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BOCL N. 13 (PREMIATA DITTA NULLO & BICE)

17 maggio 2012

(Bice Cairati aka Sveva Casati Modignani)

sabato, giugno 17, 2006

PREMIATA DITTA NULLO & BICE

Nel lontano 1981 i coniugi Bice Cairati e Nullo Cantaroni mostrarono al loro amico Tiziano Barbieri Torriani (che aveva rilevato la Sperling & Kupfer, nata nel 1899 per iniziativa di due librai tedeschi: Heinrich Otto Sperling, già proprietario a Stoccarda di un’impresa di distribuzione e commercio librario, e il giovane Richard Kupfer, originario di Lipsia) un manoscritto intitolato “Anna dagli occhi verdi“. Questa la trama:

“È una fredda mattina di gennaio a Milano: ai funerali del ricco e potente Cesare Boldrani gli sguardi dei presenti sono puntati su Anna, l’unica figlia ed erede universale. Da questo momento, alla guida di un grande impero economico, la donna è costretta a confrontarsi con il proprio passato ma soprattutto con quello del padre”.

“Diventerà un best-seller”, sentenziò Barbieri. “O comunque un eccellente seller. Lo pubblicherò!”

Felicissima intuizione.

Restava un solo problema: come firmarlo?

Fu il signor Nullo (probabilmente aizzato da un comprensibile ‘complesso del nome’… provate voi a chiamarvi Nullo!) a proporre un nom de plume ben più altisonante (magari un po’ cagone) dei loro, destinato a diventare una sorta di marchio di fabbrica e di garanzia di successo commerciale:

                     SVEVA CASATI MODIGNANI.

Funzionò alla grande.

Al primo best-seller ne seguirono altri, con titoli quali: “Come vento selvaggio”,Il cigno nero”,Disperatamente Giulia”,E infine una pioggia di diamanti”, “Vaniglia e cioccolato”,Lo splendore della vita”… fino al recentissimo “ROSSO CORALLO”.

A un certo punto, a dire il vero, il signor Nullo si ammalò e morì, annullandosi di nome e di fatto, ma l’operosa Bice non desistette, ché anzi continuò a costruire trame e a scodellare romanzi con la stessa costanza e determinazione di prima. Le vendite complessive, ormai, sono nell’ordine della decina di milioni di copie!!! Tanto di cappello, dunque.

Bice Cairati è oggi unanimemente definita la più autorevole erede di Liala, verso la quale nutre una sincera ammirazione. Dichiara, infatti, in un’intervista reperibile in rete

(http://www.stradanove.net/news/testi/vips-03a/vasab0406030.html ):

“I critici dovrebbero smetterla di scrivere che le nostre sono storie che grondano melassa, noi raccontiamo la realtà. E i romanzi di Liala, ad esempio, vanno messi su un bell’altare anche perché hanno spinto a leggere tre o quattro generazioni di donne, che altrimenti non avrebbero preso in mano neppure un libro.”

Tutto ciò per confessarvi che l’altro ieri, passando davanti alla Libreria Mondadori di Venezia e vedendo che era previsto un incontro con la scrittrice SVEVA CASATI MODIGNANI, non ho resistito all’ attrazione dell’orrido e sono salito al 2° piano (lassù lo spazio-eventi) per vederla da vicino e magari toccarla con mano:- )

Quando ho visto che in tutto c’era sì e no una dozzina di persone, mi sono un po’ vergognato e ho provato la tentazione di svignarmela, poi ho fatto spallucce e mi sono seduto compunto al mio posto.

L’intervistatrice, di una banalità disarmante, ha esordito con il classico interrogativo:

“Come nascono i suoi libri?”

Risposta:

“Da un’idea di fondo. Per ‘Disperatamente Giulia’, per esempio, ero spinta dal desiderio di sapere che cosa prova di preciso una donna quando scopre all’improvviso di avere un tumore al seno. Così ho accumulato quante più notizie e informazioni sull’argomento, parlando anche con donne che avevano davvero affrontato il problema e ci ho costruito sopra un romanzo.”

