bianca purezza delle nostre coscienze, cioè il Super-io, devono integrarsi e convivere armoniosamente per il raggiungimento della maturità.

Ma sentiamo una canzone di Giovanni SCIALPI :- ) 

http://www.youtube.com/watch?v=1x4GPPgkT5E

L’IOE L’ES

E’ LA PRIMA VOLTA CHE
VENGO NELLA TUA CITTA’
MA CHE STRANO EFFETTO FA
QUESTA PIAZZA QUESTA VIA
IO LE HO CONOSCIUTE GIA’
MA NON IN QUESTA VITA MIA
MISTERO CHE NON POTRO’
SPIEGARE MAI
L’IO E L’ES VIVO FUORI
E DENTRO ME
IL COLTELLO DI UN MARINE
MI SORPRESE PROPRIO LI’
SULLA PORTA DI QUEL BAR
C’ERI ANCHE TU
E CON LUI BALLAVI UN BLUES
DICE CHE SI RIPETE COME UN FILM
O VITA
MA QUANTE FACCE HAI
STANNO SUONANDO UN BLUES
NON C’E’ NESSUNO E BALLI CON ME
SENTO ANCORA QUEL BLUES
MA QUANTE VOLTE TU
PUOI FINGERE L’AMORE
MA QUANTE FACCE HAI
TUTTO COME IN UN FILM
LA STESSA SCENA LA RIVIVRAI
TUTTO COME IN UN FILM
UN FILM CHE NON
POTRA’ FINIRE MAI
CHE VESTITO BIANCO HAI
NONOSTANTE IL SANGUE CHE
HO VERSATO SU DI TE
MISTERO CHE NON POTRO’
SPIEGARE MAI
L’IO E L’ES HANNO UN GIOCO SU DI ME
O VITA
MA QUANTE FACCE HAI
SENTO ANCORA QUEL BLUES
E LE TUE BRACCIA STRINGONO ME
SENTO ANCORA QUEL BLUES
MA QUANTE VOLTE TU
PUOI FINGERE L’AMORE
MA QUANTE FACCE HAI
TUTTO COME IN UN FILM
LA STESSA SCENA LA RIVIVRAI
TUTTO COME IN UN FILM
UN FILM CHE NON POTRA’
FINIRE MAI.

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11 novembre 2005  

NUVOLE A COLAZIONE

Mi è capitato fra le mani – forse non a caso – un vecchio numero di “Andersen” (la più importante rivista sulla produzione letteraria per ragazzi) con i libri premiati per il 1996:

Menzione speciale per il valore civile dell’iniziativa a

                                         “Nuvole a colazione

Il libro (una raccolta di racconti gratuitamente forniti da venti autori per ragazzi e illustrati, sempre gratuitamente, da altrettanti illustratori) venne presentato qui a Venezia nella sala consiliare del municipio – alla presenza del sindaco Cacciari, del prosindaco scrittore Gianfranco Bettin, del critico specializzato Roberto Denti, di varie scolaresche e di parecchi autori e illustratori del settore – esattamente 10 anni fa: l’11 novembre 1995.

Proprio oggi, dunque, ricorre il decennale di un evento che preparai con grande entusiasmo, ma che, paradossalmente, provocò la mia cacciata come autore dal mondo dell’editoria per ragazzi.

Sintetizzo l’antefatto.

L‘idea del libro mi venne nel 1995 dopo un Forum su Sarajevo svoltosi qui a Venezia il 7 luglio all’Ateneo Veneto, con Adriano Sofri, Massimo Cacciari, Gianfranco Bettin eccetera. Quella che mi colpì, soprattutto, fu la testimonianza agghiacciante di una giovane donna bosniaca (l’assedio di Sarajevo era nella sua fase più drammatica). Premetto che ero già abbastanza sconvolto dal suicidio di Alex Langer (il 3 luglio 1995 a Pian dei Giullari, sopra Firenze: “Continuate in quello che era giusto”, aveva lasciato scritto nel messaggio d’addio) e dal tragico appello del sindaco di Sarajevo Tarik Kuposovic a Cacciari: “Ti prego di adoperarti in ogni modo per inviarci più cibo possibile“. Pensai che ognuno dovesse fare qualcosa, muovendosi nel proprio ambito (sono contrario ai progetti troppo vasti o fumosi). Mi dissi: “Se fossi un politico, farei qualcosa a livello politico. Poiché sono un autore per ragazzi, proverò a smuovere le acque nel mio ambiente”. Telefonai a vari colleghi, a Roberto Denti, proponendo l’iniziativa di un libro i cui proventi andassero in favore delle vittime della guerra in Bosnia. Ci fu una risposta immediata e generosa da parte di quasi tutti gli interpellati. Una delle poche a reagire con parole che allora mi suonarono malevole e retoriche (oggi molto meno) fu proprio Orietta Fatucci, il mio editore, che si rifiutò di ospitare l’iniziativa (“Queste cose si fanno perché ci si vuole sentire buoni… davanti all’orrore l’unico atteggiamento possibile è il silenzio“, eccetera). Mortificato, ma confortato dalle altre adesioni, strinsi i denti e procedetti per la mia strada. Tullia Colombo si adoperò per trovare un altro editore: la signora Laura Panini, che a sua volta si prodigò lodevolmente per la riuscita dell’iniziativa.

Le conseguenze:

La Fatucci, da radicale qual era ed è, dopo altri “scazzi” sulla questione decise addirittura di radiarmi dalla EL/Emme/Einaudi Ragazzi sia come autore, sia come traduttore (per insubordinazione?). Nuvole a colazione fu presentato anche in televisione da Bianca Pitzorno nel programma domenicale della veneziana Mara Venier, fruttò 25 milioni di lire in royalties e tale contributo fu regolarmente versato sul conto corrente umanitario pro-Sarajevo aperto dal Comune di Venezia.

Purtroppo qualche mestatore (qualcuno degli esclusi dalla raccolta?) prese a spargere merda e fango sull’iniziativa e in particolare sulle mie “vere” (?) intenzioni. La mia coscienza era a posto, ma presto, in una sorta di reazione a catena, vari personaggi che avevano costituito un riferimento professionale per me, cominciarono a prendere le distanze dal promotore dell’operazione (il mondo dell’editoria per ragazzi è un piccolo mondo in cui tutti conoscono tutti). In seguito, infine, mi capitò di sentire citare alla radio una frase di Enzo Ferrari, il magnate dell’automobile: “Non fate del bene, se non siete preparati a sopportare l’ingratitudine“. Il monito mi suonò tristemente rivelatore. E devo confessare che se, da un lato, non mi ero aspettato la gratitudine di nessuno, dall’altro ero tutt’altro che preparato a sopportare di essere addirittura buttato fuori dal giro lavorativo per così poco, dopo sei volumi già pubblicati e ottimamente recensiti. Se avessi previsto, anzi, quanto indigeste si sarebbero rivelate per me le nuvole a colazione, forse, chissà, avrei vilmente scelto di fare colazione con qualcos’altro. Comunque, dopo essermi roso il fegato per molto tempo, alla fine riuscii a consolarmi dedicandomi alle traduzioni, alla montagna e all’alpinismo. Compresi anche, a poco a poco, che l’esperienza dell’ingiustizia è in qualche modo il momento clou delle nostre esistenze, il vero rito di passaggio per il conseguimento di un necessario, anche se doloroso, disincanto. “Quando la vita ci mette a dura prova”, mi disse un amico, “è nostro dovere tenerci insieme, non lasciarci travolgere, guardarci vivere con tutta l’ironia di cui siamo capaci. E stringere i pugni in attesa di momenti migliori, perché prima o poi la tensione si allenta.”

Da allora, ripeto, sono passati dieci anni esatti. Qualcuno mi ha detto che i grandi cicli del destino, nell’esistenza di un uomo, durano, appunto, dieci anni. Voglio sperare che da domani 12 novembre 2005 la ruota riprenda a girare nel verso giusto e mi riservi un ciclo professionale migliore. Se così non sarà, pazienza. La vita mi ha comunque dato altre soddisfazioni: due figli che adoro, una casa nella città più bella del mondo, il conforto delle montagne eccetera. Sono – tuttavia – certo del fatto che, se mai dovessi “rientrare in circolo” come scrittore per ragazzi (o, perché no?, anche per adulti), a certe potenti megere del FUMER (Fronte Unito Megere Editoria per Ragazzi) fumerebbero tremendamente i marroni:- )

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28 aprile 2006 

(Orietta Fatucci) 

ORIETTA FATUCCI: IL MIO PRESIDE MEISLING
  
Il 17 aprile ultimo scorso Sergio Garufi scrisse su Nazione Indiana: 

Chi ha talento ma è privo di un Grigorovic che lo sproni e lo sponsorizzi, il più delle volte è obbligato a mendicare ascolto e attenzioni a un mondo, quello editoriale, spesso freddo e indifferente con chi ne è escluso. Una delle testimonianze più amare di queste lamentazioni clandestine è probabilmente Lettere a nessuno di Antonio Moresco, diario di un penoso e interminabile calvario consumato fra redazioni, editor e grandi firme milanesi, in cui la supplica si evince meno dal tono, a tratti anzi risentito e forastico, che dall’assiduità delle richieste di ascolto.”

Risposi nei commenti:

Se “Lettere a nessuno” ha trovato un editore, e abbastanza presto nella vita del mittente delle stesse, non ha molto senso definire il calvario di Moresco “interminabile”. Sul tema del genio incompreso il miglior romanzo resta “Il violinista” di H.C. Andersen:-/”

Rileggendo la nuova puntata de “Il fantasma di Andersen” appena uscita qui

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/04/001758.html#001758

ho ripensato adesso non tanto alle MIE personali “Lettere a nessuno” (dozzine e dozzine, a partire dal fatidico 1995, anno della mia cacciata dal paradiso editoriale), quanto a quelle da me inviate nell’ultimo decennio alla editor Orietta Fatucci di EinaudiRagazzi/EL/Emme, dapprima mia talent-scout, poi talent-killer.

Le mie “LETTERE A ORIETTA FATUCCI” costituirebbero un documento ben più straziante – e nello stesso tempo trombonescamente tragicomico – di quelle di Moresco. Eccone qualche esempio abbastanza recente:

27 aprile 2004

Oggetto: ATTO DI DOLORE

Eccelsa Orietta Fatucci,
mi pento e mi dolgo con tutto il cuore del mio peccato di insubordinazione, perché peccando ho meritato i Suoi castighi, e molto più perchè ho offeso Lei, infinitamente buona e giusta, e degna di essere amata sopra ogni cosa. Mi propongo con il Suo santo aiuto di non offenderLa mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signora, Misericordia, mi perdoni
.”

Nessuna pietà. La sventurata non rispose.

29 aprile 2004

“Cara Fatucci,

le edizioni EL-Emme-Einaudi Ragazzi sono la casa in cui sono nato come scrittore. Dieci anni fa lei mi buttò fuori di casa per uno stupido capriccio. Ora basta. La smetta di fare la megera e mi riapra la porta. VOGLIO TORNARE A CASA MIA!!!!!!!!!!!!!! Uccida il VITELLO GRASSO per il mio rientro. Guardi che potrebbe morire tra un giorno, tra un mese, tra un anno… e finire arrostita sulle graticole dell’inferno, se non si sarà tolta in tempo dalla coscienza il peso del mio assassinio letterario:-> Cordialità. Lucio Angelini”

Macché. Manco uno sputo in un occhio.

Il 7 maggio successivo tornai alla carica citando l’autorevole Cacciari:

Oggetto: PIETA’ PER LA FATUCCI

Scrive Massimo Cacciari su Repubblica:

‘Pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di ***abbassare l’altro, di umiliarlo***. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente.'”

(Intendevo, naturalmente, innalzarmi ai suoi occhi come vittima del suo angoscioso mobbing editoriale. Niente da fare. Nemmeno questa volta l’inflessibile reagì.)

