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BOCL N. 31 (A CACCIA DI NIDI DI CAVALLA)

12 giugno 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato, gennaio 20, 2007

 

                    OGGI POESIA

 

LO SCIMUNITO

 

Benché l’inverno

fosse finito

girava ancora

munito di sci

 

(Immagine da http://www.mtolympus.co.nz/Forms/old%20logo%20skier.psd.jpg)

—–

10 DICEMBRE 2005

 

L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO

Vedete, bambini cari,
il vostro compagno è solo
un po’ dislessico,
disgrafico,
disfemico,
dislalico,
dislogico,
autistico,
epilettico,
enuretico,
oligofrenico,
pollachiurico,
schizofasico,
tachifemico,
anoressico
e anche
un po’ licantropo,
ma voi,
mi raccomando!,
fate finta
di niente.

(Lucio Angelini)

[La poesia fu così recensita da Piero Sorrentino il 30 novembre 2002 in it.cultura.libri:

> Lucangel” ha scritto > L’insegnate di sostegno

ROFTL ]

(Ma perché nessuno mi prende mai sul serio??????)

—-  

Martedì, novembre 28, 2006

PERCHÉ TU MI DICI: POETA?

(Sergio Corazzini) 

(Da “Desolazione del povero poeta sentimentale”)

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

LUCIO ANGELINI: DA FILASTROCCHE.IT 

Da http://www.filastrocche.it/contempo/angelini/poesie_it.asp

La pelle

lì dove
finiamo noi
e comincia
il resto del mondo…

Il dramma ecologico
Il mare 
era così sporco
che invece
della risacca
c’era
la ricacca

Buoni tutti
“Adesso”
disse la mamma,
“ti leggerò
una fiaba
in cui gli orchi
sono buoni,
le fate
sono buone,
le streghe
sono buone,
il protagonista
è buono,
l’antagonista
è buono… ”
Ma il bambino
sbadigliava
di già.

Horror
Datemi tanti viscidi
squamosi trucidi 
verdastri orribili 
(ma riconoscibili!
ma affrontabili!)
bavosi mostriciattoli
perché io possa 
attribuire volti
e assestare colpi
ai fantasmi informi 
che mi porto dentro

Il ragazzo animalato
Aveva il naso rincagnato
il sorriso equino
il labbro leporino
il collo taurino
due occhi di lince
altri di pernice 
(alle dita dei piedi)
un vitino di vespa
l’elefantiasi alle gambe
uno stomaco di struzzo
una fame da lupo
e – non contento –
diceva un sacco di bestialità.

Il ragazzo ortofruttato
Aveva la testa a pera
il naso a patata 

(continua tu)

Il ragazzo oggettato
Aveva le orecchie a sportello
le spalle a imbuto

(continua tu)

Il lupo pignolo
Il lupo pignolo 
perde il pelo 
ma non il vizio 
di cercarlo 
nell’uovo.

Mi sono specchiato
Bene
le orecchie.

Il bravo e il cattivo ragazzo
Il primo era 
un ragazzo posato:
aveva i piedi per terra
la testa sul collo
(senza traccia di grilli)
il sorriso sulle labbra
lo sguardo franco.
Eppoi era 
tutto d’un pezzo.
Diceva pane al pane
e vino al vino.
Sapeva il fatto suo
e soprattutto
sapeva stare 
al suo posto.

Il secondo era 
un ragazzo sospeso.
Aveva i piedi per aria
la testa sotto il collo
(invasa dai grilli)
il sorriso sul naso
lo sguardo giuseppe.
Era diviso in più pezzi.
Diceva pane al cane
e vino al pino.
Sapeva il fatto altrui
e soprattutto
fregava continuamente
il posto agli altri.

Scherzi di natura
C’era una volta 
un brutto cigno. 
Poveretto, 
aveva il collo 
taurino! 
Un giorno 
incontrò un toro 
assai ridicolo: 
poveretto, 
aveva un collo 
da cigno! 
Il cigno 
lo guardò 
con aria arcigna, 
poi prese il toro 
per le corna 
e disse: 
“Madre Natura 
si è divertita 
alle nostre spalle… ”
“Mi pare evidente”,
convenne il toro, 
con aria scornata.
“Be'”, 
disse il cigno. 
“Non prendiamocela. 
Non ne vale la pena. 
In fondo 
siamo solo 
degli innocenti 
scherzi di natura!”

Melena
Pare che
“malinconia”
venga 
da “melena”:
emissione
di feci
nere
come la pece.
Io sono 
tanto 
triste
e faccio
la solita
cacca
marrone

La mamma è depressa 
Guarda
in vestaglia
le vettovaglie
sulla tovaglia.

L’orso esibizionista
Si metteva 
continuamente 
a orso nudo.

Cattivo fin dall’inizio?
L’uomo
è cattivo
fin dall’inizio?
Per quel che 
mi riguarda
potrei dire
senz’altro
di no.
Da piccolo 
– anzi –
ero 
talmente buono
da essere 
scambiato 
spesso
per un bambino
coglione.

Solo
Se sono solo
parlo tra me

Se siamo in due
tra me e me

Se siamo in tre
tra me e me e me…

La mucca positiva
“Inutile piangere 
sul latte versato!”
sospirò la mucca 
appena munta.

Una colomba
Una colomba 
titubò 
un bel po’
incerta 
se tubare 
o no. 

Ragazzo con uovo
Un ragazzo 
in canottiera 
mangiava 
un uovo 
in camicia.

Lettera a un pulcino mai nato
La gallina 
decise 
di fondare 
un movimento 
per la vita: 
le faceva 
orrore 
l’idea 
che le strapazzassero 
le uova 
prima ancora 
che ne fosse uscito 
il pulcino. 
Scrisse 
anche un libro 
sull’argomento: 
Lettera 
a un pulcino 
mai nato, 
ma fece 
una gran fatica, 
data la sua 
scrittura 
da gallina. 
Sì, insomma, 
dovette sudare 
le classiche 
sette uova 
in camicia. 
Ma il peggio 
doveva ancora 
arrivare. 
Un giorno 
venne agguantata 
da una massaia 
crudele 
che le tirò 
il collo, 
la spennò, 
la sventrò, 
la farcì 
e la infilò 
in un forno, 
ove, 
insieme a lei, 
inaridì per sempre 
anche il sogno 
di un movimento 
per la vita.

Uno spazzino
Faccio
lo spazzino
nella città
di Raffaello
ovvero 
il nett-Urbino.

Le sorelle Enne
C’erano una volta 
due sorelle, 
le sorelle Enne. 
La più grande 
era maggior Enne, 
la più piccola 
ancora 
minor Enne. 
Inutile dire 
che erano figlie 
di Enne Enne.
Il colore
dei loro capelli,
ovviamente,
non era naturale,
ma ottenuto
con l’Hennè.

                      (Lucio Angelini)

—————— 

lunedì, marzo 09, 2009

PROFESSIONE POETA

 Breve scambio sulla poesia e sulla solitudine dei poeti con tale Diamante  QUI  .