Con sobrietà, Sveva ha poi riferito di come da 25 anni si ostini a scavare nel mondo delle donne attraverso la storia del nostro paese.

“La mia griglia di scrittura è costituita da un lato dalla grande passione d’amore tipica delle donne, dall’altro da un’attenzione tutta mia per le conquiste femminili nel campo del lavoro, dell’affermazione sociale, della famiglia, dei cambiamenti legati al passare dei decenni. In ‘Rosso Corallo‘ mi sono focalizzata sugli anni ’70 e sui temi della militanza politica e della fede. Al centro del romanzo c’è una famiglia operaia, con quattro figli, di cui uno omosessuale. Il personaggio più forte è Liliana, che diventa una grande manager senza mai perdere di vista la famiglia!!!”

Domanda: “Lei dove scrive?”

Risposta: “A casa mia, dove vivo da sola con il mio cane nella periferia milanese. Ho anche un giardinetto. Quando comincio a scrivere un nuovo romanzo, non so mai come si svilupperà, anche se ho un piano di massima in testa. Può succedere che i personaggi mi scappino di mano e vadano avanti per conto loro, sorprendendomi.”

Una signora dal pubblico:

“Le è stato utile l’apporto della narratologia?”

“Narratologia? È la prima volta che sento nominare questa parola. Sa com’è? Io scrivo d’istinto, mi sforzo di essere chiara e di presentare situazioni in cui ci si possa facilmente riconoscere… tutto qua.”

“Quanto c’è di autobiografico in quello che scrive?”

“Non molto, in realtà, anche se molti personaggi si ispirano a persone da me effettivamente conosciute.”

L’incontro finisce presto, anche perché il pubblico è minimo e poco disposto a interagire. Però che tristezza venire a Venezia dalla lontana Milano per incontrare quattro gatti, tutto sommato!

Meno male che, se non altro, Sveva Casati Modignani potrà consolarsi con i risultati delle vendite…

Vediamo, adesso, qualche trama:

1) La lettura del testamento di Alessandra Pluda Cavalli (Dio, che nome!!!) sconvolge il marito Franco e i tre figli. La parte più cospicua dell’eredità, una collezione di quadri antichi sul tema del cibo, è stata venduta e il ricavato investito in polizze vita con un solo beneficiario, Ludovica Magnasco, custode dello stabile in cui vivono i Pluda. Ludovica, che tutti chiamano Lula, è altrettanto sconvolta per questo lascito di cui non afferra il significato. La sorte non è stata molto generosa con lei: ha avuto le sue traversie, ha trovato per caso quel lavoro di portiera e grazie all’intelligenza e al buon carattere si è fatta benvolere da tutti i condomini, in particolare da Alessandra. Ma cosa può aver spinto la ricca signora borghese a lasciarle quella fortuna? Certo non le piccole squisitezze che talvolta Lula le offriva nel locale della portineria, e nemmeno le confidenze che amavano scambiarsi. La spiegazione, che affonda le sue radici in un segreto di famiglia sempre gelosamente custodito, la colpisce e la turba, ma non altera le sue certezze: i soldi aiutano a vivere meglio se li usiamo anche per renderci utili agli altri. (“Qualcosa di buono“)

2) Una mattina d’estate qualcuno colpisce violentemente alla nuca una bellissima donna, mentre sta pregando nella chiesa milanese di San Marco. Trasportata in ospedale e operata, la giovane non ricorda più nulla del suo passato e deve iniziare un difficile lavoro di recupero della propria identità. Poco a poco i ricordi riaffiorano e, faticosamente, restituiscono alla donna i tasselli della sua storia. (“6 aprile 1996“)