Allora, giacché stavo scrivendo “Il fantasma di Andersen“, le espressi quanto segue:

“Gentile dott.sa Fatucci, per curare l’edizione italiana de ‘Il violinista’ di Andersen, pubblicata da Fazi editore, ho dovuto rileggere anche la sua autobiografia ‘La fiaba della mia vita’. Mi ha colpito, in particolare, la figura del preside Meisling, che fece il possibile per ***ostacolare*** e ***irridere*** il talento di uno degli autori oggi più celebrati del mondo. Dovendo recarmi come autore presso una quarta elementare del padovano, ho riletto dopo tanti anni anche ‘Grande, Grosso e Giuggiolone’, che lei ha crudelmente espunto dai suoi cataloghi. Ebbene, non ho potuto non paragonarla (si parva licet componere magnis) alla figura del preside Meisling. A che serve che lei pubblichi Anna Frank e Margarete Buber-Neumann se, nella sostanza, si è dimostrata una tale spietata Meisling nei miei confronti? Cordialità. Lucio Angelini”

***

P.S. Nella puntata di oggi su Carmilla, accanto al ricordo del preside Meisling, anche due interessanti brani su VENEZIA, paragonata da Andersen a un CIGNO MORTO… 

[Nell’immagine in alto – naturalmente – il ritratto del preside Meisling:-)]

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31 dicembre 2005

CHE NE DITE DI QUESTO EXPLICIT?

Voglio dedicare l’ultimo post dell’anno a uno scrittore di Fano, Luciano Anselmi, di cui ero molto amico. Morì nel 1996. Tra i suoi libri, quello che mi ricapita più spesso in mano è “Un viaggio”, sua terza opera narrativa dopo “Niente sulla piazza” e “Gramignano”. Ve ne propongo l’EXPLICIT:

Prima che le tenebre scendano su di te (io lo so: un giorno, all’inizio della primavera, una cornacchia si poserà sull’ulivo e fisserà il suo sguardo all’ovest, donde vengono le tempeste invernali) fatti forza, raduna tutte le tue memorie, la fotografia di tuo padre morto, e va: deciditi per quella strada ch’è la sola che possa salvarti; te lo dico io che sono tua madre; poche cose essenziali bastano a un uomo per intraprendere un viaggio. Sospirò un poco e aggiunse:

FINE
(1966-1967)

Luciano Anselmi, Un viaggio, Cappelli Editore, 1969

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1 gennaio 2006

da http://www.overgaard.dk

CHE NE DITE DI QUESTO INCIPIT?

Dopo l’explicit di ieri (in non casuale corrispondenza con il finale dell’anno 2005), cercavo un INCIPIT significativamente in linea con l’incipit del 2006. Per un po’ scarrello con gli occhi avanti e indietro per gli scaffali della mia libreria quando, – oh meraviglia! -, mi si bloccano su un titolo:

«PASSEGGIATA NELLA NOTTE DI CAPODANNO», Lubrina editore, 1987.

“Cazzo!”, mi dico deliziato, “ma è ANDERSEN!!!”

[volete smetterla di sbadigliare?]

È infatti questo il titolo italiano di

Fodreise fra Holmens Canal til Østpynten af Amager i Aarene 1828 og 1829

(alla lettera: “Viaggio a piedi dal canale di Holmen fino alla punta orientale di Amager negli anni 1828 e 1829”).

“Come sono contento”, trillo tra me. “Un Andersen d’annata è quel che ci vuole!”

Naturalmente conosco a memoria l’incipit del libro, e credo peraltro di averlo già segnalato in rete più d’una volta, ma tant’è, beccatevelo lo stesso:

PRIMO CAPITOLO. Come Satana si impadronisce dello scrittore. Il diluvio nr. 2, un mito.

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“La sera dell’ultimo dell’anno del 1828 me ne stavo tutto solo nella mia stanzetta e spaziavo con lo sguardo oltre i tetti delle case vicine coperti di neve. In quel momento lo spirito del male, noto col nome di Satana, si introdusse in me e mi suggerì il pensiero peccaminoso di diventare scrittore. Il motivo per cui egli di solito perseguita noi poveri uomini è chiarito da questo mito che si può chiamare ‘Il diluvio nr. 2’…” (eccetera).

[Nytaars-Aften 1828 sad jeg ganske ene paa mit lille Værelse og saae ud over de sneebedækte Tage paa alle Nabohusene; da foer den onde Aand, som man kalder Satan, ind i mig, og indblæste mig den syndige Tanke at blive Forfatter. – Hvorfor han ellers saaledes gaaer paa Jagt efter os arme Mennesker, vil følgende Mythe lære; man kan kalde den: Syndfloden No. 2”]

Se penso che, dopo “Il violinista” del 2005, a fine febbraio 2006 uscirà per i tipi di Fazi il finissimo “O.T., un romanzo danese” (di nuovo a cura del sottoscritto), non mi resta che trarre i migliori auspici per il 2006 da un incipit affiorato in maniera tanto casuale:-).

Anzi, sapete che vi dico?

Poiché sto scrivendo il pezzo alle sei del pomeriggio del 31 dicembre, ovvero un attimo prima di prepararmi per il cenone a cui sono stato invitato, quasi quasi disdico l’impegno e passo la notte “tutto solo nella mia stanzetta” nella speranza che mi appaia il FANTASMA DI ANDERSEN (vedi www.carmillaonline.com ).

Comunque vadano le cose, buon anno a tutti, e mi raccomando… LONTANI DA SATAN!

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(Boosta) 

RICETTE LETTERARIE:

COME CONFEZIONARE UN ROMANZO SPLATTER

Nell’ultimo Almanacco dei Libri (Repubblica del 26 novembre) Marco Lodoli dice, a proposito del romanzo ***, di *** :

“A me [questo romanzo] pare un’operazone tipica di questi anni: si prendono le figure più squallide e feroci:

1) uno psicopatico che rimpinza le sue vittime di pile

2) un pusher filosofo e spietato

3) un tizio che accoppa le persone per strappargli gli organi e rivenderseli

4) qualche ragazzino viziato e tossico

5) un giovane geloso che ha appena massacrato il rivale

6) una manciata di poliziotti con la mano sul grilletto

quindi li si infila tutti in uno SHAKER, si agita forte, si versa piombo e sangue, demenza e follia, e infine si indossa la toga e si tira la morale

(= viviamo proprio in un mondo di merda; la gente è cattiva e disperata; se non cambiamo rotta finiremo male…)

INSOMMA: prima si usa tutta la spazzatura disponibile, si accoltella, si pippa, si tortura, si mitraglia, si razzola nel sangue, approfittando a man bassa delle emozioni più violente, e poi si chiude condannando SDEGNATI tanto schifo. C’è qualcosa di ipocrita in questa tecnica. È come sputare dall’alto nel piatto in cui si è grufolato a testa bassa. Non è lecito rifiutare il Grande Porcile in cui viviamo con la bocca piena di prosciutto e salame.”

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DOMANDA di Lucio Angelini.

Casualmente la recensione si riferisce a ‘Un’ora e mezza’, di Davide Di Leo (in arte Boosta), tastierista e anima dei Subsonica, Baldini Castoldi Dalai editore, ma a quante altre opere dei nostri anni non potremmo adattarla?

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26 dicembre 2005

 
(Il gomito di Antonio Bois, di Blogdiscount.org)
 
Cazzo, quelli di Blogdiscount non mi hanno dato neanche un premio Blog-Aworse, con tutta la fatica che ho fatto a cazzeggiare quotidianamente, sia come conduttore di questo blog (dal lontano giugno scorso a oggi), sia come commentatore di altri blog (Lipperatura, Nazione Indiana, Vibrisse Bollettino eccetera) da ancora più tempo. Sentite, per esempio, a chi hanno dato il premio “peggior commentatore di lit-blog”:
 
Premio Peggior commentatore da lit-blog:Wu Ming 1
perché ha sempre la ragione in tasca, c’ha gli scagnozzi che scendono dalla montagna in caso di flame e sputa commenti ex cathedra lunghi anche tre schermate.Nominati dalla giuria:
Giuseppe Iannozzi
perché ci ficca sempre le sue preferenze in materia di letteratura e di sesso (e ne azzeccasse una che fosse una)
Georgia Mada
Perché gEorgia con la E[Meno male che Roberto Bui – ormai – sa perfettamente quanto Madre Natura (e in particolar modo il gabbiano Larus Ridibundus) sia indifferente ad ogni affaccendarsi degli umani blogger.]E il premio “teoria della Lipperatura”?Premio speciale Teoria della Lipperatura: Roquentin
Per essere il miglior specialista della nuova disciplina che si spera rimanga confinata nel risibile raggio della lit-blogosferaVediamo il Premio Peggior commentatore di Blogdiscount Ataru
per esserci stato sempre fedele, attraverso tutte le liti, i flame storici e i cambi di dominio, commentando sempre, immancabile, nonostante gli si risponda una volta su mille Nominati dalla giuria:
Paolo Beneforti
per le domande vispe, sempre acute ed intelligenti che pone agli autori del blog
Kekule
il nostro primo commentatore, e c’è ancora e non ha perso un colpo, solo una persona davvero malvagia può arrivare a tanto[Certo, Pavlov Beneforti è il classico commentatore che si è fatto da sé, dopo anni di dura gavetta in it.cultura.libri (dove ripete con la meccanicità del cagnetto suo omonimo: “Impara a quotare, impara a quotare, impara a quotare…”)] Però, che invidia! Non mi resta che consolarmi interiorizzando l’Ungaretti più natalizio:
 
Non ho voglia
 
Di tuffarmi
 
In un gomitolo
Di calli*            [*così le strade a Venezia, N.d.A.].
 
Ho tanto

Rosicume

Sulle spalle.

Lasciatemi così

Come un

Blogger

Posato

In un

Angolo

E dimenticato.

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13 dicembre 2005

UN ALTRO MONDO È POSSIBILE

Quando Franco Enna lo intervistò per l’antologia Il meglio della fantascienza (edita da Longanesi verso la metà degli anni Sessanta), Robert Sheckley si mostrò più che disincantato nei confronti del genere che gli aveva dato fama e fortuna. Ma cosa vuole che sia, la fantascienza, disse più o meno. Contro una manciata di idee originali e azzeccate, dobbiamo assistere a una pletora di ripetizioni e mediocri tentativi di rinsanguare l’utopia. Voi credete che la fantascienza possa spaziare in un numero di argomenti illimitato, ma non è vero: in realtà si fa presto a esaurirli, non è affatto un pozzo dei miracoli. E quando pretende di fustigare i costumi? Ah, è allora che il genere mostra il suo vero volto: all’apparenza liberale o addirittura anarchico, in realtà superficiale e vanesio.”

(Giuseppe Lippi in http://www.lastoria.org/lippit.htm)

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Spesso i racconti di SF sono caratterizzati da CATASTROFISMO. La terra vi viene rappresentata DOPO una guerra nucleare, l’impatto di un meteorite eccetera. Vediamone uno:

Robert Sheckley, Il magazzino dei mondi (in “Il giardino del tempo”, Einaudi 1983)

Il signor Tompkins è il proprietario del magazzino dei mondi. Ognuno vi può scegliere liberamente il mondo dei propri desideri più segreti e viverci grazie a un’iniezione che libera la mente, ma comporta un tremendo sforzo per il sistema nervoso, tanto da accorciare la vita di dieci anni (un po’ come con la droga, per intenderci).

Il signor Wayne accetta le condizioni, pur di “lasciare per un po’ questa Terra”. Con la tecnica della violazione delle aspettative del lettore, l’autore ci fa poi scoprire che i più sfrenati e segreti desideri del signor Wayne non sono quelli di una vita eccezionalmente felice, ma di un apparentemente monotono menage coniugale alla vecchia maniera (con lui e Janet che uscivano in barca a vela dopo che i bambini si erano addormentati: una dimensione ormai perduta). Nel frattempo, infatti, la terra è precipitata nelle più spaventevoli condizioni post-atomiche…

Forse Sheckley voleva solo ricordare ai lettori che il segreto della felicità sta, in fondo, nel desiderare ciò che si ha… memore del vecchio monito “il peggio non è mai morto” (variante: “Al peggio non c’è mai fine”):-/

Consoliamoci con questo esilarante video sul modo in cui Bush recluta i propri soldiers:-/
http://www.americancomedynetwork.com/FLASH/soldiers.htm

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9 dicembre 2005

Come liberarsi del 90% delle eccedenze di gas intestinale.