Diamante:

«Riguardo la poesia, il discorso è serio e complesso… Il punto è: la poesia, in quanto forma espressiva estremamente cognitiva e distillata, rischia di essere uccisa dall’appiattimento causato dai media, dai varietà, da certe volgarizzazioni di massa conseguenza delle produzioni pseudo/artistiche attuali? … [cut]… credo che ciò che oggi manca sia una cultura in grado di vedere dove c’è vera poesia, il che significa per i poeti solitudine, angoscia, spaesamento, mancanza di un luogo di riconoscimento di sé, di condivisione, confronto, crescita, conforto o attacco. Il rimedio a tale frantumazione, a tale cieco e monadico vagare potrebbe essere la rete, la virtualità? Lo è già? O non lo sarà mai?»

Pur essendo l’autore delle sofferte

http://www.filastrocche.it/contempo/angelini/poesie_it.asp

ho commentato:

«Dici: “per i poeti solitudine, angoscia, spaesamento, mancanza di un luogo di riconoscimento di sé, di condivisione, confronto, crescita, conforto o attacco. Il rimedio a tale frantumazione, a tale cieco e monadico vagare… ”. Non ti pare di esagerare con le macerazioni, i tormenti e le estasi dei poeti d’oggidì? Molti di loro, per fortuna, hanno anche un LAVORO VERO°-*»

Diamante

«Mi riferisco alla solitudine artistica e di pensiero dei poeti, non alla loro vita quotidiana, che è tutt’altro paio di maniche. Uno può pure lavorare in un ufficio sovraffollato dove però non scambia parola con nessuno, o scambia parole inutili e formali, o anche parole gradevoli ma che non hanno a che vedere con la poesia; ma dove, in quanto poeta, troverà un luogo di confronto, dialogo, dibattito? Anche i grandi solitari della poesia si sono nutriti di ambienti, di humus favorevoli, cosa che oggi in Italia non mi sembra esistere.»

Io:

«@ Diamante. Be’, più soffrono, più producono. Difficilmente la gioia di vivere secerne poesia… »

[Approfondimento].

Sergio Corazzini, “Desolazione del povero poeta sentimentale”

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

——————

Venerdì, dicembre 01, 2006

UN’ALTRA DELLE MIE

Dopo il successo della raccoltina precedente (“Perché tu mi dici: poeta?”, del 28 novembre scorso: il salumaio e il fruttivendolo sotto casa non la finivano più di complimentarsi con me), vi lascio un’altra struggente poesia per il week-end.

IL MAIALE

Il maiale 
è un animale 
a forma 
di grosso 
salvadanaio, 
ma senza 
la fessura 
sul dorso, 
o se ce l’ha, 
è comunque 
ben dissimulata 
sotto le sue 
(per certi versi 
antiestetiche) 
setole.
Anche la gamba 
del maiale,
vista dal basso,
è strana: 
dapprima corta 
e piuttosto esile, 
si allarga 
improvvisamente 
in un vero e proprio 
prosciutto.
A volte 
il maiale 
si incanta 
ed è così 
che fa il salame.
Se si smonta 
un maiale, 
infatti, 
si scopre 
che è pieno 
di insaccati. 
La parte 
del maiale 
preferita dai ladri 
è il piede di porco.
I maiali sono anche
un po’ razzisti: 
guai a parlare loro 
di Negroni.
Il maiale 
prende i suoi pasti 
in uno strano recipiente 
detto truogolo 
e poi fa 
una cosa strana: 
grufola. 
Insomma 
gli piacciono 
le parole sdrucciole.
Se un maiale 
resta troppo al sole 
gli viene un curioso 
eritema commestibile: 
il fungo porcino. 
Il maiale 
non è sempre 
paziente, 
a volte 
gli girano 
proprio i rognoni.
Alcuni dicono che, 
quando dorme, 
il maiale faccia 
dei versacci, 
in realtà 
è sveglio. 
Il maialetto 
giovane 
è un vero 
nottambulo: 
non andrebbe 
mai-a-letto.
Ma se 
nelle sue avventate
peregrinazioni 
notturne 
si caccia 
imprudentemente 
tra i rovi, 
rischia di trasformarsi 
in porco-spino.
Se un maiale 
ha il vizio 
del fumo, 
tende a mettere su 
pancetta affumicata.
Se a un maiale 
si porta via 
la coppa o 
il capocollo, 
ci resta 
di strutto.
Il maiale, 
di norma, 
non si siede, 
ma se lo fa, 
preferisce 
le comuni sedie 
alle poltrone 
a braciole.
Il porco, 
nel complesso, 
è un generoso, 
ci dà tutto 
di sé e, 
last but 
non least, 
all’uomo serve 
anche per fare 
le imprecazioni. 
Ma il maiale 
detesta 
sentire esclamare 
“porco cane!”
perché preferirebbe 
che non si mischiassero 
cani e porci.

—- 

5 dicembre 2006

DOPO IL MAIALE, L’ASINO..

 
 
 
L’ASINO
 
 
L’asino
volava
e tutti
lo guardavano
preoccupati
a naso in su.
“Attenzione!”,
si sentiva
gridare
da ogni parte.
“Attenzione.
Qui casca l’asino.”
“Ma perché
non si spostano
più in là?”,
si domandava
la povera bestia
in caduta libera.
Nessuno
si faceva
più illusioni.
“È inevitabile”,
disse
un vecchio saggio.
“Alla prova
si scortica l’asino.”
Ma l’asino
aveva
avvistato
sotto di sé
il dottore
del paese.
Sì,
se fosse riuscito
a centrarlo,
probabilmente
se la sarebbe
potuta
cavare
con qualche
semplice
escoriazione.
Il dottore
avrebbe
attutito
l’impatto
con il suolo.
E se il dottore
fosse morto,
pazienza.
Meglio
un asino vivo
e un dottore morto
che il contrario.
Se,
infine,
cadendo,
si fosse imbrattato
la testa,
poco male:
una bella lavata
e via!
Al massimo,
avrebbe rischiato
di rimetterci
solo ranno
e sapone. 
 
—————————
5 MAGGIO 2008
 

E FU AMORE A PRIMA VISTA

asinolucio

..

Tratto dalle Metamorfosi, il famoso romanzo di Apuleio di Madaura (II sec. d. C.), questo libro narra le vicende di Lucio, un ragazzo troppo curioso, che, trasformato in asino per errore, alla fine riprende l’aspetto umano. Come nel romanzo di Apuleio, è il protagonista che racconta in prima persona la sua storia. Lo fa usando un linguaggio semplice, che ha l’immediatezza della lingua parlata, e che i ragazzi di oggi possono capire e seguire senza sforzo. Il racconto alterna momenti drammatici a momenti di comicità, momenti di azione incalzante a momenti di quiete, e offre sovente lo spunto per riflettere sul significato della vita. Inoltre il lettore, seguendo Lucio nel suo peregrinare, viene a contatto con luoghi, personaggi, situazioni che gli permettono di conoscere la vita nelle province dell’Impero romano durante l’età degli Antonini. [Da http://www.loescher.it/catalogo/index.jsp?dx=02&entry=950 ]

———————————-

9 gennaio 2008

IL SANGUE NON È ACQUA

 

Nel primo quarto del cammin di mia vita (più o meno l’età della foto qui sopra), mi ritrovai smarrito nella selva oscura della joke poetry. Ricordo che – quasi quotidianamente – dedicavo un vergognoso amount di energie alla composizone di jewels quali i seguenti:

IL SALAME ALLA CACCIATORA 

Il salumiere

teneva moltissimo

a far assaggiare

il suo salame

alla cacciatora,

così decise

di telefonarle

per invitarla a cena.