3) Vittima di un tremendo incidente d’auto, Mistral Vernati, il grande campione di Formula Uno, giace in coma in un letto d’ospedale. Fuori dalla stanza in cui Mistral sta lottando sospeso tra la vita e la morte si accalca una piccola folla di individui spinti ciascuno da motivazioni diverse, non tutte confessabili: Maria, il primo e unico amore; la madre, che non è mai riuscita a capirlo fino in fondo; Chantal, l’avida moglie che, anche nel momento più drammatico, pensa solo a rovinarlo; i figli Manuel e Fiamma.” (“Come vento selvaggio“)

4) Penelope, Pepe per gli amici, e Andrea, due persone dal carattere e dalla sensibilità molto differenti, si amano, si sposano, hanno tre figli e insieme condividono gli alti e bassi di un matrimonio che dura da diciotto anni. Ma a un certo punto la magica alchimia si spezza: Pepe, stanca dei tradimenti del marito, delusa dal suo comportamento egoistico, lo molla, lasciandolo alle prese con i mille problemi della famiglia che fino a quel momento hanno gravato solo sulle sue spalle. Per Andrea è uno choc, perché in fondo non ha mai smesso di considerare Pepe l’unica donna della sua vita, quella su cui poter sempre contare. Per entrambi la separazione è l’occasione di guardarsi dentro con sincerità e per scoprire che il loro amore è ancora vivo.  (“Vaniglia e cioccolato“)

5) Giunta all’età matura, la scrittrice Caterina Belgrado tira le somme di un’esistenza vissuta  “a modo suo”:  la bellezza, gli affetti, il successo non le hanno dato la felicità. Figlia di un fruttivendolo con bottega nel centro di Milano, Caterina, splendida adolescente nell’Italia del dopoguerra, ha avuto un marito, poi un compagno, tre figli e anche la fama. Ma ha posseduto Marco, il grande amore della sua vita, solo per pochi, indimenticabili giorni. Eppure, al di là di ogni speranza, la sorte le riserva un’ultima sorpresa… (“Caterina a modo suo“)

6) Giovanna e Matilde non potrebberero, all’apparenza, avere nulla in comune, salvo il fatto di abitare entrambe nel quartiere di Brera, a Milano, e di incrociarsi talvolta per strada. La prima è un’affascinante antiquaria, sposata e con una figlia adolescente; l’altra è un’anziana diseredata che vive sola in un abbaino da cui cerca, ostinatamente, di non farsi sfrattare. Una serie di circostanze drammatiche avvicina le due donne, che impareranno a conoscersi e a stringere una profonda amicizia. (“Lezione di tango“)

7) Giulia de Blasco è una scrittrice di successo, che ha vinto la battaglia contro la malattia e conquistato l’amore di Ermes Corsini, ma la vita non è facile per lei. Il figlio Giorgio le causa infatti angosce e problemi, influenzando negativamente il suo rapporto con Ermes; una situazione di cui approfitta l’affascinante e spregiudicato finanziere Franco Vassali. Comincia così un lungo inverno per Giulia, che deve rimettere ordine nella propria esistenza: ma in fondo al tunnel palpita vivida una luce… (“Lo splendore della vita“)

8) Minacciato da un pericolo mortale, il celebre chirurgo Alessandra Valera cerca una spiegazione nel passato della propria famiglia e, rovistando tra vecchie carte, s’imbatte in Saulina, una sua antenata. Tenera, violenta e appassionata, Salina nata povera in un borgo alle porte di Milano riesce a diventare la marchesa Alberighi d’Adda, capostipite di una dinastia di medici, avventurieri, prelati, massoni… Un affresco superbo, che ricrea con efficacia l’atmosfera di una Milano che ormai non esiste più. (“Saulina. Il vento del passato).