[Chorus]

I can’t get no satisfaction [x2]
’cause I try and I try and I try and I try
I can’t get no, I can’t get no

Non riesco a trovare nessuna soddisfazione [x2]
Perché io provo e io provo e io provo e io provo
Ma non riesco a trovarne, non riesco a trovarne

Visto che i vecchi Rolling Stones si sono rimessi in circolo, dovrebbero quantomeno aggiornare il testo del loro maggior successo (“I can’t get no satisfaction”) in cui l’Io narrante si professa orribilmente scoglionato dalla pubblicità radio-televisiva.

“When I’m drivin’ in my car
And that man comes on the radio
And he’s tellin’ me more and more
About some useless information
Supposed to fire my imagination.

[cut]…

When I’m watchin’ my tv
And that man comes on to tell me
How white my shirts can be.

(Quando guido nella mia macchina
E quell’uomo parla alla radio
E mi dice sempre più cose
Riguardanti informazioni inutili
che dovrebbero accendermi l’immaginazione…

Quando guardo la televisione
E quell’uomo viene a dirmi
Quanto bianche possono essere le mie camicie

(traduzione da http://www.newsky.it/musica/autori/_rollingstones/satisfaction.htm)

Ebbene, non è chi non veda come il problema del martellamento radio-televisivo sia ormai da considerarsi obsoleto e fatiscente rispetto a quello, ben più attuale e insidioso, dello spam elettronico.

Eccovi una delle più tremende junk mail che abbia mai ricevuto (l’ho salvata per la sua esemplarità):

DO YOU FREQUENTLY SUFFER FROM DISCOMFORT DUE TO THE FOLLOWING:-

Flatulent
Excessive Intestinal gas
Stomach wind
Bloating
Difficulty in farting.

[e sottolineo farting ( = SCORREGGIARE)!!!]

Niente paura. A tutto c’è una soluzione. Eccola:

“A special method that involved simple positioning and movement of your body to expel excess wind by inducing farting. A method that will get rid almost 90% of excess intestinal gas in the comfort of your own home… Very simple procedure, perfectly safe. Only takes about 3 – 5 mins per session once it has been done properly. And it only cost you $5 . A price that is worth a lifetime of cure and cost less than a box of medication.”

Capite? Comodamente a casa vostra e per appena 5 dollari!

Questa volta sì che si può cantare: “I can get satisfaction!… sì sì sì!”

Purtroppo, smaltite le eccedenze gassose di cui sopra, i desideri non si esauriscono. Ne resta, infatti, un’infinità di altri, fra cui quelli sessuali, discretamente ossessivi… ma niente paura di nuovo. Ecco pronta un’altra mail rincuorante:

-Icrease Your Sexual Desire and Sperm volume by 500%
-Longer orgasms – The longest most intense orgasms of your life
-Rock hard erections – Erections like steel
-Ejaculate like a porn star – Stronger ejaculation
-Multiple orgasms – Cum again and again
-SPUR-M is The Newest and The Safest Way of Pharmacy
-100% Natural and No Side Effects – in contrast to well-known brands.
-Experience three times longer orgasms
-World Wide shipping within 24 hours

Riguardo alla prima promessa, qualcuno potrebbe obiettare: “Che mi frega di aumentare il volume del mio sperma del 500%?”. Ma come restare insensibili al secondo allettamento (“longer orgasms”), soprattutto se si pensa a certe statistiche diffuse di recente?

Le riprendo da Repubblica.it: http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scienza_e_tecnologia/ricor/ricor/ricor.html

BERLINO – Se si potessero riunire tutti gli orgasmi che una persona in media ha nella sua vita si otterrebbe un “attimo” di piacere lungo sedici ore. Ben poca cosa rispetto ai nove mesi (che poi è anche il tempo di una gravidanza) passati a stirare e lavare.

Sono alcuni dei numeri che emergono da una ricerca condotta dalla rivista tedesca “Geo Sapere”, anticipata oggi dal quotidiano popolare Bild Zeitung.

Partendo da una vita media calcolata statisticamente in 78 anni, la rivista ha stabilito che uomini e donne in Germania passano in media due settimane in preghiera, sei mesi in fila nel traffico, cinque anni a mangiare e bere, 24 anni e nove mesi a dormire.

Per quanto riguarda il sesso, sempre secondo esperti di “Geo Wissen”, nell’arco di una vita a ciascuno spettano in media, oltre alle 16 ore di orgasmo, anche un “bonus” di sei settimane da dedicare ai preliminari erotici.

(17 ottobre 2005)

Capite? Appena sedici ore… un’assoluta miseria, francamente:-/

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QUELLE BRUTTE SCORREGGIONE DELLE MUCCHE!

Da piccino, come molti altri miei coetanei, venni costretto a imparare a memoria la poesia “Il bove” di Giosuè Carducci. La ricordo ancora. Volete che ve la reciti? Eccola:

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,
0 che al giogo
inchinandoti contento [figuriamoci! n.d.r.]
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.

Ebbene, se Carducci fosse ancora vivo, probabilmente non gli avrebbe fatto piacere apprendere dalla stampa mondiale di ieri che insieme allo “spirto” (esalante dalla bovina “narice umida e nera”), ben più inquietanti effluvi sogliono perdersi nel “sereno aer”: quelli emessi da pertugi non meno umidi e neri delle nari.

Udite:

“Gb, troppi ‘gas’: multate le mucche”

Governo: contribuiscono a inquinamento

L’inquinamento atmosferico è un problema serio e forse anche per questo in Gran Bretagna hanno deciso di non sottovalutare nulla. Tanto che il ministero dell’Ambiente ha avvertito gli allevatori: limitate le flatulenze delle vostre mandrie, oppure verrete multati. Le emissioni di gas metano dei bovini ammontano al 7% di quelli che provocano l’effetto serra, e oltre un terzo di tutta l’immissione di metano nell’aria.

Secondo David Milliband, il ministro per l’Ambiente, entro il 2020 l’industria dell’allevamento dovrà fare la sua parte per limitare le emissioni dannose, pena sanzioni.

Per Milliband, le flatulenze bovine possono essere limitate dando mangimi diversi agli animali, facendoli vivere più a lungo, o facendo sì che esse diventino combustibili nella forma di biogas. Nessuno, però, ha specificato se verrà introdotta una “tassa sul peto“.>>

Da http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo342559.shtml

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(Il principe Harry)

lunedì, giugno 30, 2008

VENTI DI GUERRA 

Riprendo dal Gazzettino del 16 giugno scorso una notizia che mi aveva sorpreso e inquietato:

«LONDRA. Il principe Harry, divenuto un “eroe mediatico” dopo la sua recente missione militare afghana, ha creato scompiglio e imbarazzo nella famiglia reale che assisteva dal balcone di Buckingham Palace alla tradizionale parata militare “Trooping the Colour” per il compleanno della regina: gli è scappata una flatulenza che ha investito il fratello William, impettito al suo fianco: è scoppiato a ridere e si è tappato il naso. Il nonno Filippo – protagonista di un evento analogo alla stessa cerimonia due anni fa – si è voltato divertito verso il 24enne Harry che rideva di gusto e pure lui si tappava il naso. La regina e la figlia Anna non hanno gradito: occhiate severe e smorfie. La matrigna Camilla ha trattenuto il respiro col fazzoletto alle narici. La stampa inglese ironizza sullo “sgradito dono di compleanno” del “ventoso” Harry alla nonna 82enne.»

[Suvvia, diciamocelo: senza l’abnegazione e la scrupolosità professionale di certi giornalisti, chi avrebbe mai potuto immaginare che anche i reali scorreggiassero?, n.d.r.]

Immagine da http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/esteri/iraq114/harry-forse-non-parte/ap_10393801_26470.jpg

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LE FLATULENZE DEI DINOSAURI

22 dicembre 2011

(Sass Maor, la via Castiglioni/Detassis )

Riferiscono i quotidiani di oggi:

FRANATA UNA PARETE DEL SASS MAOR NELLE PALE DI SAN MARTINO“. (Il cedimento, avvenuto nella parete est, avrebbe cancellato gran parte di tre vie alpinistiche).

Riporto i primi cinque commenti dei lettori del Gazzettino:

1. Nessuna meraviglia! Le Dolomiti sono antiche scogliere marine ed ovviamente bisogna guardarle ma non toccarle! (Tano)

2. quetzalcoatl . Ecco, appunto, visto che ci tieni a che le dolomiti non si rovinino, la cosa più semplice da fare è lasciarle in pace. lo so che sono belle da vedere e da scalare ma per preservarle bisogna proprio lasciarle perdere. (Tonio)

3. le frane capitano. ad esempio San Vito di Cadore è proprio sul conoide di una antica frana (piùprecisione)

4. Stiamo cucinando lentamente in un pianetino chiamato Terra. Con l’effetto serra si sfaldano anche le montagne!! è un disastro per l’intero pianeta (Concetta Rosalia)

5. ” … Con l’effetto serra si sfaldano anche le montagne!! … “

Quanta superficialità da osteria. Ovviamente la Monument Valley in Usa è la conseguenza dell’effetto serra che le flatulenze dei dinosauri producevano (allora, dicono, non ci fossero automobili). Sono confuso, forse quelle delle vacche sono responsabili della scomparsa dei dinosauri … Comunque sia, è solo una questione di … (SarpenteBoia)

(Immagine in alto da:

4 dicembre 2005

(G. Doré, Dante al Limbo)

MA QUALE LIMBO E

LIMBO!!!

Copio-incollo un riassunto dalla Rete:- )

“Riprendendo i sensi, Dante si ritrova nel primo cerchio dell’Inferno, il limbo, dove dimorano le anime di coloro che morirono prima di ricevere il battesimo o che vissero prima dell’era cristiana e che quindi, benché non siano prive di meriti, non possono aspirare alla salvezza. Fra questi si trovavano anche i patriarchi dell’Antico Testamento prima che Cristo, subito dopo la resurrezione, venisse a liberarli per condurli con sé nell’Empireo. Da una zona di luce che interrompe le tenebre si fanno avanti le anime di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano per accogliere con tutti gli onori il loro compagno Virgilio, e Dante si accoda, nella finzione narrativa e nella legittimazione letteraria, alla compagnia dei poeti. I sei passano insieme in rassegna gli spiriti magni dell’antichità, i poeti, i filosofi e gli eroi che si distinsero per le loro opere e che nel limbo occupano un luogo privilegiato, un castello difeso da sette cinte murarie; quindi Dante e Virgilio riprendono il viaggio.” (Da http://www.italica.rai.it/principali/dante/riassunti/a_inf04.htm)

Ed ecco un assaggio di testo:

“Così si mise e così mi fé intrare

24 nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri

27 che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

30 d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

33 Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

36 ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

39 e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi

42 che sanza speme vivemo in disio”.

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,

però che gente di molto valore

45 conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.”

Devo dire che “fin da piccino”, nel pensare ai bambini smistati senza tante cerimonie giù nel LIMBO (= esclusi dal Paradiso solo perché nessuno li aveva battezzati), mi veniva una gran rabbia, tanto la cosa mi pareva ingiusta. Quale non è stata la mia soddisfazione, di conseguenza, l’altro giorno, nell’apprendere dalla stampa il grande annuncio?

Riprendo il copia-incolla:

E IL LIMBO NON C’ È PIU’

Qualche dubbio lo aveva avuto lo stesso Wojtyla, di qui l’invito ai teologhi di Ratzinger a riflettere e a proporre soluzioni: il Limbo che cosa è davvero, è sufficientemente confortato dalla Dottrina? Adesso, con Ratzinger Papa, l’interrogativo è stato sciolto: la Chiesa cancelli il Limbo. Aveva già sostenuto, Ratzinger nel lontano ’84: “ Il Limbo non è mai stata una verità definita di fede. Personalmente, parlando come teologo e non come prefetto della Congregazione ( ex Sant’Uffizio – ndr ), lascerei cadere questa che è soltanto un’ipotesi teologica. Si tratta di una tesi secondaria, al servizio di una verità che è assolutamente primaria per la fede e la salvezza: l’importanza del battesimo“. A Roma, trenta super-teologhi di tutto il mondo, si apprestano a giubilare questa sotto-verità, non rivelata per altro. E i bambini morti senza battesimo, che fine faranno, se la loro, come dire, residenza ultraterrena verrà abolita? Nessun timore, la salvezza è garantita dalla misericordia di Dio. Com’è noto, nel Limbo si trovano, stando a quanto si è detto finora, anche i profeti e i patriarchi d’Israele vissuti prima di Cristo. La destinazione di essi non è ancora chiara. La cosa che più colpisce gli uomini di fede e gli studiosi, è la dizione “ ipotesi del Limbo “. Quali altre ipotesi di verità sono sotto discussione? A porte chiuse, gli studiosi cattolici dibattono anche sulla teologia come scienza della fede e sulla legge morale naturale. Potrebbero uscirne novità clamorose.