Lo fece,

ovviamente,

con voce

affettata.

. 

IL SANGUE NON È ACQUA
 
Nel ristorante
il cameriere
chiese
al cliente:
“E da bere
che cosa
le porto?”
“Del vino rosso
e dell’acqua“,
rispose
il cliente.
Il cameriere
tornò
con un boccale
di vino
e una caraffa
di sangue.
Il cliente
strabuzzò gli occhi:
“Non le ha mai detto
nessuno”,
protestò,
“che il sangue
non è acqua?”.
 
 

LA STIRATRICE 

La stiratrice

picchiava il ferro

con cattiveria.

“Ma che fa?!!!”

si lagnò

la signora Rossi.

“È ammattita?”

La stiratrice

non si scompose.

“Oh bella!

Batto il ferro

finché è caldo…” 

LA BIADA
 
Col tempo
la biada
– si sa –
perde
colore,
sbiadisce.. 
 

UNA PROBOSCIDE PICCOLA COSÌ 

Quando ebbero finito

di segargli le zanne,

il povero elefantino

restò con un palmo

di naso.

Pazienza per le zanne,

ma un palmo di naso

era davvero

troppo ridicolo

come proboscide.

Lele Fante,

il suo compagno

di branco,

lo avrebbe preso

terribilmente in giro. . 

Poi vennero altre e più crude stagioni, in cui la Musa si accanì ad insufflarmi veri e propri novels (“Dora Squarcialenzuola“, “Il lupo di maggio” ecccetera), ma abbastanza presto, per mia fortuna, trovai anche un lavoro serio, quello di insegnante:- )

—- 

13 GIUGNO 2005

CRITICI E GALLINE

«Fu grazie alle galline», ci ricorda Danilo Mainardi nel recente “Arbitri e galline. Le sorprendenti analogie tra il mondo animale e il mondo umano”, Saggi Mondadori, «che si scoprì il fenomeno etologico della gerarchizzazione. In poche parole: un gruppo di galline può vivere in pace, senza scoppi di aggressività, perché ogni pollo possiede, all’interno del suo gruppo, un definitio stato sociale. Ogni individuo è in grado di identificare tutti gli altri, ricorda qual è la sua posizione gerarchica nei loro confronti perciò sa come comportarsi. Così la vita del gruppo va avanti senza disordini né esplosioni aggressive. Tutto ciò si realizza, però, solo in natura e nei pollai tradizionali, mentre va spesso in crisi nei grandi allevamenti industriali. Il motivo è semplice: una gallina può memorizzare le caratteristiche individuali e lo stato sociale soltanto di un modesto numero di sue simili; quando si trova immersa in una folla non sa più che fare. La sua mente va, come si dice, in tilt e il suo comportamento pure.»
 
È un po’ quello che succede ai critici letterari oggi: costretti a razzolare in allevamenti di capolavori prodotti industrialmente a getto continuo, vanno presto in tilt e non riescono più a gerarchizzare libri gialli, libri galli, libri galline.

—————- 

 

sabato, luglio 23, 2005

(Lucio Angelini, Portrait of the Artist as a Young Man)]

 

        BLOG CHIUSO PER FERIE  (si riapre dopo ferragosto)  

 

Lunedì parto per le vacanze. Vi lascio un paio di vecchie poesie (Andrea Barbieri ne sarà felice) e una mia foto della seconda metà del secolo scorso. Statemi bene. Spero di ritrovarvi sani e salvi dopo ferragosto. Un bacione:-/   

 

ESERCIZI SULLA LETTERA A

 

Dal fiore al frutto

 

l’Allegagione non cessava

 

Tanti terribili tiranni

 

non facevano più

 

dell’Allitterazione di sempre

 

E venivano in mente

 

altre parole

 

comincianti per A:

 

Alloctono, Allogeno

 

Alloglotto

 

e la più terribile

 

di tutte: Alopecìa…

 

mentre

 

gli speaker della rai

 

non lesinavano

 

gli Anacoluti

 

sul nodo

 

alqaedico

 

 

 

LA FINE DEL MONDO (ESERCIZI SULLA LETTERA Z

 

Voleva uscire

 

Lo sconsigliai

 

il paesaggio

 

è desolato

 

spogliato

 

dai defolianti

 

Tu credi

 

che la nostra bella città

 

disegnata da architetti

 

e ingegneri gentili

 

piena di fiumi

 

canali

 

giardini

 

piante in filari

 

corti per bambini

 

sia sempre là?

 

Guarda che fuori – gli dissi –

 

non è più come prima

 

Il tordo alla finestra

 

non Zirla più

 

Il coniglio che Zigava

 

è morto

 

E la botte

 

ha perduto

 

per sempre

 

il suo Zipolo

 

Cioè, se non l’hai ancora

 

capito

 

siamo giunti alla lettera

 

Zeta

 

È la fine

 

del mondo

 

Il giorno

 

dell’ira

 

Vetrine garages

 

tassisti abusivi

 

friggitorie

 

tutto è andato distrutto

 

Solo melma e crateri

 

fumanti là fuori

 

ormai. 

——————-

 

Mercoledì, gennaio 31, 2007

CAZZEGGI SUI GATTI

Dedico questi pensierini sui gatti, messi insieme  anni fa da un insegnante semiserio (1) con il contributo dei suoi alunni più spiritosi, al gattaro Eugenio De Medio. Il tapino, al momento, vive nascosto nell’entroterra abruzzese in compagnia di sei gatti, ma dal 28 febbraio 2007, cioè da quando la casa editrice anfibia VIBRISSELIBRI metterà on line il suo toccante “NENIO“, dovrà dire addio alla sconosciutezza e diventare, suo malgrado, una lit-star…  

 

I GATTI

– Ci sono diversi tipi di gatti: i soriani, i persiani, i siamesi eccetera. D’inverno, il più ricercato è il gatto delle nevi, che alcuni, anziché tra i felini, preferiscono classificare tra i cingolati.

– Se il gatto, da piccolo, è particolarmente attaccato a sua madre, viene detto “gatto mammone”.

– I gatti, di giorno, possono essere di tanti colori. Di notte, invece, diventano curiosamente tutti bigi.

– Se la carpa ci insegna a camminare carponi, il gatto ci insegna a camminare gattoni e soprattutto a sgattaiolare via senza dare nell’occhio quando la situazione comincia a farsi particolarmente tediosa.

– Il gatto, oltre ad avere sette vite, in taluni casi ha anche nove code.