Eccetera

Alessandra Pluda Cavalli… Alessandra Pluda Cavalli. Cazzo! Ecco un nom de plume che potrei sostituire all’incolore “Lucio Angelini” … Magari comincerei a vendere pure io, chi può dirlo?:-)

—————————–

1 OTTOBRE 2007

DAL POST: “QUALCHE DETTAGLIO IN PIÙ SULLE GIORNATE DI URBINO

 
«…  Alessandra Bazardi ha illustrato in modo piacevolissimo e spigliato i requisiti del traduttore delle collane Harmony, di cui è responsabile. Innanzitutto, ha detto, è bene che si liberi dei pregiudizi e provi un fondamentale rispetto per il genere. Dal 1981 in poi il romanzo rosa si è arricchito di produzioni sempre più articolate: Jolly, Destiny, Temptation, Top Historical, Extreme Noir eccetera, spaziando dal romantico al passionale, dal lievemente piccante al ricco di suspence e così via, per un totale di 650 nuovi titoli l’anno, quasi tutti importati dall’America e dal Canada e parallelamente tradotti in ogni parte del mondo. Il venduto mensile in Italia è di circa 130.000 copie, per una media di 12.000 a titolo. Il settore maggiormente in crescita è quello dei grandi romanzi storici, soprattutto di quelli ambientati nel periodo Regency. Il romanzo rosa o d’amore deve essere facile, intrigante, veloce da leggere (in due ore circa), rassicurante (LUI e LEI, alla fine, dovranno stare insieme), capace di far immedesimare e sognare la lettrice. Il canovaccio è fisso:
 
– incontro (o reicontro),
– innamoramento,
– passione,
– ostacolo (di varia natura: sociale, economico, legato a una differenza d’età eccetera),
– superamento,
– lieto fine.
 
Al traduttore si chiede di essere un po’ anche redattore, capace di “adattare” gli originali alle esigenze e alle aspettative delle lettrici italiane, tagliando o semplificando o sintetizzando dove occorre eccetera… »
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18 commenti
  1. Riguardo alle traduzioni, ho sentito che spesso si chiede al traduttore (o lo si fa successivamente in sede di redazione) di “omologare” la lingua, per rendere ancor più facile lo sforzo del lettore. In parole povere: ridurre il vocabolario.

    • http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=28175
      questo articolo fa *impressione* (tanta che ho anche asteriscato 😉 )

      Linguaggio sempre più impoverito. Grido di dolore dal mondo dei fumetti

      In realtà, il titolo di questo articolo avrebbe dovuto essere “Topolino e le parole scomparse”, perché è proprio da uno dei fumetti più amati che viene la sorpresa.

      Pare infatti che i lettori più giovani non siano in grado di afferrare subito il senso di alcuni termini più ricercati, da sempre volutamente utilizzati nel linguaggio disneyano in versione italiana.

      Niente di snob, ma una sorta di escamotage garbato e ironico per strappare il sorriso dei lettori, giovani e non.

      Ora però si scopre che tanti termini usati dagli sceneggiatori non vengono più capiti e così, con una illuminazione della fantasia, degna della lampadina accesa associata alle idee più luminose di Archimede Pitagorico, dalla redazione di Topolino hanno sfornato una storia emblematica.

      Nel numero di febbraio infatti è comparsa “Paperino e il mago delle parole”, storia in cui i personaggi disneyani devono sventare la terribile minaccia del super computer Kapoccion che divora le parole, rendendo la comunicazione grigia e miserevole.

      Al di là del fumetto, resta la realtà dell’italiano attuale dove molte parole restano ai più incomprensibili o generano equivoci interpretativi. Una ricerca della Disney ha scoperto che parole come “turlupinare”, “intabarrato” o “darsena” fanno sorgere qualche perplessità di comprensione nei ragazzi (non oltre il 20% degli intervistati dichiara di conoscerne il senso).

      È tempo di unire le forze, senza pregiudizi, sfruttando il buon momento per l’editoria giovanile che vede i più forti lettori proprio tra i ragazzi e invertire la tendenza all’impoverimento e alla semplificazione linguistica che minacciano la nostra lingua.