(http://www.rassegna.it/2005/esperti/cartevaticane/articoli/aborto2.htm)

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La Chiesa pronta ad abolire il “limbo”.

Dunque, il Limbo non esiste più; con decreto divino di papa Benedetto XVI è stato ufficialmente abolito dalla triade costituente i regni dell´Altromondo. Da oggi i bambini morti senza battesimo voleranno direttamente in Paradiso senza dover più restare parcheggiati per l´eternità in quella “bolla” a loro destinata, in virtù della precedente Bolla di un altro papa, in attesa di non si sa cosa.
Risparmiata l´attesa ai neonati nell´aldilà, adesso essa riguarderà nell´aldiquà la moltitudine di giovani regolarmente battezzati e cresimati che aspettano un lavoro che non verrà mai e la conseguente acquisizione della dignità umana ad esso connessa. Però ad attendere questi al termine della lunga anticamera non sarà il Paradiso, ma il Nulla di una vita non vissuta per colpa di un Potere che garantisce il “paradiso” (quello terrestre, s´intende) soltanto ai suoi zelanti servitori.
Meglio avrebbe fatto papa Benedetto, non ad eliminare il Limbo, ma a collocarlo, sempre con decreto divino, su questa terra quale sede assegnata a quei milioni di anime “sospese” condannate senza colpa ad attendere una “luce” che per loro non ci sarà mai.
(da http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=5662)

Nuova Agenzia Radicale, supplemento quotidiano di Quaderni Radicali

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Roma – 28 novembre 2005 – Per la tradizione è il luogo dove finiscono i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo, i quali non avendo mai visto la luce di Dio sono nati e poi morti con il solo debito del peccato originale, che nella fede cattolica è eliminato, appunto, solo al fonte battesimale. Il “limbo”, spazio astratto ai margini del Paradiso in cui hanno trovato posto anche i santi patriarchi e i profeti di Israele vissuti prima di Cristo, tuttavia non esiste. E’ quello che si appresta a ribadire la Commissione teologica internazionale, un organismo costituito dal Vaticano in seno alla Congregazione per la dottrina della fede – la stessa presieduta da Joseph Ratzinger prima della sua nomina al soglio pontificio – i cui teologi hanno individuato una diversa sorte per i bimbi non battezzati; li si troverebbe cioè non nell’inesistente “limbo”, parola che peraltro non esiste nella Bibbia, bensì “nel contesto del disegno salvifico universale di Dio, dell’unicità della mediazione di Cristo e della sacramentalità della Chiesa in ordine alla salvezza”. Già ora, del resto, il catechismo della Chiesa cattolica nella versione varata nel 1992 da papa Giovanni Paolo II prevede una sorte rasserenante per i bambini morti senza battesimo. “La Chiesa – si legge al punto 1.261 – non può che affidarli alla misericordia di Dio; infatti la grande misericordia di Dio (il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati – 1 Tm 2,4) e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite” (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo”. Ratzinger, che condivideva la linea della Commissione – quella che da sempre è portata avanti dai teologi conciliari – ai tempi in cui era alla guida della Congregazione, dovrà ora esprimersi come Papa sull’eliminazione definitiva del “limbo”, che era invece previsto dal catechismo di Pio X, varato nel 1904: “I bambini morti senza battesimo vanno nel limbo, dove non godono Dio ma nemmeno soffrono, perché avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il Paradiso, ma neppure l’inferno e il purgatorio“; ma se sulla cancellazione del termine “limbo” non sembrano esservi particolari obiezioni – tant’è che la Chiesa non ne parla ormai più da anni – resta però la necessità di un chiarimento sulla questione che sta dietro quel termine… Una questione anche dogmatica, legata com’è al peccato originale e alla purificazione che solo il battesimo può dare. Una prima bozza di documento su questa materia sarà sottoposta a Ratzinger dal suo successore alla guida dell’ex Sant’Uffizio, William Josef Levada, che da oggi e fino al 2 dicembre presiede per la prima volta una sessione dei lavori della stessa Commissione. La commissione teologica internazionale è nata da una proposta del sinodo dei vescovi che Papa Paolo VI ha poi provveduto ad attuare nel 1969. Il suo compito è quello di aiutare la Santa Sede nell’esame delle questioni dottrinali di maggior importanza. La Commissione, presieduta dal Cardinale prefettizio, è composta da teologi di diverse scuole e nazioni, eminenti per scienza e fedeltà al Magistero della Chiesa. I membri – di numero non superiore a 30 – sono nominati dal Papa ad quinquennium su proposta del Cardinale Prefetto della Congregazione e dopo la consultazione con le Conferenze Episcopali. La Commissione si raduna “in assemblea plenaria” almeno una volta all’anno, ma può svolgere la sua attività anche per mezzo di sottocommissioni. I risultati degli studi vengono sottoposti al Papa e consegnati per la opportuna utilizzazione alla Congregazione per la dottrina della fede (Corriere della Sera.it)

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È sparito il “Limbo”. 

Per la tradizione è il luogo dove finiscono i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo, che non avendo mai visto la luce di Dio sono nati e poi morti con il solo debito del peccato originale, che nella fede cattolica è eliminato, appunto, solo al fonte battesimale. Il «limbo», spazio astratto ai margini del Paradiso in cui hanno trovato posto anche i santi patriarchi e i profeti di Israele vissuti prima di Cristo, tuttavia non esiste. È quello che si appresta a ribadire la Commissione teologica internazionale, un organismo costituito dal Vaticano in seno alla Congregazione per la dottrina della fede – la stessa presieduta da Joseph Ratzinger prima della sua nomina al soglio pontificio -, i cui teologi hanno individuato una diversa sorte per i bimbi non battezzati.

Potenza della fede, ieri c’era e domani no, puff come un battito di ciglia si opera un trasloco mai attuato prima. Domani a chi toccherà, al Purgatorio? Il mondo cambia e la religione cerca di adattarsi, dimostrando, oggi, clemenza per le anime dei bambini non battezzati.

tratto da: zonalibera

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 28 gennaio 2006

(Goffredo Fofi)

“LA GRANDE ZIA”

(Goffredo Fofi a Venezia)

Come ogni anno alla fondazione Cini di Venezia si è tenuto il seminario di perfezionamento della Scuola per Librai “Umberto e Elisabetta Mauri”. Alla giornata conclusiva partecipa, in genere, TUTTA L’EDITORIA ITALIANA e così è stato anche quest’anno, a parte qualche defezione dovuta all’inclemenza del tempo. Alle 9.00 Angelo Tantazzi ha iniziato le sue “Anticipazioni sul futuro”, improntate a un cauto ottimismo. Seguivano due interventi di assoluto rilievo: quello di Goffredo Fofi sulla scuola, definita “la grande zia”, e quello d Tullio De Mauro “Se un giorno di primavera un governante…”, di cui dirò domani. Dopo un coffee break è stata la volta di Maria Nadotti in conversazione con Layla Chaouni (editrice marocchina), Ying Hong (scrittrice cinese) e Dubravka Ugresic (scrittrice croata). Tediosissima la Nadotti, che, con le sue ormai datate e lunari domande sulla “scrittura al femminile” (“Chi scrive per chi?”) sembrava Gigi Marzullo. Ricca colazione alle 13 nel refettorio della fondazione e infine la lectio magistralis di ROGER CHARTIER “Leggere. I modi insospettabili per entrare in un libro”.

Sintetizzo, per oggi, l’intervento di Fofi. Ha subito chiarito che, secondo l’insegnamento di Franco Fortini, anche lui sente la necessità di “parlare di corda a casa dell’impiccato”. Prendendo spunto da un misterioso messaggino telefonico senza firma arrivatogli il giorno prima (“È nata Rosa”), si è domandato: “In che mondo è venuta a cadere la nostra Rosa? Che cosa l’aspetta? Chi la educherà alla democrazia e alla pace? Chi l’aiuterà a crescere, facendole scoprire la bellezza del mondo e il campo delle sue potenzialità, ma anche – cercando di non truffarla – aiutandola a difendersi dalle aggressioni del mondo, tra le quali possiamo oggi considerare in tutta tranquillità anche la scuola, i giornali e la televisione, le mille forme della pubblicità diretta e indiretta in cui si manipola e si indirizza la volontà dei singoli illudendoli di ragionare con la propria testa quando invece li si costringe a ragionare con la testa di chi comanda e chi vende?”

Il nostro, ha affermato Fofi, è un mondo minacciato dall’avidità (e dall’invisibilità o capacità mimetica dei pochi che guidano l’economia e la scienza, oscuro connubio che produce le massime trasformazioni nei confronti del futuro) e dalla irresponsabilità nei confronti del futuro. Per aiutare Rosa tornano ancora necessari due o tre discorsi un tantino “vetero” sui quali si può e si deve discutere. Arte ed educazione devono tornare ad assumere un valore centrale per l’esperienza umana dei “sopravissuti” alle mutazioni imposte dal potere, e il libro per bambini è o deve essere considerato come una forma d’arte. La nostra pedagogia ha vissuto una grande stagione nei vent’anni tra il 1943 e il 1963, sperimentando nuovi metodi tesi allo sviluppo di una cosciente autonomia del bambino e del ragazzo, alla sua possibilità di diventare un individuo completo e pensante, libero e consapevole, in grado di contribuire con i suoi personali modi e talenti a una società democratica, aperta, solidale con gli umili e con gli ultimi. Questa pedagogia è stata sconfitta ed è oggi dimenticata e tradita dai professori che si dichiarano pedagogisti: è diventata “scienza della formazione”, un’arte burocratizzata nelle tecniche e trasformata in mestiere dentro un mercato. Oggi non è più la scuola a educare i nostri figli, ma cento altre agenzie e luoghi: le scuole di danza e di teatro, i divertimenti, gli amici, i media spettacolarizzati, le risse televisive, le discoteche, gli stadi, le interviste con i ricchi e famosi, gli stilisti e via di seguito. La scuola funziona semmai come il luogo di una socializzazione secondaria, che non assolve bene nemmeno ai compiti dell’apprendimento fondamentale…L’editoria per ragazzi è occupata da una quantità di opere brutte, leziose, che si imitano l’un l’altra, e che si inquadrano in pochi generi ripetitivi che imitano perlopiù quelli adulti e accettano il nuovo nelle forme dell’interattivo, del fantasy più schizoide o insulso, di uno pseudo mimetismo del linguaggio che gli autori credono tipico degli adolescenti e di dieci altre banali variazioni. Fantasy e detection dominano il campo del “non realistico”, i modi del serial televisivo realistico dominano quello del “realistico”. Le case editrici propongono dozzine di sciocchezze in infinite copie e varianti…

Una volta, secondo Peter Bichsel, c’erano al mondo “più zie che lettori”, perché erano le zie a regalare i libri ai bambini per le prime comunioni, per i compleanni, per le promozioni scolastiche. E poiché sceglievano i libri secondo i propri gusti ne risultava che i bambini si disgustavano dei libri e il numero dei lettori non poteva certo aumentare. Oggi non è più così, le zie sembrano contare di meno, ma contano sempre di più i gusti di altre “zie” non meno ottuse delle prime e certamente più prepotenti e saccenti, le e gli insegnanti di scuola, i redattori e redattrici di case editrici e collane specializzate, i tanti che lavorano agli adattamenti cinematografici di libri di successo e ai gadget che a loro volta ne derivano… Il numero dei lettori è cresciuto, ma non la qualità di ciò che essi leggono, e contemporaneamente è cresciuto anche il numero delle zie, che rischiano di diventare, orwellianamente, televisivamente, una sola onnipossente “GRANDE ZIA”…Dobbiamo difendere Rosa e i suoi fratelli e sorelle dal Grande Fratello e anche dalla Grande Zia, praticare e pretendere il rispetto della loro fantasia, della possibilità che potrebbero avere di diventare migliori di noi, “più felici più autonomi più saggi più sapienti più giusti di noi”.