– Il compagno di gioco preferito del gatto è il topo, con cui adora giocare, banalmente, “al gatto e al topo“. Quando, però, il gatto manca, i topi, piuttosto che stare lì ad aspettarlo senza far niente, ne approfittano per ballare.

– La lingua dei gatti non è difficile, composta com’è di una sola parola: “Miao”. Certi aristogatti, tuttavia, la pronunciano con snobistico birimiao.

– I gatti si sono distinti nei più diversi campi. Tra i capitani di ventura, il più famoso è il Gattamelata.

– Se un gatto impazzisce, diventa mentegatto. 

– La religione prevalente tra i gatti è la gattolica.

– Molte gatte si storpiano in questo modo: tanto vanno al lardo che alla fine ci lasciano lo zampino.

– La gatta non fa le uova, ma è perfettamente capace di covare. Quando lo fa, c’è sempre qualcuno che se ne accorge. “Qui gatta ci cova!” è il commento di rito.

– Anche i gatti hanno le loro prigioni. La più tremenda è la gattabuia.

– I gatti, tra loro, non hanno difficoltà a fare micizia.

– In genere i gatti ci vedono benissimo, però non possono vedere i cani.

– A volte l’uomo, in un raptus di crudeltà, si ritrova a pelare qualche brutta gatta. C’è chi, addirittura, i gatti se li mangia. Un famoso piatto vicentino, per esempio, è il “Gato in tecia“. In Francia il gatto viene servito su uno speciale vassoio chiamato gateau (pr. gatò). Ma anche in molte pasticcerie nostrane è possibile assaggiare le deliziose “lingue di gatto”. 

– A teatro quattro gatti sono considerati un pubblico risibile. Ma è sempre meglio di quando non c’è neanche un cane.

– I gatti più sfortunati sono i cosiddetti Sfigatti.

– La gatta, da morta, fa finta di niente e così viene detta gattamorta. Ma una volta defunti, i gatti si possono anche riciclare. Basta portarli dal ri-gattiere.

(1) Lucio Angelini

————

Giovedì, febbraio 01, 2007

 

TEMA: IL CANE

Visto il successo dei PENSIERINI sui gatti del post di ieri, non mi resta che alzare il tiro cimentandomi oggi in un vero e proprio TEMINO sul cane. Eccolo:

IL CANE

Il cane è considerato l’amico dell’uomo, ma l’uomo, spesso, lo tratta come un cane. Se il cane, esasperato, lo morde, non fa notizia. ‘Uomo morde cane’, invece, sì. Il cane rende le cose intense, così si hanno il freddo cane, il male cane e, nel caso più esteso, il mondo cane. Ai cani tira un poco la pelle: appena alzano una zampa, infatti, fuoriesce uno schizzo. Guai se un cane non è di razza, gli danno subito del bastardo! Ma nemmeno quelli col pedigree costituiscono una garanzia per i propri nati: per ben che vada loro, restano sempre dei figli d’un cane. Certi cani si fanno condizionare un sacco, come il cane di Pavlov. Quando il cane è contento, agita la coda, ma mai quella dell’occhio. Se poi è proprio su di giri, può scatenarsi in un autentico can-can. Il cane può essere più o meno sfortunato, ma se entra in chiesa, allora è proprio nera. I cani più noiosi sono i barbacani. I più ostinati quelli che si ac-caniscono a tutti i costi. Quando un cane si trascura e dorme dove capita, diventa un vero barbone. Anche i cani sono soggetti a decadenza: i più vecchi, per esempio, non sfuggono alla can-izie. A furia di stare con l’uomo, certi cani non si accontentano più di un semplice nome: vorrebbero anche un cagnome. “Can che abbaia non morde”, dice il proverbio, ma questo vale solo finché si è inseguiti: appena ci raggiunge, infatti, il cane può benissimo affondarci i canini in una natica. I cani hanno le loro banche, specializzate nel Fido-bancario. Molti raccomandano di non svegliare il can che dorme. Ma che senso avrebbe svegliare un cane già sveglio?Per quanto docile e paziente possa essere, il cane non accetta mai proprio tutto dal padrone. Quello di città, per esempio, non ne vuole sapere di farsi menare per l’aia. Particolarmente inane, poi, resta la pretesa umana di voler raddrizzare le zampe ai cani. So di un cane che era andato a fare meditazione in India. Voleva trovarsi un can-guru, ma poi gli consigliarono l’Australia. I cani non amano i discorsi fumosi. L’atteggiamento più corretto, con loro, è quello di dire cane al cane. In politica, parecchi cani non si iscrivono ad alcun partito, preferendo restare cani sciolti. Il personaggio storico che più detestano, ovviamente, è Castruccio Castracani. Ci sono tanti tipi di cane: il levriero, lo spaniel, il Chow-Chow, il cane da pagliaio (specializzato nella ricerca degli aghi). Un’interessante ibridazione è il porco-cane, evocatissimo nelle imprecazioni. Il più crudele di tutti, invece, è il Boia-can! Non sempre i cani sono socievoli: alcuni ti guardano orribilmente in cagnesco. E non tutti i cani sono umili. So di un bassotto tartaro che si era messo in testa di diventare Gran-Can. La morte non è mai bella, ma la peggior cosa è morire come un cane. Chi, però, non vuole defungere tutto solo, può anche optare per una morte di gruppo e morire come le mosche:-/

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Venerdì, febbraio 02, 2007

A CACCIA DI NIDI DI CAVALLA

Vabbè, mi avete convinto. Non c’è due senza tre. Dopo i pensierini sui gatti, il temino sul cane, vada per il “saggio breve” sul CAVALLO…                       

IL CAVALLO

Il cavallo ha dei capelli particolari impiantati sul suo crinale detti – appunto – “crini”, che in genere vengono lasciati liberi di fluttuare al vento. Quelli che ha sul sedere, invece, vengono raccolti in una sobria coda di cavallo. Penne non ne ha, ma se proprio gli fanno girare le scatole, riesce a impennarsi lo stesso.

Il cavallo può essere allegro (in tal caso esibisce il caratteristico sorriso equino) o ombroso (e allora fa dei capricci speciali detti bizze, che lo rendono, appunto, bizzoso o bizzarro). Quando un cavallo si imbizzarrisce conviene dargli una bella strigliata, ma se poi perde l’auto-stima è bene portarlo da un veterinario che sia anche un po’ psicologo, in modo che ne possa capire appieno le frustazioni.

Il cavallo può essere febbricitante o senza febbre. La febbre da cavallo è notoriamente alta e si cura con dosi massicce (dette, senza troppa fantasia, “da cavallo”) di un medicinale a base di un’erba che viene fatta crescere appositamente per farlo campare (Cfr. “Campa cavallo che l’erba cresce”).

Se a un cavallo si asporta tutta la parte superiore (per intenderci, dalle caviglie in su), ne resta soltanto lo zoccolo duro.

Per imparare a portare l’uomo, i cavalli devono prima seguire un regolare corso di equitazione. Non tutti gli uomini che frequentano il maneggio, tuttavia, ci prendono la mano. Alcuni ci prendono delle tremende zoccolate. Il sogno inconfessato e inconfessabile di ogni cavallo è quello di poter un giorno andare a uomo. I più boriosi vorrebbero addirittura farsi scolpire una statua omestre. Ai puledrini, invece, piacerebbe tanto giocare con un omino a dondolo, magari di legno.