  2. @paolo. sulla traduzione di opere destinate alla casalinga di Voghera, forse sì. Ma dal post sulle giornate urbinati quoto ancora (forse interesserà diait):

    “Ena Marchi di Adelphi (nulla a che vedere con Vanna Marchi, a parte la pettinatura, tengo a precisare) ha parlato soprattutto di “revisione di una traduzione”. Questi i suggerimenti essenziali per una buona revisione:

    1) Restaurare l’integrità dell’originale. Anche al miglior traduttore accade di saltare non solo delle parole, ma persino intere frasi.

    2) Restaurare, nella misura del possibile (e nel caso in cui il traduttore l’abbia arbitrariamente anziché giudiziosamente alterata) la punteggiatura dell’originale e la scansione dei paragrafi; tenendo conto, tuttavia, che ogni lingua ha regole peculiari di punteggiatura che non sempre vanno riprodotte.

    3) Verificare che il traduttore non abbia indebitamente sinonimizzato le ripetizioni laddove queste rappresentino una consapevole scelta stilistica dell’autore.

    4) Snidare implacabilmente i calchi della lingua di partenza, i faux-amis e le espressioni idiomatiche che il traduttore non abbia riconosciuto come tali.

    5) Verificare le scelte sintattiche del traduttore. La struttura sintattica di una lingua è idiomatica e non va riprodotta nella lingua d’arrivo, la quale ne ha una sua propria.

    6) Verificare costantemente la tenuta del registro linguistico del testo di arrivo.

    7) Eliminare allitterazioni, omoteleuti e cacofonie sfuggiti alla rilettura del traduttore.

    8) Controllare scrupolosamente citazioni, nomi di personaggi, di luoghi, di opere, date, unità di misura, insomma tutti quei dettagli che spesso il traduttore non ha il tempo o la possibilità di controllare.

  3. diait permalink

    sugli omoteleuti non transigo, va senza dire. Niente di personale, il mio miglior amico è un omoteleuta, ma nella traduzione no, bisogna avere il coraggio di dire che sono intollerabili.
    Sul ridurre il vocabolario, confermo – ma vale soprattutto nel ramo giornalistico (traduzioni epr giornali e riviste).

  4. Ma degli omeottoti che ne pensi?:-)

    • diait permalink

      guarda, il li ritengo negoziabili. Di omeottoto non è mai morto nessuno. Sì, qualcuno mi scappa.

    • Io con gli omeoptoti ho avuto una brutta esperienza, quindi ne diffido. Son passati anni, è vero, e poi è sbagliato generalizzare, ma purtroppo il ricordo rimane.

  5. diait permalink

    non ho ancora letto il post, quindi forse se ne parla. Ma noto anzitutto che grandi editori, e altri vari e diversi committenti nobili e colti eccetera, di cui non faccio nomi per ovvi motivi, che dettano al traduttore parametri severissimi e limitazioni e manuali di stile eccetera, poi lo pagano 10 euro a cartella, mediamente, a 90-120 giorni quando va bene. Poi magari scendono in piazza contro lo sfruttamento dei lavoratori, l’abolizione dell’articolo 18, il precariato eccetera. Governo ladro.

  6. Questo post a me sembra fare grazioso e (h)onesto pendant con il post di ieri, stralunato e allucinato.
    Bice Cairati risulta da questo resoconto una persona che sa fare il suo mestiere senza troppi fronzoli e paroloni per condir il contenuto.
    Una persona onesta e dignitosa.
    Lucio, la tua attrazione verso l’orrido l’hai ben palesata ieri…

    Un “traduttore” che ha fatto INUTILMENTE scempio della punteggiatura originale del suo Autore è stato Wu Ming 1, quando ha cercato di modellare lo stile di King al suo (se mai ne avesse uno)

  7. Come nome d’arte ti suona meglio Lara Manni o Alessandra Pluda Cavalli?

  8. Like silk for feet.

    P.S. Pirulix, immaginavo che mi avresti risposto: “Just Cavalli”.

  9. A proposito di traduzioni, Lucio, diait, chiunque… che ne pensate di questo?
    http://www.lanotadeltraduttore.it/vendetta_traduttore.htm

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