(Immagine da http://www.rivistaorigine.it/fofi.jpg )

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14 febbraio 2009

OLD AMERICAN EPIC: MOBY DICK

John Huston, "Moby Dick", 1956, Filmstill

Allegoritmi a manetta, nel film che John Huston trasse nel 1956 dal capolavoro letterario americano di cent’anni prima “MOBY DICK“, di Herman Melville: significazioni mistico-religiose, forse addirittura la ricerca di Dio (ma un Dio collerico e vetero-testamentario)… oppure il conflitto Uomo-Natura, Male-Bene, Terra-Acqua, Materiale-Spirituale, con contorno di richiami biblici e sotto-metafore d’ogni tipo. “Chiamatemi Ismaele” (CALL ME ISHMAEL), esordisce secco il narratore, che subito dopo riceve un’inquietante profezia da un altro tizio chiamato, guarda caso, Elia. Ma quando Moby Dick trascina l’ossesso capitano Achab, “roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile”, con tutta la variegata ciurma della baleniera Pequod, nel profondo degli abissi… chi ha vinto? La Natura, Dio o il Male? E l’amicizia tra Ismaele e il ramponiere Queequeg (curiosamente somigliante all’Ezio Greggio nostrano, malgrado i tatuaggi) così diversi per razza, colore e tradizione – eppure così capaci di dialogo e di reciproca comprensione – non alludono oggi più che mai alla fraternità fra uomini di razza diversa in un momento di razzismo imperante nel paese… ? (Ho rubacchiato dal foglio di presentazione)

Cosa?

Come mai mi salta in mente di tirar fuori una versione cinematografica di Moby Dick di oltre cinquant’anni fa?

Semplice. Perché mercoledì scorso mi sono lasciato trascinare alla magnifica e restauratissima sala Santa Apollonia di Venezia, dove sono in corso 7 apppuntamenti con film d’arte di mare, di storia, di avventure, a cura del Circolo della Vela. Per chi arriva un po’ prima della proiezione, peraltro, c’è anche la possibilità di gustare un delizioso rinfresco gratuito…

Qui gli altri titoli:

http://www.compagniadellavela.org/?id_pagina=7&Lang=_1&id_news=135

E comunque sì, lo ammetto, forse anche grazie ai propedeutici prosecchini, mi sono abbastanza thrillato:- )

Moby Dick Trailer
 
 
 
(Clicca sull’immagine per vedere il trailer del film)

(Immagini da www.textezurkunst.de/…/2007/10/moby_dick.jpg e da http://www.cinematographers.nl/GreatDoPh/Films/MobyDick2.jpg ) 

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26 gennaio 2006

QUANDO MOBY DICK VOMITA LA GAMBA DI ACHAB

Panta Rei. Tutto scorre. Tutto si trasforma. Dal male nasce il bene. Dal bene il male. Moby Dick divora la gamba di Achab. Una famiglia australiana trova un vomito di balena…

Dai quotidiani di ieri:

“Una famiglia australiana ha scoperto su una spiaggia una quantità eccezionale di vomito di balena, il cui valore può superare i 600 mila euro. La sostanza, conosciuta come ambra grigia, è molto ricercata dai produttori di profumi. I 14,75 chili di escrezione di capodoglio sono stati trovati dalla famiglia mentre passeggiava lungo una spiaggia sulla costa occidentale dello Stato. Rimasti sorpresi dall’aspetto della sostanza, simile a “’cera”, hanno chiesto informazioni ad esperti che ne hanno scoperto la natura.”

(immagine da: http://www.mathematicianspictures.com/authorspictures/posters350w/THUMB_300W_26_JPEG_MEL1.JPG

Per associazione di idee mi è tornato in mente un vecchio post di Sergio Garufi, che recupero da Google/Groups (31 agosto 1999) e riproduco:

***Qualche anno fa apparve per i tipi di Baldini e Castoldi un documentatissimo libro dal titolo “Era una notte buia e tempestosa…”, nel quale i due
curatori elencavano, analizzavano e catalogavano 1430 incipit di romanzi famosi. L’inizio di un romanzo è importante per molti versi….è importante perchè è un segnale di narratività, che ci rivela o ci nasconde le sue finalità (finzione o realtà, racconto fantastico o saggio storico?), ed è importante per una motivazione estetica, perchè deve prenderti, deve darti il ritmo, il respiro di tutta l’opera. Garcìa Marquez dichiarò in un’intervista che la stesura della frase iniziale di “Cent’anni di solitudine” gli prese moltissimo tempo, perchè si trattava “di trovare il tono…il materiale lo avevo tutto, perchè esisteva, anche il metodo lo avevo inquadrato, ma mi mancava il tono: quando lo trovai, Cent’anni di solitudine divenne un romanzo”.
E difatti, l’inizio è irresistibile, una prolessi che informa di sé tutta l’opera e che definisce la struttura ciclica del romanzo, così come notava Cesare Segre. Nella prefazione al sopracitato libro sugli inizi, Umberto Eco si augura che venga scritto pure un elenco dei finali dei romanzi…anche i finali sono importanti, e spesso un finale memorabile riesce a riscattare un andamento tentennante. Se non l’avete ancora capito, vi sto invitando a postare i finali più memorabili, non solamente in senso positivo, dei romanzi che avete letto. A me vengono in mente quello cinematografico del “Viaggio al termine della notte”, con il rimorchiatore che si allontana sul fiume, e con l’ultima frase bellissima e tautologica (“e che non se ne parli più”), quello struggente di “Danubio” di Claudio Magris, che usa un verso di Biagio Marin con lo stesso ritmo che aveva la sua prosa saggistica in quel momento (“Fa che la morte mia, Signor, la sia como ‘l score de un fiume in t’el mar grando”). Ma anche il finale sorprendentemente fantasy de “Le particelle elementari”, con l’ultima frase che non significa niente e vuol dir tutto (“Questo libro è dedicato all’uomo”); o ancora il finale noir apocalittico di provincia de “L’avvocata delle vertigini”, il bel romanzo del brizzolato esordiente Piero Meldini (a proposito, proprio nessuno che l’abbia letto?), e per ultimo il finale ironico-ciclico di “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” di Aldo Busi, dove una battuta stupida smorza una tensione che sembrava preludere a un omicidio, e tutto ricomincia con l’ennesimo lunedì. Insomma, resto in attesa di conoscere i vostri finali memorabili, e non è detto che non si possa in seguito raccoglierli in volume e catalogarli con ICL come curatore…***

Tale Giò gli rispose il 2 sett 1999:

***Il finale di “Il ventre di Parigi” e’ di quelli che restano in mente. Il protagonista viene fatto arrestare da una sua parente ricca e assai “per bene”, che vuole semplicemente garantirsi il proprio quieto vivere. Il finale e’ tagliente e dà senso a tutto il romanzo: “Che canaglie quelli per bene!”

Ma è rara probabilmente un’accoppiata incipit/finale efficace come quella di Moby Dick, dove inizio e fine, ambedue memorabili, sono incentrati
sull’io narrante: “Chiamatemi Ismaele” // “Era la bordeggiante Rachele che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.”***

Adesso la famiglia australiana ha trovato un nuovo explicit al capolavoro di Melville:- ).

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17 gennaio 2006

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CARLO ZAMOLLI, POETA DI DUBBIA IMMORTALITÁ

“Carlo Zamolli (Torino 1898 – Gressoney 1972). Poeta piemontese del Novecento, in stretto contatto con Mario Luzi e in accesa polemica con il gruppo ’63. La sua opera più celebre (“Mai più con Paola e Ilaria”, Mondadori 1939) esprime in endecasillabi le angosce di un uomo innamorato di due sorelle lesbiche. Il dibattito che ne seguì vide l’intervento di Alberto Moravia (“Contro Zamolli”), sul Corriere della Sera” del 18 febbraio 1967) a cui lo stesso Zamolli rispose con veemenza (“La settimana Incom”, numero 38 del 1697). Vincitore di svariati premi (tra cui il Gorgonia d’oro del 1971), si spense serenamente a Gressoney nel dicembre del 1972.”

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Ebbene, la succitata scheda è stata ormai cancellata da Wikipedia.org, la grande enciclopedia on line, dopo l’articolo “Chi ha paura di Wikipedia” apparso nell’ultimo numero de L’Espresso (pgg.138-140) e firmato da Alessandro Gilioli. Sintetizzo: Wikipedia è ormai un colosso del web, con i suoi 60 milioni – ripeto, 60 milioni – di accessi al giorno. È gratis, è facile da consultare, si arricchisce continuamente di contributi forniti dagli internauti ma… non sempre è affidabile. Per verificare l’attendibilità e i tempi di correzione di Wikipedia l’Espresso l’ha sottoposta a un piccolo test. Il 28 dicembre 2005 quattro voci di altrettanti personaggi famosi (Foscolo, Spadolini, Alvaro Recoba, Georg Hegel) sono state modificate in modo anonimo con l’inserimento di palesi strafalcioni; una quinta voce, del tutto inventata, è stata creata da zero, quella riguardante – appunto – il poeta Carlo Zamolli, MAI esistito. Solo l’errore riguardante Recoba è stato cancellato in meno di un’ora. L’errore riguardante Hegel è resistito dal 28 dicembre all’8 gennaio, mentre gli altri errori erano ancora on line la sera del 10 gennaio, quando le pagine dell’Espresso sono state chiuse in tipografia.

Sempre sullo stesso settimanale e sullo stesso numero Umberto Eco, nella sua Bustina di Minerva, propone questo stuzzicante tema o tesina: trovare su un argomento X una serie di trattazioni inattendibili a disposizione su Internet e spiegare perché sono inattendibili (in “Come copiare da Internet”, p. 178). Per contrastare il dilagante vizietto studentesco di un taglia & incolla dalla rete del tutto acritico e inane per le loro ricerche, la nuova fondamentale materia da insegnare a scuola, afferma il professore, dovrebbe essere una tecnica della selezione delle notizie in linea, non fosse che in tale arte spesso gli insegnanti sono altrettanto indifesi dei loro studenti:-/

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LA MIA VITA E’ UN VAJONT

4 maggio 2006

LUCIO ANGELINI
 
INTERVISTA
 
GIUSEPPE GENNA*
 
Prima di iniziare l’intervista, l’emozione è tale che sono costretto a chiedere a Giuseppe Genna di poter fare pipì. Il suo bagno mi sorprende. Non c’è un’imitazione di una jacuzzi, come mi attendo. C’è una vasca a filo di pavimento, enorme, perfettamente circolare, divisa a metà da una parete di ceramica ondulata, uno ying e uno yang perfetti.  

Fossi un personaggio di Pynchon, di De Lillo, di Foster Wallace, di Vollmann, di Palahniuk, di Eggers, di Erickson, infilerei senza esitazione la testa nel water. Fossi un personaggio di Ellroy, cacherei nella tazza di Genna e non tirerei lo sciacquone. Fossi un personaggio di Lobo Antunes, incendierei il bagno. Fossi un personaggio di McEwan o di Auster o di Amis o di Coe non farei nulla. Fossi un personaggio di Bret Easton Ellis, mi tirerei una riga di coca allineata sulla porcellana del lavandino… ma sono solo Lucio Angelini e non mi resta che tornare ad accoccolarmi – ancora un po’ tremebondo – davanti all’Autore:- ).
 
“Giuseppe”, esordisco, “i critici che finora si sono occupati di Dies Irae vi hanno rinvenuto tracce di Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, Vollmann, Palahniuk, Eggers, Erickson, Ellroy, Lobo Antunes, McEwan, Auster, Amis, Coe, Breat Easton Ellis e tanti altri… “
 
“A chi mi accusa di aver scimmiottato Pynchon, De Lillo, Foster Wallace, Vollmann, Palahniuk, Eggers, Erickson”, risponde Giuseppe, “non esiterei a infilare la testa nel water. A chi mi accusa di aver copiato da Ellroy, cacherei nella tazza senza tirare lo sciacquone.”  