Un tempo i cavalli erano tanti e creavano occupazione. Davano lavoro a stallieri, palafrenieri, maniscalchi eccetera. Oggi i pochi cavalli rimasti si sono dati quasi tutti all’ippica. Una delle rare eccezioni è costituita dai pony express, attivi nel settore privato delle poste.

I migliori bagni termali per cavalli sono sicuramente quelli di Bagnacavallo, ma se, dopo un bagno, il cavallo resta troppo a lungo al sole, rischia di trasformarsi in cavallo-vapore.

Molti cavalli, a causa dei loro pregiudizi, sono accusati di avere i paraocchi.

I cavalli, purtroppo, non sono molto puliti: tendono a trasformare le camere loro assegnate in autentiche stalle. Furbamente Pegaso, il cavallo alato della mitologia, passò dalle stalle alle stelle.

Da giovane, il cavallo non disdegna di correre la cavallina, poi smette di fare lo scavezzacollo e accetta tranquillamente di farsi mettere la cavezza al collo.

Il cavallo è piuttosto vegetariano: apprezza il fieno, l’avena e la biada. Dei vari tipi di biada, la più amata è senz’altro la biadina romagnola. Alcuni cavalli non disdegnano nemmeno la pastasciutta, purché del tipo paglia e fieno. Tra i formaggi, invece, stravedono per il caciocavallo.

Se un cavallo deve mettersi a dieta, è meglio che il padrone non lo guardi: il suo occhio tende a ingrassarlo.

In tempo di guerra, gli uomini di spettacolo sono tenuti a consegnare i propri cavalli di battaglia, ma il cavallo più usato nelle operazioni belliche è comunque il cavallo di Frisia, riconoscibile dal classico avvolgimento di filo spinato.

Le cavalle adorano il mare in tempesta, per via di tutti quei bei cavalloni. Non sanno che, alla lunga, l’acqua marina li restringerà alle dimensioni di ippocampi, miseri cavallucci dal corpo arricciato e senza gambe. Certe cavalle amanti della pittura preferiscono i cavalletti ai cavalloni. Altre ancora vanno pazze per i cavalli più palestrati e muscolosi, come Sylvester Stallone.

Inutile portare un caval donato dal dentista: si rifiuterà di guardarlo in bocca. Al giorno d’oggi, peraltro, è raro che i cavalli vengano regalati: con quello che costano, la maggior parte delle persone tende a cavarsela con un semplice mazzo di fiori.

Gli inglesi, balzani come sono, chiamano il cavallo horse, la cavalla mare e la scimmia ape!

Molti, oggi, diventano cavalieri senza aver mai cavalcato un solo cavallo, per esempio i cavalieri del lavoro. Alcuni politici, in compenso, non esitano a cavalcare la protesta o il malcontento popolare.

Due cavalli posti alla stessa distanza da uno stesso punto si dicono equi-distanti da esso. Se hanno la stessa superficie equi-valenti. Sposandosi, danno luogo agli equinozi.

Al tempo delle diligenze, certe dame svenevoli e incapaci di sopportare i sobbalzi erano definite “mozzarelle in carrozza”.

Il cavallo si svaluta rapidamente. A briscola, per esempio, finché si gioca vale nove, ma a partita finita è già in saldo a tre punti. A scopa, in compenso, il cavallo di denari vale anche per la crimiera.

Se gioca a tombola, il cavallo, in genere, non ha difficoltà a fare ambio o quadriglia. 

Il cavallo degli scacchi, per fare l’originale, si muove a elle.

Anche nell’antichità si compivano spericolate manipolazioni biologiche. Dopo aver segato un uomo all’altezza della vita, per esempio, se ne innestava la parte superiore su un cavallo preventivamente amputato della testa. Se l’innesto riusciva, si aveva il centauro, che passava automaticamente alla mitologia. Che cosa si facesse delle due parti avanzate non si sa. Non si ha notizia dell’esperimento contrario (busto di cavallo su parti basse di uomo).

Il cinema si è occupato con frequenza di cavalli. Tra i cult-movie più importanti: “Un uomo chiamato cavallo”, “Non si uccidono così anche i cavalli” e il leggendario “La fuga del cavallo morto” (quest’ultimo piuttosto lento nell’azione).

Certi cavalli sono affetti da nanismo, come i pony. Certe cavalle  da gigantismo: le cavallone. Ma il vero flagello sono le cavallette.

Se una cavalla va con troppi cavalli, viene chiamata senza tante cerimonie gualdrappa.

Le cavalle più pignole preferiscono i cavilli ai cavalli.

Se un cavallo ha il pallino della chimica è facile che emetta degli improvvisi composti salini dell’acido nitroso: i famosi nitriti.

[N.B. L’intera raccoltina di Lucio Angelini sugli animali è protetta da copy-left:-) ]

  

Giovedì, marzo 15, 2007

PECCATO CARNALE. SPACCATURE ALL’INTERNO DI VIBRISSELIBRI.NET 

 

 (Nella foto, al centro: Tonino Pintacuda)

Tra i Cinquanta Magnifici di www.vibrisselibri.net, capitanati da Giulio Mozzi, non c’è poi tutta quella coesione che si supporrebbe dall’esterno. Vi riporto, per esempio, in tutta segretezza (acqua in bocca, mi raccomando!), un recente scontro avvenuto nel nostro Wiki tra l’efferato Tonino Pintacuda (diwww.bombasicilia.it ), attualmente a Montevideo per il giornale “Gente d’Italia”, e la soave Pamela Canali, del nostro Comitato di Lettura. Tutto è iniziato quando, il 12 marzo, Tonino ci ha inviato la foto sopra riprodotta allegata a una mail che aveva per oggetto “Peccato carnale”:

«Sono un carnivoro. Lo ammetto, adoro la carne. Mi piace tutta: bianca, rossa, a pois, cotta e cruda. Mi piace succulenta e sanguinolenta, rosolata, brasata, condita e speziata, scottata, saltata, steccata e lardellata, panata, marinata e pure bruciata. Mi fermo di fronte alle vetrine dei macellai come fossero gioiellieri (l’analogia del resto non si ferma qui): immagino come servirei quel bel filettone rosso rubino, appena scottato sulla piastra; e quei fegatini!, da far sciogliere in bocca con un dito di cognac, due foglie d’alloro e qualche bacca di ginepro; mi commuovo per la fiorentina, che se non tornerà più in A, tornerà comunque nel mio piatto. Volo con la fantasia al ricordo di quella chianina accanto ad un uomo, vista in foto anni fa: una mucca enorme, gigantesca – l’uomo le arrivava ai garretti – uno smisurato trionfo di ciccia ambulante, un dono del cielo per noi carnivori. Sant’Anselmo deve averla sicuramente considerata fra le prove dell’esistenza di Dio. Poi mi scuoto e torno al presente; riprendo i sensi e vedo il macellaio che mi fissa perplesso mentre appanno la vetrina con l’alito. Un filo di bava traballa pericolosamente dall’angolo delle labbra. Imbarazzante. Ma non ci posso fare niente, mangerei tutto ciò che cammina. Mentre faccio zapping, mi arresto su un documentario del National Geographic. Il solito ghepardo visto mille volte insegue la solita gazzella vista mille volte (credo che in realtà i documentaristi usino sempre lo stesso filmato). Lo scatto, due curve e poi i masseteri si rilasciano in una dilatazione misurata della mandibola (sì, pure quelli del ghepardo). Un bel morso secco e – oplà – la gazzella è servita. Vorrei essere lì anch’io, penso. Poi rifletto che è meglio di no, perché per festeggiare mangerei pure il ghepardo. Verso mezzogiorno, comincio anche un po’ ad esagerare. I miei mi hanno proibito da tempo di vedere “Linea verde”. Anche “La prova del cuoco” è assolutamente off limits. In realtà evito pure le trasmissioni di medicina: una volta si parlava di valvole cardiache e mentre scorrevano le immagini mi sono sorpreso a pensare alle frattaglie e ai carciofi con la coratella. Beh, certo, mancano i carciofi. Insomma, addentare una bistecca è un po’ come addentare il gioioso valzer della vita. Siamo onnivori, mi si dice, ma credo che ciò sia vero solo per permetterci di finire il contorno. Dev’essere una di quelle meravigliose strategie della natura, finalizzata a mantenere in ordine l’intestino. I vegetariani dicono che mangiare carne rende aggressivi. Io quando mi lancio sui saltinbocca mi sento piuttosto tranquillo. Il vegano che ho di fronte invece ribadisce il concetto, guardandomi come fossi un perverito e digrignando i denti: “La carne fa mmaleeeeheheeee”. A che, non me lo dice, ma sembra piuttosto irritato dal mio pasto. Credo che i nervi stiano venendo a lui e dunque non posso che concludere che i vegetariani debbano avere uno strano problema con l’aggressività (non ho capito se la loro o quella degli altri). Io, dal canto mio, mangio anche il pesce. Certo, prima di finire nel mio piatto e di lì nello stomaco (attraverso un essenziale stazionamento a stretto contatto con le papille gustative), non camminava. Non respirava nemmeno, in senso stretto. Comunque, cribbio, si muoveva, dunque è commestibile. E io me lo mangio. Crudele? Bah, mi viene in mente quel cartone animato in cui il pescetto viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma un po’ più grande che viene mangiato da un pesce uguale a lui ma decisamente grosso. A quel punto penso che se così deve essere, meglio essere quest’ultimo. E se anche non lo fossi, beh, finché non mi mangiano almeno mi sazio io. Certo, essere mangiati non deve essere una grande esperienza – e se lo fosse poi non lo potresti raccontare, dunque non vale la pena comunque. Però non regge la teoria che non si debba mangiar carne perché l’animale soffre. Insomma, dimostratemi che una zucchina non soffre e forse possiamo discuterne. E poi suvvia, la cucina (della carne) è stato il primo atto culturale dell’uomo, prima ancora del meretricio (che quindi è il secondo mestiere più antico del mondo). Comunque tutto questo parlare mi ha messo fame, vado a cercare il gatto che si deve essere nascosto da qualche parte. micio micio micioooooooo…. [Gaston]»

Lucio Angelini:

Scusa, ma tu saresti quel bimbetto lì con le orecchie?:- )

Tonino:

Eh già Lucio, che t’aspettavi? Forse – come dice Maria – rimarranno solo le orecchie?

Pamela Canali:

Tonino crede di essere onnivoro, ma non lo è, lo testimoniano la sua dentatura e il suo apparato digerente. Ha un intestino troppo lungo perché possa mangiare carne di altri animali senza spiacevoli effetti collaterali. Egli è un frugivoro, si dovrebbe nutrire di frutta, altri vegetali, germogli, se vuole conservare la salute e vivere a lungo in buone condizioni fisiche. Gli consiglio di visitare qualche sito vegan, ad esempio

http://www.veganhome.it/index.php  ; http://www.viverevegan.org/ ; http://www.scienzavegetariana.it/
Per la questione del pesce piccolo mangiato dal pesce grande, sono sicura che molti pesci riescano a morire di vecchiaia, nel loro letto di alghe. Quanto alle zucchine che soffrono, penso che la sofferenza degli animali non può lasciare indifferenti persone dotate di una sensibilità media. Gli animali che uccidiamo per nutrircene hanno la stessa percezione del dolore che abbiamo noi, soffrono esattamente come soffriamo noi, chiunque abbia un cane, un gatto o un criceto lo può testimoniare e hanno paura come noi. Nell’industria della carne gli animali vengono torturati e mutilati, sottoposti a molti tipi di crudeltà, finché la morte non li libera. Ho letto molte cose terribili, che non riesco a riferire e naturalmente al consumatore vengono nascoste. Sinceramente, la sofferenza della zucchina mi risulta meno coinvolgente. Inoltre la zucchina non è un esempio valido, se non sbaglio è un frutto della pianta, casomai potrebbe essere una pianta sradicata a soffrire (e morire). Forse anche le pietre soffrono, a modo loro e per questo sconsiglio vivamente di cibarsene.

Tonino:

Pameluzza, ho perso in totale 30 chili in due round mangiando vagoni di insalata e tutte le verdure della campagna di Maria, comprese le cucuzze. La carne è sempre la carne, allora non vi racconto del ristorante El italiano sull’Oceano, pesci mai visti, buonissimi per solo 250 pesos uruguayani (10 dollari!) Essere vegetariani in Uruguay è follia: leggerò per voi una milanesa, l’asado, il chivito al pan (che è la prova dell’esistenza di Dio) Hasta luego…

Pamela Canali:

Sono sicura che anche l’Uruguay è pieno di vegetariani e vegan. Si può appagare pienamente il gusto  anche con  cibi vegetali, anzi probabilmente di più, visto che i vegetali sono il nostro  cibo naturale. Ti dirò che dopo un po’ di tempo di vegetarianesimo viene la repulsione per i cibi animali, anche quelli che ti piacevano molto. Non ho bisogno di pensare ai polli che muoiono d’infarto per la paura in grande percentuale sui camion prima di arrivare al macello o  ai bufalini maschi appena nati che vengono lasciati morire d’inedia ai margini delle strade  perché non servono a niente,all’agonia lunghissima dei pesci tirati fuori dall’acqua. Ma anch’io, non sono stata sempre vegan e penso che ognuno abbia i suoi percorsi, anche se l’idea del silenzioso olocausto, di sofferenze inflitte ad animali tra i più miti e indifesi mi getta in depressione. Scusami Tonino, se ho colto l’occasione per dire queste cose, anzi scusatemi tutti, ma penso che persone che scrivono debbano sapere, avere le informazioni, perché scrivere è anche una grande responsabilità. Un abbraccio a tutti. Pamela


Tonino:

Allora non dico nulla sulla milanesa che ha incantato anche Bush…

Lucio Angelini

Io però ho letto un articolo anche sulla sensibilità dei vegetali… sono d’accordo sul fatto di non infliggere sofferenze inutili agli animali (che peraltro si mangiano senza tanti complimenti anche tra di loro), ma mantenendo i piedi per terra…

Tonino:

lucio, anche i vegetali hanno tutto il mio rispetto. Ma davvero qui è un motivo meramente economico: la carne costa l’equivalente di un euro al chilo! Ed è “molto migliore assai” di ogni singola proteina animale ho mangiato nella mia vita… Anche se ordini un insalata dentro c’è qualcosa che prima camminava… L’unico attacco di dissenteria l’ho avuto quando ho mangiato un’insalata SENZA CARNE nel locale più caro di MVD: Don Peperone. LA vendetta della Mano Verde? Basta, che poi il cazzeggio tracima…

Marco Candida

Ah, ma che divertente!