 
“E a chi ti accosta a Lobo Antunes?”
 
“Incendierei senz’altro il bagno.”
 
“Ma a chi, allora, non faresti nulla?”
 
“Semplicemente a chi mi ha apparentato a McEwan o Auster o Amis o Coe o equipollenti.”
 
“Ti va di raccontarmi la genesi del libro?”
 
“La prima idea del libro fu una sorta di cazzata alla Peter Kolosimo.”
 
“In che senso cazzata?”
 
“Avevo appena otto anni, capisci? E pensai alla storia di una futura colonizzazione di Marte nell’arco esatto di due secoli, inventata di sana pianta.”
 
“Vuoi dirmi che l’idea di Dies Irae risale nientemeno che alla tua fanciullezza?”
 
“Esattamente. Primi scrissi la storia, poi decisi di fare lo scrittore. Mi spiego: ricordo che, quando ebbi completato il lavoro, andai da mia madre e le raccontai che avevo in mano questa specie di dossier elaborato sulle indicazioni di un progetto reale della Nasa, che avevo reperito da qualche parte… Dissi così per rendere il tutto più credibile, più verisimile. Fu l’inizio. Ma anche la fine. Se qualcuno mi chiede quando ho iniziato a pensare di fare lo scrittore, rispondo che fu lì, in quel momento: non quando stesi il progetto, ma quando mentii a mia madre, portandole orgoglioso il dossier scritto a biro.”
“Un dossier sulla colonizzazione di Marte, hai detto. Qualche dettaglio?”
 
“Si trattava, nello specifico, di un progetto per la conversione ad habitat terrestre del pianeta… con tanto di schede tecniche desunte dai libri delle elementari di classi più avanti della mia. Era la descrizione ipotetica del viaggio di un equipaggio di sei astronauti, tre uomini e tre donne, provenienti da tutti i continenti. Sbarco su Marte. Costruzione di una zona serra per produzione di ossigeno. Più spedizioni, navi robot che calavano sul pianeta, automi che costruivano centrali di inquinamento per aumentare l’effetto serra… Inquinavano il pianeta per renderlo abitabile, capisci? Installazione di altiforni per bruciare anidride e convertire chimicamente ossigeno secondo un progetto che avevo denominato Clorofilla. Studi per scoprire l’eventuale esistenza di specie entomologiche aliene, bacilli o eventuali virus congelati ai poli di Marte. Test sul sistema osseo, sul sistema immunitario. Dopo due secoli, i primi innesti vegetali, fabbriche in cui idrogeno e ossigeno venivano combinati per la produzione d’acqua. Aumento climatologico di piogge e stratonembi. Primi insediamenti collettivi a scopo abitativo. Ripopolamento del pianeta…. “
 
“Sì, ma con quale tesi di fondo?”
 
“La tesi di fondo era che noi, la specie, i bipedi mammiferi, venivamo di lì. Eravamo migrati avendo previsto un’immane catastrofe, probabilmente una cometa non deviabile. Eravamo sbarcati sul pianeta in formazione, ricco di acque, che già utilizzavamo quale laboratorio, appendice per un habitat alieno, extramarziano. Qualcosa non funzionò, forse gli esiti dell’impatto su Marte ebbero effetti sulla Terra. Ricominciò tutto daccapo. La tormentata indefinita pena evolutiva. I metabolismi iniziarono nuovamente a chiedere energie disponibili. Predazione. Fecondazione. La vita allo stato basale. Eccetera.”
 
“Interessante. Però, poi, nel corso di questa lunghissima gestazione, il progetto iniziale è andato assumendo caratteristiche diverse… “
 
“Sì, certo. Ho cominciato a pensare un’opera priva di ogni carattere di leggibilità, non una storia ma una vicenda, a pena decrittabile, la storia della specie e della sua trasformazione e della sua infinita migrazione verso altre galassie, le mie Argonautiche che nessuno potesse comprendere, apparizioni fantasmatiche in luoghi immersi in un buio assoluto, il primo attraversamento di un buco nero sfruttando il lancio di una nana rossa, un’opera frammentaria composta all’infinito… pagine e pagine lasciate prive di guida, senza accompagnamento per l’eventuale lettore, se un lettore ci fosse mai stato, e il titolo dell’opera sarebbe stato, appunto, Dies Irae, il giorno dell’ira che non sarebbe più dovuto essere un giorno, ma anni luce catapultati nelle curvature del tempo e dello spazio, e un’ira trasformata, non il veleno psichico che vomitavo qui e ora da ogni poro, un’ira immensa, universale, che coincidesse con la manifestazione tutta della materia, questo regno instabile e pesantissimo, denso e impenetrabile, interpenetrato da vibrazioni angeliche e demoniache, che i nostri attuali apparati percettivi non erano al momento in grado di intercettare, e il giorno in cui l’avrebbero fatto avrebbero di fatto varcato un limite per arrestarsi a un nuovo limite, poiché l’occhio non vede se stesso e questa dimensione non è definitiva.”
 
“Giuseppe, ma tornando ai tuoi otto anni… com’eri tu da fanciullo?”
 
“Io ho sempre avuto la sensazione di essere ai limiti del consorzio sociale, di essere tagliato fuori. Di essere pazzo. Ho passato periodi di tremore e di terrore. Fosfeni e granuli fluorescenti sospesi nella stanza buia dove stavo chiuso. L’ansia nel petto che preme il cuore gonfiandolo contro la cavità ossea. Ma non visioni. Non allucinazioni. Noi siamo la specie che allucina, ma che allucina in un modo che è dato, e condiviso. Le allucinazioni assumono una stabilità, sono percezioni condivise.”
 
“Ora ti tendo un tranello, attento.”
 
“Prego, fai pure.”
 
“Sapresti darmi hic et nunc, a freddo, una definizione di anno-luce?”
 
“Perché?”
 
“Perché secondo certi critici maligni tu non avresti ancora capito che l’anno-luce non è un’unità di tempo, malgrado il tuo romanzo L’anno luce.”
 
“Si sbagliano di grosso. So perfettamente che l’anno luce è un’unità di lunghezza, corrispondente alla distanza percorsa dalla luce o da altra radiazione elettromagnetica nel vuoto in un anno. In pratica, considerando che la luce viaggia alla velocità di circa 300 mila km al secondo, un anno-luce dovrebbe equivalere grosso modo a 9460,5 miliardi di chilometri.”
 
“Esatto. Ma i critici, lo sai meglio di me, spesso hanno il dente avvelenato.”
 
“Non mi stupirei che questa bassa insinuazione fosse partita da quel rosicone di Giuseppe Iannozzi… “
 
“Conosco Iannozzi. Ce l’ha a morte con Riccardo Pedrini dei Wu Ming… A proposito dei Wu Ming. In un’intervista che ha fatto il giro della rete, Roberto Bui – ovvero Wu Ming 1 – ha sostenuto che di biopic sui Grandi e Grandissimi Artisti, la loro Ispirazione, la loro Superiore Sensibilità, il Titanismo, l’Ego che si espande fino a invadere ogni spazio, il loro essere maudits /incompresi/ribelli/irregolari/martiri della creazione, vissi d’arte vissi d’amore, live fast die young ecc. ce ne sono già fin troppi; che si potrebbe scrivere un romanzo in cui la Musa , stanca di essere tirata per la giacchetta di questo mondo, manda l’eroico Autore a fare in culo.”
 
“Ha solo in parte ragione. La letteratura sa essere pericolosa, ha un arco di durata più lungo di ogni altro medium o prodotto, una carica di memorabilità che sul lungo periodo straccia quello di cui sono capaci film e tivù. L’Autore a cui allude Wu Ming 1 è consapevole di questa potenza. La utilizza come un’arma. E’ sfrontato. E’ dissociato: in difesa rannicchiato dietro lo scudo, va all’attacco sfrontatamente sventolando questa spada di cartapesta che è la letteratura…”
 
“E quindi?”
 
“E quindi, a questo livello, mai più la voce della finzione, mai più un racconto della verità finta, questa festa da idioti in pieno – chessò io? – hinterland milanese, con personaggi carichi delle loro esperienze e delle loro pene e dei loro entusiasmi, la finzione dell’ascolto, dell’empatia, della comprensione e del diniego, solo un’osservazione che testimonia della sconfitta, questo sguardo gelido che suppone di essere testimoniale e non lo è.”
 
“Roberto Bui sostiene che la vera fatica sia quella del minatore, di chi spalma il catrame sulle strade, raccoglie i pomodori, lega gli innesti alle piante, tira il risciò, scarica i camion, passa le giornate sulle impalcature, ha i piedi gonfi per aver passato undici ore al semaforo proponendosi per lavare i parabrezza. Sei d’accordo su questo?”
 
“Conosco il passo a memoria: ‘Non bisogna credere a chi esalta troppo i Tormenti del Creare, il Peso dell’Arte ecc..Raccontare una storia, limare un verso, far suonare la lingua e le parole è senz’altro più divertente che spalare la neve all’alba a metà gennaio per conto del Comune.’ Ma Roberto Bui aggiunge: ‘Però, anche scrivere è un lavoro, con strumenti, tecniche, tempo da dedicare, routines da eseguire, parametri da verificare, collaborazioni da rodare’E tuttavia – malgrado il fascino delle teorie wuminghiane – mi consta che parecchi scrittori abbiano comunque sentito inquietanti ‘presenze invisibili’, latrati di cane e pianti di neonato. Hanno avuto l’impressione di essersi trasformati in altre entità, non umane… E in proposito sono state formulate due contrapposte scuole di pensiero. Secondo quella medico-razionale lo scrittore inevitabilmente ‘dissocia psichicamente’ , soprattutto se costretto a vivere in totale e stressante assenza di gravità, sotto il bombardamento di forti flussi magnetici e radioattivi e per giunta in un silenzio assoluto. La seconda ipotesi, in linea con l’ufologia, considera quelle enigmatiche allucinazioni il risultato di comunicazioni reali da parte di specie aliene.”
 
“Ma così si ritorna alla Musa insufflatrice, che – quindi – non sarebbe possibile mandare definitivamente affanculo.”
 
“Tu l’hai detto:- )”
 
“A pag. 84 di Dies Irae si legge esattamente: ‘Giuseppe Genna è uno scrittore di serie B’. Hai davvero una così modesta opinione di te stesso?”
 
“Conosco i miei buchi neri, uno per uno. Conosco la loro forza di attrazione, che per anni è stata un’attrattiva. Non dispongo di forza interiore né di debolezza interiore. Mi piaceva, anni fa, occuparmi di complotti… utilizzavo il complotto per costruire la favola verosimile, secondo le modalità con cui strascicava la propria esistenza un popolo stracciato con il cervello generalmente in pappa, e che si preparava all’avvento della stagione pneumatica e indecente che avrebbe trionfato proprio in diretta sul medium di massa, quello che il condizionamento mentale l’aveva irradiato con allegro libertinismo politico: la televisione… Poi ho capito che la mente non riesce a fermarsi se non nell’ebetudine disperata. Sono l’indiziato, il colpevole, il condannato, il martoriato, il massacrato, l’ucciso, il cadavere indecomposto. Io, l’uomo della colpa. Io, l’uomo dell’esaurimento. Io, l’uomo senza merito che si rimuove, e che rimuove. Non so a chi chiedere aiuto e ogni parola mi pare banale e il conforto non giunge da nessuna parola, nessuno pronuncia la parola del conforto. Nessuno mi abbraccia, non chiedo nessun abbraccio. Il mondo esiste, e crudamente. Fa’ che… Cerca di… Abbracciami, Lucio, ti prego… “
 
“In Dies Irae parli spesso, oltre che di buchi & buchi neri, trombe-delle-scale e pozzi, anche di specchi. Ti leggo un passo: ‘Mi guardai nello SPECCHIO. Non si possono fissare contemporaneamente entrambe le pupille. L’occhio non vede se stesso, infine. Meditazione su questo limite intrinseco, personale e universale, intimo e mondano, il nostro teorema di Gödel in formato tascabile, verificabile in ogni istante. L’immenso buco nero che limita l’espansione indefinita, l’autocoscienza completa.”
 
“E dunque?”
 
“In quale personaggio del tuo libro ti pare di poterti specchiare in maniera più dolorosa?”
 
“Nel paziente di pagina 84, quello citato subito dopo essermi definito scrittore di serie B.”
 
[Vado a verificare e leggo a voce alta:
 
E il paziente sempre seduto, mai appoggiato allo schienale, chino, nella comunità B, che dondola avanti e indietro e fuma una sigaretta dietro l’altra, si accende quella nuova con il mozzicone della precedente, e dondola e sussurra sempre le stesse parole, da anni le stesse parole, sempre quelle stesse medesime parole da più di dieci anni, non si sa da dove viene, da quando è lì, senza parenti, in fronte un buco impressionante, il volto contorto, gonfio per il Serenase, a volte si piscia addosso e lei lo deve pulire.”]
 
Ecco”, dice Giuseppe, “quello, secondo me, è il personaggio chiave del romanzo.”
 
“Un’ultima domanda”, pigolo prima di congedarmi. “Potremmo definire Dies Irae ’LIBRO DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA’?”
 
“Che fai”, ridacchia Giuseppe Genna, “alludi al defunto blog www.miserabili.com ? Ripeto: Dies Irae è pura finzione, perché le cose càpitano, accadono, travolgono. La mia storia è un Vajont, come quella di tutti del resto… “
 
—-
(*) Le risposte di Giuseppe Genna all”intervista – puramente immaginaria – sono state confezionate con brani tratti direttamente da Dies Irae, in particolare dalle pagg. 49-50, 54, 55, 63-64, 64-65, 71, 79, 84, 93, 98, 103, 497. La citazione di Wu Ming1 proviene, invece, da http://www.ilpostodeilibri.it/joyce_31.htm
——————–

UNA POSTILLA

5 maggio 2006

(Ming 1)

Dopo essersi sbilanciato in un graditissimo “Chapeau! ;-), Wu Ming 1 mi ha inviato la seguente postilla alla mia intervista di ieri:

“Settembre 2002. Facendo un resoconto sulla nostra perplessa partecipazione al deprimente festival di Mantova, io concludevo così:

[WM1:] …per l’appunto: “l’autore sotto i piedi”. Ogni tanto è lì che bisognerebbe metterselo (Paco compreso, noi compresi). Qui c’è troppa gente che viene apposta per farsi adorare.
Non nascondiamocelo, l’orizzontalità assoluta non è realizzabile e non è nemmeno auspicabile, il narratore di professione ha comunque un che di “sciamanico”, qualcosa che arriva a noi dalle società di cacciatori-raccoglitori, qualcosa che non si è mai estinto del tutto, e va bene così. Non è possibile vivere senza partecipare a qualche rituale o liturgia. Tuttavia, è possibile ridimensionare lo sciamano, quando quest’ultimo comincia a peccare d’alterigia. L’umanità ha prodotto diverse leggende in cui i trucchi degli sciamani mostrano la corda e le comunità si prendono direttamente la responsabilità della creazione magica. Una in particolare, una storia amerindia, può funzionare da monito a molti colleghi, e da affermazione che a essere veramente, propriamente creativa è solo la comunità tutta:
<…gli sciamani, divenuti più aggressivi, insultano il sole e la luna, che quindi scompaiono lasciando ogni cosa avvolta dalle tenebre. Gli sciamani dicono di poter far ritornare il sole e si mettono a ingoiare alberi e a farli uscire dalle loro pance, a seppellirsi nella terra lasciando fuori suolo gli occhi, cominciano insomma a fare tutti i grandi trucchi magici sciamanici. Ma i trucchi non funzionano e il sole non ritorna. Allora i preti dicono che deve provare la gente. E la gente è composta da tutti gli animali. Questi animali-gente si dispongono in cerchio, danzano e danzano, ed è la loro danza a far sorgere una collina che cresce poi fino a trasformarsi in una montagna e diventare il centro elevato del mondo da cui vengono tutti i popoli della terra.> (Joseph Campbell, Il potere del mito, TEA, Milano 1994)
In una famosa intervista a Repubblica (6 marzo ’99), affermammo che “diventare scrittorucoli […] da salotto o da talk show sarebbe una fine ingloriosa, e altri Blissett farebbero bene ad abbatterci come cavalli feriti.”
Siamo ancora di quell’idea. Ciao, R.”


Il resoconto completo si trova in questa pagina-fossile:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap4iii.html#mantova

Ed ecco l’AUDIO, recuperato dalle registrazioni di quel giorno. 5 settembre 2002. “Breckenridge e il continuum”.

http://www.wumingfoundation.com/suoni/WuMing_Mantova2002_Breckenridge.mp3

Aggiungo adesso, di mio, il seguente scambio di battute avvenuto nei Commenti a Lipperatura il 12 maggio 2005:

“Probabilmente tutti gli equivoci nascono dall’indeterminatezza semantica di parole quali ‘genio’ o ‘talento’. Possiamo tranquillamente usarne altre, compreso il mikebuongiornesco ‘bravo-bravissimo’. La sostanza non cambia. Torniamo alla nostra Callas: quella cosa lì che lei si ritrovò in gola ***A DIFFERENZA DI TANTE ALTRE SUE COETANEE*** non se l’era messa da sola. Dono degli dei? Dono del caso? Fortunata combinazione di circostanze bio-chimico-sinapsiche? Domande oziose. Magari un giorno la scienza potrà essere più precisa in merito. Ma fu esattamente su ***quella base*** che la fanciulla Maria poté lavorare per diventare Maria Callas anziché, chessò io?, Giuseppe Genna.
D’altronde l’evoluzionismo non spiega le mutazioni come derivate da accidentalissimi errori genetici di tipo utile? Va, infine, da sé che se Federico Fellini fosse nato nel Settecento, quando il cinema ancora non c’era, non sarebbe mai diventato il grande regista che sappiamo.

Postato da Fake di Angelini il 2005-05-12 16:37:00.0

“La questione del genio è proprio come dice Angelini. Pensa Luciana Turina che non si sviluppa storico-ambientalmente e diventa, anziché la Turina, chessò?, Angelini…

Postato da giuseppe genna il 2005-05-12 17:04:06.0

Per Genna. Grande (= grossa) Turina! Un mito. Questa volta mi hai fatto ridere.

Postato da Fake di Angelini il 2005-05-12 17:18:45.0

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[Immagine di Ming1 da http://140.115.170.1/Hakkacollege/english/Hsueh-Ming1.jpg ]:- )

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UNO STORICO ELOGIO DEL LIBRO

2 giugno 2006

(Umberto Eco)

Lo confesso. In magazzino ho scatoloni di ritagli e pagine di giornale che dovrò, prima o poi, gettare via. Ieri sera, casualmente, è riaffiorata una storica “Bustina di Minerva” di Umberto Eco, con un altrettanto storico elogio del libro. Strappata a un vecchio Espresso del 17 marzo 1995. Riproduco il testo dell’articolo, intitolato:

COME L’AMORE, IL LIBRO MIO NON MUORE. E LE BUGIE HANNO LE PAGINE CORTE

“… Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l’elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio, in casa e nelle bblioteche pubbliche, per i libri da leggere (che vanno dalla ‘Divina Commedia’ all’ultimo romanzo giallo). I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto salvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la ‘Divina Commedia’, anche solo un’ora al giorno, su un computer, e poi mi fate sapere. Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta. Il coltello viene inventato prestissimo, la bicicletta assai tardi. Ma per tanto che i designers si diano da fare, l’essenza del coltello rimane sempre quella. Ci sono macchine che sostituiscono il martello, ma per certe cose sarà sempre necessario qualcosa che assomigli al primo martello mai apparso sulla crosta della terra. Potete inventare un sistema di cambi sofisticatissimo, ma la bicicletta rimane quel che è, due ruote, una sella, e i pedali. Altrimenti si chiama motorino ed è un’altra faccenda. L’umanità è andata avanti per secoli leggendo e scrivendo prima su pietre, poi su tavolette, poi su rotoli, ma era una fatica improba. Quando ha scoperto che si potevano rilegare tra loro dei fogli, anche se ancora manoscritti, ha dato un sospiro di sollievo. E non potrà mai più rinunciare a questo strumento meraviglioso. La forma-libro è determinata dalla nostra anatomia. Ce ne possono essere di grandissimi, ma per lo più hanno funzione di documento o di decorazione; il libro standard non deve essere più piccolo di un pacchetto di sigarette o più grande dell’ ‘Espresso’. Dipende dalle dimensioni della nostra mano, e quelle – almeno per ora – non sono cambiate, con buona pace di Bill Gates. E’ vero che la tecnologia ci promette delle macchine con cui potremmo esplorare via computer le biblioteche di tutto il mondo, sceglierci i testi che ci interessano, averli stampati in casa in pochi secondi, nei caratteri che desideriamo – a seconda del nostro grado di presbiopia e delle nostre preferenze estetiche – mentre la stessa fotocopiatrice ci fascicola i fogli e ce li rilega, in modo che ciascuno possa comporsi delle opere personalizzate. E allora? Saranno scomparsi i compositori, le tipografie, le rilegatorie tradizionali, ma avremmo tra le mani, ancora e sempre, un libro.”

Quell’articolo, secondo me, chiuse il dibattito sull’argomento:- )

(Immagine da: http://www.memo.com.co/fenonino/aprenda/diccionarios/imgbiblio/UMBERTO%20ECO.jpg )

————-

ZIDANE E REPETTO

13 luglio 2006

Per due interi giorni è imperversato in rete il quesito:

“Secondo voi cosa avrà detto Materazzi a Zidane per farlo incazzare in quel modo?”

Mi sono arrivate in mail-box varie ipotesi:

– Hey Zizou … a tua madre piace Grosso!
– Sei una caccola ripiena!
– Tirami una testata, sarà liberatorio…
– Nel libro di Faletti il killer è il Dj
Sono amico di Mauro Repetto e tu no!
– E’ vero che in Francia non avete il bidet?
– Che ore sono?
– Zizzu … Zazzo Zezzo Zuzzu Zi ?

Eccetera.

Ovviamente l’ipotesi che più mi ha inquietato è stata la quinta.

“Mauro Repetto… Mauro Repetto… ” ho cominciato a chiedermi, “chi era costui? L’editor di Einaudi Stile Libero, per caso?”

Una rapida ricerca in rete mi ha tolto ogni dubbio: Mauro Repetto è il biondino che ballonzolava sul palco insieme a Max Pezzali al tempo degli 883…

Google mi ha addirittura fornito un preziossimo link per un AGGIORNAMENTO completo.

Copio-incollo, appunto, da www.maurorepetto.tk :

“Perché questo sito? Per ricordare Mauro Repetto, un uomo che non ha avuto paura di inseguire i propri sogni e le proprie passioni.

Per tutti coloro che amavano gli 883 degli esordi e riconoscono il tocco “repettiano” nelle prime canzoni del gruppo.

Per quelli (pochi a dire il vero) che lo hanno conosciuto come solista ed hanno amato le sue canzoni stonate, inni allo “sfigato“… inni alla vita.

E per tutti coloro, infine, che si chiedono semplicemente: “Che fine ha fatto il biondino degli 883?

Cliccando su BIOGRAFIA, esce quanto segue:

«Qual è la domanda che mi fanno più difrequente in assoluto? “Che fine ha fatto Mauro Repetto”. Anzi: “Che fine ha fatto il biondino che ballava negli 883”». Parole di Max Pezzali.

Ebbene, indagando nei meandri della rete abbiamo cercato di dare una risposta a questo interrogativo. Una domanda che – ne siamo certi – tutti, almeno una volta nella vita, si sono posti. La realtà venuta a galla è una favola triste, la storia di un uomo che non ci ha pensato due volte ed ha gettato tutto al vento per inseguire il suo sogno.

Il risultato? Non un lieto fine, ma un bel finale. Oggi, Mauro Repetto vive alle porte di Parigi, è sposato con la bella

Josephine, ha due figli e regala un sorriso a numerosi bambini provenienti da ogni parte del mondo.