Pamela a Lucio

Mai avuto i piedi per terra, non so se è un difetto o un pregio. Un paio di giorni fa mi sono presa un po’ di parolacce e qualche maledizione perché ho difeso un bambino piccolo che veniva schiaffeggiato dalla madre senza motivo, se mai c’è un motivo per picchiare i bambini. Tutti disapprovavano quella madre, ma nessuno interveniva, nessuno diceva una parola in difesa del bambino. Gli animali e i bambini mi stanno a cuore, le piante meno. Le piante sono il nostro cibo naturale e le mangio senza sentirmi troppo in colpa. Che ci sia una sofferenza nelle piante, non c’è ancora un’evidenza scientifica, ma io propendo a credere che ci sia. Per produrre un’unità di proteina carnea sono necessarie dieci unità di proteine vegetali, quindi la sofferenza inflitta al mondo vegetale è dieci volte minore, con un’alimentazione vegetariana. La sofferenza degli animali, dotati di un sistema nervoso simile al nostro, è invece provata ed è sotto i nostri occhi, se solo ci scomodiamo a guardare. La sofferenza e le torture degli animali esisteranno finché esisteranno le fabbriche della carne, dove si guarda solo al profitto. Io ci vado poco sui siti vegan, se non per le ricette di cucina, perché ogni volta scopro cose terribili. Non credo di essere più sensibile e “buona” degli altri, sono solo più informata. Le informazioni all’inizio mi sono arrivate per caso o per destino, poi me le sono andate a cercare, perché sono accuratamente nascoste dai media. Buona giornata a tutti.

Lucio a Pamela

>  Un paio di giorni fa mi sono presa un po’ di parolacce e qualche maledizione perché ho difeso un bambino piccolo che veniva schiaffeggiato dalla madre senza motivo

Bene. Giusto. Ieri, invece, io avrei volentieri schiaffeggiato dei ragazzi che si divertivano a sputare dai finestrini dell’autobus sulle teste degli ignari ciclisti che passavano sotto.  

> La sofferenza e le torture degli animali esisteranno finché esisteranno le fabbriche della carne

Certo. Però ogni volta che lavi le lenzuola o i pavimenti uccidi senza pietà migliaia di acari della polvere. Quelli fanno meno compassione perché sono più piccoli? Dunque sono le dimensioni a fare la differenza?:- ) 

Pamela

Caro Decone, la spinosa questione degli acari mi lascia piuttosto fredda. Sarà perché sono allergica e condivido questa allergia con la mia gatta che, camminando rasoterra, ha molti più problemi di me. Sarà anche perché l’unica causa che ho perso è stata quella contro il mio condominio, il cui avvocato si chiama Vincenzo Acaro. Io mi regolo così: butto tutto il buttabile sul terrazzo, metto in casa essenze che allontanino gli insetti e quindi anche i perniciosi acari, scuoto tutto sui balconi sottostanti, in modo che le case dei vicini più odiati si riempiano di nuovi ospiti. Solo dopo queste operazioni preliminari, mi accingo a pulire. Quindi gli acari non li uccido, ma provvedo a trovare loro nuovi alloggi. Eseguo un procedimento analogo per le lumache che infestano le mie piante: le indirizzo gentilmente, con dei sentieri di erbacce umide e crusca (sono ghiotte di crusca), verso balconi più meritevoli. Forse un giorno, se mi passerà
l’allergia, trasformerò la mia casa in un rifugio per i randagi, respinti da tuttii: acari, piattole, pidocchi, zecche, emulando B.B.. A parte scherzi, faccio il possibile, ma non l’impossibile. Oltre a gechi e pipistrelli, ho salvato mosche, ragni e altri insetti,  ma preferisco non averli dentro casa. Non uso insetticidi, tra l’altro tossici anche per gli umani, ma essenze respingenti. Però il mio cuore è con altri animali,
quelli che puoi guardare negli occhi.

 

13 marz0 2006

(Ada Tondolo)

UNA VERA FIABA PER ADULTI:- )

Tra i personaggi di maggior spicco della sezione veneziana di Trekking Italia e anche della Giovane Montagna c’è la signora Ada Tondolo, 83 anni, un passato di medaglie d’oro nell’atletica leggera, rarissima rocciatrice in tempi in cui solo poche elette potevano vantare la pratica della specialità e ancora oggi instancabile e stupefacente escursionista. Ieri, per esempio, è salita con noi a Forcella Lerosa, oltre Cortina (700 m. di dislivello senza batter ciglio) nella neve con le ciaspe. Durante il viaggio in macchina da Venezia ci ha raccontato questa delicata fiaba:

“Una vecchia stava tornando alla sua misera casupola con una fascina sulle spalle. A un certo punto le apparve una fata che le disse: ‘Tu sei sempre stata buona e onesta, hai lavorato tutta la vita e ancora lo fai. Meriti di essere premiata. Esprimi tre desideri e sarai esaudita.’

La vecchia ci pensò sopra qualche istante e rispose: ‘Vorrei passare gli ultimi anni della mia vita in una casa decente.’
‘Sarai accontentata’, le assicurò la fata. ‘E il secondo desiderio?’.

‘A che mi servirebbe una bella casa’, sospirò la vecchia, ‘se comunque restassi vecchia e malandata come sono? Vorrei tornare giovane.’
‘Bene’, le assicurò di nuovo la fata. ‘Sarai accontentata anche in questo. E il terzo desiderio?’.

La vecchia rifletté e aggiunse: ‘Attualmente vivo da sola con un gatto. Be’, se davvero dovessi ringiovanire e abitare in una bella casa… mi piacerebbe che il mio gatto diventasse un bel giovanotto.’

‘Sarai accontentata’, le assicurò la fata per la terza volta. E scomparve.