Ma andiamo per gradi… Tutto nacque nei mitici anni ’80 a Pavia. Mauro, insieme al fraterno amico Max Pezzali, frequenta il liceo e passa interi pomeriggi al Bar Dante fantasticando sulle donne e parlando di musica. I due fondano un gruppo, “I pop”, e mandano un’audiocassetta al re Mida della musica italiana, Claudio Cecchetto.

Da quel momento inizia un’irresistibile ascesa: il gruppo cambia nome in 883 e “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” (1992) diventa un indovinatissimo tormentone. Dopo appena un anno esce un altro, altrettanto riuscito, album “Nord Sud Ovest Est”. Per i due amici sembra profilarsi all’orizzonte un futuro di successi e soddisfazioni.

Ma in Mauro c’è qualcosa che non va. Il “biondino” non si sente felice nel ruolo di comprimario. Scrivere canzoni lo soddisfa ma è sul palco che si vivono le emozioni forti, quelle vere. Lui non canta e non suona. Si esibisce in solitari e disordinati balletti che lo fanno diventare ben presto uno zimbello per imitatori e detrattori.

Gli serve solo una scusa. Un motivo per fuggire via. Il suo pass per la libertà si chiama Brandi, una bellissima modella che lo strega e lo spinge ad inseguire il suo folle, impossibile, sogno.

Di punto in bianco lascia l’Italia. Vola in America per produrre un film e si affida ad un losco avvocato che, per la modica cifra di 20.000 dollari, gli promette di fornirgli l’aggancio con un produttore. Non rivedrà mai più né quel legale, né Brandi ed il suo sogno cinematografico si spegnerà in una camera d’albergo. Mauro, tuttavia, non si demoralizza: con l’aiuto di Cecchetto incide il disco “Zucchero filato nero” nel quale risalta la bella voce di Francesca Touré (poi vocalist dei Delta V).

L’album è il suo epitaffio musicale. Urla di dolore in “ma mi caghi”, poesia in “Nual”. «Ascoltate “Un grande si” o “Voglia di cosce e di sigarette”, inni sbagliati, sbilenchi, ubriachi, un uomo solo con la sua chitarra incerta e ancora ossessioni: figa, figa, figa, corpi che sfuggono, amarezza, assoluta mancanza di misura e senso del pudore» (tratto da www.succoacido.it). L’album è un flop e Repetto, dopo una breve parentesi in Italia, si trasferisce in Francia.

Dopo averci provato ancora col cinema (suo il cortometraggio “Point Mort”) abbandona definitivamente lo show business ed inizia a lavorare ad Eurodisney vestendo i panni di Pippo.
Sotto la maschera, i suoi balletti convulsi diventano finalmente apprezzati e divertenti. La palestra lo rende troppo muscoloso e presto anche i panni del cagnone disneyano gli vanno stretti. Oggi, Mauro impersona l’orso Baloo. Mille flash lo fotografano ma in pochi sanno che, sotto quell’ingombrante costume, c’é un uomo coraggioso. Il “biondino” che, per inseguire un sogno, ha rinunciato a soldi e fama.”

Non trovate anche voi questa storia IRRESISTIBILE, francamente???

————

(Roberto Denti alla libreria “Il libro con gli stivali” di via Mestrina a Mestre)

INCONTRO A MESTRE CON ROBERTO DENTI

Ha 84 anni suonati, ma la sua autorevolezza e la sua competenza nell’ambito della letteratura per ragazzi sono ancora al top. Fondò nel 1972 a Milano, con la moglie Gianna, la prima Libreria per Ragazzi italiana. Il suo esempio fece scuola. Oggi le librerie specializzate in letteratura giovanile si sono moltiplicate e quella di via Mestrina a Mestre – “Il libro con gli stivali” – l’ha avuto ieri pomeriggio come ospite per un incontro con il pubblico. Roberto Denti, infatti, non è solo un libraio, ma anche un raffinato scrittore e un critico letterario di vaglia. Ecco un compact delle dichiarazioni più importanti:

«Siamo noi librai a cogliere per primi i cambiamenti nei gusti dei lettori più giovani. E da una ventina d’anni a questa parte i cambiamenti sono stati sostanziali. Libri e autori che vent’anni fa piacevano molto, oggi non piacciono più. Salgari stesso è diventato illeggibile, perché troppo lento. Sandokan ci mette circa 400 pagine a baciare la Perla di Labuan… mentre in un solo minuto di cartoni animati si susseguono dozzine di avvenimenti grandi e piccoli. Le nuove generazioni, sottoposte a massicce dosi di televisione, si abituano molto presto ai ritmi incalzanti del cartone animato, tecnica espressiva basata appunto sulla rapidità. Solo Pinocchio resiste, ma viene accettato proprio perché, anziché camminare, corre!… come tutti i bambini. Le nuove narrazioni hanno ritmi velocissimi. I classici, invece, sono scritti secondo tempi narrativi molto più rilassati.

Negli anni 70 uscivano 250-300 novità l’anno, oggi circa 3.000. Ciò nonostante leggere è diventata un’attività sempre più difficile da incentivare, soprattutto se i genitori non sono in grado di dare il buon esempio come forti lettori o non hanno la pazienza o il tempo di praticare la lettura ad alta voce. La lettura ad alta voce è particolarmente importante perché il bambino l’avverte come un dono di attenzione e partecipazione alle proprie esigenze. Grazie ad essa, finisce per associare all’idea di lettura emozioni positive. Capisce che l’adulto gli sta dedicando del tempo e gli vuole bene. I bambini, come si sa, imparano tutto per imitazione, osservando i comportamenti degli adulti. E non si desiderano le cose che non si conoscono. Leggere, malgrado l’odierna abbondanza di forme di intrattenimento alternativo, resta un’attività fondamentale non solo per il piacere che arreca una volta che si siano scoperti i libri più adatti a toccare le nostre corde emotive, ma soprattutto perché potenzia l’immaginazione più di qualunque altro mezzo narrativo.

Chi sfrutta al massimo i poteri dell’immaginazione è lo scienziato, che parte da dati oggettivi e incontrovertibili per ideare possibilità non ancora esistenti. Cerca di immaginare come si possa curare, per esempio, il cancro. Occorre dunque favorire con ogni mezzo lo sviluppo della capacità di prospettare soluzioni nuove ai problemi che via via ci affliggono. Le api e le formiche sono bravissime e precisissime, ma fanno sempre le stesse operazioni, non hanno immaginazione:-)

La lettura stimola l’immaginazione molto più delle immagini, grazie all’innesco fornito dalle storie. Chi legge deve dare personalmente un volto ai vari personaggi di cui segue le vicende, rappresentarsi a proprio piacimento contesti e situazioni. Chi guarda un film, invece, non deve costruire nulla, ma limitarsi a contemplare ciò che gli scorre davanti. Certo, il discorso può essere applicato in parte anche ai libri illustrati. Bruno Bettelheim, infatti, sosteneva che le illustrazioni limitino l’immaginazione. Quello che di sicuro non si dovrebbe fare è mostrare a un bambino un solo tipo di illustrazione. Meglio fargli confrontare tante diverse Cenerentole disegnate da tanti illustratori diversi, che proporgli una sola e unica Cenerentola, magari quella waldisneyana. I bambini, a differenza dei genitori, sono capaci di accettare ogni tipo di illustrazione. Si pensi al successo del rivoluzionario “Piccolo blu e piccolo giallo” di Leo Lionni.

La prima lettura nasce quando un genitore mostra ad un piccino l’immagine di un gatto e dice “gatto”. Il bambino impara che da un lato esiste il gatto, dall’altro la sua rappresentazione. E quando poi il genitore scandisce: “Il gatto beve il latte”, ecco enucleata la prima storia. La lettura insegna che da un lato c’è la realtà di tutti i giorni, dall’altro la realtà che si vive con la fantasia. Il meccanismo dell’immedesimazione (nei personaggi e nelle loro situazioni) consente al bambino un arricchimento dell’esperienza e un ampliamento di orizzonti.

Negli ultimi anni, il maggiore incremento di mercato lo si è registrato nel settore delle pubblicazioni per i piccolissimi. In molti casi la caduta a picco dell’abitudine alla lettura pare coincidere con il passaggio dalla terza media alla I superiore, da un lato perché alle superiori gli studenti sono costretti a sobbarcarsi un congruo numero di ore di lettura obbligata (= testi scolastici), dall’altro perché a quell’età la ricerca dell’approvazione del gruppo dei coetanei comincia a diventare il problema priotario. Se nel gruppo non c’è almeno un altro compagno che legge, è difficile che un giovane lettore mantenga i ritmi di lettura acquisiti in precedenza.»

Altre dichiarazioni che mi sono appuntato:

«L’Italia, paese diviso, è tuttavia unita da almeno un elemento comune: l’odio per I Promessi Sposi, grazie al cattivo servizio reso alla lettura dalle scuole… Nei programmi della riforma scolastica Moratti, la parola ‘lettura’ non compare nemmeno una volta… »

«I libri non sono reliquie da baciare nella speranza che possano miracolisticamente risolvere i problemi del mondo. Il discorso evangelico “della montagna” (con l’elenco delle beatitudini), per esempio, è la più alta pagina di pace mai scritta, eppure, malgrado quella pagina, l’Occidente è andato in giro per il mondo a spargere distruzione e morte…»

[A incontro concluso, mi sono avvicinato a Denti e gli ho detto: “Una volta eravamo amici, poi ci fu un episodio che ci allontanò: l’iniziativa NUVOLE A COLAZIONE[si veda il mio post dell’11 novembre 2005 , n.d.r.].

Le propongo, ora, a distanza di tanti anni, di scambiarci il segno della pace.” Denti, che non mi vedeva dal lontano 1995, ha risposto stringendomi la mano: “Certo, ma mi ricordi il suo nome”. “Angelini”, ho mormorato. Allora mi ha teso la mano una seconda volta. Sono tornato a casa a Venezia decisamente alleggerito e felice:-)]

 ——–

(La foto di Roberto Denti è di Lucio Angelini)

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12 commenti
  1. Qualcuno mi ha detto che i grandi cicli del destino, nell’esistenza di un uomo, durano, appunto, dieci anni.

    Rammentate la mia Teoria del Decennio?

  2. @paolo. sì, certo, ma nel mio caso non ha funzionato. almeno dal 1995 ad oggi e in riferimento al settore letterario:-)

  3. Ti rammento che il ciclo decennale iniziato il 12 novembre 2005 teminerà l’11 novembre 2015, ossia fra tre anni e mezzo: sai quante cose possono accadere!

  4. Secondo un’altra teoria, i nodi cruciali della vita, ovvero le svolte, avvengono ogni sette anni: perché c’è un pianeta – non ricordo quale – che ogni sette anni si ritrova nella stessa posizione in cui era al momento della nostra nascita.
    Dunque, ogni scadenza di settennato (ma considerata in maniera flessibile, nel senso che la scadenza ha i suoi influssi in un’area che può anche estendersi da un anno prima a un anno dopo) comporta una svolta nella nostra vita.
    Nel 1995 quanti anni avevi? Fai sette volte sette e ti esce quarantanove. Se fai nove volte sette, ti esce sessantatre…

    • se davvero avvenissero ogni sette anni, i nodi cruciali, cioè solo ogni sette anni, ci metterei tre firme, paolo! qui è tutto un annodare crucialmente.

  5. Ogni singolo individuo da solo ha pochissima forza per cambiare il mondo, o comunque per modificare certi stupidi comportamenti, però può almeno provare a mettere una distanza tra lui e le cose che lo fanno soffrire.

    … tenerci insieme, non lasciarci travolgere, guardarci vivere con tutta l’ironia di cui siamo capaci. E stringere i pugni in attesa di momenti migliori, perché prima o poi la tensione si allenta.”

    Assolutamente.

  6. ah, meravigliosa la signora delle montagne, che tempra, che fisico, che passione per la vita.

    p.s. oddio, ora anche gli asessuali si sentono discriminati. Che palle.

  7. @paolo. il ciclo distruttivo per me iniziò l’11 novembre 1995. pensavo che nel 2005 ne sarebbe iniziato uno più soddisfacente (intendo sul piano letterario). così non è stato, ma – ripeto – la vita mi ha dato altri doni, quindi pazienza*-°

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