La vecchia riprese il cammino e, quando arrivò nel luogo della sua ex-casupola, vide che al posto di quella sorgeva adesso un magnifico palazzo. Entrò e subito il grande specchio dell’atrio le rimandò l’immagine di una bellissima giovane. Mentre si rallegrava incredula dei due doni ricevuti, vide avanzare verso di sé un aitante giovanotto che l’abbracciò, la baciò, si sedette e la prese sulle ginocchia. La fanciulla già fremeva estasiata alle sue carezze, quando, inaspettatamente, il giovane le confessò: ‘Adesso, purtroppo, dovrai pentirti di avermi fatto castrare quando ero un gatto.’:- )

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Martedì, novembre 11, 2008

MARTA, MARTINO E LA TARASCA

 

Da piccolo mi rifiutavo di accettare gli auguri di buon onomastico il giorno di Santa Lucia. “Che c’entra Lucio con Lucia?”, protestavo. Nel giugno scorso una mia amica, di nome Antonietta, pretendeva gli auguri di buon onomastico il giorno di Sant’Antonio. “Che c’entra Antonietta con Antonio?”, mi sono schermito. Oggi è San Martino e – giacché la storia del suo mantello diviso col povero è ormai nota a tutti -, in omaggio alle quote rosa preferisco girarvi cavallerescamente la storia di… Santa Marta, anche se le Marte avrebbero un onomastico tutto loro il 29 luglio°-*.

Qualche sera fa, infatti, nella chiesa strepitosamente bella di San Nicolò dei Mendicoli, qui a Venezia, mi sono soffermato a contemplare la statua di una fanciulla che teneva al guinzaglio uno strano cagnazzo. Più in piccolo, un’altra scultura in legno la rappresentava con accanto un vero e proprio draghetto. Incuriosito, ho chiesto chiarimenti a Don Paolo. “Non è un cane”, mi ha spiegato il sacerdote, “ma la Tarasca!”. “Ah sì?”, ho ribattuto. “E che cos’è la Tarasca?”. Allora mi ha raccontato che, nell’anno 48 d.C., secondo un’antica tradizione provenzale, Santa Marta arrivò dalla Palestina su un battello senza vele né timone, insieme ai compagni Lazzaro, Maria Giacobbe, Maria Salomè, Massimo e Marcella. Dopo lunghi travagli in balia delle correnti, alla fine il battello si arenò sulla costa nei pressi di Avignone. Gli abitanti di Tarascona non si fecero scappare l’occasione di implorare Santa Marta affinché li liberasse dal mostro che li terrorizzava:  appunto la “Tarasca”, che divorava uomini e bestie trascinandoli nella sua tana. Santa Marta si avvicinò al covo della Tarasca armata di una sola croce, e quando le ordinò nel nome di Gesù Cristo di andarle vicino senza fare del male a nessuno, il mostro obbedì. 

Ecco un curioso link:

http://pages.videotron.com/chimere/contes/tarasque.html 

«La Tarasque est un monstre dont l’aspect est décrit en détail dans “La légende dorée” de Jacques de Voragine. “Il y avait à cette époque […] un dragon moitié animal- moitié poisson, plus épais qu’un boeuf, plus long qu’un cheval avec des dents smblables à des épées et grosses comme des cornes, qui était armé de chaque côté de deux boucliers.” Dans l’iconographie chrétienne, la Tarasque est plutôt représentée comme un monstre à tête de lion dont le dos est couvert d’épines possédant six pattes avec des griffes et une queue de serpent.

Toujours d’après de Voragine:
“[Le monstre] était venu par mer de la Galatie d’Asie; [il] avait été engendré par Léviathan, serpent très féroce qui vit dans l’eau, et d’un animal nommé Onachum, qui naît dans la Galatie. La Tarasque répandait la terreur autour de Tarascon. Hantant le Rhône, la bête perturbait la navigation et se plaisait à faire chavirer les navires.
Lors de ses incursions sur les rives du fleuve, au temps où la forêt était encore dense, elle dévorait moutons, enfants et bergers. C’est à Sainte-Marthe que revient l’honneur d’avoir dompté la Tarasque. L’Ordre des Chevaliers de la Tarasque, constitué en 1474 par le roi René, est à l’origine d’une procession au cours de laquelle on promène de par la ville, une effigie en carton de la Tarasque. Elle est portée par seize chevaliers de l’Ordre dont huit se trouvent dans le corps de la bête, prêtant vie au monstre et symbolisant les victimes qu’elle a avalées. Les autres chevaliers représentent les fondateurs de la ville..

La légende de la Tarasque – Antoine Rougier.

Insomma, dovesse capitarvi di arenarvi sulla costa provenzale, non mancate di fare una puntatina alla Collegiata Reale di Santa Marta a Tarascona. Vi sono conservate le reliquie della santa che riuscì ad ammansire non un semplice lupo di Gubbio, come il nostro più banale San Francesco, ma una vera e propria – e ben più spaventevole!- Tarasca*-°

(Immagini da http://www.cartantica.it/content/fiorieanimali/santamarta.jpg ; http://www.cartantica.it/content/fiorieanimali/sanmartino.jpg ;http://pages.videotron.com/chimere/contes/tarasque.html )

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15 settembre 2006

L’ALIENA

.

C’era una volta
un paese
di persone
tutte UGUALI:
avevano facce uguali
(viste da davanti),
profili uguali
(viste di lato),
mangiavano
lo stesso cibo,
bevevano la stessa
bevanda,
suonavano
la stessa musica,
ballavano
lo stesso ballo,
si ammalavano
della stessa malattia,
si raccontavano
la stessa barzelletta,
dicevano
la stessa parolaccia,
coltivavano
lo stesso fiore,
inseguivano
la stessa farfalla,
e, soprattutto,
accarezzavano
lo stesso sogno:
il sogno
di qualcosa
di DIVERSO,
finalmente,
che spezzasse
la monotonia
di quella vita
sempre
UGUALE,
in cui nessuno
si distingueva
da nessuno
o faceva mai
alcunché
di originale.
Un giorno,
in quel
triste paese,
arrivò
una strana farfalla
multicolore:
era viola
a pallini blu,
con screziature dorate,
striscioline
lilla
e iridescenze
color petrolio.
Di notte, poi,
si illuminava
tutta e, volando,
sembrava proprio
un lampioncino
acceso.
“E’ un mostro!”
gridarono tutti
lì per lì,
terribilmente
spaventati.
“Chissà da dove
è venuta!”
“Bisogna ucciderla!”
Ma poi capirono
che quella
temeraria
ALIENA
era venuta
direttamente
dai loro
SOGNI.

(Lucio Angelini)

P.S. AGGIORNAMENTO: mi è stato appena chiesto se “L’aliena” sia dedicata a Oriana Fallaci. Ehm… no, a dire il vero…

[iMMAGINE DA http://www2.globetrotter.net/astroccd/ftp/guij/nebuleuse/img/butterfly.jpg ]

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4 commenti
  1. Il Negroni per i maiali mi fa venire in mente quel bellissimo carosello che mai dimenticheremo, con il jingle: “Le stelle sono tante, milioni di miliioni, la stella di Negroni… vuol dire qualità!”

    Poi, uno scimunito senza sci sarebbe come, che so, un carabiniere senza carabina, o un bersagliere senza bersaglio, o un geniere senza genio, o un alpino senza alpi, o una piscina senza piscia…

  2. Pensavo di mettere il vostro logo sul nostro sito con il vostro link per dar modo ai nostri visitatori di conoscere il vostro blog. Cosa ne pensi?

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